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La mente fenomenologica Gallagher e Zahavi

Capitolo 1 – Introduzione: filosofia della mente, scienze cognitive e fenomenologia

La parola fenomenologia si riferisce ad una tradizione filosofica europea costituita dalle opere di

Husserl, Heidegger, Merleau-Ponty, Sartre ecc. Il testo presenta una “ricostruzione ipersemplificata

degli ultimi cento anni” sia della filosofia, sia della psicologia.

Filosofia Psicologia (*)

Nel XIX secolo i dibattiti filosofici e psicologici che Tra la fine del XIX e il XX secolo l'interesse era sulla

avevano come oggetto la mente, si interessarono di spiegazione dell'esperienza cosciente e dei processi cognitivi

questioni come ad esempio la natura della coscienza, coinvolti nell'attenzione e memoria. L' Introspezione veniva

o la struttura intenzionale degli stati mentali, la usata come metodo di studio. Attorno al 1913 con Watson il

metodologia più adeguata allo studio della mente. focus diviene il comportamento in quanto osservabile e

James → si occupa dello sviluppo filosofico del misurabile. Il comportamentismo venne poi sostituito dal

pragmatismo americano cognitivismo per cui si torna all'interno della mente, sebbene

Frege e Russell → filosofia analitica questa volta vi sia la possibilità di avvalersi di modelli

Husserl → approccio alla coscienza e all'esperienza: computazionali.

fenomenologia. [È particolare notare però che Watson associa il metodo

Tra filosofia analitica e fenomenologia non v'è dialogo dell'introspezione a Wundt il quale però nella sua opera

e anzi l'atteggiamento abituale era “la completa originale la definisce inaffidabile. I cognitivisti inoltre

disattenzione” e “ostilità aperta”. dichiarano di compiere una rivoluzione ma in realtà è una

continuazione della logica del comportamentismo. ]

(*) La storia presentata è quella che tradizionalmente viene presentata nei manuali nonostante sia

distorta.

I filosofi analitici della mente credono che la fenomenologia sia introspezionista e, secondo loro,

essa era morta come metodo per comprendere l'esperienza. La maggior parte dei filosofi analitici

oggi adotta una qualche forma di naturalismo mentre i fenomenologici tendenzialmente adottano un

approccio non naturalistico o anche anti-naturalistico.

I filosofi della mente, quando il modello dominante divenne quello computazionale, offrirono alle

scienze della mente un contributo per ciò che riguarda i fondamenti teorici e le analisi concettuali.

Per molto tempo la fenomenologia venne messa da parte, l'unico a insistere sull'importanza rispetto

ai problemi trattati dall'intelligenza artificiale e scienze cognitive è stato Hubert Dreyfus. Il

computazionalismo oggi non è più dominante per tre ragioni:

– Alla fine degli anni '80 si comincia a parlare di coscienza nel contesto delle scienze

cognitive. Iniziati gli anni '90 inizia un dibattito attorno al problema difficile della

coscienza (Chalmers). Le questioni metodologiche portarono l'attenzione sulla

fenomenologia come approccio filosofico all'esperienza.

– Alla fine degli anni '90 si inizia a parlare di cognizione incarnata all'interno delle scienze

cognitive. Scienziati e filosofi come Varela, Rosch, Thompson, Damasio, Clark mossero

obiezioni sul dualismo mente-corpo. Le intuizioni del fenomenologo Merleau-Ponty offrono

esempi del modo in cui la fenomenologia può svolgere un ruolo significativo nelle scienze

cognitive.

– Il terzo sviluppo che ha dato nuovamente importanza alla fenomenologia all'interno del

discorso scientifico sono i risultati delle neuroscienze. Le tecniche di brain imaging infatti

non si limitano ad acquisire “fotografie del cervello” ma danno grande importanza

all'esperienza soggettiva del soggetto sperimentale. La fenomenologia si mostra utile proprio

perché si pone come metodo per considerare i modi soggettivi di descrivere l'esperienza

cosciente.

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La mente fenomenologica Gallagher e Zahavi

Che cosa è la fenomenologia? È un approccio filosofico nato con Husserl nei primi anni del XX.

Le intuizioni della fenomenologia ha ispirato alcuni approcci teorici come l'esistenzialismo e

l'ermeneutica. La fenomenologia ci chiede di prestare attenzione al fenomeno che oggetto di

indagine. Quindi le preoccupazioni metafisiche vengono intese un qualcosa che può degenerare in

astratto e perdere il contatto con l'esperienza.

