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Itinerari della storia dell'infanzia

Bambine e bambini, modelli pedagogici e stili educativi

Carmela Covatto e Simonetta Ulivieri

Solamente alcuni saggi

Introduzione

Contesi o violati, accuditi o sfruttati, i bambini di tutto il pianeta, nel passaggio dal secondo al terzo millennio, manifestarono il contrasto di un mondo adulto, in cui alla tendenziale globalizzazione dei linguaggi e dei bisogni si contrapponeva una diversificazione individuale e collettiva.

Nella storia dell'800, l'evoluzione del sentimento dell'infanzia si è accostato alla nascita della famiglia e all'obbligo scolastico. Tutto ciò ha portato a una progressiva separazione del mondo degli adulti da quello dei bambini. Dal 1960, data della pubblicazione in Francia del volume di Aries, "L'enfant et la vie familiere sous l'ancien regime", la storia dell'infanzia ha avuto notevoli sviluppi. Questo volume vuole approfondire la storia di bambine e bambini, partendo da situazioni di abbandono o di cancellazione della loro identità, che hanno visto riconosciuti i loro diritti alla vita, all'istruzione, al gioco e alla felicità. Ricostruire la storia dei bambini è un impegno importante per gli adulti, al fine di conoscere sempre più il valore dell'infanzia.

4° capitolo: La socializzazione dell'infanzia lavoratrice nell'età preindustriale

Carlo Pancera

1. Le condizioni dei bambini poveri tra '600 e '700

Considerando la fascia urbana dei lavoratori poveri (cioè quelli che facevano i garzoni, i servi e gli apprendisti), tra il XVII e il XVIII secolo in città come Londra e Parigi contavano la 1/5 della popolazione. Le condizioni precarie e disagevoli in cui il popolo minuto viveva rendeva alta la mortalità infantile. Molti lavoratori poveri poi abitavano in case molto piccole dove si abitava con tutta la famiglia. Tra i '600/'700 si diffonde l'usanza, per molti operai o artigiani (i quali non avevano i soldi per aprirsi una bottega), di fare il lavoro a casa in modo da farsi aiutare da tutta la famiglia. Ma nelle ristrettezze abitative dell'epoca, la vita quotidiana all'interno della casa diventava difficoltosa, così i piccolini venivano mandati a balia, i più grandi venivano mandati a fare l'apprendistato e i mezzani (8-7 anni) o aiutavano nel lavoro i genitori oppure venivano mandati in strada (erano ritenuti già grandi da autogestirsi).

Quindi due diverse socializzazioni tra i bambini che lavorano, i quali devono terminare ogni sorta di gioco o svago, e quelli che non lavorano, liberi di organizzarsi la giornata. Il passaggio dal periodo di non lavoro a quello del lavoro non era così traumatico perché poco cambiava nella vita del bambino. Appena possibile i mezzani venivano impiegati per contribuire alle necessità domestiche e lavorative utili alla famiglia come raccogliere la legna, piegare il cotone, etc...

Di solito verso i 7/8 anni i bambini venivano già inviati a servizio presso una bottega con la speranza di diventare apprendisti a 14 anni. Ma il lavoro, a seconda delle condizioni familiari, poteva cominciare prima.

2. Da piccoli lavoratori ad apprendisti

Nel periodo precedente la rivoluzione industriale, l'unità produttiva era costituita da quella domestica. In una famiglia di artigiani oltre ai familiari potevano essere coinvolti nel lavoro anche i servi e i figli dei servi. Erano i genitori stessi che contrattavano i termini della prestazione. I piccoli servitori dovevano obbedienza e fedeltà al padrone il quale li doveva educare e allevare come persone di casa. Forse dai B questo passaggio era vissuto come un ingresso nella società. S.R. Smith lo vede come un periodo intermedio di passaggio tra l'infanzia e la vita adulta dove il B passa dalla moralità appresa a comportamenti etici nuovi.

L'inizio dell'apprendistato è caratterizzato da riti e cerimonie. Inizia il secondo periodo di socializzazione. Il rapporto tra ragazzo e padrone erano nel caso di servi e garzoni piuttosto generici, i quali non avevano un contratto stabilito dalla legge ma su accordi orali. Rimane da stabilire cosa si poteva intendere per generici.

3. Il lavoro come tirocinio sociale e professionale

Più dignitosa la condizione giuridico-sociale degli apprendisti che venivano completamente integrati nella famiglia del mastro. Erano quei garzoni che stipulavano un vero e proprio contratto per imparare il mestiere. L'età massima per poter accedere a questo contratto variava a seconda dei maestri. A Venezia nel '700 la corporazione dei terrazzieri e passamanieri fissano il limite di età a 15 anni, i boccaleri dai 12 fino ai 16 anni, i calaffai dai 10 fino ai 19 anni, etc.

