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Paolo VI: il papa del moderno

Biografia di un papa dal punto di vista della storia della Chiesa

Paolo VI nasce nel 1897 e muore nel 1978 e si può affermare che fa riferimento a due periodizzazioni sul piano storico generale: la prima è quella di Hobsbawn che ha parlato del '900 come un “secolo breve”, nonché un secolo i cui processi si sono avviati dopo l'inizio del secolo e si sono conclusi prima della sua fine; una seconda periodizzazione è quella che vede il '900 come un “secolo spezzato”.

La frattura di questo secolo sarebbe da collocarsi alla fine della Seconda guerra mondiale che, con i suoi devastanti effetti, con l'uso della bomba atomica e con la catastrofe morale data dalla Shoah, segnò un punto di non ritorno o una netta soluzione di continuità per nazionalismi, razzismi... L'incrociarsi di queste letture del '900 è importante per una valutazione storica del pontificato di Paolo VI.

La figura di Roncalli (papa Giovanni XXIII) va ricompresa in modo decisivo nell'ambito della vicenda storica di Montini e il pontificato di Woityla (elevato al cardinalato da Paolo VI) va visto come l'esito storico di una parte dell'eredità montiniana.

Anche per quanto riguarda le vicende del cristianesimo vanno incrociate due diverse periodizzazioni: quella di un “lungo ottocento” e quella di “secolo dislocato” (si avvia tra il 1864/1870 e si conclude tra il 1965/1971). Il '900 appare dislocato anche perché segna un cambiamento di collocazione storica del cristianesimo cattolico, un rovesciamento radicale che si può cogliere nel passaggio da un cristianesimo socialmente conservatore ad un cristianesimo promotore di trasformazioni sociali anche profonde.

La lettura del rapporto tra questo '900 e il cristianesimo tende a suggerire un doppio percorso opposto: da una parte vi è stata una progressiva occidentalizzazione del mondo che ha di fatto globalizzato forme culturali di derivazione cristiana; dall'altra vi è stata pure una progressiva scristianizzazione, una secolarizzazione della società e della vita quotidiana.

Ciò che è importante osservare è che nel complesso secolo XVI (16), nel quale si ponevano le fondazioni della civiltà e della cultura moderna, il concilio di Trento e la conseguente riforma tridentina portarono alla modernizzazione delle strutture di governo della Chiesa universale, con la Curia romana organizzata in 15 dicasteri (congregazioni). A questo processo risultava funzionale un Papato che univa un ministero religioso universale, una giurisdizione canonica assoluta e una sovranità temporale.

La Chiesa cattolica moderna si concepiva e si realizzava come società perfetta: una società visibile e gerarchica, con una costituzione monarchica (papato), temperata da elementi aristocratici (episcopato). L'età tridentina è stata quella che ha visto l'italianizzazione del papato; si ebbero solo papi italiani e il pontificato di Paolo VI, ultimo pontificato italiano, ha chiuso questa fase.

Sul piano storico generale è il caso di ricordare che dal '700, da una parte con le rivoluzioni americana e francese e dall'altra con la rivoluzione industriale, si avviarono processi decisivi, con l'affermazione delle libertà civili e di assetti costituzionali e laici, come pure con l'economia capitalistica di mercato e con l'ascesa sociale delle borghesie.

Con tali processi si affermavano un materialismo filosofico, teorico, e un materialismo pratico, dei vissuti. In questo contesto la chiesa si trovò a fronteggiare l'illuminismo, la libera muratoria e la rivoluzione francese; lo choc provocato da questi eventi produsse una “grande paura” nella quale si rintratta la psicogenesi di un modello pastorale nuovo, difensivo, militante e anti-moderno: il modello pastorale intransigente.

Con un'ideologia anti-moderna si continuava dunque il confronto con il moderno e di fatto si accedeva ad una modernizzazione autoritaria. Questo periodo venne indicato come l'età piana perché su 11 papi, 7 presero il nome di Pio: da Pio VI nel 1775 fino a Pio XII nel 1958.

Pio VI ripropose la visione di Pio V della chiesa come cittadella assediata. Le sue pubblicazioni furono:

  • L'Editto sugli Ebrei, in cui indicava il pericolo di sovversione che poteva venire dagli Ebrei
  • Prima enciclica: inscrutabile divinae sapientiae contro il pensiero moderno
  • Quod aliquantum che condannava la costituzione civile del clero e i principi della rivoluzione francese

La grande paura radicò e alimentò il nuovo modello pastorale; il rifiuto totale della modernità conduceva al mito del Medioevo come momento massimo della civiltà cristiana e dunque un medievalismo che fu complanare a tutta l'età piana.

