Il tema dell'intersoggettività
Questo libro tratta il tema dell’intersoggettività, un costrutto che descrive le interazioni continue e reciproche, presenti sin dai primi giorni di vita, attraverso le quali gli esseri umani giungono progressivamente a conoscere la mente degli altri (Bruner). L’enorme quantità di dati di ricerca e di osservazioni cliniche esistenti nel campo dell’intersoggettività rende problematica la costruzione di un modello di riferimento unitario. Questo libro si propone di integrare e confrontare i progressi della ricerca nel campo della genetica, dell’endocrinologia e della neurobiologia con quelli della ricerca psicologica e psicopatologica. È stato scritto da Gallese e Ammaniti, uno psicoanalista e un neurobiologo, che hanno cercato di trovare le interconnessioni tra i propri ambiti teorici di riferimento.
Capitolo 1: Un nuovo approccio all'intersoggettività
Sin da principio, viviamo la nostra vita con l’altro. Come mammiferi, per una breve ma cruciale parte della nostra vita prenatale, abitiamo letteralmente nel corpo di un’altra persona: nostra madre. La relazione tra il feto/neonato e la madre e tutti i successivi incontri interpersonali che caratterizzano la nostra vita possono essere affrontati da diverse prospettive. Le neuroscienze cognitive, ad esempio, possono gettare una nuova luce sull’intersoggettività e sul suo sviluppo, a patto che siano in grado di dare un senso al modo in cui facciamo esperienza degli altri. Il tema dell’intersoggettività, come tutti gli altri temi connessi alla natura umana, dovrebbe essere inquadrato all’interno di prospettive sia filogenetiche che ontogenetiche. Per la prima volta, per mezzo delle neuroscienze cognitive possiamo guardare alla soggettività e all’intersoggettività da una prospettiva diversa e complementare. Il programma di ricerca delle neuroscienze cognitive dovrebbe prevedere di applicare il proprio riduzionismo metodologico allo studio di questi temi, senza tuttavia sacrificare o eliminare la ricca esperienza che facciamo quando incontriamo gli altri. Numerose e convergenti evidenze dimostrano la natura intrinsecamente relazionale degli esseri umani. La novità è che questa natura relazionale traspare anche a livello neurale, indagato dalle neuroscienze cognitive.
Il problema delle altre menti
Secondo l’approccio classico, l’intersoggettività umana si svilupperebbe ontogeneticamente seguendo fasi maturazionali universali, raggiungendo poi la fase finale con l’acquisizione della piena competenza linguistica. Questa visione equipara la cognizione sociale umana alla metacognizione sociale, ossia alla possibilità di riflettere esplicitamente e teorizzare sulla propria vita mentale in relazione a quella degli altri individui. Secondo la stessa visione, quando applicata alla filogenesi, tutte le altre specie, inclusi i primati non umani, per orientarsi nel proprio mondo sociale si affidano esclusivamente agli aspetti visibili del comportamento e alla loro ricorrenza statistica in un dato contesto. Questa visione implica una radicale discontinuità cognitiva tra gli esseri umani e le altre specie animali, per cui gli esseri umani occuperebbero la sponda dei “lettori della mente”, mentre tutte le altre specie, inclusi i primati non umani, sarebbero confinati sulla sponda dei “lettori del comportamento”.
Questa soluzione presuppone che, per capire che cosa stia facendo, provando, pensando l’altro, e perché, dovremmo attribuirne il comportamento osservato a stati mentali interni, e dunque non direttamente accessibili. Quindi, secondo la visione classica, il comportamento può essere pienamente compreso soltanto una volta che lo si è attribuito a qualche stato mentale nascosto. Quindi, la comprensione delle altre menti viene intesa esclusivamente come un processo inferenziale, mentre gli stati mentali vengono concepiti come stati teorici di una teoria psicologica del senso comune, denominata folk psychology. Certamente, secondo la folk psychology, il contenuto delle rappresentazioni mentali viene descritto in termini di desideri, credenze e intenzioni. Comprendere gli altri sarebbe dunque un’attività metarappresentazionale, nel senso che quando si attribuisce esplicitamente un contenuto mentale agli altri, ci si dovrebbero rappresentare anche le loro rappresentazioni mentali.