“Tornare alle cosse stesse”, questo è il motto di Husserl per la fenomenologia intendendo che le

considerazioni della fenomenologia dovrebbero essere basate sul modo in cui le cose sono esperite e

non su preoccupazioni esterne che possono distorcere la realtà. In fenomenologia non si nega né

afferma che il cervello causi la coscienza, perché? Perché il cervello non viene preso in

considerazione dato che non è implicato nell'esperienza. O meglio, è implicato nell'esperienza ma

non in quella soggettiva dell'individuo che non si accorge di avere un cervello e quindi questo, non

essendo esperito, non fa parte dell'esperienza. La fenomenologia adotta una prospettiva in prima

persona, quindi per quanto riguarda la percezione, ad esempio, il fenomenologo è interessato al

significato che quella percezione ha sul soggetto. Lo scienziato cognitivo tipico invece utilizza un

approccio in terza persona per cui la percezione non verrà più spiegata come esperienza ma, ad

esempio, come processi cerebrali o meccanismi funzionali.

L'intenzionalità è un altro tema cardine della fenomenologia poiché è una caratteristica costante

della coscienza. Tutta la coscienza quindi è su o di qualcosa; vi è sempre un coinvolgimento e un

riferimento al mondo intendendo questo come comprendente l'ambiente fisico, sociale, culturale

ecc. La percezione non è la ricezione di informazioni a prevede un'interpretazione che cambia a

seconda del contesto. La percezione viene plasmata dall'esperienza,non nel senso di “aggiunta al

pensiero” ma nel senso che la percezione è dotata di significati e può essere resa più ricca dalle

circostanze e possibilità dell'esistenza corporea dell'individuo. Il modo in cui “vedo” l'oggetto è

caratterizzato dal contesto e dall'esperienza. Così posso vedere una tazza come un contenitore in cui

versare un liquido o come l'ultimo oggetto lasciatomi da un caro scomparso. È evidente che il

significato della percezione per il soggetto cambia enormemente tra le due situazioni a seconda del

contesto nonché dell'esperienza stessa. Si è soliti affermare che “la percezione ha un contenuto

rappresentazionale o concettuale”. Secondo gli autori questa affermazione non “riesce a restituire

del tutto la natura situata dell'esperienza percettiva. Forse, suggeriscono gli autori, sarebbe meglio

sostenere che l'oggetto ha delle funzioni, dei significati che percepisco come tali grazie alle sue

caratteristiche (dell'oggetto), alle mie caratteristiche e all'ambiente, al contesto.

Il corpo ci impone dei limiti. Per cui ogni oggetto che vediamo è percepito in modo frammentario

poiché non possiamo mai vederlo tutto nel suo insieme contemporaneamente. Questo fenomeno si

chiama incompletezza prospettica. Se voglio guardare un oggetto nel suo insieme dovrò

muovermi attorno ad esso o muovere l'oggetto in modo da vederne tutti i “lati”, essi non appaiono

come frammenti scollegati ma vengono sinteticamente integrati. L'incompletezza prospettica e il

processo sintetico oltre che allo spazio sono fenomeni strettamente legati al tempo. La percezione,

fenomenologicamente, ha caratteristiche gestaltiche. La percezione visiva, ad esempio, è tale per

cui se metto a fuoco qualcosa non faccio che sfocare il resto. Immaginiamo di guardare la nostra

mano. Se mettiamo a fuoco la mano, sfochiamo ciò che c'è dietro, lo sfondo. Se mettiamo a fuoco lo

sfondo non possiamo fare a meno di sfocare l'oggetto in evidenza e quindi la mano.

Il fenomenologo però non esclude il mondo dallo studio dell'esperienza, essa non appare come

puramente soggettiva ma anzi, come già detto prima, l'esperienza sempre vissuta da un individuo

che è nel mondo e che ha motivazioni e scopi. Nagel utilizza un'espressione semplice “l'effetto che

fa” per spiegare il modo in cui ci appare il mondo. Dunque la percezione ha alcune caratteristiche

costanti quali: intenzionalità, carattere gestaltico, incompletezza prospettica, carattere

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fenomenico temporale. La descrizione fenomenologica della percezione è molto diversa da una

spiegazioni che coinvolge processi cerebrali, aspetti funzionali, logica meccanicistica. La

fenomenologia cerca di comprendere e descrivere adeguatamente l'esperienza e la struttura di

questa. Ciò che non tenta di fare è ciò che tentano di fare spesso gli altri metodi ossia spiegare in

modo naturalistico cosa sia la percezione, la coscienza, la mente ecc.

il termine fenomenologia oggi è usato per designare una descrizione in prime persona dell'effetto

che fa l'esperienza. La fenomenologia cerca di essere critica e non dogmatica evita quindi pregiudizi

metafisici e teorici; ovviamente non si oppone ad essi e ovviamente alcune intuizioni sull'esperienza

hanno dato il via per lo sviluppo di teorie fenomenologiche.

