Brani estratti delle lettere del 1883 di Freud, "Lettere alla fidanzata"
Il Don Chisciotte di Cervantes rimase per Freud il modello immortale di ogni romanzo umoristico. Freud trova il brano di immensa delizia, il cui racconto è un brano della stessa vita di Cervantes. Lo reputa intelligente, acuto, fine a tal punto che non riesce a ricordare di aver mai letto qualcosa di più piacevole e grazioso. Il Don Chisciotte è messo nella giusta luce, non nei mezzi grossolani dalle disgrazie corporali ebastone, ma ridicolizzato dalla superiorità della gente che si trova nella sua vita reale. Tragico nella sua impotenza.
Poi accenna ai disegni di Dorè che sono magnifici e di splendida comicità e contribuisce a distruggere l'assurdità del romanticismo cavalleresco (quando descrive situazioni buffe). Manca però l'ironia sottile nelle altre scene dove si rivela il carattere del cavaliere (troppo caricato e rimane indietro rispetto alla poesia).
La pinacoteca di Dresda
Freud crede di aver acquisito qualcosa di permanente, fino ad allora riteneva che vi fosse una specie di accordo tra la gente che non ha molto da fare nel trovare entusiasmanti i quadri dipinti da famosi maestri. La Madonna di Holbein, circondata da visi brutti che infastidivano Freud, ma poi seppe che erano i ritratti della famiglia del borgomastro. Il fanciullo malato e deforma che la madonna tiene in braccio non è Gesù ma il povero figliolo del borgomastro, al quale quel quadro avrebbe dovuto accrescere la guarigione. La madonna non era molto bella, ma è la vera vergine del cielo come l'ha fantasticata lo spirito dei tedeschi. Comincia a capire qualcosa di questa madonna.
La Madonna di Raffaello, la Sistina, da quel quadro ebbi un incanto a cui non ci si può sottrarre, ma anche contro quella Madonna avevo una importante obiezione. Quella di Holbein non è né donna né fanciulla, la sublimità e la umiltà non permette alcun dubbio alla sua destinazione. Quella di Raffaello è una fanciulla, cui si potrebbe dare 16 anni, guarda con tanta freschezza il mondo, e un po' contro la mia volontà mi venne un mente che quella doveva essere stata una affascinante creatura umana, che risvegliava la simpatia non del cielo ma della nostra terra.
Il Cristo della moneta di Tiziano, questa testa mi è cara, è la sola verosimile che possiamo pensare avesse un tal uomo. La rappresentazione è così riuscita. È in tutto un nobile volto umano assai lontano dalla bellezza, ma di una passione profonda, interiorità e profondità. Me ne sono andato commosso.
Brani estratti delle lettere a Fliess (1897-98)
Periodo in cui Freud era immerso nella sua autoanalisi. Il meccanismo delle creazioni poetiche è lo stesso delle fantasie isteriche. Shakespeare aveva ragione di accostare poesia e delirio.
Edipo re e Amleto
Nel corso della mia autoanalisi non ho trovato nulla di nuovo rispetto ai miei pazienti. Non è cosa da poco essere onesti con se stessi. Ho trovato amore per la madre e gelosia per il padre anche nel mio caso. Così si comprende l'interesse che suscita l'Edipo re, il mito greco si rifà a una coazione che ognuno riconosce per aver sentito personalmente la presenza.
L'opera si apre con la presentazione della città di Tebe afflitta dalla sterilità e dalla pestilenza; i cittadini chiedono perciò aiuto a Edipo, re della città. Il sovrano risponde di essere in attesa del ritorno del cognato Creonte, inviato a Delfi per avere un responso dall'oracolo. Giunto in città, Creonte svela il responso del dio: per salvare Tebe è necessario scoprire e esiliare l'uccisore di Laio.
Edipo organizza immediatamente le ricerche, dichiarandosi ansioso di fare giustizia. Viene convocato l'indovino Tiresia; costui si mostra dapprima reticente; in un secondo tempo, minacciato dal sovrano, accetta di svelare l'amara verità. Il vecchio afferma la colpevolezza di Edipo stesso, il quale avrebbe ucciso il padre e si sarebbe unito in un rapporto incestuoso con la madre. Il re, sdegnato, scaccia in malo modo Tiresia e prosegue le ricerche, non credendo assolutamente a ciò che ha udito.
