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Montivi Paolo Vila misisone di educare

L'ispirazione e la regola

Proposito nostro: fondere in un giovanile programma di vita l'Ispirazione e la Regola. Questa fusione è stata contraddetta dall'indirizzo che presiede agli studi superiori, i quali dovrebbero essere liberi di modellare la loro ricerca del vero secondo le esigenze della professione e le esigenze dell'intelligenza. Contraddetta perché ora l'uno e ora l'altro dei termini del binomio è stato separatamente considerato, sviluppato, esaltato, a danno dell'altro.

La Regola, la pazienza e la prudenza applicate allo studio. Vi è in questo modo di studio l'intenzione di usufruire della scienza a favore della scienza stessa: ogni scienza avrà un'altra scienza particolare al suo fianco. La civiltà nuova cresce e ingigantisce da che ha messo radici nella scienza, scientificamente studiata. È il trionfo della regola.

L'unica creatura a non godere di tale trionfo fu lo spirito umano. Egli ebbe la sensazione non di guidare il carro vincitore ma di esservi legato, servilmente. La regola doveva facilitare il movimento della mente, utilizzare a suo vantaggio l'esperienza precedente, e cominciò ad inceppare le prime movenze con l'imitazione, poi le serrò con la tecnica; infine le paralizzò con l'uniformità standardizzata, commerciale, esteriore dei suoi corpi scientifici. La sua meta era sopprimere il valore personale dello studio.

Con enormi conseguenze psicologiche nel prevalere del mondo esteriore sull'interiore, della formula didattica sulla comprensione vitale, della imitazione sull'originalità. Conseguenze spirituali nello spostamento del giudizio sul valore delle cose. Ciò che era grande veramente ed essenziale, ovvero la morale, sfuggì alla ricerca e fu dimenticato.

Con la critica della scienza positivista prevalse l'intuizione, l'idea. L'attività personale dello studioso. Lo sforzo individuale di formazione alla verità. Ci fu chi disse di chiudere le scuole: non si studia che da soli. Ci fu chi giunse a dire di chiudere anche i libri e di licenziare i maestri: non si studia che se stessi.

Noi viviamo nell'ebrezza di tale Ispirazione, ma affermiamo che da sola non basta. Esonerando l'alunno dalla Regola diventa pur esso un fattore di ignoranza: i fanciulli che non vogliono studiare la grammatica e gli studenti che si annoiano ad analizzare documenti, non hanno che da appellarsi alla libertà creativa che loro conferisce l'indirizzo attuale del sapere. E il sapere diventa un godimento intellettuale.

Noi cercheremo altra via: quella dei nostri vecchi, che partendo dalla definizione della verità, come corrispondenza della mente e della cosa, ponevano la direzione giusta per il cammino dello studioso, che non doveva trascurare nessuno dei 2 elementi: mente, cioè contributo soggettivo e personale nello studio e cosa, cioè dato estrinseco che determina, misura la nostra osservazione. Cercheremo di unire l'Ispirazione e la Regola. L'unione di questi 2 fattori sembra il segreto esercitato dai più distinti educatori.

Meditazione allo studio

Ora il maestro è il Verbo di Dio: in molti modi. Egli fu linguaggio per noi: perché ogni cosa che esce dal seno di Dio esce per il Verbo: è suono del Verbo. Ogni cosa, una parola di Dio. L'alfabeto di Dio è l'essere.

Poi lo imparai a conoscere, non so come, forse perché lui prima conobbe me. Conobbi l'eco della sua parola: il Vangelo; la storia e la vita che ancora fluisce da Lui, la Chiesa; e, tante volte inconscia, l'intima voce dell'Ispirazione, la Grazia. E solo a questo punto ogni cristiano comprende che cosa sia lo studio: io ho trovato, io troverò. Ricordo Pascal: non cercheresti se già non avessi trovato. Studio è ulteriore ricerca. È lo sviluppo conoscitivo, una conoscenza.

Nello studio cristiano avviene l'introduzione nell'anima di una forza e di una conoscenza nuova e vivente, di un alimento immortale. Lo studio umano modifica, lo studio cristiano edifica la vita interiore. Questo nuovo studio vitale è la Fede: possesso iniziale di Dio.

Lo studio è una lunga perifrasi che deve ritornare ai principi elementari del sapere e della vita: a quei principi che sono dati come regalo anticipato da Dio. Tutto ciò che posso aggiungere è la fedeltà e la fecondità di applicazione. Ecco la sapiente parola: rifarsi fanciulli, restare fanciulli. Ciò che l'incolto possiede vale quanto la scienza più raffinata. Ciò che era errato in quell'infantile concetto era che lo studio fosse artificio superfluo. Fatica sì, ma voluta dall'esigenza superiore della vita.