Con l'età della Restaurazione si delinearono due linee:

  • Modello intransigente, che rimase egemone, il quale mirava a rafforzare l'alleanza restaurata tra trono e altare, criticava teologicamente i regimi di libertà, si attestava su un atteggiamento di totale rifiuto della civiltà moderna. L'affermarsi di questi regimi liberali portava questa visione neoteocratica a sostenere un nuovo “cattolicesimo politico” cioè una mobilitazione del laicato; una politicizzazione del cattolicesimo, un atteggiamento di condanna, una negazione dell'uguaglianza giuridica dei cattolici con i fedeli di religioni diverse. Tutti i non cattolici venivano visti come nemici e membri della “sinagoga di Satana”.
  • Modello conciliatorista, che era aperto al moderno e dialogante, mirava alla conciliazione tra chiesa cattolica e civiltà moderna. Esponenti di questo modello sono Rosmini, Manzoni, Newman, Montalembert... La teologia rosminiana superava ogni ipotesi di cattolicesimo politico e poneva il problema di un umanesimo autentico e plenario. Nella sua visione la chiesa si impegna ad annunciare e testimoniare un cristianesimo puro e semplice, cioè il Vangelo delle Beatitudini: da una parte ha fiducia nella scelta libera delle coscienze; dall'altra non si nasconde che il peccato ha una dimensione sociale.

Sul piano della spiritualità e religiosità popolare, si possono individuare 2 emblemi che sono le spie delle due linee: la linea intransigente, sostenuta dal “piccolo gesuitismo”, dalla Compagnia di Gesù, trovò il suo emblema nel Sacro Cuore di Gesù e nelle forme di pratiche e di sociabilità devota. La linea conciliatorista invece si trova nel termine “carità”: carità corporale, carità spirituale e carità intellettuale; lo stesso istituto fondato da Rosmini prese il nome di Istituto della Carità.

I conciliatoristi inoltre auspicavano una riforma della chiesa dall'interno per curarne le “piaghe”. Le loro posizioni furono giudicate sconfitte sul piano politico e ciò determinò la crisi del loro modello pastorale e della loro proposta spirituale e ci fu il rilancio del modello intransigente che rivelava sempre di più le proprie insufficienze: all'esaltazione di una chiesa forte corrispondeva la debolezza della vita cristiana, soprattutto negli ambiti delle borghesie urbane, delle periferie operaie e tra gli intellettuali.

Con Leone XIII si avviarono processi nuovi e innovativi che misero in modo il cammino del secolo “dislocato”: dal cristianesimo sociale all'apostolato laicale, dall'attenzione positiva alla stampa al favore accordato alla cultura. Importante fu l'enciclica Rerum novarum, dalla quale partì l'impegno sociale dei cattolici e l'idea della democrazia cristiana, con Toniolo, Murri, Sturzo. Procede quindi l'età piana con suo modello intransigente, ma allo stesso tempo si avvia il secolo dislocato.

Il ritardo della cultura cattolica rendeva molto difficile la distinzione tra i fenomeni di soggettivizzazione e quelli di individualismo che andavano emergendo. Il dispositivo inquisitorio, cioè del tribunale delle coscienze che rimaneva l'approccio pastorale usuale verso l'individualità, si rivelava inefficace. Si producevano fratture socio-psicologiche sempre più evidenti e che la pastorale descrisse come “rispetto umano”, cioè l'atteggiamento di dissimulare, quando si era in alcuni ambienti o circostanze, la propria fede cattolica, per vergogna.

Murri con gli articoli sulla sua rivista “cultura sociale” cercò di considerare insieme cultura e società, anche nei loro reciproci rapporti. Il suo approfondimento analitico si rivolgeva agli aspetti che gli apparivano più pericolosi per la fede: il diffondersi di un certo antropomorfismo pseudoreligioso che cominciava a permeare i vissuti e a plasmare nuove abitudini sociali, estranee o perfino contrarie al cristianesimo.

Murri rifiutava tanto quella sorta di laicizzazione del cristianesimo quanto quella secolarizzazione che prospettava nuove religioni civili. La critica di Murri rispetto a quella che riteneva l'egemonia di un nuovo paganesimo pratico, non era determinata o condizionata dal fatto che egli provenisse dall'intransigentismo.

