Dalla programmazione educativa e didattica alla progettazione curricolare
Modelli teorici e proposte operative per la scuola delle competenze
Capitolo 1: La programmazione educativa e didattica
Modelli teorici e proposte operative
I modelli di scuola che si sono affermati in epoche precedenti hanno condizionato, e in parte continuano a condizionare ancora oggi, le riforme culturali, didattiche e organizzative del mondo della scuola. In Italia la scuola della seconda metà del Novecento è stata definita da molti “scuola di massa” per l’allargamento dell’istruzione a gruppi sociali precedentemente esclusi da qualsiasi processo di formazione e per la forte funzione emancipativa e democratica attribuita dallo Stato ai processi di scolarizzazione.
È soprattutto dopo la rivoluzione culturale del Sessantotto che la scuola assume una nuova fisionomia, libera dalle briglie dell’autoritarismo che contrassegnava la relazione educativa alunni-insegnanti. Per molti decenni la funzione attribuita dalla società alla scuola è stata quella di diffondere i “saperi” elaborati da individui e gruppi sociali attraverso la messa in opera di molteplici processi di alfabetizzazione. Oggi il semplice incontro con i saperi non basta più. Ciò che viene richiesto all'istituzione scolastica non rimanda tanto la loro capacità di trasmettere nozioni quanto a quella di promuovere la costruzione di conoscenze e competenze.
Il valore della conoscenza promosso in ambito scolastico non va riferito ai semplici “saperi delle discipline”, ma all'insieme dei saperi che definiscono la cultura della competenza. In quella che sempre più spesso viene definita la “società della conoscenza”, la scuola può ricoprire un ruolo determinante, poiché nella società conoscitiva l’apprendere diventa la condizione per vivere, per lavorare, per essere individui capaci di autodeterminazione, progettualità, responsabilità e autonomia.
Presupposto e fine ultimo della scuola delle competenze rimane quello di creare e usare le conoscenze per l'esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Lo scenario attuale richiama un rapporto strettissimo tra scuola e società, tra istruzione e società in vista della formazione del cittadino. L'Unione Europea punta al raggiungimento di due obiettivi prioritari: la promozione di una cittadinanza attiva e la promozione delle capacità professionali per adattarsi alle esigenze della nuova società della conoscenza e per permettere la piena partecipazione dei soggetti alla vita sociale ed economica.
L'Unione Europea, nel pieno rispetto delle tradizioni scolastiche presenti a livello nazionale, ha evidenziato la necessità di rendere maggiormente omogenei i sistemi di istruzione dei Paesi membri rispetto ad alcune priorità condivise, quali:
- Istruzione obbligatoria per almeno 10 anni.
- Individualizzazione dell’insegnamento.
- Decentramento e decentralizzazione dei poteri.
- Formazione professionale.
- Valutazione formativa e di sistema.
Il fine è rendere più agevole il raggiungimento degli obiettivi concreti della “Strategia di Lisbona” che sono:
- Migliorare la qualità e l'efficacia dei sistemi di istruzione e di formazione nell'Unione Europea.
- Consentire a tutti di accedere all'istruzione e alla formazione “durante l'intero arco della vita”.
- Aprire i sistemi di istruzione e di formazione sul mondo.
Per buona parte del Novecento i programmi didattici hanno rappresentato il fondamento della formazione scolastica italiana. Nella storia della scuola italiana, sono diversi i programmi didattici che sono succeduti nei vari gradi e ordini di scuola. Alle origini della Scuola Pubblica Italiana, la “scuola elementare” era gestita esclusivamente dai comuni ed era obbligatoria. La quinta e la sesta classe formavano un biennio obbligatorio se non si frequentavano altre scuole e assumevano il nome di “corso popolare”. Dalla quarta elementare si poteva passare all’istruzione secondaria inferiore, che consisteva nella possibilità di accedere al ginnasio, alle scuole complementari o alle scuole tecniche.
