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Autoritratti di artisti fotografi

Spesso da parte degli artisti si ha la tendenza di sottovalutare le implicazioni profonde dell’autoritratto, dicendo che risponde a esigenze di tipo formale e/o concettuale. Effettivamente molti autoritratti eseguiti da artisti fotografi sono molto elaborati, sembrano voler nascondere dietro elementi di scenografia l’elementarità del gesto dell’autoritratto, rischiando di farci perdere di vista l’essenzialità psicologica del grado zero.

Il caso di Opalka

Un caso particolare è quello dell’artista polacco Opalka, nato nel 1931, che dal 1965 a oggi (40 anni) ha continuato a autoritrarsi tutti i giorni nella stessa posa e nello stesso luogo. È un tentativo di neutralizzare lo scorrere del tempo, ma osservando le foto fatte dopo mesi o anni si nota l’inesorabile scorrere del tempo (il lavoro della morte). Questo è stato imitato anche da fotografi dilettanti, come sui social, riuscendo a cogliere lo scorrere del tempo in dettagli impercettibili.

Questo gesto, questa mania nel fotografarsi, costituisce la sensazione di passività dello scorrere del tempo a una sensazione di controllo, sulla propria immagine, sullo straziante spegnersi dei propri occhi.

Il travestimento nell'autoritratto

Anche nello specchio esiste l’esigenza di guardarsi continuamente, che risponde al motivo di familiarizzare con la propria immagine, soprattutto in momenti critici della nostra vita, come ad esempio nella malattia o la vecchiaia, quando la nostra immagine ci sembra estranea e tendiamo a non accettarla. L’altra caratteristica dell’autoritratto è quella del travestimento. Anche qui abbiamo a che fare con il problema dell’identità, ma non nel senso interiore della ricerca e dei conflitti, ma più nel senso di un Io creativo alla ricerca di più di una vita. Numerosi artisti, da Duchamp in poi, hanno percorso questa strada.

Ad esempio, Sawada, fotografo giapponese, ha proposto 400 autoritratti in formato fototessera che sembrano rappresentare 400 donne diverse: l’Io che riempie i vuoti dei nostri desideri di vita. La possibilità di giocare con il trucco e i parruccchi può trovare possibilità nell’ambito della terapia, soprattutto nella delicata questione dell’identità di genere. Potendole sperimentare e analizzare, può aiutare il soggetto a maturare e a vivere le sue scelte con maggiore coerenza e consapevolezza.

Identità e fotografia

La convulsione all’autoritratto può dunque essere collegata a un disagio che non sempre il soggetto da solo sarà in grado di risolvere, ed entriamo così nell’ambito specifico di un’arte-o foto-terapia. Il soggetto deve tornare a vedersi come oggetto e quindi operare un processo di disidentificazione: la nostra immagine deve tornare a diventare quella di un altro. L’autoritratto consente di proiettare all’esterno, oggettivare ed elaborare le parti malate dell’io.

L'immagine di sé in fotografia

Il primo autoritratto è stato realizzato nel 1840 da Bayard, quando l’Accademia di Francia aveva premiato Daguerre per il brevetto dell’invenzione fotografica, cosa invece inventata da Bayard. Allora, per protesta, si autoritrae in posa da affogato perché vittima di un’ingiustizia. A quei tempi i tempi di posa erano molto lunghi. Già da allora si ha un legame con la morte; vedere la propria morte è impossibile, ma fotografandola invece possiamo avere una traccia.

Il legame con la modernità

Con la modernità nasce l’idea che l’Io è un altro. Cosa significa? Significa che l’identità non è perfetta e quindi non si può circoscrivere. C’è sempre un altro.

  • Uno degli autoritratti di Schiele, che non scattava lui stesso ma realizzati da un fotografo professionista, hanno di particolare la sensazione che Schiele non mira a qualche significato simbolico ma invece a un gesto di disagio e ribellione, un rifiuto di stare dentro l’immagine, il disagio dell’io, la scoperta dell’inconscio che divide l’io.
  • Con le avanguardie, specie il dadaismo, si introduce la negazione. Di Hannah Hoch, sono significativi gli autoritratti: per la donna il discorso che l’Io è un altro è molto sentito; in un autoritratto c’è una separazione all’interno della foto, un taglio, che sta a significare l’io diviso.

L’inclinatura passa attraverso i due volti e la persona si moltiplica nel riflesso, non nella sovrapposizione. Le due parti non coincidono. Non so più qual è l’io e qual è l’altro. Breton, nel suo autoritratto con fotomontaggio, mostra due sguardi: uno automatico del microscopio, che sta a significare uno sguardo diverso rispetto a quello quotidiano, più profondo che ognuno di noi possiede, e poi c’è l’altro sguardo, quello della cameriera alla spalla che sta a significare l’essere sempre osservati.

