LIBRO LA DIAGNOSI PSICOANALITICA - McWilliams
Prefazione
Paziente con una patologia del carattere tratto distintivo della maggior parte degli
interventi psicodinamici.
Le osservazioni psicoanalitiche sullo sviluppo sono andate oltre la Mahler. I
neuroscienziati spiegano che non è il pensiero a precedere l’affetto e che la
memoria per i traumi estremi non è recuperabile ecc. espandendo la conoscenza sul
temperamento, pulsioni, impulso, affetto e cognizione.
La rapidità con cui si consumano i termini psicoanalitici, vengono distorti e applicati in
modo pregiudiziale, ha rappresentato un fardello per la tradizione psicodinamica, oltre
al fatto che divengono semplicistici.
L’argomento di questo libro è la struttura di personalità (non i suoi disturbi). Uno
dei temi principali è l’inutilità di una diagnosi basata solamente sul problema
manifesto.
tipologia caratteriale maggiormente presente nel mondo: masochistica (Russia),
schizoide (Svezia), post-traumatica (Polonia); contro-dipendente (Australia); isterica
(Italia) e in Turchia i terapeuti che lavorano nei villaggi rurali, hanno descritto pazienti
che sembrano simili alle donne sessualmente inibite trattate da Freud, una versione
della personalità isterica che sembra scomparsa nella cultura occidentale
contemporanea.
Nelle culture più tradizionali e collettiviste la sofferenza emotiva è espressa
frequentemente attraverso il corpo (es. gruppi dei nativi americani, delle comunità
dell’est e del sud dell’Asia).
In questo libro non vengono trattati gli individui che in modo frequente si ammalano
fisicamente, o quelli con personalità sadica e sado-masoschistica, fobica e
controfobica, dipendente e contro-dipendente, passivo-aggressiva e quelli
cronicamente ansiosi vedi PDM (Task Force, 2006).
Clinica in ambito psicologico e psichiatrico:
- Continua a denotare una sincera disposizione alla comprensione delle storie di vita
e della sofferenza degli individui
- Dal greco kliné letto presso il quale giaceva l’ammalato e verso il quale il medico
si piegava per ascoltare
DIAGNOSI PSICOANALITICA:
- È la principale fonte teorico-clinica della diagnosi psicodinamica,
- Importante nella pratica professionale sia per la sua tradizione di studi sulla
personalità e sulle nevrosi del carattere, ma anche per il quadro epistemologico e i
corollari applicativi che ne derivano, nel quale s’inscrive questo vertice di
osservazione privilegiata
- Ci ricorda che non possiamo separare il sintomo dalla persona = per comprendere
e trattare i problemi, dobbiamo conoscere il p che si trova ad affrontarli: integrare
gli elementi descrittivi in un quadro concettuale e personalizzato: porre al centro
della relazione il p con la sua unicità, risorse, problemi
- L’asse diagnostico ruota e si modifica sulla psicoanalisi che sin dalla sua origine è
impegnata a rinvenire sulle fonti della sofferenza psichica e orientata alla relazione
e alla pratica clinica:
1. Non solo categorizzazione delle varie forme di sofferenza psichica attraverso
indicatori descrittivi
2. Ma anche fornire una prospettiva ulteriore nella lettura dei sintomi e problemi
del p in funzione di:
schemi ricorrenti di pensiero e comportamento la cui origine va rinvenuta
negli aspetti temperamentali, nelle storie evolutive, nelle rappresentazioni
interiorizzate delle relazioni d’oggetto, nelle difese adoperate, nelle strategie di
regolazione affettiva, nei processi cognitivi e nei modelli relazionali ecc.
- Pone al centro della sua organizzazione e interpretazione dei dati del p, la
personalità l’insieme relativamente stabile dei tratti e delle caratteristiche
psicologiche e comportamentali che definiscono l’approccio di un individuo alla
realtà esterna e al mondo interno
- Oggi si concentra soprattutto su 2 macrodimensioni del funzionamento individuale
(PDM, 2006):
1. La struttura di personalità: dove si colloca il p lungo il continuum che va dalle
forme di funzionamento più sane a quelle più disturbate
2. Tipi di personalità: modalità caratteristiche con cui il p organizza il proprio
funzionamento mentale e interagisce col mondo
non è possibile valutare né trattare efficacemente i sintomi e i problemi di un p senza
comprendere il suo funzionamento mentale: sintomi, forme di disadattamento socio-
relazionale e problematiche emotive e comportamenti emergono all’interno di uno
specifico funzionamento mentale a prescindere dalle dinamiche esterne che li hanno
generati e da quanto essi siano egosintonici o egodistonici (Millon, 1991).