Parlando con la moglie Giocasta, però, scopre le condizioni in cui è morto il suo predecessore e riscontra elementi simili alla situazione in cui egli, prima di giungere a Tebe, ha ucciso un viandante per un semplice motivo di precedenza. La moglie cerca di dissuaderlo da questa ipotesi, e a questo scopo manda a chiamare l'unico servo superstite dalla strage. Nel frattempo, giunge alla corte un ambasciatore di Corinto, che comunica la morte di Polibo, re della città. Edipo, angosciato, pensa che questo dimostri la veridicità dell'oracolo: egli è infatti convinto di essere figlio del re di Corinto.
A questo punto il messo gli rivela il segreto della sua infanzia: Edipo è stato trovato abbandonato sul monte Citerone, da qui è stato condotto alla reggia di Corinto ed è stato adottato dal re come fosse suo figlio. L'angoscia di Edipo cresce sempre di più e mentre la moglie, che ha capito la verità, cerca di dissuaderlo dal proseguire le ricerche, egli è sempre più desideroso di andare a fondo.
Il servo superstite, giunto sul posto, si rifiuta di rivelare ciò che sa, ma poi, costretto dal sovrano, comunica ai presenti tutta la verità. L'uccisore di Laio è Edipo stesso; il servo, anni prima, non ha però avuto il coraggio di denunciarlo al popolo, perché, quando egli è giunto in città dopo la strage, ha visto che il colpevole era già stato investito della carica reale: Edipo aveva infatti liberato Tebe dalla Sfinge, e perciò era considerato il salvatore della città. Il sovrano, distrutto, rientra quindi nella reggia. Qui, vista Giocasta morta suicida impiccata, si acceca trafiggendosi gli occhi con le fibbie della sua veste. In seguito, dopo un ultimo colloquio con Creonte, si allontana dalla città in volontario esilio.
Mi è parsa l'idea che la stessa cosa possa essere alla radice di Amleto, credo che una reale avversione abbia spinto il poeta a scrivere mentre l'inconscio che era in lui capiva l'inconscio dell'eroe. Come spiega la sua esitazione a vendicare il padre uccidendo lo zio? È il medesimo gesto contro il padre per passione della madre? Egli non riesce ad attirare come i miei pazienti su di sé la punizione perché è avvelenato dallo stesso rivale del padre (zio)?
La giustiziera e le nozze del monaco
Trama La giustiziera: Una nobildonna aveva nella prima giovinezza amato segretamente un chierico. Fatalmente scoperta dal padre e costretta, quando era già incinta a sposare il vecchio conte del luogo che poi avvelena. Al rientro in casa del figlio rivela con terrore di amare sua sorella (inconsapevole che essa era la figlia del chierico). La madre per amore della figlia rivela la sua colpa e si uccide. Freud pensa di questo romanzo: si tratta di una difesa poetica contro il ricordo di un rapporto infantile dell'autore con la sorella. Se la sorella non è figlia della madre non ci si rivolge alcun rimprovero (come avviene con i nevrotici che creano un romanzo familiare).
La miglior novella di Meyer per Freud è Le nozze del monaco. Trama: A una cerchia di nobili riuniti attorno a Cangrande della Scala Dante narra la tragica vicenda del monaco Astorre desunta dall'epitaffio di un monastero francescano di Padova. Mentre racconta Dante lega i nomi dei suoi ascoltatori e alcune loro caratteristiche ai personaggi della narrazione. Gli ascoltatori si sentono così direttamente chiamati in causa e, curiosi, lo interrompono frequentemente. Anche Dante talora s'interrompe e corregge la propria storia.
Nel racconto principale il monaco Astorre è costretto dal padre moribondo a revocare i suoi voti monastici e a promettere di sposare Diana, la moglie del fratello defunto, al fine di garantire la continuità del proprio casato. Diana s'innamora di Astorre, mentre questi non contraccambia il suo amore. Astorre si lamenta della sorte sentendosi defraudato dei propri progetti di vita monastica. Ben presto s'innamora però fatalmente della bella Antiope. Con gran costernazione di tutti sposa la giovane fanciulla un giorno dopo il fidanzamento ufficiale con Diana. L'avvenimento provoca un grande scandalo.
La vicenda si conclude con la morte di tre persone: Diana vendica l'infedeltà uccidendo Antiope; Astorre accoltella Germano, il fratello di Diana che era stato suo amico d'infanzia, e ne è a sua volta ferito mortalmente. Per Freud illustra un'azione che più tardi negli anni viene prendendo corso nella formazione fantastica. L'argomento segreto è quello della vendetta insoddisfatta che per bocca di Dante si prolunga per l'eternità, l'inevitabile punizione. Il tema sta della instabilità di chi ha abbandonato i propri sostegni. Il tema manifesto e quello comune hanno un segno in comune: quello di procedere a botti successivi, come se la giustiziera fosse la reazione ai misfatti infantili scoperti, allora questa novella l'eco di quelli rimasti nascosti.
