L’insegnante-maestro
Maestro/magister= in Italia è colui che si occupa dei bambini (scuola dell’infanzia o primaria)
Professore= colui che è esperto di una disciplina (scuola secondaria)
Docente= colui che è specializzato in un ramo di una disciplina (università)
Insegnante= raduna tutte e tre le figure che si occupano dell’educazione formale dei bambini e non
La rilevanza sociale di queste figure, nell’ordine in cui le ho scritte, è in crescendo: più cresce la
specializzazione scientifica di un insegnante più si è percepiti come importanti socialmente →
queste percezioni dipendono dalla storia culturale del paese in cui ci si trova → in tutti i paesi però
l’insegnante si occupa di educazione, indica una strada, accompagna
io preferisco il termine maestro perché è colui che indica la strada senza spingerci, ma
incoraggiandoci, come “maestro Gesù faceva con i suoi discepoli”→ egli aiuta gli alunni a entrare
in contatto con la realtà, ad assaporarla e a leggera→ studiare originariamente significava rendere
la realtà intelligibile ed interpretabile → per riuscirci bisogna scovare le competenze (capacità di
orchestrare le proprie risorse per affrontare situazioni nuove e problematiche) fra i tanti argomenti
che le discipline propongono e “farle proprie” → lo studente che studia mobilita le competenze per
leggere, costruire, riflettere, interpretare la realtà
“La pratica dell’insegnamento deve mantenere vivo il rapporto erotico del soggetto con il sapere,
perché erotico è sinonimo di vitale, fondante. L’alunno dovrebbe innamorarsi del sapere,
desiderarlo, fargli la corte”
La scuola ha bisogno di maestri che facciano superare la dicotomia tra saperi formali e informali,
fra competenze disciplinari e trasversali, fra saperi stabili e fluidi
L’insegnante che insegna e impara
L’insegnante deve avere un forte impulso motivazionale, ma da solo non basta: egli deve fare
ricerca e studiare.
Esistono:
-Insegnante idealista= colui che è desideroso di cambiare, non vuole lasciare indietro nessuno,
vuole coinvolgere i colleghi
-Insegnante disilluso= colui che è amareggiato, avvilito, frustrato, ritiene di non aver più nulla da
dire ai suoi alunni e ai colleghi
I protagonisti delle innovazioni didattiche si stagliano tra il continuum caratterizzato da questi due
estremi, diffondendo “best-practices” da insegnante a insegnante
La tecnica del “microteaching” (plan, teach, observe, re-plan, re-teach, re-observe) serve
all’insegnante ad imparare a piccoli passi quali strategie sia meglio usare in dati contesti cogliendo
i feed-back dall’osservazione e riflettendoci sopra → l’insegnante che insegna deve anche
imparare e per farlo deve riflettere sul proprio insegnamento ed apprendimento
L’insegnante che impara sperimentando e facendo ricerca
Inizialmente la formazione dei docenti era affidata a loro stessi (autoformazione) ed era centrata
sui contenuti disciplinari
Ora alcuni insegnanti vengono mossi dall’istinto di avere informazioni aggiornate sui contenuti
disciplinari, altri sulle tecniche di insegnamento e di apprendimento più efficaci: entrambi partono
dalle situazioni che vedono accadere in aula
Purtroppo le tecniche di formazione degli insegnanti condotte negli ultimi decenni hanno avuto una
scarsa incidenza sul cambiamento didattico in classe → è quindi il caso di formare gli insegnanti
con modelli che alternino teoria, pratica e riflessione (riflessione necessaria in quanto le situazioni
didattiche sono uniche e imprevedibili, non possono quindi essere manipolate con schemi
prestabiliti fissi, ci vuole variabilità)
Imparare fra azione, formazione e collaborazione
La ricerca-azione
Lewin nel 1946 parlò di tale ricerca per ambiti legati alla società (migrazione, urbanizzazione…),
poi giunse più tardi all’ambito educativo
Negli anni ’80 si svolgeva in tre fasi:
1. analisi del problema
2. definizione di un percorso di ricerca
3. raccolta dei dati per vedere se il problema è stato risolto
l’insegnante spesso fa ricerca ma è anche in ricerca; è difficile scindere il sé personale
dell’insegnante con il sé professionale → l’insegnante anche senza accorgersene in classe fa
ricerche continuamente raccogliendo dati, annotando, producendo giudizi…
Negli anni ’90 si svolge in:
1. individuazione del problema
2. diagnosi e analisi di esso
3. generazione di strategie di azione
4. raccolta di dati per vedere se le strategie hanno funzionato
la ricerca-azione è quindi un valido strumento di sperimentazione in itinere che consente
all’insegnante di sviluppare la consapevolezza sulle azioni didattiche documentando e analizzando
informazioni sulle strategie, ma implica l’utilizzo di molte risorse (tempo, denaro) e presenta alcuni
limiti nella raccolta delle informazioni in quanto il contesto è molto eterogeneo e imprevedibile
La ricerca-formazione e la ricerca-collaborativa
La ricerca-formazione prevede una riflessione sull’azione, come la ricerca-azione, ma
accompagnata dalle riflessioni sulle decisioni prese in classe e sulle motivazioni che fanno
prendere tali decisioni. È perciò uno strumento di sviluppo professionale che vuole aiutare
l’insegnante a comprendere i propri modelli di riferimento espliciti ed impliciti partendo da un
approccio interrogativo della realtà attraverso la formazione e l’azione orientata.