Anche Capecelatro, religioso sempre più vicino alle posizioni conciliatoriste, non era meno radicale di Murri nella critica a quella che chiamava “indifferenza religiosa”; egli denunciava una mescolanza di vita pagana con qualche esterna pratica di religione. Capecelatro, direttore della Biblioteca Vaticana, richiamava un ambito di simpatie e consensi analogo a quello che avrebbe avuto il card. Carlo Maria Martini.

In realtà si stava lentamente delineando un modello pastorale nuovo che univa l'ansia sociale dei democratici cristiani ad una spiritualità aperta di matrice manzoniana e rosminiana. Capecelatro era la figura che meglio riassumeva le caratteristiche di questo definirsi di una nuova pastorale, ma accanto a lui si possono ricordare anche Svampa, Ferrari, Bonomelli e Radini Tedeschi, ma anche figure come Roncalli e Mazzolari.

Il pontificato di Pio X, con la repressione del modernismo, soffocò sul nascere questa ipotesi innovativa salvandone solo un certo impegno sociale. Una buona parte degli esponenti citati si trovò coinvolta nella crisi modernista: il loro era un modernismo ortodosso sul piano del dogma ma animato da un'ansia di purificazione spirituale, di riforma cattolica, di apertura culturale. La repressione antimodernista ritardò in modo deciso quei processi di rinnovamento che si erano avviati nel secolo “dislocato”.

Si trattò di individuare la possibilità di una modernità “altra”. Con la prima guerra mondiale, col crollo del dominio liberale e con la rivoluzione bolscevica iniziò il “secolo breve” caratterizzato da una preminenza delle ideologie politiche totali, dai totalitarismi, da un materialismo ideologico che portò ad una persecuzione dei cristiani. Il totalitarismo si poneva come modernizzazione autoritaria; la chiesa cattolica si impegnò a contrastare questo totalitarismo.

Nel contrasto con le ideologie totali e i regimi totalitari, la chiesa cattolica andò via via sottolineando l'aspetto ideologico e dottrinale (insegnamento sociale divenne una dottrina sociale, la catechesi si configurò in forma di vera scuola) e si compaginò sempre più come un esercito schierato in campo, ponendo l'accento sull'unità e disciplina, autorità e obbedienza.

Il modello militante e massimalista che padre Agostino Gemelli, Armida Barelli e Francesco Olgiati avevano promosso a Milano, a cavallo della grande guerra, fu esteso a tutta Italia. Insomma, contemporaneamente a quella che era l'età totalitaria dei sistemi politici e degli stati, vi fu un'età totalitaria della chiesa cattolica che portavano ad un contrasto latente e continuo.

Con i pontificati di Pio XI e Pio XII si ebbe dunque una chiesa totalitaria, centralizzata, autosufficiente e trionfale. Una cifra esteriore che caratterizzò quasi tutti gli ambiti ecclesiali, fu il ricorso alla metafora militare per indicare i vari aspetti della chiesa e della sua azione. In tal modo vi fu l'attivizzazione di massa di laiche e laici cattolici resi partecipi, attraverso l'azione cattolica, di quello che veniva chiamato “apostolato gerarchico” con un'alternativa al totalitarismo fascista.

La torsione militante e la colonizzazione delle coscienze, tipica dell'età totalitaria, fecero sì che cadesse o si attenuasse il rispetto umano. In questo contesto Montini, da una parte entrato nel 1923 in segreteria di stato e dall'altra chiamato nel 1925 al ruolo di assistente nazionale della federazione degli universitari cattolici italiani (FUCI), fu partecipe della chiesa totalitaria.

Per comprendere il ruolo di Montini si può azzardare un paragone: nel regime totalitario di Mussolini il posto centrale era occupato dal partito fascista mentre i poteri tradizionali erano meno influenti e perciò producevano una resistenza, il delfino era Ciano, l'ideologo principale era Gentile ma un ruolo importante era svolto da Bottai; nella chiesa totalitaria di Pio XI il posto centrale era occupato dall'azione cattolica mentre i poteri tradizionali (come gesuiti e Curia romana) erano meno valorizzati e perciò si mostravano resistenti, il delfino era Pacelli, l'ideologo era Gemelli e un ruolo significativo aveva Montini.

Montini in segreteria di stato conservò uno stile e una spiritualità suoi propri, legandosi in amicizia con Roncalli, Rampolla... Questa pastorale della chiesa-esercito fu adeguata al momento storico dal quale costituì un sensibile riflesso: fu inevitabile nei contesti totalitari come Italia e Germania, molto meno in altri ambiti. In Francia per esempio, dove i processi di radicamento del materialismo pratico erano evidenti nella classe operaia e piccola borghesia, emergeva l'inefficacia e l'inadeguatezza di questa pastorale e nasceva l'esigenza di nuovi indirizzi.