Tutto ciò ha portato inevitabilmente molti neuroscienziati cognitivi a cercare le aree e i circuiti cerebrali in cui risiedono desideri e credenze. Le aree cerebrali attivate durante i compiti di mentalizzazione vengono quindi considerate la sede nel cervello dei moduli della teoria della mente. Applicando questa analisi allo studio della cognizione sociale, dubitiamo che saremo mai in grado di integrare i livelli di descrizione neuroscientifici e della folk psychology all’interno di un quadro coerente e biologicamente plausibile. Infatti, l’approccio classico non è in grado di spiegare in modo convincente perché durante compiti espliciti di mentalizzazione si attivino le aree frontali mesiali e la giunzione parieto-temporale, facendo solo riferimento alla nozione secondo cui la mentalizzazione abbia sede in queste aree.
L’approccio classico contemporaneo all’intersoggettività si divide in due campi principali. Il primo è sostenuto dalla teoria della simulazione, che privilegia il sé come modello dell’altro: comprendere gli altri significa mettersi nei loro panni. Gli antecedenti di questo modello possono essere fatti risalire a Mill e alla sua teoria sull’inferenza per analogia. Secondo Mill, attribuiamo stati mentali agli altri, perché il loro comportamento evoca ricordi delle nostre esperienze precedenti correlate alla situazione. Il secondo campo è esemplificato dalla teoria della teoria, secondo cui i contenuti mentali dell’altro possono essere letti dall’esterno mediante il ragionamento. Nonostante le loro differenze, sia la teoria della simulazione sia la teoria della teoria, postulano l’esistenza di uno iato tra le menti; entrambe considerano la conoscenza della mente dell’altro come un processo attribuzionale.
Ma c’è una via alternativa, rappresentata dall’approccio in seconda persona, che suggerisce la necessità di cambiare i metodi tradizionalmente utilizzati in psicologia per comprendere le persone. L’approccio in seconda persona differisce dall’approccio in terza persona, riducendo sostanzialmente lo iato mentale che le separa. Innanzitutto, la rappresentazione in seconda persona deve ricorrere ad una riproduzione o immaginazione dello stato mentale che deve essere riconosciuto; in secondo luogo, deve richiedere una differenziazione tra il sé e l’altro, in modo che il soggetto epistemico sia consapevole che lo stato che si sta replicando appartiene all’altro; terzo, deve mettere in grado il soggetto di riconoscere la propria situazione epistemica come diversa da quella dell’altra persona. Inoltre, questi requisiti non presuppongono che il soggetto epistemico ne sia esplicitamente consapevole. In realtà, sembra che siano in larga misura automatici e subconsci. Tutti e tre sono compatibili con il modello neuroscientifico dell’intersoggettività e del suo sviluppo, proposto dagli autori in questo libro.
L'approccio in seconda persona
Noi non ci creiamo solo una descrizione oggettiva in terza persona di ciò che gli altri sono e fanno a noi e con noi. Quando li incontriamo, possiamo fare esperienza degli altri come sé corporei, in modo simile a come facciamo esperienza di noi stessi come proprietari del nostro corpo e autori delle nostre azioni. Quando ci esponiamo ai comportamenti espressivi, alle reazioni e alle inclinazioni degli altri, facciamo al contempo esperienza dei loro scopi e della loro intenzionalità, nello stesso modo in cui facciamo esperienza di noi stessi come agenti delle nostre azioni; soggetti dei nostri affetti, sentimenti ed emozioni; soggetti dei nostri pensieri, fantasie, immaginazioni e sogni.
Il filosofo e teologo ebreo Buber è un precursore dell’approccio in seconda persona all’intersoggettività; egli individua il carattere fondamentalmente relazionale degli esseri umani. Questo carattere relazionale è almeno duplice, nel senso che può consistere in una relazione in terza persona, un io-Esso, oppure in una relazione in seconda persona, un Io-Tu. Buber le chiama le due parole-base. Quello che distingue queste due relazioni non è il loro oggetto, bensì lo stile di relazione. Ci si può relazionare ad un altro essere umano in maniera analoga a come ci si relaziona agli oggetti inanimati. Allo stesso modo, ci si può relazionare agli oggetti inanimati come ci si relaziona ad un altro essere umano. Quindi, quello che cambia non è l’oggetto delle nostre relazioni, ma il nostro atteggiamento verso di loro.