Edipo e Amleto (tratto dal capitolo 5 dell'interpretazione dei sogni)
I genitori hanno la parte principale nella vita psichica infantile di tutti i futuri psiconevrotici: amore per l'uno e odio per l'altro dei genitori. I psiconevrotici non creano qualcosa di nuovo rispetto alle persone che rimangono normali. A sostegno di questa conoscenza, l'antichità ci ha tramandato un materiale leggendario, la cui energia riesce comprensibile soltanto con le premesse sopra dette.
La leggenda del re Edipo: Edipo figlio di Laio di Tebe e di Giocastra, viene esposta lattante perché un oracolo ha predetto al padre che il figlio non ancora nato sarà il suo assassino. Edipo viene salvato e cresciuto come figlio di un re in una corte straniera. Incerto delle proprie origini interroga l'oracolo e ne ottiene il consiglio di star lontano dalla patria, perché sarebbe costretto a diventare l'assassino del padre e lo sposo di sua madre. Sulla strada che lo porta lontano dalla presunta patria incontra il re Laico e lo uccide. Giunge poi a Tebe, dopo aver risolto gli enigmi della Sfinge che sbarra la via e per ringraziamento i Tebani lo eleggono re e gli offrono in dono la mano di Giocastra. Per lungo tempo regna pacifico e onorato, genera con la madre sconosciuta due figli, finché scoppia una pestilenza che induce ancora una volta a consultare l'oracolo. La pestilenza avrà fine quando l'uccisore di Laico sarà espulso dal paese.
Paragonabile al lavoro della psicoanalisi, Edipo stesso è l'assassino di Laio, ma anche il figlio dell'assassinato e di Giocastra. Travolto dalla mostruosità dei fatti commessi, si acceca e abbandona la patria. Edipo Re è una tragedia fatalistica, il supremo volere degli Dei e i vani sforzi dell'uomo minacciato dalla sciagura, lo spettatore dovrebbe apprendere dalla tragedia la rassegnazione al volere della divinità (impotenza).
Se il re Edipo affascina anche l'uomo moderno (lontano dai valori degli dei) è perché l'effetto della tragedia non si basa fra destino e volontà, bensì va ricercato nella ricerca del materiale. Il destino del protagonista ci commuove perché sarebbe potuto diventare il nostro, perché prima della nostra nascita l'oracolo ha decretato la medesima maledizione per noi e per lui. Forse a tutti noi era dato in sorte di rivolgere il nostro impulso sessuale alla madre, il primo odio e il primo desiderio di violenza verso il padre: i nostri sogni ce ne danno la convinzione. Il re Edipo che ha ucciso suo padre e sposato sua madre è l'appagamento di un desiderio della nostra infanzia. Ma più fortunati di lui siamo riusciti in seguito, nella misura in cui non siamo diventati psiconevrotici, a staccare i nostri impulsi sessuali e a dimenticare la nostra gelosia nei confronti di nostro padre.
Portando alla luce nella sua analisi la colpa di Edipo, il poeta ci costringe a prendere coscienza del nostro intimo, nel quale quegli impulsi, anche se repressi, sono pur sempre presenti. Come Edipo viviamo inconsapevoli di desiderio imposti dalla natura e dopo la loro rivelazione noi tutti vorremmo distogliere lo sguardo dalle scene della nostra infanzia (si acceca). Come allora, anche oggi il sogno di molti uomini è avere rapporti sessuali con la madre, che la raccontano sorpresi e indignati. Nello stesso modo in cui i sogni di adulti sono vissuti con ripudio e rifiuto, la tragedia deve accogliere nel suo contenuto anche orrore e autopunizione.
Nell'Edipo, l'infantile fantasia viene tratta alla luce e realizzata come nel sogno, nell'Amleto permane rimossa e veniamo sapere della sua esistenza, in modo simile a quello che si verifica nella nevrosi, soltanto attraverso gli effetti inibitori che ne derivano. L'effetto travolgente del dramma è dimostrato che si può rimanere all'oscuro del carattere dell'eroe. Il testo non rivela quali siano i motivi o le cause dell'esitazione di Amleto ad adempire il compito di vendetta assegnatosi. Ma Amleto non è un uomo incapace di agire (lo vediamo agire due volte nel dramma), quindi cosa lo inibisce nell'adempimento del compito assegnatosi dal fantasma del padre? "La particolare natura di questo compito". Amleto può tutto, tranne che uccidere l'uomo che ha preso il suo posto, perché gli mostra attuati i suoi desideri infantili rimossi. Il ribrezzo che dovrebbe spingerlo alla vendetta è sostituito con una sensazione di autorimproveri, che gli rinfacciano che egli non è migliore del peccatore che dovrebbe punire.
