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Le sfide teoriche dell'assistente sociale

Capitolo 1 – Inizio di un percorso

Il servizio sociale si distingue da altre discipline per una caratteristica trifocalità, avendo come oggetti di conoscenza e di intervento il soggetto individuale, la comunità e le forme istituzionali dell’aiuto. Fino agli anni ’90 in Italia il processo di affermazione di una specificità disciplinare per il servizio sociale è apparso a tratti incerti, ma dall’ultimo decennio del secolo scorso sembra aver imboccato binari istituzionali di maggiore legittimazione.

Ciò nonostante, non tutti i nodi problematici sono stati sciolti. Una delle prime questioni aperte è il rapporto tra istanze di carattere conoscitivo da un lato e di carattere operativo dall’altro, per la necessità di fronteggiare alle domande di aiuto individuale e plurale. Il tema del rapporto tra teoria e pratica orientò gli enti formativi degli assistenti sociali a valorizzare l’esperienza pratica come aspetto cruciale della formazione che trae dal contatto con la vita reale dell’assistenza gli elementi essenziali per conoscere il mondo sociale e pensare in funzione del concreto.

Il passaggio del servizio sociale alla formazione universitaria si è mostrato non privo di criticità, a partire dal sospetto nella cultura accademica nazionale verso tutto ciò che essendo pratico assume la connotazione povera dell’operatività e della materialità contingente. Non pare ancora del tutto superato il passaggio da una formazione professionale a una formazione disciplinare. Nella formazione degli assistenti sociali, le varie sedi formative operanti fino al 1987 hanno inteso la disciplina del servizio sociale come un insieme di apporti che appartengono a discipline diverse ma convergono in una sintesi unitaria.

Si è resa evidente la necessità di un impegno rigoroso di distinzione e ricomposizione degli elementi, che consentisse di riconoscere il servizio sociale come disciplina legittimamente impartita a livello accademico. In tale ricerca è utile una riflessione sui possibili paradigmi di servizio sociale sulle fondamenta teoriche e sulle nuove concettualizzazioni. Gli approcci conoscitivi e operativi della realtà sociale continuano a intrecciarsi dialetticamente con il pensiero in azione degli operatori e degli utenti/clienti mutuato dalla pratica professionale ed all’esperienza consolidata nei contesti operativi dei servizi.

Il dominio di studio per il servizio sociale può essere dato dall’intreccio costituito dalle tre dimensioni del soggetto, della comunità e delle istituzioni verso esiti di crescente benessere interattivo. In una stessa tradizione di ricerca possono cumularsi singole teorie in grado di risolvere problemi o parte di problemi, riferibili a un dominio di studio senza che l’emergere di nuove teorizzazioni comporti l’esclusione delle altre. Questo consente di tenere insieme una grande quantità di apporti teorici, riconducibili all’ontologia del servizio sociale.

Capitolo 2 – Servizio sociale e teorie di riferimento

2.1 Premessa

L’obiettivo principale del servizio sociale è indicato nelle norme che in Italia definiscono il profilo professionale dell’assistente sociale, il cui intervento è volto alla prevenzione, il sostegno e il recupero di persone, famiglie, gruppi, comunità in situazioni di bisogno e di disagio. Questa finalità si può perseguire solo se si sono attivati interventi per la progettazione, organizzazione, gestione dei servizi pubblici e privati che devono offrire una rete integrata di risposte concrete ai disagi esistenziali dei cittadini di una determinata comunità territoriale.

Questa è la prospettiva della tridimensionalità che caratterizza il servizio sociale italiano. Alla base c’è sempre la centralità della persona intesa come valore in sé, portatrice di diritti e di potenzialità da salvaguardare e da realizzare. Nella disciplina del servizio sociale sono stati elaborati schemi di riferimento teorici cioè modelli teorico-operativi. Oggi è in corso un vivace dibattito relativo all’adeguamento dei paradigmi teorici fino ad ora elaborati e utilizzati dal servizio sociale, agli attuali cambiamenti che la transizione verso una società postmoderna sta operando.