La ricerca-collaborativa consiste in uno scambio di expertise tra insegnanti e ricercatori al fine di
portare gli insegnanti ad agire in modo più efficace e a migliorare il proprio insegnamento e portare
i ricercatori a individuare le occorrenze in modo da costruire dei modelli replicabili. Le fasi sono:
co-situare un obiettivo (un problema didattico significativo), co-operare, co-produrre analisi dei dati.
I suoi limiti sono il tempo, il denaro, la difficoltà di restituzione della raccolta dati essendo raccolti
sia dalla comunità dei ricercatori che da quella degli insegnanti
La formazione partecipata
Di solito la scuola contatta un formatore/ricercatore e gli chiede di costruire un percorso di
formazione su determinate tematiche ritenute importanti dalla scuola per il suo sviluppo. Gli
insegnanti discutono con il formatore le loro idee su come realizzare questi processi innovativi su
tali tematiche, esplicitano le loro conoscenze acquisite con la pratica professionale e le loro
osservazioni→ la chiave per questo percorso formativo diventa la loro esperienza professionale,
che il formatore/ricercatore porterà a una produzione e condivisione di significati al fine di produrre
nuovi apprendimenti professionali sulle tematiche da loro richieste
Apprendere nelle organizzazioni
La scuola è un’organizzazione, è un sistema sociale complesso che apprende conoscenze
continuamente, le trasforma e le esporta → l’insegnante ha un ruolo fondamentale in questa
organizzazione perché le sue esperienze contribuiscono ad arricchire il patrimonio comune
dell’organizzazione-scuola
Quando un insegnante individua una strategia che ritiene particolarmente efficace tenda a
formalizzarla nella propria progettazione e la ripete più volte, condivide con i colleghi la sua
esperienza rendendola patrimonio comune: questo è l’apprendimento nell’organizzazione scuola
I formatori aiutano questo processo rendendo la scuola una “learning organization”,
un’organizzazione che apprende→ l’apprendimento dell’insegnante così non è più “top-down” ma
diventa “bottom-up” provenendo dall’azione sul campo in classe
La scuola come organizzazione apprende solo se gli insegnanti apprendono: sviluppo
organizzativo e professionale sono complementari.