Bayer, nella sua foto più famosa, mette in mostra il perturbante: guardandosi allo specchio e non riconoscendosi, l’immagine riflessa è il contrario di quanto ci aspetteremmo.

L'io e il genere sessuale

Poi c’è il discorso che l’Io è un altro, nel senso come genere sessuale. Prendiamo due casi più noti. Duchamp non è mai voluto entrare nella schiera del surrealismo, ma i suoi lavori hanno a che fare con questa tematica. Si è creato un alter ego femminile e per lui, se l’altro Io è qualcosa di diverso, deve essere il sesso opposto. Claude Cahun, invece, si presenta al maschile. In una delle sue foto c’è lo specchio, ma non è manipolato, non è una presenza estranea: siamo sempre noi ma divisi.

L'autoritratto e la macchina fotografica

Fin qui abbiamo visto autoritratti dove non c’è la macchina fotografica, ma abbiamo casi dove la macchina fotografica si fa sempre più sentire, fino a sostituire il volto stesso. Prendiamo ad esempio Mulas: in una sua immagine c’è l’ombra, lo specchio, ma soprattutto la macchina fotografica che nasconde il volto. Per Mulas il fotografo è colui che non può mai vedersi, che cela il suo sguardo dietro la macchina fotografica, il mettersi da parte, non bisogna mai mettersi davanti.

Andy Warhol invece è un’esasperazione totale, opposto: vuole essere una macchina. L’Io si proietta nel proprio strumento, nel senso di annullamento. Una volontà estrema. Questo lo dichiara nelle sue opere, la moltiplicazione, la ripetizione, l’inquadratura fissa nei suoi film anni ’60, lo sguardo è la macchina che non si muove, l’Io si annulla.

Il progetto di Vaccari si può accostare a questo discorso. Vaccari ha messo a disposizione del pubblico una cabina fotografica automatica: si entra dentro, si scattano foto, poi le si appendono al muro formando un bellissimo murale. È la prima volta che si entra realmente dentro la macchina fotografica: non c’è più neanche un fotografo, siamo solo con noi stessi e la macchina. L’altro siamo noi.

L'io e il corpo

Abbiamo poi il discorso che l’Io è il corpo. Prendiamo il caso di Francesca Woodman: in un’immagine si appende alla trave della porta, una crocifissione al femminile, il corpo entra a far parte dello spazio e si confonde, si lascia possedere dallo spazio. Per la Goldin l’altro è la dipendenza sessuale; l’arte è come una dipendenza sessuale, ecco perché a sua esibizione di immagini violente, ecco perché gli autoritratti presentano gli occhi gonfi di una donna che è stata picchiata, tracce di dipendenza. L’arte non è una forma pacificata con la realtà, la dipendenza è un mistero psicologico perché è vittima chi dipende.

Il post umano

Un ultimo discorso è il post umano. In un’era dell’immagine, il farsi immagine, cioè il voler diventare immagine come un presentatore sorridente e un po’ ridicolo che si identifica perfettamente nel suo ruolo, o come nel caso della Barbie: il fatto che volontariamente la persona vuole diventare un altro, perché oggi l’immagine si fa mediatrice dei rapporti con la realtà (vediamo le trasformazioni del look). Un esempio è Orlan, che filma e trasmette in diretta le operazioni di modifica del corpo, di lifting di vario tipo che opera sul proprio corpo.

Fotografia e gender

Il delicato problema dell’identità di genere sembra aver trovato, nel corso del suo percorso tormentato novecentesco, un’importante alleata nella fotografia, una traccia visiva concreta e tangibile, nuova e antitradizionale. Ormai dal 1839, quando la fotografia diventa brevetto ufficiale, l’immagine-identità ritrattistica passa dai pittori alla neutralità del mezzo fotografico, obiettivo impassibile che mostra al mondo la spettacolarizzazione della nostra identità. Il volto truccato e travestito dalla fotografia risulta un’attestazione di estrema importanza per la ricerca di una dichiarazione di omosessualità.

Le sigarette, il bastone, i pantaloni, i tagli corti e la moda hanno giocato anche loro ruoli predominanti in questo percorso per il mondo lesbico. La fotografia con questi elementi diventa un palcoscenico per performare la differenza di genere.

Negli anni ’20, oltre questo problema, si accosta a pari passo quello dell’autonomia femminile, l’uguaglianza e il riconoscimento sociale. Il fumo, ad esempio, era vietato alle donne, e negli anni ’20 la donna che fuma è una new-woman, decisa, forte e femminile. Le grandi dive fanno da testimonial su riviste con vestiti mascolini, sigaretta e acconciature androgine in aria provocatoria. Rivendicazione sociale e omosessualità giocano con le stesse immagini per costruire la new-woman, anche se apparentemente per scopi diversi.