2.2 Il dibattito attuale sulle basi teoriche del servizio sociale

I pionieri dell’assistente sociale muovevano i loro primi interventi da istanze sociali e morali di aiuto a fasce di popolazioni in condizioni di miseria e di degrado, con l’intenzione di contribuire a modificare la realtà personale dei loro assistiti e il contesto sociale in cui e da cui loro disagio si esprimeva, promuovendo forme organizzate d’aiuto, nuove istituzioni e politiche sociali di protezione e miglioramento collettivo.

Il social work ha poggiato le sue fondamenta culturali sulla fiducia illuministica nella capacità dell’uomo di orientare il proprio destino con la forza della ragione, in una prospettiva positivista che fonda sull’osservazione empirica la possibilità di scoprire la verità delle leggi che regolano l’universo.

La prima stagione del dibattito sulla disciplina del servizio sociale è stata caratterizzata dalla questione: il servizio sociale è arte o scienza? Si riconosce la compresenza di queste due anime nel servizio sociale non rinunciando a garantire la scientificità dell’operato. L’assolutezza scientifica sembra essersi spostata dalla garanzia sui processi di causazione rilevati, alla correttezza del metodo di ricerca utilizzato. L’etichetta scientifica si è andata via via applicandosi all’orientamento dei procedimenti conoscitivi a garanzia della loro correttezza, piuttosto che alla spiegazione degli avvenimenti.

A confronto con questo sapere della modernità il servizio sociale ha operato una prima scelta: la preferenza è stata assegnata agli orientamenti teorici di tipo idrografico piuttosto che nomotetico; quindi, l’attenzione si è volta alla ricerca di formulazioni teoriche che pervengono induttivamente a generalizzazioni descrittive. In particolare, Maria Dal Pra Ponticelli sostiene che la teoria cui si rifà il servizio sociale è in parte descrittiva e tende a dare spiegazioni generiche o sistemiche di un fenomeno ricercandone le cause e le condizioni, ma in parte è anche operativa cioè tratta di problemi reali, significativi, percettibili emotivamente e sensibilmente e tende a dare spiegazioni sistemiche e funzionali.

Il rapporto con la teoria assume un aspetto strumentale e subordinato, portando frequentemente all’adozione di paradigmi teorici, codici lessicali e modelli operativi provenienti da altre discipline e assemblati come guide operative. Un altro elemento di dinamici nel rapporto tra teoria e servizio sociale è data dalla distinzione maturata nell’ambito del servizio sociale anglosassone e adottata anche in Italia tra teoria della pratica e teoria per la pratica.

  • 1°: riguarda i processi osservativi-induttivi che originano una serie di enunciati ricavati da generalizzazioni empiriche in base alla descrizione e interpretazione della realtà operativa.
  • 2°: si riferisce alla costruzione di modelli di intervento attraverso il confronto con diverse teorie delle scienze sociali.

Secondo Wilfred Carr sono riconoscibili sei tipi di rapporto tra teoria e prassi nel servizio sociale:

  1. Teorie generali della vita sociale, dalle quali il servizio sociale dà luogo a teorizzazioni pratiche e ne verifica la coerenza.
  2. Teorie generali designate per produrre descrizioni pratiche testabili secondo un metodo scientifico.
  3. Teorie utilizzate nel processo di riflessione/interrogazione sull’esperienza accumulata.
  4. Teoria come serie di generalizzazioni empiriche basate sull’accumulazione dell’esperienza, articolandola e concettualizzandola.
  5. Teorie derivate da una varietà di fonti per offrire modelli della pratica in precisi contesti politico-organizzativi.
  6. Teorie sviluppate dall’esperienza pratica, testata e modificata attraverso la ricerca scientifica.

Un altro tentativo di uscita dal dilemma del rigore teorico-metodologico sta nella ricerca di una rifondazione epistemologica del servizio sociale a partire dal sapere pratico. Abbandonata la pretesa universalizzante delle scienze esatte, il sapere pratico propone un rigore senza esattezza, sostituendo al concetto di verità quello di verosimiglianza cioè cogliendo il vero comune a casi simili.

Un altro spunto critico all’applicazione al servizio sociale di una teoria di impostazione positivistico-illuminista è offerto dalla distinzione adottata da Fargion tra una visione del mondo dominata dal pensiero illuminista e una visione del mondo dominata dal pensiero romantico. Entrambe le visioni sarebbero presenti nella cultura del servizio sociale influenzando gli stili di pensiero, le prassi operative e le costituzioni teoriche degli operatori sociali.