Come Buber suggerisce implicitamente, la soluzione al tema problematico dell’intersoggettività non può essere una scelta forzata tra una prospettiva in seconda persona e una in terza persona. Viviamo le nostre vite alternando costantemente queste due modalità di relazione interpersonale. Il ritmo, la sincronia e l’asincronia che gli esseri umani sperimentano in maniera sistematica e fin dall’inizio della vita in tutte le relazioni interpersonali, segnano la nascita dell’intersoggettività. Certamente, un aspetto molto stimolante del libro di Buber sta nella proposta che la relazione Io-Tu sia primaria rispetto alla relazione Io-Esso, dal momento che la seconda presuppone l’esistenza di un Io. Secondo Buber, un Io maturo emerge solo quando ci si percepisce come un Tu, quando il dialogo interpersonale si trasforma in un dialogo interno auto-centrato.
Molti anni più tardi, il pediatra e psicoanalista Winnicott scrisse “Che cosa vede il lattante quando guarda il viso della madre? Secondo me di solito ciò che il lattante vede è sé stesso. In altre parole la madre guarda il bambino e ciò che essa appare è in rapporto con ciò che essa scorge”. Quando incontriamo gli altri, possiamo relazionarci a loro in modo distaccato, tipico dell’osservatore esterno e spiegare gli altri oggettivamente, oppure possiamo convogliarci con gli altri in una prospettiva in seconda persona, così da non essere più diretti al contenuto di una percezione e alla sua categorizzazione.
Un tema fondamentale del nuovo approccio all’intersoggettività proposto in questo libro è lo studio delle basi neurali della nostra capacità di essere connessi alle relazioni intenzionali degli altri. Attraverso la consonanza intenzionale, l’altro è molto più di un diverso sistema rappresentazionale: diventa un sé corporeo, come noi.
La simulazione incarnata degli scopi motori e delle intenzioni motorie
Per diversi decenni, lo studio neurofisiologico del sistema motorio corticale dei primati non umani si è concentrato principalmente sullo studio delle caratteristiche fisiche elementari del movimento, come forza, direzione ed ampiezza. Tuttavia, lo studio neurofisiologico della corteccia premotoria ventrale e della corteccia parietale posteriore delle scimmie macaco ha messo in evidenza che il sistema motorio corticale gioca un ruolo importante nella cognizione. In particolare, è stato dimostrato che il sistema motorio corticale è funzionalmente organizzato in termini di scopi motori. La parte più anteriore della corteccia premotoria ventrale della scimmia macaco, area F5, controlla i movimenti della mano e della bocca. La maggior parte dei neuroni di F5 è attiva durante atti motori, movimenti eseguiti per raggiungere uno scopo motorio come afferrare, strappare, tenere o manipolare oggetti. I neuroni motori dell’area F5 non codificano i parametri fisici del movimento, come la forza o la direzione, bensì la relazione tra l’agente e l’atto motorio. I neuroni F5 in realtà si attivano solo quando un particolare tipo di relazione effettore-oggetto viene eseguito fino a quando questa relazione porta ad uno stato diverso (per esempio impossessarsi di un pezzo di cibo).
Rispecchiare gli scopi motori e le intenzioni motorie degli altri: i neuroni specchio
Una seconda categoria di neuroni motori dell’area F5 è composta da neuroni multimodali che scaricano quando la scimmia osserva un’azione eseguita da un altro individuo o quando esegue la stessa o una simile azione. Questi neuroni sono stati denominati neuroni specchio. Neuroni con proprietà simili sono stati in seguito scoperti in una regione della corteccia parietale posteriore reciprocamente connessa all’area F5. Il principale elemento che innesca la risposta dei neuroni specchio durante l’esecuzione e l’osservazione di un’azione è l’interazione tra gli effettori del corpo dell’agente, come la mano o la bocca, e l’oggetto: i neuroni specchio nella scimmia non rispondono né durante l’osservazione di un oggetto da solo né alla vista di una mano che mima un’azione senza un obiettivo.