Successivamente ho capito che cosa era conoscere: fare in me tutte le cose e quasi nutrirne della mia spirituale sostanza l'immagine loro; e con questo prodigare in me, indefinitamente arricchirmi.

Discorso con i professori

Abbiamo letto il numero che la rivista “Levana” di Firenze consacra al problema universitario Italiano ed abbiamo notato che gli scrittori parlano tutti dello stesso problema: vantano la libertà concessa agli studenti di farsi un piano di studi come meglio aggrada, scegliendo corsi, combinando materie, intrecciando studi, e non già scegliendo in una carta che la scuola offra, seguendo i gusti più originali e i prezzi più bassi, ma seguendo la libera ispirazione delle proprie attitudini, quasi interiore vocazione a formarsi un proprio abito scientifico, e una scienza nuova e particolare.

Gli scrittori mettevano a conclusione delle loro argomentazioni un postulato per il buon esito della riforma: “i professori si lasciano accostare e consultare dai giovani”, perché verso gli studenti “dovere primo dei maestri è quello di guidarli, seguirli, aiutarli, moltiplicando i frutti della sapienza con il fervore della passione; mancando nei maestri l'energia e la passione, non vi sarebbe legge o regolamento capace di far sì che l'istruzione universitaria risponda al suo fine”; e perciò “il professore universitario è un fratello maggiore, una guida, un amico che nel suo lavoro scientifico prende con sé dei giovani compagni amanti dello stesso ideale, animati dalla stessa passione e che egli abitua ad imparare. Dunque si pongano i giovani in condizioni di lavorare sotto la guida di un maestro; il maestro sia veramente l'amico che sostiene, che consiglia; il professore universitario sia persuaso che il suo compito incomincia dopo la lezione universitaria e che egli ha da dare, non solo 3 ore a settimana, ai suoi giovani, ma tutta la sua giornata”. Così che è verosimile “che se i Maestri sapranno accendere i discepoli della stessa fiamma, della stessa passione che li anima, questo varrà più dell'obbligatorietà o precedenze di determinati esami. Siano i Maestri la guida feconda, animatrice con l'esempio, siano suscitatori delle nuove energie additando ai giovani la bellezza dei risultati raggiunti, il fascino dei problemi da risolvere”. Poiché “la scuola, quella superiore in particolare, riuscirà sempre come i professori la plasmeranno”.

Donde ci sembra facile dedurre che come per gli studenti “la legge della libertà è una condizione necessaria” all'incremento degli studi superiori, così è necessario al medesimo fine un prestigio, una comprensione, uno sviluppo spirituale e affettivo del maestro. Libertà e magistero sono le 2 condizioni indispensabili al progresso scientifico universitario.

Viene corretta nella logica delle cose l'illogicità ci certi principi ispiratori della riforma i quali sembrano sminuire, alterare, abolire, la funzione del maestro, quando dicono essere tutto “l'ordinamento nato da una intuizione della scienza concepita come libera attività creatrice della mente”. Questo produce un duplice risultato: fare dapprima del maestro la sorgente produttrice dell'insegnamento, fare poi dell'allievo un superatore del maestro, nel senso che deve sentirsi destinato e capace di camminare in senso diverso da quello insegnatogli, e di negare la funzione del maestro, nell'atto di risolverla nella propria autocoscienza.

Affermate che sono 2 le condizioni spirituali necessarie per l'incremento della scuola: libertà degli studenti e magistero dei professori, si può dire che siano sufficienti? Ci sembra di sì, purché a loro volta fruiscano di altre condizioni, che forse esulano dal campo scolastico ma non da quello della vita spirituale.

Perché la libertà concessa agli studenti di farsi un proprio curricolo di studi sia un bene, è necessario che gli studenti siano capacità di usare della libertà secondo la legge del dovere e del bene. Occorre che lo studente sia educato, sia formato, sia uomo dentro e fuori la vita universitaria.

Perché il magistero acquisti quel potere persuasivo che plasma le anime, e che accende il fervore per la ricerca e per lo studio, è necessario che sia convinto che la verità sia l'unica maestra, definitiva e somma delle menti umane.

La giusta psicologia

Il primo problema da risolvere per condurre dei giovani, è quello psicologico. Esso è un duplice problema: conoscere la psicologia dei giovani e creare una psicologia ordinata all'azione. Ciò non è facile ma si risolve bene con l'amore.

Qual'era la psicologia del giovane cattolico ieri e quella giovane cattolico di oggi? Sono eguali o diverse? Diverse devono essere. Una generazione tende sempre a superare l'esperienza di quella precedente. Superarla vuol dire modificarla, giudicarla, abbandonarla. Il giovane, nei tempi e nei paesi nostri, è dinamico, vuole esprimere sé stesso e vuole fare da sé.