Il pensiero illuminista privilegia la dimensione astratta, considerando gli eventi come manifestazioni accidentali di un’essenza indipendente dal contesto e dalla storia, gli individui sono concepiti come unità i cui tratti sono assoluti e atemporali, le totalità sono l’esito meccanico delle loro componenti e in questo possono essere manipolate e controllate; per il pensiero romantico, invece, il mutamento è qualcosa che ci troviamo davanti, gli individui non possono essere colti nella loro essenza razionale, ma attraverso l’intuizione. Il pensiero romantico assegna priorità alla pratica più che all’astrazione. Questo stile di pensiero (romantico) sarebbe grandemente presente tra gli operatori sociali.

2.3 Dopo la modernità

Un contributo alla riflessione sulla teoria del servizio sociale è offerto dalla trattazione di Malcom Payne, “Modern social work theory”. L’autore parla della distinzione tra una visione di teoria moderna-positivista e una visione postmoderna. Nella prima risulta scientificamente accettabile solo ciò che è osservabile e sottoposto a investigazione attraverso prove di evidenza inequivocabili, la sfera dei valori rimane esterna; invece, nella visione postmoderna l’oggettività dell’esperienza si dissolve riconoscendo che la stessa conoscenza non è che una delle rappresentazioni umane della realtà, la comprensione è sempre legata a uno dei tanti modi di vedere le cose.

Il pensiero postmoderno ha influenzato fortemente il servizio sociale sul finire del secolo, assumendo in forma più o meno radicale il pensiero costruttivista. Anche nell’ambito del servizio sociale si contesta ogni pretesa determinista nell’esame dell’attività umana. Payne distingue tre aspetti compresenti e interagenti nella teoria del servizio sociale:

  1. Teorie esplicative che mirano a rendere conto del perché un’azione risulta efficace in una certa sequenza e circostanza.
  2. Prospettive (o approcci) che esprimono valori e visioni del mondo su un complesso di attività umane.
  3. Modelli che descrivono ciò che accade nella pratica in via generale consentendo una classificazione sistematica della casistica e offrendo un’indicazione sulla conformità o meno con la pratica, orientano gli operatori a intervenire su un’ampia gamma di situazioni in forma strutturata.

Altri contributi che affrontano il tema del passaggio da un’eccezione moderna di teoria ad una postmoderna del servizio sociale, sono stati offerti in Italia da Pierpaolo Donati e da Fabio Folgheraiter utilizzando la prospettiva teorica relazionale con riferimento al lavoro sociale di rete. Secondo questi autori quando la relazione diventa il primo oggetto di analisi della realtà si ricomprendono le prospettive dei soggetti in interazione.

Secondo Folgheraiter, il compito del lavoro sociale non è offrire risposte certe ma guidare la relazione per il perseguimento di mete esistenziali che neppure l’operatore conosce a priori, di cui resta titolare e responsabile la persona, la famiglia, il gruppo, la comunità e la rete relazionale. Va detto che il dibattito italiano sul servizio sociale si è in parte differenziato da quello nordamericano e nordeuropeo. Caratterizzante il servizio sociale italiano è la prospettiva trifocale. I tre orizzonti conoscitivi e di intervento attingono alle teorizzazioni in campo psicologico, sociologico, giuridico-amministrativo e di scienze dell’organizzazione. Per questa ragione in Italia, la schematizzazione che ripartisce in teorie di orientamento terapeutico, socialista, riformista è utilizzabile solo parzialmente e con riferimento all’evoluzione del servizio sociale nel mutare delle politiche sociali.

Negli anni ’50-’60 sono prevalsi i riferimenti teorici orientati al cambiamento riabilitativo delle singole persone, entro politiche di welfare residuale. Per tutti gli anni ’70 si è affermato un approccio maggiormente sociologico che sottolineava la dimensione politica del servizio sociale come agente di cambiamento. Nel decennio successivo c’è stato un recupero di modelli che univano all’obiettivo dell’integrazione del soggetto la modificazione della realtà sociale in un contesto di politiche sociali riformate di welfare state.