Capitolo 2 – Metodologie

Nei dibattiti filosofici e scientifici sulla cognizione e sulla coscienza spesso si distinguono le

prospettive in prima persona da quelle in terza persona. Il problema mente-corpo (gap esplicativo

anche detto problema difficile) è stato definito dalle teorie tradizionali e contemporanee in modo

diverso e questo “modo” può essere ritrovato secondo proprio le prospettive della prima e della

terza persona. Sembra che l'oggettività scientifica richieda un approccio in terza persona. Ma perché

non adottare una prospettiva in prima perona dato che ne abbiamo accesso attraverso la nostra

esperienza? Perché potrebbe essere troppo soggettivo e non riuscirebbe, tale approccio, a generare

risultati scientifici. Ma se la scienza della coscienza in prima persona non può raggiungere risultati

scientifici sembra sia senza metodo e non serva a nulla. Se così fosse non esisterebbe alcuna scienza

della coscienza per sé poiché:

– la coscienza è intrinsecamente in prima persona

– la scienza accetta dati in terza persona

– i tentativi di spiegare in terza persona qualcosa che è in prima persona distorce l'oggetto.

Il destino dell'introspezione come metodo nelle scienze sperimentali della mente: Price e Aydede

sostengono che l'introspezione continua a essere usata nella scienza sperimentale perché i resoconti

verbali dei soggetti sui loro stati cognitivi sono assunti come evidenza per i modelli cognitivi

postulati Jack e Roepstorff sostengono che “L'osservazione introspettiva non è semplicemente una

caratteristica pervasiva delle nostre vie personali. Gli scienziati cognitivi usano questa fonte di

evidenza, informando con essa praticamente ogni stadio del loro lavoro.” Tutti i resoconti forniti

dai soggetti vertono sui loro stati cognitivi.

Essi non sono però introspettivi poiché non guardiamo all'interno di noi stessi per capire se stiamo

vivendo l'esperienza o ad esempio se, nel caso in cui ci venga chiesto di dire quando si accende una

luce (esperimento), vediamo la luce. Husserl ben spiega il fatto che siamo consapevoli di cosa

esperiamo senza introspezione. Abbiamo una sorta di consapevolezza implicita. La consapevolezza

di cui si parla è incorporata nell'esperienza come parte essenziale ed è ciò che fa sì che possiamo

definire l'esperienza, esperienza cosciente.

Sullo stesso ragionamento sembrerebbe che anche i resoconti sull'esperienza non siano

necessariamente introspettivi. . Quindi non è corretto il pensiero di Pierce e Aydede secondo cui le

esperienze coscienti sono accessibili solo attraverso l'introspezione. Ma i resoconti in prima persona

di questo tipo non sono davvero resoconti in prima persona, non sono introspettivi. Quando la

coscienza viene indagata si suppone che i dati in terza persona siano sull'esperienza, in questo senso

fMRI e PET non hanno nessun valore nello studio della coscienza se non in relazione all'esperienza

in prima persona del soggetto. L'interpretazione dei dati in terza persona richiede la conoscenza

di quella in prima persona.

L'explanandum, ossia la cosa da spiegare deve essere indagata prima proporre esplicazioni della

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cosa stessa. È opportuno allora chiedersi se siano affidabili i resoconti in terza persona. La risposta

è affermativa quando lo stimolo è molto maggiore alla soglia di percezione ma se è inferiore ad essa

non si può affermare con cert4ezza da cosa dipenda il resoconto poiché entrano in gioco altri

numerosi fattori soggettivi.

Dennett elabora quella che definisce eterofenomenologia. L'obiettivo è creare una teoria della

coscienza a partire dai risultati disponibili in terza persona. Il metodo

dell'eterofenomenologiaprevede che l'unico accesso alla fenomenologia sia attraverso la terza

persona e quini attraverso l'osservazione e interpretazione d dati osservabili. Si intende accedere

alla coscienza dall'esterno e quindi ciò che l'eterofenomenologo fa è intervistare i soggetti e

registrare i loro resoconti e comportamenti. L'interpretazione intenzionale, in caso di ambiguità, può

avvalersi del soggetto e quindi in caso di dubbio si può chiedere al soggetto e comporre il catalogo

di cose che il soggetto intende dire sulle sue esperienze coscienti. I resoconti sono i dati stessi e non

resoconti di dati. L'eterofenomenologia quindi studia i resoconti e non i fenomeni coscienti in sé.