Lo sviluppo organizzativo non serve a raggiungere un obiettivo ma diventa espressione di una
scelta progettuale collegiale
Pratiche riflessive ovvero l’apprendimento adulto
“L’apprendimento è l’espressione della nostra capacità di esplicitare, schematizzare, interiorizzare,
ricordare, validare, agire qualche aspetto del nostro rapporto con l’ambiente, con l’altro e con noi
stessi”→ va quindi considerato al plurale: i saperi dell’insegnante sono i saperi da insegnare
(discipline), i saperi per insegnare (frutti della ricerca metodologica-didattica), i saperi
sull’insegnamento (procedure pragmatiche derivanti dall’azione), i saperi della pratica (credenze
derivanti dall’esperienza)→ questi saperi devono essere interrelati da una riflessione
La riflessione, che non deve essere occasionale, è un processo di ricerca personale e collettiva,
che è bene co-esplicitare (insegnante propone situazione didattica e la analizza, i colleghi
propongono situazioni similari e ne discutono, il ricercatore registra, la registrazione viene
riascoltata dagli insegnanti, la registrazione viene commentata da tutti) per far emergere le
riflessioni insieme ai colleghi e ai ricercatori→ fa passare da un pensiero in atto alla
coscientizzazione delle proprie attività
Strategie per la formazione
Le strategie di formazione dovrebbe far alternare teoria e pratica; il ricercatore/formatore si
dovrebbe porre come guida per gli insegnanti facendo compiere azioni didattiche in aula e
facendoli riflettere sulla pratica (usando questionari, diari, discussioni orali…): lo scopo è la
concettualizzazione dell’azione e il fornire strumenti in modo da far aumentare la possibilità che gli
insegnanti scelgano intenzionalmente di utilizzare le strategie imparata
Il coaching e l’accompagnamento
È una strategia formativa in cui c’è il coach, un facilitatore qualificato, che ascolta, pone domande,
aiuta e accompagna gli insegnanti nell’ individuare la soluzione più favorevole, compiendo una
destrutturazione delle pratiche attuate in classe al fine di avviare una ristrutturazione didattica
consapevole e mirata: è sia esperto che tutor
Il coaching è un intervento che serve a far migliorare l’azione nel proprio contesto professionale, in
questo caso a migliorare gli apprendimenti degli studenti, a sviluppare strategie innovative, a
risolvere problemi della classe: è un apprendimento per partecipazione guidata agita, non subita
Vantaggi: vengono esplicitati alcuni passaggi chiave della didattica come la comunicazione, la
gestione della classe, la valutazione, la progettazione
Limiti: tempo e risorse
Le fasi della formazione
Microteaching tradizionale= si sceglie la strategia da usare in classe (es.cooperative learning), la
lezione viene progettata e agita (20 min), l’insegnante viene osservato e videoregistrato, si discute
sull’andamento della lezione con gli osservatori (possono essere più colleghi o il solo formatore)→
plan, teach, observe, re-plan, re-teach, re-observe
I fattori e le diverse modalità di realizzazione di un percorso formativo
La scansione ottimale presentata nel paragrafo precedente ovviamente può essere modificata in
base al contesto
Il formato conferenza nei percorsi formativi è utile solo se c’è l’opportunità di ascoltare un relatore
esperto e significativo, ma non prevede di monitorare l’azione degli insegnanti in classe
Fare incontri periodici consente un maggiore feedback tra insegnanti e formatore
Il microlearning dell’insegnante perciò non è micro perché è piccolo e insignificante, ma è micro
perché parte dal semplice e significativo e diventa via via sempre più complesso, facendo usare
strategie innovative non solo per lo sviluppo delle competenze trasversali degli alunni ma anche
per quelle disciplinari
La prospettiva della ricerca-innovazione
Come capire se i percorsi formativi hanno funzionato e hanno ricadute sulle azioni didattiche degli
insegnanti? Con auto-osservazione con video, etero-osservazione con video, focus group a
posteriori, inteviste…
In una ricerca-innovazione gli insegnanti e ricercatori introducono nell’organizzazione scuola
elementi innovativi che fanno ottenere alla scuola un più alto livello di prestazioni del sistema
L’innovazione, a differenza del cambiamento, va progettata→ dal triangolo ricerca-fformazione-
innovazione scaturiscono innovazioni come: cambiamenti materiali (es.tecnologie digitali),
cambiamenti su metodologie e strategie didattiche, cambiamenti relazionali (es.fra insegnanti e
genitori o fra soli insegnanti).
Passi: proposta dell’innovazione da inserire nell’organizzazione scuola, discussione tra insegnanti
e ricercatore su come adattarla al contesto specifico, applicazione pratica dell’innovazione e
rilevazione dati, riflessione
Progettare fra aula, scuola e territorio
Nel corso degli anni 60,70,80 la scuola ha iniziato a progettare e a volgere il proprio sguardo verso
il territorio, si parlava di ‘’continuità didattica ed educativa’’.
Ci si rendeva conto che fosse giunto il momento di attenuare gli scalini che separavano gli ordini
scolastici italiani (scuola elementare, scuola media, scuola superiore) attraverso un processo
chiamato continuità verticale, che ha portato alla creazione degli istituti comprensivi (nati con la
legge 97 del 1994) essi riunivano in un unico istituto gli ordini della scuola materna, della scuola
elementare e della scuola media, riunendo i bambini dai 2-3 anni fino ai 15-16 anni.