Dalla seconda metà degli anni ’80 si è diffusa la prospettiva teorica sistemico-relazionale. L’approccio di servizio sociale sistemico-relazione è stato adottato in larga misura dagli operatori sociali italiani con riferimento alla teoria generale dei sistemi e alle teorie sulla comunicazione umana della scuola di Paloalto. Alla fine degli anni ’80 è stato introdotto anche il modello cognitivo-umanistico che utilizza elementi sistemici e di psicologia umanistica per sottolineare l’autodeterminazione dei soggetti nel rapporto di modificazione con il loro ambiente.

Dagli anni ’90 si è diffuso il modello centrato sul compito con riferimento al cognitivismo e alla psicologia dell’Io. Nello stesso periodo ha trovato spazio la prospettiva analitica della rete insieme alle metodologie di community care. Inoltre, si pone la prospettiva dell’eclettismo teorico che rappresenta l’impostazione predominante nella pubblicistica di servizio sociale, soprattutto per la parte riferita ai modelli e alle tecniche di intervento. A tal proposito Laura Epstein indica cinque modelli di eclettismo riscontrabili nelle teorizzazioni di servizio sociale e nelle traduzioni operative:

  1. Integrazioni sistemiche riferibili a modelli complessi che compongono tra loro prospettive teoriche differenti.
  2. Modelli pratici personalizzati che comprendono le collezioni di idee e tecniche personalmente composte dagli operatori inserendo vari apporti teorici.
  3. Sistemizzazioni selettive riguardanti l’inserimento di alcune elaborazioni teoriche diverse all’interno di un modello di trattamento scelto.
  4. Approcci informali in base alla convenienza, riferiti al processo di inclusione di nuove idee nel repertorio teorico-concettuale dell’operatore.
  5. Applicazioni occasionali che indicano l’utilizzo contingente di diversi contributi teorici in base alle opportunità del momento.

A questi orientamenti di eclettismo teorico concorre il contesto dell’ente-agenzia entro cui il servizio sociale si deve esprimere. La prima classificazione suddivide i riferimenti teorici in base ai destinatari degli interventi e alle relative metodologie applicative, distinguendo il servizio sociale in case work, group work, community work e residential work. In Italia questa divisione è stata superata con il riconoscimento di un approccio di servizio sociale che ha delineato una specifica unità di metodo, su basi umanistico-ecologiche.

Nel dibattito europeo alcuni autori hanno tentato una categorizzazione del pensiero sviluppato nel servizio sociale, in base all’approccio teorico che gli operatori e i servizi hanno adottato come guida cognitiva con i singoli e con la società. I diversi approcci sono:

  • Individualista-riformista: orientato a trattare gli utenti-clienti entro una categorizzazione organizzativo-burocratica dei problemi.
  • Socialista-collettivista: orientato alla mobilitazione collettiva per il cambiamento del sistema sociale.
  • Riflessivo-terapeuta: orientato all’aiuto dell’utente-cliente per la sua soddisfazione individuale.

Nella ricerca di riferimenti teorici Payne distingue tre aspetti compresenti:

  1. Modelli di azione.
  2. Teorie esplicative.
  3. Approcci o prospettive.

Un aspetto che va considerato è la multidimensionalità del servizio sociale. Dato che bisogna cogliere la persona nella sua globalità è necessario adottare strumenti conoscitivi e costrutti teorici diversi in base ai campi di applicazione cui l’operatore sociale si rivolge. Inoltre, l’importanza assegnata a ogni soggetto come partecipe/co-costruttore di benessere ha portato ad assumere le prospettive teorico-operative definite di empowerment.

Infine, si vanno delineando sforzi di costruzione teorica di servizio sociale anche con riferimento alla prospettiva di mediazione nelle situazioni di microconflittualità sia individuale che sociale e di integrazione multiculturale. Il convincimento che la reazione di aiuto è dialogica, maieutica, è un processo di costruzione sociale di una realtà esistenziale difficile, di empowerment condiviso, di valorizzazione delle potenzialità di ognuno degli attori nell’ambito di un contesto ambientale e istituzionale del quale è necessario tener conto. In quest’ottica possono venire condivisi gli assunti che sono alla base del modello cognitivo-umanistico, problem solving, centrato sul compito, dell’approccio di rete sotto il profilo operativo e del modello relazionale-sistemico, sotto il profilo cognitivo.

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

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