La Riforma “Gentile” del 1923 prevedeva l’obbligo scolastico elevato a 14 anni d’età e prevedeva la frequenza per 5 anni di una scuola unitaria, cioè la scuola elementare, per poi scegliere tra il ginnasio, l’istituto tecnico, l’istituto magistrale e la scuola complementare. Solo i diplomati del liceo classico potevano frequentare tutte le facoltà universitarie, mentre ai diplomati del liceo scientifico veniva garantito l’accesso alle facoltà tecnico-scientifiche. Agli altri diplomati era invece impedita l’iscrizione all’università. La riforma Gentile considerava il ginnasio-liceo classico “la scuola superiore principale” destinata alla formazione della classe dirigente.
Nei programmi delle scuole elementari venne inserita l’insegnamento obbligatorio della religione cattolica, che diventava il “fondamento e coronamento” di tutta l’istruzione primaria. La riforma Gentile rimase in vigore anche dopo la caduta del fascismo stesso e la nascita della Costituzione della Repubblica Italiana. Venne istituita la Scuola di avviamento professionale, al posto dei corsi post-elementari, e la scuola complementare. La Riforma “Bottai” consiste in una serie di ritocchi alla Riforma del 1923 e il Gran Consiglio del Fascismo approvò la “Carta della Scuola”. La scuola media si articolava in tre filoni, cioè la scuola artigiana, la scuola professionale e la scuola media.
Con i Programmi “Washburne” del 1945, la scuola elementare tornò ad essere articolata secondo il modello di Gentile, ma con dei nuovi programmi. Grazie al nuovo ordinamento democratico e repubblicano, la scuola riacquista la sua funzione formativa. I nuovi manuali e programmi didattici si ispiravano all’attivismo di Dewey e ai centri d’interesse di Decroly, introdussero la pianificazione e la sperimentazione didattica, la libertà metodologica e l’educazione morale e civile. L’educazione dell’uomo e del cittadino venne perseguita come contributo alla rinascita della nazione e alla formazione di una già matura coscienza nazionale.
Dinnanzi alla forte percentuale di analfabeti e di lavoratori privi di licenza elementare, venne creata la nuova scuola popolare. I Programmi “Washburne” furono osteggiati dalle forti istanze cattoliche di cui è impregnata la cultura italiana dell’immediato dopoguerra. I Programmi “Ermini” del 1955 riguardarono la scuola elementare e avevano come fondamento l’insegnamento della dottrina cristiana. In essi si sosteneva un’idea dell’educazione come sviluppo integrale della persona a livello naturale, spirituale e sociale. Fu riaffermata la libertà didattica dell’insegnante e vennero introdotti i circoli didattici.
La Scuola Media Unica del 1962 si affermò dall’esigenza di una formazione “di massa”, in grado di innalzare il livello culturale delle giovani generazioni e di preparare all’ingresso nel mondo delle professioni. La scuola media unica diventò obbligatoria e gratuita, anche se con compromessi riguardanti lo studio facoltativo del latino attraverso cui è possibile accedere al ginnasio-liceo. Ulteriore novità della legge è l’introduzione del dopo scuola a carico dello Stato. L'istituzione della scuola media unica segna il superamento di un atteggiamento discriminatorio tra alunni di diverse appartenenze sociali, finalizzando questo specifico grado di scuola alla specializzazione disciplinare e all'orientamento verso gli studi superiori anziché alla selezione.
La Scuola Materna Statale del 1969 fu destinata ad accogliere i bambini dai 3 ai 6 anni e si propose fini di educazione, sviluppo della personalità infantile, assistenza e preparazione alla frequenza della scuola dell’obbligo. Essa nacque come luogo di apprendimento e di sviluppo del bambino e venne sottolineata la centralità delle attività ludiche in età infantile.
I Programmi della Scuola Media del 1979 volevano elevare il livello di educazione e di istruzione personale di ciascun cittadino e di tutto il popolo italiano e potenziare la capacità di partecipare ai valori della cultura, della civiltà e della convivenza sociale e di contribuire al loro sviluppo. La scuola media doveva concorrere a promuovere la formazione dell'uomo e del cittadino secondo i principi sanciti dalla Costituzione e favorire l'orientamento dei giovani ai fini della scelta dell'attività successiva.