L'atteggiamento che Dennett consiglia è neutrale. Perché? Secondo l'autore non bisogna indagare

sulla validità delle credenze del soggetto in modo da non pregiudicare l'indagine fenomenologica.

Inoltre talvolta alcune nostre credenze sugli stati coscienti sono false e alcuni processi psicologici

non consapevoli. L'eterofenomenologia non indaga neppure sulla natura del soggetto cosciente che

dunque potrebbe anche non essere tale (cosciente). La neutralità porta Dennett prima a mettere tra

parentesi la domanda per cui ci possa essere differenza tra soggetto cosciente e non (ad esempio

computer) per poi arrivare a negare tale differenze. Ovviamente ciò che si sostiene non è mica che

nessuno sia cosciente ma che la coscienza “non ha le proprietà fenomeniche in prima persona che

normalmente si pensa che abbia” (p. 28). ciò dipende non dalla non esistenza della coscienza ma

dalla non esistenza di una vera fenomenologia (secondo Dennett). Per questo motivo è impossibile

indagare il livello della prima persona. Ma come è possibile parlare della coscienza ignorando il

livello della prima persona? Non è forse vero che le interpretazioni dell'eterofenomneologo delle

esperienze del soggetto sperimentale si basano sull'esperienza in prima persona che lo scienziato fa?

L'atteggiamento intenzionale dello scienziato inoltre è costantemente contaminato dalla prospettiva

in prima persona, proprio come sostengono i già citati Jack e Roepstorff. Spesso non si pensa che le

spiegazioni oggettive in terza persona si basino su un atteggiamento originario di prima persona (il

riconoscimento delle esperienze a partire dalle proprie).

La fenomenologia ritiene possibile accostarsi alla coscienza scientificamente. È importante lasciare

andare i preconcetti come quelli dell'eterofenomnologia e riconoscere che gli eventi mentali non

sono entità a sé stanti ma vengono vissuti da qualcuno.

Metodo fenomenologico → Esso, tanto come quello scientifico naturale cerca di evitare

spiegazioni che siano soggettive o basate su pregiudizi. È importante notare due grandi differenze

Spiegazione soggettiva dell'esperienza ≠ spiegazione dell'esperienza soggettiva

Spiegazione oggettiva dell'esperienza ≠ comprendere l'esperienza soggettiva oggettivandola ed esaminandola in terza

persona

[La spiegazione soggettiva dell'esperienza si riferisce a come quell'esperienza viene vissuta dal

soggetto e quindi è una spiegazione in prima persona. La spiegazione dell'esperienza soggettiva può

essere intesa come in terza persona poiché indaga le strutture che caratterizzano l'esperienza

soggettiva.]

Soggettivo e oggettivo sono termini con significati diversi a seconda del contesto in cui sono usati.

L'oggettivo in scienza significa evitare pregiudizi e irrazionalità. Anche la fenomenologia mantiene

un carattere oggettivo in questo senso. Spesso però la fenomenologia è stata confusa con

l'introspezione. Ci si può dunque chiedere

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La mente fenomenologica Gallagher e Zahavi

La fenomenologia coincide con essa? Il termine fenomenologia è stato usato e ancora oggi lo si usa

come “descrizione diretta della coscienza basata sull'introspezione” (p. 32). Quindi si potrebbe

considerare la fenomenologia come una forma di psicologia o di introspezionismo. Proprio su

quest'ultimo punto si muove la critica d Dennett per cui la fenomenologia usa una metodologia

introspezionista inaffidabile. Sembra che il problema della fenomenologia riguardi la raccolta di

dati (Metzinger), l'accesso in prima persona al contenuto fenomenico non soddisfa, a detta di questi

autori, i criteri propri del concetto di dato. Husserl critica lo psicologismo e difende l'irriducibilità

della logica, egli non usa l'introspezione ma le discussioni e dispute filosofiche. Quindi anche il

metodo fenomenologico

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/01 Psicologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ManuPind di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia delle relazioni interpersonali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Padova o del prof Armezzani Maria.
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