Poi elementi come la scelta del trattamento, alleanza terapeutica, rispetto delle regole
del setting clinico e la risp al trattamento per certi versi dipendono dalla personalità
del paziente (Clarkin, 2004).
I dati relativi all’efficacia complessiva delle psicoterapie psicoanalitiche sono spesso
superiori a quelli delle altre forme di trattamento (Shelder, 2010).
Questo tipo di diagnosi
- è basata sulla valutazione accurata del controtransfert, ovvero delle emozioni e
delle sensazioni consce e inconsce sperimentate dall’analista nel setting, rendendo
la diagnosi psicoanalitica un autentico processo diagnostico interpersonale.
- dipende strettamente dalla capacità del clinico di mettersi in contatto con i
processi inconsci sottostanti alla comunicazione del paziente e dalla sua capacità di
sentire dentro di sé (Einfühlung) la condizione sperimentata dall’altro. Gli analisti
per conseguire la competenza nel formulare una diagnosi psicoanalitica si
sottopongono a una formazione e a una supervisione specifiche, finalizzate proprio
alla valutazione di questo campo “bipersonale” che si struttura con il paziente. E’
proprio sulla base di questa dinamica intersoggettiva fortemente radicata
nell’esperienza umana (Stolorow e Atwood, 1992) che è possibile a nostro dare un
“vero” senso alla diagnosi.
Il processo di diagnosi, quindi non deve essere una reificazione ed etichettamento, ma
rappresenta un vero e proprio percorso, condiviso e partecipato, orientato ad un
riconoscimento autentico e profondo dello specifico individuo e della sua sofferenza e
volto primariamente a individuare quali siano i migliori modi per aiutarlo. Spett
afferma “noi trattiamo i pazienti, non i disturbi”.
Atteggiamenti terapeutici di base:
- curiosità,
- rispetto,
- compassione,
- impegno
- integrità
- disponibilità ad ammettere errori e limiti.
- Mentalizzare diverse possibilità è un aspetto critico delia crescita sia personale
sia professionale. 1. PERCHÉ LA DIAGNOSI?
Negli Stati Uniti le compagnie assicurative indicano un numero specifico di sedute in funzione
della diagnosi di un p, spesso senza tener conto del giudizio del terapeuta andando incontro ad
una degenerazione. “le etichette sono per i vestiti, non per le persone
Hall ha scritto che ”, tuttavia è
importante nel periodo di formazione avere a disposizione un linguaggio che racchiuda
all’interno di quadri più generali le differenze individuali. Una volta che si è imparato a
osservare configurazioni cliniche ricorrenti, si può buttar via i libri e apprezzare
l’unicità.
La diagnosi, quando sia fatta con sensibilità offre almeno cinque vantaggi:
1. è utile nella pianificazione del trattamento
2. fornisce un’informazione implicita sulla prognosi
3. contribuisce a proteggere gli utenti dei servizi di salute mentale
4. aiuta il terapeuta a comunicare empatia
5. contribuisce a ridurre le probabilità che il trattamento venga abbandonato da
quelle persone che si spaventano facilmente
+ vantaggi collaterali che facilitano indirettamente la terapia
Quando parlo di processo diagnostico intendo dire che nelle sedute iniziali con un
nuovo cliente, a meno che non si tratti di situazioni di crisi si devono raccogliere
un’ampia gamma di informazioni di tipo oggettivo e soggettivo.
dedicare il 1° incontro ai dettegli del problema per cui si è rivolto a me e alle
sue origini.
Alla fine di questa prima sessione, verifico la disponibilità della persona rispetto alla
possibilità di lavorare insieme.
Successivamente spiego che potrei comprendere maggiormente il problema se potessi
osservarlo in un contesto più ampio, facendo molte domande, chiedendo il
permesso di prendere appunti e dicendo che ha la possibilità di non rispondere alle
domande che ritiene disturbanti.
DIAGNOSI PSICOANALITICA e DIAGNOSI PSICHIATRICA DESCRITTIVA
Nosografia descrittiva DSM e ICD: la sofferenza psichica viene organizzata secondo
criteri con elenchi di sintomi e caratteristiche. Pregi: operazionalizzazione e
semplificazione dei dati clinici; per sviluppare un ordine ed un linguaggio comune.