I neuroni specchio dell’area F5 rispondono all’esecuzione/osservazione di un atto motorio come l’afferrare, a prescindere dai movimenti eseguiti/osservati richiesti per raggiungere quello scopo. L’intensità della scarica dei neuroni specchio di F5 è significativamente più forte durante l’esecuzione dell’azione che durante l’osservazione dell’azione. Ciò suggerisce che il meccanismo specchio non è opaco al problema dell’agentività, ossia al problema di chi sia l’agente e di chi sia l’osservatore all’interno della relazione sociale diadica. Quindi i neuroni specchio consentirebbero una rappresentazione motoria e correlata allo scopo dell’azione percepita, che appare più ricca della mera descrizione visiva delle caratteristiche dell’azione stessa. Molto probabilmente, l’analisi pittorica, puramente visiva, da sola non basta a far comprendere che l’altro stia afferrando qualcosa con l’intenzione di farci qualcosa. Senza il riferimento alla conoscenza motoria interna dell’osservatore, mappata all’interno di circuiti corticali, la descrizione pittorica in terza persona risulta priva di significato esperienziale per l’individuo che osserva.
In un secondo studio è stato dimostrato anche che i neuroni specchio di F5 rispondono anche al suono prodotto dalle conseguenze dell’interazione intenzionale tra la mano di un altro individuo e un oggetto. Questa particolare classe di neuroni specchio di F5 (audiovisivi) risponde non solo quando la scimmia esegue e osserva un dato atto motorio della mano, ma anche quando ascolta il suono normalmente prodotto dallo stesso atto motorio. Questi neuroni non solo rispondono selettivamente al suono delle azioni, ma discriminano anche tra i suoni di azioni diverse. Un ulteriore passo è stato compiuto scoprendo che i neuroni specchio dell’area F5 e della corteccia parietale rispondono in maniera diversa ad atti motori identici. Dunque, gli studi precedentemente riassunti dimostrano che il meccanismo specchio esprime proprietà funzionali che potrebbero consentire alle scimmie di capire cosa stanno facendo gli altri e con quale intenzione motoria.
Shepherd e collaboratori hanno scoperto una classe di neuroni specchio nell’area intraparietale laterale (LIP), coinvolti nel controllo oculomotorio, che segnalavano sia quando la scimmia guardava in una certa direzione, sia quando osservava un’altra scimmia guardare nella stessa direzione. Shepherd e collaboratori hanno suggerito che tali neuroni potrebbero contribuire alla condivisione dell’attenzione osservata, giocando un ruolo nel comportamento imitativo.
Rispecchiare gli scopi motori e le intenzioni motorie degli altri: il meccanismo specchio nell'uomo
L’esistenza del meccanismo specchio è ora ampiamente riconosciuta anche nel cervello umano. L’osservazione dell’azione attiva aree premotorie e parietali posteriori, probabilmente omologhe a quelle della scimmia in cui sono stati originariamente descritti i neuroni specchio. Il meccanismo specchio per l’azione dell’uomo è grossolanamente organizzato a livello somatotopico; le stesse regioni premotorie e parietali posteriori normalmente attivate quando eseguiamo atti correlati alla bocca, alla mano e al piede vengono attivate anche quando osserviamo gli stessi atti motori eseguiti da altri.
È stato dimostrato che il meccanismo specchio è coinvolto nell’imitazione di movimenti semplici e nell’apprendimento per imitazione di capacità complesse, come imparare a suonare la chitarra. Il meccanismo specchio, inoltre, può offrire una spiegazione neurofisiologica di molti degli interessanti fenomeno descritti dai psicologi sociali, come l’effetto camaleonte, ossia la tendenza degli osservatori a mimare non consapevolmente le posture corporee, le espressioni e i comportamenti dei loro partner sociali. Tutti questi esempi di mimesi intersoggettiva non conscia condividono una natura prosociale, dal momento che la loro frequenza aumenta durante le interazioni con scopi affiliativi.
La presenza del meccanismo specchio, sia nei cervelli non umani sia umano, apre un nuovo scenario evoluzionistico che riconosce la cognizione motoria come elemento cardine per la comparsa dell’intersoggettività umana. Per capire le intenzioni motorie degli altri non abbiamo necessariamente bisogno di metarappresentarle in un formato proposizionale: gli scopi motori e le intenzioni motorie fanno parte di un vocabolario del sistema motorio. Il più delle volte non attribuiamo esplicitamente intenzioni agli altri, ma semplicemente le rileviamo. Quando assistiamo al comportamento degli altri, possiamo cogliere direttamente i loro contenuti motori intenzionali senza avere la necessità di metarappresentarli.
Il mondo condiviso delle emozioni e delle sensazioni
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