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Il counselling: uno sguardo al futuro

Ci sono tre principali ragioni alla base dell'idea di dar vita a un network universitario italiano per il counselling:

  • Crisi economica: ha investito anche le professioni di tipo psicologico, per cui è necessario ripensare i modelli tradizionali, non più adatti a rispondere alle richieste attuali. Inoltre il counselling potrebbe rappresentare un ambito professionale vantaggioso e privilegiato per gli psicologi; un tipo diverso di counselling basato su interventi a basso costo, in particolar modo di piccolo e grande gruppo, brevi ma efficaci.
  • Natura accademica: è sempre più evidente la necessità di attenzione intorno alle questioni della certificazione delle competenze e della formazione in materia di counselling.
  • Legge 4/13: l’emanazione di questa legge riguarda le associazioni di natura privatistica e interessa anche l’ambito del counselling, trattandosi di una professione priva di ordine e collegio di riferimento, che offre servizi a terzi. La legge affida alle associazioni i compiti di individuare i titoli necessari, vigilare sul costante aggiornamento e sulla formazione continua degli iscritti, valorizzare le competenze degli iscritti.

Punti di forza del counselling

  • Possibilità di fornire interventi personalizzati che valorizzino l’individualità.
  • Possibilità di modelli non tradizionali e più adeguati rispetto alle necessità e alle richieste attuali; l’attenzione viene posta in particolare su dimensioni significative nell’ambito della costruzione professionale quali l’adaptability, la resilienza, l’auto-determinazione, oltre che su punti di forza tra cui la speranza.
  • Possibilità di fornire strumenti utili alla gestione della complessità e alla promozione dell’employability e dell’intraprendenza.
  • La consapevolezza che l’orientamento e il career counselling permettono di aiutare le persone nell’individuazione e nella pianificazione di obiettivi.

Punti di debolezza

  • Necessità di assumere un’ottica multidisciplinare per riuscire a comprendere meglio la complessità attuale.
  • L’innovazione auspicata richiede la progettazione e l’implementazione di particolari interventi a un costo minore, ma egualmente efficaci, oltre che la possibilità di raggiungere svariati ambienti e di prediligere il lavoro con piccoli e grandi gruppi.

Le radici internazionali della psicologia applicata: counseling e consulting psychologists

Le fonti collocano la nascita del counseling negli Stati Uniti, nel passaggio tra XIX e XX secolo; si parla della professione del counselor in termini piuttosto vaghi. Viene esercitata da diversi professionisti ed è volta soprattutto a fornire consigli e indicazioni. In queste fonti sembra che le origini del counseling risalgano a un periodo più lontano, e in particolare all’epoca della rivoluzione industriale nordamericana, e alle relative necessità del tempo di migliorare le condizioni di vita di quanti erano colpiti dagli effetti più negativi della rivoluzione industriale. Coloro i quali praticavano il counseling erano piuttosto insegnanti e riformatori sociali. Si possono individuare tre principali precursori in materia di counseling, tra cui Parsons, Davis e Beers.

Parsons viene ricordato come il fondatore dell’orientamento; secondo la sua visione la vocazione della persona dipenderebbe dalla relazione tra conoscenza del lavoro, conoscenza di sé e relativo abbinamento attraverso un vero ragionamento. Davis viene ricordato come il primo a creare un programma di orientamento di tipo scolastico. Infine, Beers è noto come il precursore di un tipo specifico di counseling nell’ambito della salute mentale.

Si parla di una seconda nascita della psicologia quando si fa riferimento alle origini della psicologia applicata, in un certo senso distinta dalla psicologia prettamente teorica, generalmente considerata come il nucleo di base della psicologia, che viene rintracciata nell’opera di svariati studiosi tra cui Wundt. Pare che il livello più applicativo della psicologia sia nato nel contesto nordamericano di fine ‘800. In particolare, negli Stati Uniti è possibile rintracciare la diffusione di molteplici figure professionali in ambito psicologico, tra cui: consulting psychologists, counselors, psicologi dell’orientamento, psicologi clinici, psicoterapeuti, psicologi scolastici e del lavoro.