Problemi: ad es. rendono a volte necessaria l’attribuzione di doppie, triple diagnosi e in
esse è frequente l’overlapping, quindi sovrapposizione dei disturbi di personalità;
valenze spersonalizzanti e di etichettamento.
La diagnosi descrittiva in psichiatria, che sta alla base dei sistemi DSM e ICD, è
divenuta nel tempo la norma a tal punto che il DSM è etichettato come la bibbia della
salute mentale.
È stato dimostrato che una diagnosi inferenziale, contestuale, dimensionale e basata
sulla soggettività del clinico può coesistere con la diagnosi psichiatrica descrittiva.
Nutro dei dubbi relativi alla diagnosi descrittiva e categoriale:
1) il DSM manca di un’implicita definizione di salute mentale e di benessere emotivo.
Di contro, l’esperienza clinica psicoanalitica suggerisce che il t non dovrebbe
soltanto aiutare i pazienti a modificare comportamenti o stati mentali problematici,
ma anche ad accettare i loro limiti, a migliorare complessivamente le loro capacità
di resilienza e il loro senso di agency, a incrementare la loro possibilità di tollerare
un ampio spettro di pensieri e stati affettivi, a rendere più stabile e continui il loro
senso di sé, a sviluppare la loro autostima, la loro capacità di intimità, la loro
sensibilità morale e la consapevolezza rispetto alla soggettività degli altri individui
come distinti da sé.
Quando tali parametri della salute mentale mancano, gli individui non sono neanche
capaci di immaginare tali possibilità. Pertanto, tali pazienti raramente si lamenteranno
dell’assenza di tali capacità e vorranno semplicemente star meglio; potrebbero
giungere in trattamento lamentandosi di uno specifico disturbo di Asse I, ma i loro
problemi probabilmente andranno ben oltre i sintomi di quel disturbo.
2) La validità e attendibilità delle edizioni del DSM rimane insoddisfacente e il
tentativo di ridefinire la psicopatologia in forme che facilitino la ricerca ha prodotto
descrizioni di sindromi cliniche che risultano categoriali in modo artificioso e che
non riescono a cogliere le esperienze complesse dei pazienti.
3) Nonostante il DSM sia spesso definito un modello medico della psicopatologia,
nessun medico riterrebbe equivalenti le remissioni dei sintomi e la cura della
malattia.
4) Molte delle decisioni che sono state prese su cosa escludere e dove nei DSM
successivi al 1980, appaiono arbitrarie, incoerenti e influenzate dai legami con le
case farmaceutiche
Un altro commento è dedicato al sottile effetto sociale che ha la diagnosi
categoriale: può contribuire allo sviluppo di forme di auto-estraniamento, a una
reificazione degli stati del sé che può implicitamente condurre al disconoscimento
delle responsabilità. Molte donne diventano irritabili durante il periodo mestruale, ma
una cosa è dire “mi dispiace, mi sento nervosa, ho il ciclo”, un’altra è affermare “ho il
disturbo disforico premestruale”. La “presenza di un disturbo da curare”, impone alle
persone una maggiore distanza dalla propria esperienza e il fornire sostegno alla
credenza infantile che tutto può essere riparato.
PIANIFICAZIONE DEL TRATTAMENTO
La pianificazione del trattamento è la motivazione fondamentale della diagnosi. Essa
implica un parallelismo tra il trattamento psicoterapeutico e quello medico, e in
medicina la relazione tra diagnosi e terapia è diretta. Questo parallelismo a volte
funziona nella psicoterapia, a volte no. È facile rendersi conto del valore di una buona
diagnosi quando si tratta di condizioni per le quali esiste un approccio terapeutico
specifico che gode di generale consenso. Esempi adeguati sono la diagnosi di
dipendenza da sostanze (implicazione terapeutica: unire al trattamento clinico un
programma di disintossicazione dalla sostanza e di riabilitazione).
La prescrizione più frequente per i disturbi di personalità resta oggi la psicoterapia
psicoanalitica a lungo termine, ma i trattamenti psicoanalitici non sono procedure
monolitiche applicabili in modo rigido a prescindere dalla personalità del paziente (es.
t più tollerante del silenzio con uno schizoide ecc.).
Gli sforzi di empatia del clinico non garantiscono che il p si senta compreso: occorre
inferire qualcosa sulla psicologia di quello specifico paziente per capire cosa può
aiutarlo a sentirsi riconosciuto e accettato.
In genere, vengono definite le terapie analitiche e non analitiche come specifiche
procedure tecniche.