Ieri abbiamo avuto fenomeni di intensità spirituale; l' 'affermazione' fu l'espressione caratteristica della gioventù di ieri; il bisogno di dare a se stessi una piena coscienza e quello di conquistare una cittadinanza nel mondo profano e anticlericale. Non fu solo affermazione esteriore, ma anche interiore: si riprese a pregare, a meditare. Movimento liturgico ed esercizi spirituali improntarono la spiritualità giovanile di ieri. Poi venne un periodo di compressione; si badò a dare pienezza alla vita religiosa, con migliore istruzione religiosa.

Poi venne il secondo dopoguerra. Come uscì la gioventù dal campo aperto dai nuovi ordinamenti di libertà pubblica e di democrazia? Uscì buona e intatta. Si giovò dei nuovi tempi per la propaganda. L'organizzazione progredì: diventò l'organismo potente che noi conosciamo. Spiritualmente? Uscì in travaglio. Questo travaglio fu impresso dal trauma psichico causato dalla guerra. Per alcuni giovani vi fu il dramma della Resistenza: questa in espressioni sociali e politiche. Per altri, la maggior parte, i più giovani, fu la sfiducia. I crolli colossali causati dalla guerra generarono nell'anima giovanile lo spavento, il dubbio, l'irriverenza, l'inerzia. Una depressione spirituale enorme che gravò sulla generazione giovanile.

Ricordo di un Sacerdote che mi disse di non aver riscontrato nei giovani quello spirito di convinzione e di conquista che notava in movimenti giovanili avversari. L'organizzazione giovanile, che prima era quasi la sola a raccogliere in associazioni la gioventù, trovò sul campo altre organizzazioni, e risentì delle lusinghe, dei confronti, delle minacce, che queste nuove formazioni giovanili esercitavano intorno a loro.

Il mondo moderna esercita un influsso nuovo e potente sull'anima giovanile. Lasciata a sé, essa deriva dalla società circostante alcune forme psicologiche, che plasmano lo spirito del giovane, senza indirizzarlo a quella visione cristiana della vita, che è per noi la sola cosa che conta.

Come dovremmo definire la forma caratteristica del giovane cattolico dopo la guerra? C'è stanchezza in lui, rassegnazione, un bisogno di solitudine che lo isola dagli altri; all'affermazione è succeduta la riflessione. Bisognerà capire, ascoltare, compatire, la nuova generazione, se vogliamo fare l'esercito di Cristo e la primavera della Chiesa nel mondo moderno.

Così si sta creando la nuova psicologia, che rende possibile una nuova epopea giovanile nel tempo nostro. La nuova psicologia; quale deve essere?

  • Speranza: il giovane vive di speranza, di desiderio, di sogni. Tutto sta nel mettere la speranza in ciò che è veramente desiderabile e conseguibile. L'idea-forza per noi deve essere l'idea vera, questa è la nostra missione nel tempo presente: mostrare come la nostra fede sia feconda di speranza, come il cristianesimo racchiuda sorgenti inesauribili di vita, di speranza e di vita religiosa. La gioventù avrebbe bisogno di sperare nella giustizia e noi non dobbiamo deludere la loro speranza che l'ingiustizia possa essere non debellata, ma almeno gradualmente rimossa. La gioventù ha forse un eccessivo desiderio di dinamismo: non dobbiamo frenare questo dinamismo così da togliergli la spinta verso una perfezione maggiore di quella presente.
  • Forza: il giovane di oggi non ha voglia di fare sforzi, ma sogna di possedere la forza. Il giovane non gradisce più un ordine conseguito con la forza esteriore, almeno il giovane nostro, che ha conservato il senso della personalità umana e della dignità interiore. La forza deve scaturire dall'autodisciplina coincidente con l'ordine tracciato dalla autorità esteriore. I popoli progrediti posseggono questa virtù. Questa è pedagogia è altamente cristiana ma non ancora generalmente italiana.

Noi dobbiamo educare i giovani all'esercizio del dovere liberamente compiuto. Se vogliamo una democrazia vera, dobbiamo volerla eminentemente morale. Tanto più essa può essere libera quanto più i suoi componenti hanno connaturato il senso morale, la spontaneità del rispetto all'ordine, al diritto altrui, all'armonia sociale.

Con una riacquistata energia, dominatrice di sé, il giovane rinconquisterà una capacità che in lui si è attenuata:

  • La capacità di conquista: la nostra gioventù, che milita sotto il vessillo dell'Azione Cattolica, deve essere carica di uno spirito di conquista, cioè del desiderio e del primo esercizio dell'apostolato. Nel clima del dopoguerra, la stanchezza di combattere si è lasciata stregare dal miraggio di conquistare gli altri con dei compromessi, delle collaborazioni, delle aperture. Bisogna mettere in guardia i …
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/02 Storia della pedagogia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sara92p di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia culturale dell'educazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia o del prof De Giorgi Fulvio.
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