In Italia, ad esempio, a quel tempo non esisteva una figura ben definita paragonabile a quella del counselor o del consulting psychologist; si poteva parlare per lo più di un limitato movimento di testing, utilizzato da medici e maestri. Una particolare figura tra quelle accennate è quella del consulting psychologist, di cui troviamo alcuni cenni nel lavoro di Seashore. Seashore ne parla in maniera vaga, ma descrive gli ambiti di intervento dei consulting psychologists, tra cui: patologia mentale, istruzione, ambito professionale ed eugenetica. Tuttavia, l’anno successivo Seashore propone la sostituzione di tale figura con quella dei tecnici pratici in psicologia applicata, che andrebbero chiamati semplicemente “psicologi”. A partire da Seashore, diversi studiosi concentreranno la propria attenzione sulla necessità di figure di tecnici pratici in psicologia applicata, se non veri e propri psicologi.

Geissler, ad esempio, proporrà la progettazione di vari livelli di formazione, tra cui quello del master, del dottorato e del baccalaureato. Nonostante l’obiettivo difficilmente realizzabile di Geissler, è evidente l’interesse per l’ambito della formazione e della certificazione nell’ambito della psicologia applicata. Da allora diversi studiosi integreranno o modificheranno la proposta di Geissler. In particolare, Leta Hollingworth suggerirà di valutare l’idea della creazione di un nuovo titolo professionale: quello di dottore in Psicologia. Il lavoro di certificazione degli standard verrà proseguito per una serie di anni, fino a che sarà abbandonato dall’APA nel 1927.

In conclusione, possiamo affermare che si è trattato di uno sforzo creativo storicamente importante, che ha tentato di conferire alle figure dei counselors, dei consulting psychologists, degli psicologi clinici, ecc. una certa importanza. Negli Stati Uniti coesistono tuttora figure di counseling, clinical e consulting psychologists. Da tale epoca nascono comunque molteplici figure professionali in ambito psicologico, benché il lavoro di documentazione debba essere ancora sviluppato.

Aspetti etico-giuridici nella comunicazione della diagnosi e nella determinazione del percorso di cura

Il rispetto della dignità umana della persona è alla base dell’ordinamento giuridico interno oltre che delle leggi condivise a livello di diritto internazionale. Si tratta di un diritto irrinunciabile, che implica un sostrato etico comune in termini di diritto internazionale. Da un punto di vista della creazione di un quadro generale di tutela dei diritti dell’uomo, possiamo affermare che le origini risalgono all’emanazione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948: dichiarazione dell’Onu.

Un principio fondamentale dell’approccio etico alle cure mediche, oltre che in termini giuridici, è quello del consenso (al percorso di diagnosi e cura proposto dal medico). Quest’ultimo rappresenta un presupposto fondamentale alla base dell’intervento di cura, che consiste, quindi, nell’adesione volontaria e consapevole del paziente, o della famiglia in caso di minore età, al percorso di diagnosi e cura. In ambito pediatrico non possono non essere implicati tre interlocutori tra loro in relazione: la triade medico – bambino – genitore. La responsabilità in termini di adesione al percorso di cura è in tal senso nelle mani dei genitori. Tuttavia, non bisogna dimenticare il cosiddetto principio del superiore interesse del minore, in base al quale il presupposto della responsabilità genitoriale può essere compresso alla luce di particolari situazioni, solo con decisione dell’autorità giudiziaria. Inoltre va chiaramente considerata la comunicazione e la condivisione del percorso di diagnosi e cura al minore, nel caso in cui sia capace di discernimento, a prescindere dall’incapacità giuridica.

Anche la cosiddetta Convenzione di Oviedo conferisce un’importanza fondamentale alle questioni del consenso e del superiore interesse del minore. Tale convenzione ha un’indiretta influenza sull’ordinamento giuridico italiano poiché viene utilizzata come riferimento nell’interpretazione delle norme CEDU. L’Italia partecipa appunto alla CEDU (Corte EDU). La convenzione di Oviedo, e più in generale le leggi che regolano la tutela dei diritti a livello internazionale, presuppongono una certa continuità di fondo tra i vari paesi in merito alle questioni fondamentali relative alla vita, alla sua dignità e alla sua fine. Si cerca in tal senso di far emergere un minimo comune denominatore alla base dei contesti etico-normativi caratteristici dei vari ordinamenti giuridici.