Difficoltà: gli insegnanti, provenienti da ordini di scuola che, difficilmente riuscivano a dialogare,
faticavano a trovare punti in comune e a condividere un percorso educativo. Il nodo problematico
era rappresentato da una programmazione che potesse ricoprire un arco di vita dai 3 anni ai 14
anni→ alla primaria ancora oggi si percepiscono gli obiettivi trasversali come preminenti rispetto a
quelli disciplinari, alle medie è il contrario→ negli anni si è cercato di costruire un curricolo verticale
che eliminasse l’antagonismo tra queste due competenze: oggi, con la progettazione per
competenze e il recente PTOF si prosegue questo percorso.
Il mondo della scuola si è anche aperto al territorio attraverso la continuità orizzontale: la scuola ha
progressivamente riconosciuto gli ambienti extrascolastici come portatori di potenzialità
educative→ qualsiasi luogo può essere educativo e formativo (es.strada)→ Il termine extrascuola
rimandava a un contesto/ambiente che assomiglia alla scuola e che possiede qualche aspetto
educativo, ma non lo rappresenta nella sua pienezza: la scuola rimaneva al centro.
Oggi, qualunque insegnante sa benissimo che le agenzie educative si sono moltiplicate e che se
nel passato la maggior parte delle informazioni e azioni passava e venivano gestite dalla scuola,
ora un bambino può raggiungere informazioni e svolgere azioni educative in molti contesti e
attraverso molti percorsi→ la differenza tra scuola ed extrascuola non ha più senso. E’ molto più
entusiasmante parlare di un territorio educativo dove operano molte agenzie educative musei,
biblioteche, strade, ludoteche, centri estivi, aziende sanitarie ecc : la scuola è una di esse, alla
quale è stato affidato il compito fondamentale dell’educazione e dell’istruzione dei giovani, ma tale
compito ha senso solo se viene svolto in continuità orizzontale con gli altri enti educativi→ la
continuità orizzontale si realizza definitivamente quando la comunità riesce a far interagire
efficacemente le strutture educative e farle muovere in funzione dell’obiettivo prioritario di far
crescere la società libera.
Con l’autonomia delle istituzioni scolastiche, 1997, il POF esplicita la progettazione curricolare,
extracurricolare, educativa e organizzativa, richiamando esplicitamente uno sviluppo ampio di
apprendimento che avviene anche sul territorio→ tale passaggio dalla programmazione alla
progettazione non è solo dovuto a esigenze organizzative o tecniche, ma anche culturali.
La programmazione tendeva a essere rigida e ben stabilita. la progettazione è aperta ai progetti
sul territorio e prevede attività ben differenziate: l’attività in aula deve connettersi in qualche modo
con il territorio.
Progettare l’aula oggi non basta più: L’aula si espande e il territorio vive nella scuola. Queste sfide
presenti nei documenti delle indicazioni nazionali necessitano di spazi e tempi.
L’aula, la scuola e il territorio diventano l’espressione di un percorso educativo che si snoda in
contesti differenziati ma uniti dall’idea aperta di conoscenza e di sapere che non si limita
all’informazione, ma all’elaborazione e alla costruzione di essa
Progettare l’educazione dentro e fuori dall’aula
Per decenni la scuola è stata percorsa dal dibattito rappresentato dal binomio: educazione vs.
istruzione.
Da un lato vi erano i difensori dell’educazione: la scuola deve occuparsi degli aspetti formativi e del
processo di crescita del ragazzo mentre gli aspetti disciplinari sono secondari. Dall’altro i
sostenitori dell’istruzione sottolineavano l’importanza dei prodotti dell’apprendimento che
denotavano il possesso delle informazioni necessarie per affrontare il mondo.
Queste due visioni hanno generato idee di scuola orientate agli aspetti trasversali ”o” agli aspetti
disciplinari. Al giorno d’oggi questa opposizione risulta stantia e dannosa: nei percorsi educativi
occorre incorporare attività embedded. Sono importanti sia il percorso che gli esiti: il primo senza il
secondo rischia di rimanere sterile, il secondo senza il primo rischia di essere asciutto e di non far
capire come si è arrivati agli esiti. Il percorso e gli esiti si significano a vicenda.
‘’ nessuna esperienza vive e muore per se stessa. Ogni esperienza continua a vivere nelle
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