Il conseguimento degli obiettivi venne affidato alle discipline del curricolo che dovevano puntare, mediante l'acquisizione di conoscenze specifiche, alla conquista di capacità logiche, scientifiche, operative e delle corrispondenti abilità ai fini di una progressiva maturazione della conoscenza. Viene inoltre fatto un esplicito richiamo alle criticità connesse al periodo della preadolescenza, che segna il passaggio dalla fanciullezza all'adolescenza e che per contro porta con sé una più avvertita coscienza di sé, una più strutturata capacità di astrazione e di problematizzazione e un nuovo rapporto con il mondo e con la società.
I programmi sottolineano, inoltre, il ruolo centrale che l'orientamento e la continuità educativa devono assumere all'interno della scuola media. I Nuovi Programmi della Scuola Elementare del 1985 rappresentarono un punto di svolta nella storia dei programmi per la scuola elementare perché volevano essere soprattutto una proposta di curricolo, cioè un elenco di obiettivi di carattere educativo e formativo a cui è funzionale all’insegnamento-apprendimento di determinati contenuti. La scuola elementare doveva essere una scuola formativa, democratica, comunitaria, laica e inserita in un sistema formativo integrato.
La scuola elementare doveva essere finalizzata alla promozione di un apprendimento formativo, all’attenzione alla persona che apprende, all’organizzazione di un ambiente educativo di apprendimento e all’impegno per l’integrazione. I Programmi “Brocca” precisavano che il fine generale delle scuole di ogni ordine e grado era la formazione dell’uomo e del cittadino. Anche la scuola secondaria superiore aveva il compito di rispondere ai bisogni educativi individuali e alle nuove esigenze di formazione poste allo sviluppo culturale, sociale ed economico. Doveva però rispondere in modo specifico e proporzionato alla fascia d’età a cui si rivolgeva, cioè all’adolescenza e alla prima giovinezza. Ciò significava assegnare alla scuola secondaria superiore una funzione educativa e culturale più qualificata.
Nell’assolvere il proprio compito formativo, la scuola secondaria si servì di due strumenti: la continuità e l’orientamento. La Riforma dell’Ordinamento della Scuola Elementare del 1990 presentaronoun nuovo modello organizzativo della scuola elementare: la riforma puntò a dotare le scuole degli strumenti concreti per innalzare la qualità dell’istruzione, come utilizzare 3 insegnanti su 2 classi oppure 4 insegnanti su 3 classi.
Gli Orientamenti della Scuola dell’Infanzia del 1991 furono il frutto della ricerca pedagogica più avanzata e del rapporto con le esperienze più vive del Paese. Essi diedero forma e consistenza ad una piattaforma pedagogica e culturale che ancora oggi rappresenta un punto di riferimento essenziale per insegnanti e operatori del settore. La scuola dell’infanzia diventò scuola a tutti gli effetti e non solo un luogo di animazione e di intrattenimento, ma un ambiente di apprendimento e di formazione. Sono i “campi d’esperienza” a rappresentare le indicazioni curricolari all’interno delle quali deve realizzarsi l’azione formativa e la pratica didattica della scuola dell’infanzia.
Nella scuola antecedente all’autonomia, il programma è l’edizione nazionale del curricolo scritto dal legislatore. Il programma veniva elaborato a livello centrale da parte di una Commissione ministeriale, nominata da Ministero della Pubblica Istruzione. Attraverso il programma lo Stato consegnava al corpo docente il mandato di trasmettere un “certo sapere” ritenuto indispensabile per la formazione personale e culturale dello studente.
Il programma ministeriale era un documento normativo in cui venivano fissati i contenuti disciplinari da trattare e gli obiettivi didattici da raggiungere. Da esso dipendeva la natura unitaria della formazione scolastica. Una delle due caratteristiche principali del programma era l’“unicità” su tutto il territorio nazionale: il programma non variava da contesto a contesto, ma restava tale e quale a prescindere dalle diversità socio-culturali delle scuole.
Ma siccome le diversità socio-culturali delle scuole e i livelli iniziali di apprendimento dei ragazzi che frequentano le scuole non sono mai gli stessi, una scuola davvero equa ed egualitaria non è quella che offre a tutti un’unica modalità di sviluppo delle proprie capacità, sentì quella che, tenendo conto delle diversità dei soggetti, diversifica la propria offerta formativa, personalizzando gli interventi in base ai bisogni apprenditivi di bambini e ragazzi.