Ci sono dei casi critici e particolari in cui, sulla base della decisione giudiziaria, è possibile far prevalere il superiore interesse del minore alla decisione presa dei genitori. Due casi cruciali in tal senso sono i seguenti:

  • I genitori del fanciullo o del minore con disabilità potrebbero opporsi a una proposta di cura benefica, da parte del medico. In tal caso si cercherà di convincere il minore giovane adulto della proposta terapeutica. Se ciò dovesse risultare impraticabile, l’unica via percorribile è quella del convincimento dei genitori e del minore.
  • I genitori potrebbero richiedere un intervento, non necessario secondo il parere medico. Anche in tal caso la situazione si risolverà con la decisione da parte dell’equipe medica. Tuttavia, non va dimenticato che in ogni caso la comunicazione con la famiglia dovrà essere aperta e bidirezionale, piuttosto che unidirezionale. Una comunicazione unidirezionale potrebbe anche spingere ulteriormente la famiglia verso una chiusura.

La comunicazione del percorso di diagnosi e cura ha caratteristiche strettamente peculiari nel caso del neonato con prognosi incerta quoad vitam. In tal caso va innanzitutto garantita la presenza di un centro relazionale affettivo e sociale che possa accogliere il piccolo, con la consapevolezza del particolare stato critico del bambino. Inoltre bisogna considerare e rendere la famiglia consapevole del fatto che il bambino è innanzitutto affetto da grave compromissione neurologica. È fondamentale considerare il diritto ad una vita dignitosa e alla salute, anche psichica, dei genitori del minore e dei potenziali fratelli e sorelle, oltre che del bambino in questione. Il contesto dialogico non può che essere bidirezionale e rispettoso dei genitori del bambino, evitando un contesto unidirezionale, che potrebbe spingere la famiglia a una completa chiusura oppure all’allinearsi in maniera passiva alla proposta medica. Ove sarà necessario, è possibile richiedere l’intervento di mediazione da parte del Comitato etico per la pratica clinica, in modo tale che quest’ultimo possa aiutare curanti e familiari nella comunicazione e condivisione dell’oggettiva indeterminatezza della situazione oltre che nell’appropriatezza o meno di una certa cura.

La metodologia del counseling empowerment oriented

Con il colloquio di counseling empowerment oriented si fa riferimento a un particolare tipo di colloquio orientato allo sviluppo e alla promozione delle possibilità della persona. La metodologia utilizzata è quella del self empowerment. I principali obiettivi del colloquio sono:

  • Intravedere nuove possibilità (possibilitazione e multipossibilità)
  • Recupero di risorse interne e ricerca di risorse esterne
  • Mobilitazione dell’energia desiderante
  • Depotenziamento dei problemi storici soggettivi
  • Sviluppo di una visione positiva; di pensabilità positiva del sé
  • Sviluppo del senso di gestione sulla propria vita
  • Mettere in azione (sperimentazione)

Mentre in altri approcci il clinico o il counselor tende a concentrarsi sulle problematiche, sul disagio e quindi sui malfunzionamenti, in questo caso il counselor pone attenzione a ciò che funziona, ai punti di forza e alle risorse della persona, in vista del loro sviluppo o del loro incremento. In altri approcci si tende a parlare di cambiamento, mentre nel contesto della metodologia del self empowerment non si intende far cambiare la persona, bensì far sì che rimanga così com’è, ricercando nuove possibilità e mettendo in azione l’Altro. Nel 2013 Buscaglioni e Cavalieri hanno costruito e implementato uno strumento di valutazione al fine di individuare i cosiddetti motori del Self Empowerment:

  • Possibilitazione (aprire nuove possibilità)
  • Multipossibilità
  • Protagonismo sulla gestione della propria vita
  • Costruzione di pensabilità positiva del self
  • Recupero di nuove risorse personali
  • Ricerca di risorse personali esterne
  • Depotenziamento dei problemi storici soggettivi
  • Mobilitazione dell’energia desiderante
  • Sperimentazione