Al contrario, i terapeuti tendono a definire il proprio operato nei termini di
un’opportunità offerta al paziente di apprendimento emotivo nel contesto di un
rapporto intimo, in cui la tecnica è secondaria alla forza curativa della relazione in
sé. Una buona formulazione diagnostica fornirà importanti indicazioni al terapeuta in
aree cruciali quali lo stile relazionale da adottare, i toni degli interventi e gli argomenti
iniziali da trattare.
IMPLICAZIONI PROGNOSTICHE
Uno dei temi principali di questo libro è l’inutilità di una diagnosi basata solamente sul
problema manifesto. Una fobia in una persona con personalità depressiva o
narcisistica è un fenomeno molto diverso dalla fobia di una persona fobica. Una delle
ragioni per cui la psicodiagnosi gode di cattiva fama in alcuni settori dipende dal fatto
che ci si è limitati ad imporre un’etichetta al problema manifesto del paziente. Uno dei
punti di forza della tradizione psicoanalitica è la sua attenzione alla differenza tra
sintomi dovuti a condizioni di stress temporaneo e i problemi strutturali
della personalità.
PROTEZIONE DELL’UTENTE
Una pratica diagnostica scrupolosa favorisce anche una comunicazione etica tra clinici
e clienti: è possibile informare il paziente su cosa deve aspettarsi, evitando di
promettere troppo o dare indicazioni sbagliate. Poche persone restano turbate se si
sentono dire, ad esempio, che data la loro storia e le circostanze attuali, si può
prevedere che la psicoterapia richieda molto tempo. Anzi, molti individui sono
incoraggiati dal fatto che il terapeuta riconosca la profondità dei loro
problemi e voglia impegnarsi in un lungo percorso per cercare di risolverli.
Per quei pochi clienti che chiedono una cura miracolosa e non hanno il desiderio o
la capacità di assumersi l’impegno di ottenere un cambiamento autentico, una
risposta onesta da parte del terapeuta dopo il periodo diagnostico consente loro di
ritirarsi con garbo e di non sprecare il proprio tempo e quello del terapeuta cercando
miracoli.
A volte è preferibile la terapia breve per ragioni terapeutiche, ma tra i limiti induce
all’autorimprovero entrambi i partecipanti (“cosa c’è che non va in me visto che non si
è ancora realizzato quel progresso significativo per cui dovevano bastare 6
settimane?”). Un’accurata valutazione diagnostica riduce la probabilità che qualcuno
rimanga anni in una relazione professionale da cui trae scarso o nessun beneficio.
LA COMUNICAZONE DELL’EMPATIA
Il termine empatia è la parola che riesce a esprimere meglio la qualità di “sentire
con” piuttosto che “sentire per”, che costituisce la ragione originaria della distinzione
tra empatia e comprensione (o compassione, pietà, preoccupazione,
interessamento…). Viene regolarmente mal impiegata per significare calore,
accettazione, reazioni comprensive verso il paziente, a prescindere da ciò che sta
comunicando a livello emotivo. In questo libro il termine empatia è utilizzato come
capacità di percepire a livello emotivo qualcosa di simile a che l’altro sta
provando.
Molti terapeuti si autocriticano per la mancanza di empatia, quando hanno paura o
ostilità verso il proprio p. In realtà, l’affettività del p può essere intensamente negativa
e non fa che indurre una risposta altrettanto intensa. Il terapeuta in tal senso sta
sentendo con-il-paziente.
Non ci si deve comportare in conformità con tali reazioni emotive, ma quando il
t le coglie nel proprio vissuto emotivo, esse contribuiscono in modo essenziale alla
formulazione di una buona diagnosi = t verrà sentito sinceramente empatico, che
tiene conto della sua unicità.
ABBANDONO PREMATURO DEL TRATTAMENTO
Una questione connessa alla comunicazione dell’empatia riguarda come trattenere
nella terapia il paziente incostante. Molte persone ricercano un aiuto professionale e
poi temono che l’attaccamento al terapeuta rappresenti un grave pericolo.
Per l’individuo ipomaniacale o controdipendente non è solo rassicurante che il
terapeuta esprima commenti sulla loro difficoltà a trovare il coraggio di
restare in trattamento, dato che la comprensione emotiva contenuta nelle sue
parole suona vera, ma ciò aumenta la probabilità che il paziente resista alla tentazione
di andarsene.
VANTAGGI SECONDARI
La relazione terapeutica avrà probabi
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