Una seconda caratteristica peculiare del programma era poi quella che lo rendeva un documento “prescrittivo” a tutti gli effetti. Sul piano degli obiettivi, le scuole erano chiamate attraverso la loro azione didattica a lavorare al perseguimento di traguardi di conoscenza storicamente e culturalmente significativi e congruenti con le esigenze sociali, politiche, economiche e tecnologiche evidenziate dalla società di riferimento. Sul piano dei contenuti, la natura prescrittiva del programma rimandava all’acquisizione di alcuni saperi indispensabili che sottolineavano l’appartenenza ad una specifica tradizione culturale e scientifica.
Il programma, a causa della forte rigidità che lo ha sempre contraddistinto, ha saputo rispondere solo ad aspetti generali della formazione scolastica, in quanto calibrato in base a un modello “idealtipico” di scuola e di alunno, che, proprio perché ipotetici, non sono stati in grado di riprodurre l’eterogeneità dei profili cognitivi e la molteplicità dei contesti socio-culturali. Per la maggior parte del Novecento, l’egemonia del programmi ha connotato la scuola come agenzia di trasmissione di saperi consolidati, spostando l’attenzione dai bisogni della società e dei soggetti alla centralità delle discipline e dell’insegnamento.
Solo verso la fine degli anni Novanta è stato possibile superare la logica del programma e mettere mano a una riforma strutturale del sistema-scuola tale da renderlo più adeguato alle richieste avanzate dalla società della conoscenza.
Dopo la contestazione del Sessantotto, l’egemonia dei programmi all’interno del nostro sistema scolastico viene fortemente ridimensionata: la loro rigidità, prescrittività e unicità a livello nazionale vengono attaccate duramente in quanto fonti di discriminazioni, distinzioni classiste e inefficacia del servizio scolastico. Emerge sempre più forte l’esigenza di adattare in modo flessibile gli obiettivi e i contenuti del programma alle specificità delle singole scuole.
Per questo motivo viene introdotta la “programmazione” che affianca i programmi ministeriali. La programmazione è l’edizione locale del manifesto nazionale del curricolo. Essa consente di articolare e declinare nel corso dell’anno scolastico i contenuti e gli obiettivi dei programmi attraverso la costruzione di apposite unità didattiche, le quali delineano un percorso formativo intenzionale funzionale al soddisfacimento dei bisogni formativi espressi dagli alunni. La maggior duttilità della programmazione rispetto al programma si traduce nella possibilità per il corpo docente di operare delle scelte consapevoli in merito agli obiettivi e ai contenuti di apprendimento.
I principi di fondo su cui la programmazione si fonda sono l’“intenzionalità”, che consiste nell'importanza di “pensare a priori" la didattica scolastica e le modalità di gestione dei saperi in funzione dei quali costruire l'offerta formativa, e la “sistematicità”, che consiste nella necessità di organizzare l’insegnamento/apprendimento in maniera tale da poter monitorare se i risultati raggiunti corrispondono a quelli previsti. La programmazione educativo-didattica nasce dall’esigenza di adeguare i programmi ministeriali alle specifiche esigenze ambientali, impiegando le discipline nell’approfondimento, nella formalizzazione e nella re-interpretazione della cultura e rifiutando un approccio ispirato all’improvvisazione.
Essa punta alla promozione di processi di alfabetizzazione e socializzazione che siano caratterizzati da una certa sistematicità, intenzionalità e proceduralità. La programmazione pone al centro dell’azione formativa non più il maestro, ma i saperi e la storia, il vissuto, le conoscenze pregresse, gli affetti, le relazioni… di ciascun alunno. La programmazione consente al team docenti di costruire un percorso di apprendimento articolato in fasi e azioni ben calibrate, garantendo la continuità didattica e la possibilità di apportare misure correttive in corso d’opera. Ci sono voluti molti anni prima che la validità delle teorie sulla programmazione venisse riconosciuta anche nel nostro Paese, a tal punto da rendere la programmazione una pratica scolastica prevista per legge.
È con l’introduzione nella scuola degli Organi Collegiali che la programmazione assume un ruolo centrale nell'organizzazione di un servizio scolastico.
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