Fasi del colloquio del self empowerment

  • Inizio e incipit: si comunicano le linee guida del colloquio e si prendono molti appunti, in particolare ponendo attenzione agli aspetti più importanti che potranno essere ripresi nella fase di interazione e costruzione.
  • Durante la fase di ascolto è molto importante rimanere in ascolto silente, osservando e individuando soprattutto i possibili motori del self empowerment.
  • Il segnale di comunicazione generativa: in questa fase il counselor cerca di portare il colloquio verso una possibilità trasformativa e generativa, sorprendendo il cliente attraverso una comunicazione incisiva in grado di rompere un circolo vizioso, oppure attraverso affermazioni o domande provocatorie capaci di stimolare la persona ad esserci.
  • Fase interattiva delle domande e di possibilitazione: mentre nella fase di ascolto vi è un ascolto silente, in questo caso l’intervento del counselor è molto più direttivo e intenzionale, finalizzato all’esplorazione volontaria di alcune aree attraverso precise domande. Questa fase include anche la mobilitazione dell’energia desiderante, la costruzione di una nuova pensabilità positiva del self, il depotenziamento di problemi storici soggettivi, il recupero di risorse interne e la ricerca di risorse esterne. Attraverso il depotenziamento di problemi storici soggettivi, questi ultimi non vengono semplicemente elusi, bensì non si affrontano in maniera diretta, potenziando, invece, i motori del self empowerment, quindi risorse e punti di forza della persona.
  • Sperimentazione: si può parlare di una sperimentazione più concreta e di una simbolica e analogica. La prima è una messa in azione vera e propria, direttamente connessa alla tematica sulla quale lavorare, mentre la seconda ha a che fare con analogie psicologiche comportamentali ed emotive, connesse alla tematica in questione. Quindi, la sperimentazione rappresenta sia un motore del self empowerment, sia una fase del colloquio.

I mixed methods research nel counseling e nell’orientamento

Quando parliamo di psicologia, il panorama scientifico propone da sempre la dicotomia tra metodi qualitativi e metodi quantitativi. Circa dieci anni fa Hanson e collaboratori hanno proposto la rassegna “Mixed methods research designs in counseling psychology”, proponendo l’interazione tra una valutazione più oggettiva e quantitativa e metodi qualitativi. Le procedure qualitative favorirebbero: lo sviluppo di una visione complessa in merito al mondo degli intervistati; l’attenzione verso i significati soggettivi; una realtà dinamica, un continuo flusso di eventi. Le procedure qualitative, infatti, se rispondono a criteri strutturati e sistematici di riferimento, consentono di raggiungere risultati tutt’altro che arbitrari e improvvisati. I cosiddetti “mixed methods” stanno configurandosi come il terzo movimento metodologico, avviando un processo di integrazione e stimolando la piena attuazione del modello biopsicosociale, con particolare riferimento agli ambiti del career counseling, del counseling psicologico, e dell’orientamento scolastico e professionale.

Il counselling come setting riflessivo

Nel corso degli anni sono stati elaborati molteplici modelli di riflessività, e nonostante le differenze è possibile identificare degli aspetti in comune:

  • Il processo riflessivo ha origine in risposta ad un evento critico, che rompe la continuità precedente rispetto al proprio sistema di sense-making che non riesce più a favorire l’adattamento dell’individuo alla variabilità ambientale.

Nell’ambito del counselling riflessivo, la narrazione si configura come strumento privilegiato, che consente una maggiore consapevolezza di se stessi e degli altri, favorendo così lo sviluppo della riflessività. Il counsellor, dunque, funge da mediatore per l’attivazione dei processi riflessivi: possiamo parlare della figura del counsellor come specchio riflettente creativo, che co-costruisce significati con il cliente. Ciò avviene sia nel setting individuale sia nel setting gruppale, in cui il gruppo stesso funge da dispositivo riflessivo, mentre ciascun membro del gruppo si configura come specchio riflettente che elabora, amplia, riflette quanto messo in circolo all’interno del gruppo.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher laroccamarianna di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Il counseling riabilitativo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Padova o del prof Sgaramella Teresa Maria.
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