L'ascesa al pontificio nel 1939 di Pio XII non cambiò la forma della chiesa totalitaria ma ne modificò gli equilibri interni: da una parte l'azione cattolica fu posta sullo stesso piano dei gesuiti perdendo la centralità ma rimanendo comunque un pilastro fondamentale, dall'altra i collaboratori principali furono Tardini e Montini, ma quest'ultimo si caratterizzava per una più lineare posizione favorevole agli Stati Uniti e alla democrazia.

Tale pontificato mostrò una “vena riformatrice” che si intrecciò con un indirizzo più restauratore e intransigente. Tale riformismo fu evidente nel primo decennio di pontificato piuttosto che nel secondo (dove il papa era più anziano e malato). Nel primo decennio egli ebbe accanto Montini che collaborò alla stesura del celebre appello alla pace, lanciato da Pio XII nel '39.

La seconda guerra mondiale portò alla fine dei totalitarismi nazifascisti ma non del comunismo che anzi estese il suo dominio su paesi cattolici come la Polonia. Nel secondo dopoguerra la chiesa cattolica continuò il permanente impegno dottrinale-teorico, cioè della lotta ideologica in senso anti-totalitario e anti-comunista. La pastorale fu ancora quella egemone ma intanto si diffondeva sempre più nel popolo cristiano europeo occidentale la secolarizzazione interna, data dal materialismo pratico borghese con il suo individualismo, che del cristianesimo manteneva pratiche esteriori ma le sradicava dai cuori.

Qui si innestavano le dinamiche del secolo spezzato, con l'affermarsi dei regimi democratici che influenzavano anche la vita interna della chiesa cattolica. In Francia, per la ferma determinazione in senso democratico di de Gaulle, si volle il cambio del nunzio e per trovare un diplomatico pontificio di sentimenti antinazionalisti, antirazzisti e antifascisti, si dovette recuperare una figura che doveva apparire di seconda fila; proprio su suggerimento di Montini il papa designò Roncalli. Ciò significava, oltre un imprevisto balzo di scala nell'importanza ecclesiale di Roncalli, anche che si realizzava un legame fondamentale per le sorti della Chiesa: quello tra Montini e Roncalli che stabiliva un ponte con la chiesa francese.

Ci si era resi conto dell'emergere dei nuovi processi secolarizzatori e dell'obsolescenza del modello pastorale totalitario. Già Maritain aveva parlato di una nuova cristianità da costruire, moderna e democratica, ma soprattutto si parlò della Francia come paese di missione e si lanciò la “mission de France”. Ci voleva una pastorale di dialogo, misericordia e di testimonianza di vita; una nuova missionarietà senza integralismi per una nuova evangelizzazione. L'idea chiave era quella del “fermento”: di un'azione cioè dall'interno delle realtà umane, mescolandosi alla pasta.

In Italia, a rendersi conto della necessità di una svolta, culturale e pastorale, furono soprattutto i laici cattolici, impegnati nell'assemblea costituente a trovare un accordo sui valori fondamentali della repubblica con esponenti di altro indirizzo ideologico e culturale (Dossetti, La Pira, Aldo Moro, Giuseppe Lazzati). Anche Alcide de Gasperi era convinto dell'inutilità dell'integralismo confessionale, anche per contrastare in modo democratico il comunismo. Erano tutti legati a Montini.

Tuttavia la presenza del maggiore Partito Comunista dell'Occidente alimentava le logiche di scontro e la pastorale della chiesa-esercito, soffocando gli indirizzi pastorali rinnovatori. Non mancavano nella chiesa italiana, nei laici ma anche nel clero, giovani intelligenze che avvertivano la forza dei processi di scristianizzazione e che cercavano più adeguate e nuove risposte pastorali, ma la maggioranza era impegnata sul versante ideologico, rischiando di giungere ad analisi parziali.

Da una parte l'avvio della guerra fredda, dall'altra il declino fisico di Pio XII portarono ad un'emarginazione di Montini, del modello pastorale filo-francese da lui promosso e delle nuove idee di dialogo e apertura che avrebbero caratterizzato il successivo periodo di rinnovamento nella chiesa.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/02 Storia della pedagogia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sara92p di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia culturale dell'educazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia o del prof De Giorgi Fulvio.
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