Il dramma è stato composto interamente dopo la morte del padre di Shakespeare, ci è lecito supporre delle sensazioni infantili difronte al padre. È noto anche che il figlio di S., morto giovane, aveva nomi di Hamnet (identico a Hamlet). Come l'Amleto tratta il rapporto figli-genitori, così anche il Macbeth, ha per tema la mancanza di figli. È noto però che ogni creazione poetica, come i sintomi nevrotici e i sogni, sorgono da più motivi. Qui ho soltanto interpretato quello più profondo nella psiche del creatore.
Personaggi psicopatici sulla scena
Se lo scopo del dramma, come si ritiene ai tempi di Aristotele, è quello di suscitare pietà e terrore, potremmo dire che l'intento è quello di far scaturire fonti di piacere o di godimento. Lo spettatore vive troppo poco intensamente, si sente misero, al quale nulla di grave può accadere, da tempo ha dovuto soffocare l'ambizione di porre se stesso al centro della macchina mondiale: essere un eroe e gli autori e gli attori teatrali glielo consentono tramite identificazione.
Gli risparmiano al tempo stesso, giacché lo spettatore sa che il condursi da eroe arrecherebbe dolore, sofferenza le quali annullerebbero il gradimento. Perciò il suo godimento ha come presupposto l'illusione, l'attenuazione della sofferenza, sapendo che chi soffre sulla scena è un'altra persona e che si tratta solo di un gioco a cui non può derivare nessun danno per la sicurezza personale. In queste circostanze nulla si oppone al sentimento di sentirsi "grande".
Il dramma mira a scagliare più nel profondo le possibilità affettive, a trasformare in godimento i presentimenti di sventura, mostra quindi l'eroe in lotta, con soddisfazione masochistica nella disfatta. L'origine della tragedia non può essere in rapporto con questo significato di dramma. Gli eroi sono ribelli alla volontà degli Dei e il piacere deriva dall'afflizione del più debole di fronte al potere divino (dove il personaggio è pur sempre esaltato come grande). Il tema del dramma è dunque ogni genere di sofferenza per procurare piacere allo spettatore, ma che non faccia soffrire lo spettatore, che sappia compensare alla sofferenza le soddisfazioni (molti autori peccano).
La sofferenza di limita a quella spirituale, è impossibile di desiderare una sofferenza fisica, chi è malato ha un solo desiderio: quello di guarire, se lo spettatore si mette nei panni di chi è malato non prova nessun godimento o miglioramento delle sue condizioni psichiche. L'uomo però conosce le sofferenze spirituali nelle quali esse vengono acquisite e perciò il dramma ha bisogno di un'azione da cui queste sofferenze traggano origine e inizia introducendo tale evento: una situazione di conflitto.
La prima e più grandiosa realizzazione fu la lotta contro la divinità. Quanto minore diviene la fede nella divinità, tanto diventa più importante l'ordinamento umano, così la prossima lotta sarà quella dell'eroe contro la società umana (tragedia borghese). Con il dramma religioso, di carattere e sociale si svolge la lotta da cui scaturisce la sofferenza, vi è un altro terreno dove possiamo seguire il dramma, dove diviene interamente psicologico.
La lotta generata dall'eroe, generatrice di sofferenza, è una lotta destinata a finire non con la caduta dell'eroe, bensì con l'estinzione di un impulso, quindi con la rinuncia. Nasce così la tragedia d'amore con situazione di conflitto varianti all'infinito (amore e dovere, ecc.). Ma la gamma delle possibilità si estende e il dramma psicologico diventa un dramma psicopatologico, quando il conflitto non è più fra due impulsi ugualmente consci, bensì fra una fonte conscia e una rimossa delle sofferenza, alla quale dobbiamo partecipare e trarre piacere. Condizione del piacere è la nevrosi dello spettatore. Solo ad un nevrotico la rivelazione e il riconoscimento dell'impulso rimosso può procurare piacere e non schietta avversione, ma nel non nevrotico incontrerà soltanto repulsione ed egli si dimostrerà pronto a ripetere l'atto della rimozione.
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