Coco Chanel, nel 1923, con un articolo di Vogue, lancia una donna sportiva che indossa giacche pratiche e pantaloni, per la richiesta di diritti sociali, e così la moda gioca un ruolo importante anche per il campo lesbico. Già durante le due guerre, la donna, a causa del lavoro, doveva abbandonare le gonne sfarzose per la scomodità ed acquistare un abbigliamento più comodo.

Esempi di autoritratti di genere

Claude Cahun è riconosciuta per la sua grande importanza nei suoi lavori. Nata nel 1894, cambia il suo vero nome con Claude (di per sé androgino) e con precocità intravede nell’uso fotografico la possibilità di compiere un’indagine psicologica e al contempo privata sulla propria identità. Proveniva da una famiglia di intellettuali scrittori di origine ebraica e il suo desiderio d’affermazione artistica si diresse quindi verso il campo familiare della letteratura. Dopo l’apprendistato in UK, entra in contatto con l’avanguardia surrealistica, abitando nel 1922 a Parigi. Già da allora gli è compagna e collaboratrice Moore, con cui realizzeranno insieme fotomontaggi intensi di moda.

Claudia, lesbica dichiarata, utilizza la fotografia nel privato (rispetto alla scrittura) e in un modo non contestuale, senza pretese, e con una semplice Kodak scatta autoritratti neutri e recita la parte di diverse personalità, dal marinaio alla zingara, fino ad assumere sembianze inquietanti per la loro forza e modernità di perfetto androgino. Per Claude era una continua esercitazione esistenziale, si rasava i capelli e le sopracciglia e con una magrezza esagerata posava in abbigliamento maschile. Lo sguardo nelle sue foto è sempre fiero e diretto in camera (o di lato), ostentazione contro gli stereotipi. Cahun non è nessuno e nessuno e la fotografia lo dimostra.

Un'altra fotografa che possiamo accostare a Cahun è Annemarie Schwarzenbach. Nata nel 1908, da una ricca famiglia svizzera, Annemarie subì sempre un rapporto complicato con una madre possessiva che da un lato incoraggiava la sua natura androgina e dall’altro ostacolava i tentativi di emancipazione in pubblico. Visse una vita agiata, con un’ossessione per i viaggi esotici e dal sogno di affermarsi come fotografa di reportage. Morì molto giovane per la dipendenza da morfina che le causò molti ricoveri e addirittura l’elettroshock per svegliarla da un coma artificiale provocato da una banale caduta in bici. Giovane donna inquieta, autrice di romanzi e racconti di viaggio. Nei suoi autoritratti testimonia la propria identità. Fin da bambina ritratta spesso dalla madre in abiti maschili. Una volta raggiunta consapevolezza del proprio orientamento sessuale, Annemarie diventa testimonial raffinata ed elegante dell’abbigliamento androgino per la comunità lesbica tra le due guerre. Era molto alta (1.76). In una foto si raffigura vicino alla sua auto Mercedes, con pantaloni ampi, maglioncino sportivo, sigaretta tra le dita e acconciatura corta. Anche per i suoi viaggi, per comodità, assume abiti maschili con stivaloni. Lo sguardo è triste e imbronciato.

Fotografie e arte irregolare

Un passo decisivo verso il riconoscimento del valore estetico della produzione artistica creativa di individui estranei al campo dell’arte, prevalentemente persone affette da disturbi psichici, si deve, come è noto, alla figura di Dubuffet. Nel 1945 inizia a visitare i manicomi svizzeri e a raccogliere materiale da esporre nella sua galleria a Parigi nel 1949. La fotografia però, pur interessandosi ai suoi linguaggi, nella mostra è assente. Ma ci sono collage con fotogrammi, ad esempio di Wölfli.

Un particolare problema era la mancanza dei mezzi (soltanto matite e fogli) e l’attività creativa per il paziente non veniva ancora riconosciuta. Si ricorda che ogni lunedì mattina Wölfli riceveva una matita e rotoli di carta da imballaggio e se non aveva i materiali girava per tutto l’edificio senza sosta, urlando disgrazia. Le fotografie testimoniano i lavori creativi dei pazienti all’interno di questo ambiente. Testimonianza è lo scarto della fotografia come mezzo artistico, naturalmente per la difficoltà dell’apparecchio e la procedura di stampa era impresa.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/01 Psicologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Donato-93 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dell'arte e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Ferrari Stefano.
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