Il contratto di un apprendista aveva caratteristiche ben precise, veniva scritto e consegnato al notaio. A Venezia un contratto di apprendistato presso i prestineri aveva una durata quadriennale in cui il maestro dava da mangiare ai garzoni, li tiene decorosamente con un salario di 5 ducati annui. Poi fanno 2 anni di lavorazione e diventano maestri. Per ottenere una migliore qualità del lavoro, si affidavano diverse mansioni a seconda del grado di perfezionamento dei lavoranti. Vi era una certa gradualità nelle aspettative e perciò vi era una suddivisione dei ruoli per età all'interno della bottega. Questa suddivisione cambiava da mestiere a mestiere e parte da un minimo di 4 a un massimo di 7/9 suddivisioni (potremmo paragonarle alle classi progressive del nostro sistema di istruzione).

Questo consente ai garzoni l'integrazione sociale attraverso i ruoli legata sia alla modalità di acquisizione di valori e modelli, sia alle modalità di trasmissione del sapere in modo verbale. Il sapere verbale unito alla ritualità del lavoro fatta di gesti costituivano un "codice ristretto" che l'apprendista deve acquisire. Questo favoriva il processo di socializzazione e integrazione sociale dei ragazzi all'interno del loro ambiente.

4. Lavoro minorile e strategie di miglioramento economico-sociale della famiglia

Possiamo pensare che molte furono le famiglie, che aspirando a migliorare la posizione sociale loro e della prole, investivano nelle future capacità professionali dei figli. Di solito era il primogenito, successore del padre che verso i 7/8 anni veniva inviato come apprendista a bottega. Nathalie Zomen Davis nota come a Lione più della 1/5 degli apprendisti e delle giovani spose fossero orfani di padre. La questione di rilievo è che nonostante le precarie condizioni di vita si crea all'interno di questo nucleo un saldo sentimento di identità familiare. Nonostante la nostra visione delle famiglie lavoratrici di quest'epoca, poco attente alle esigenze della prole, va considerato che queste famiglie davano molta importanza alla successione generazionale sia per gli aspetti economici sia per il valore che gli si attribuiva. Quindi il concetto di successione non esisteva solo nelle famiglie nobili o borghesi, ma anche nelle famiglie agricole. In tutti gli ambiti sociali veniva richiesto alla prole di onorare degnamente il nome portato.

5. Bambini e prosecuzione della stirpe

Il concetto di valorizzazione come quello di successione e i concetti di onorabilità e buon nome, sono gli ideali a cui una famiglia fa riferimento. I ritmi presenti nelle botteghe artigiane preindustriali, erano meno ossessivi e meno rigidi pur essendo faticosi della realtà industriale. La realtà industriale fa la sua comparsa non solo in Inghilterra, ma anche sul nostro territorio. In visita in Lombardia nel 1767, La Tour lamenta di aver osservato a Monza 400 B tra i 6 e gli 8 anni che lavoravano chini sul telaio solo per il mangiare. Da un registro degli operai di Cernobio del 1781 risulta che, su 91 operai 72 erano compresi tra i 5 e i 15 anni.

Come già osservato ciò attiverà una disciplina impersonale, basata sul prodotto della propria attività, che non ha niente a che vedere con il garzone di bottega. Tamara Hareven nota la diversità e la difformità nel tempo dei cicli di vita e delle realtà familiari nelle diverse classi sociali e contesti socio-culturali. Nonostante ciò vanno individuate tutte quelle tendenze che su lungo periodo hanno caratterizzato il gruppo socio-culturale di riferimento. Noi oggi non viviamo il terrore della disgregazione familiare che si poteva vivere nel '700, la nostra speranza di vita si è prolungata molto e anche le condizioni di vita sono migliorate notevolmente. Oggi si hanno normalmente 3 generazioni viventi in famiglia, cosa rara invece in passato. In passato si viveva il "timore" del disgregamento familiare causato da eventi demografici ed economici molto frequenti.

6. Controllo pedagogico e modalità punitiva

Per quanto riguarda le "modalità punitive", queste sono parte importante del rapporto tra adulto e B nei processi di socializzazione. Samuel Radbill dell'università della Pennsylvania fa una storia degli abusi subiti dai B. Da questo studio emerge una usanza europea che nel Giorno degli Innocenti in cui i B venivano picchiati per ricordare loro la "Strage degli Innocenti". I bambini venivano in generale picchiati per scacciare da loro il maligno. Agli epilettici toccava una dose doppia di bastonate per espellere il maligno. C'era una maggiore durezza e severità nell'imporre il rispetto dei ruoli.

Si pensava che quando un ragazzo compiva un atto che non avrebbe dovuto fare, egli fosse consapevole di ciò che avesse fatto e quindi che non avesse possibilità di appello. In alcuni casi si potevano adoperare per il loro recupero, ma era credenza che la rieducazione fosse possibile solo sulla base di predisposizione precedente al fatto. Gli istituti di correzione erano un tentativo da parte dei benefattori di dare un'educazione morale a chi non l'aveva. Veniva data molta importanza all'educazione ricevuta nell'infanzia. Era importante che i bambini fossero stati sotto il controllo degli adulti in modo che non cadessero in errore. Essi dovevano comprendere anche le dure leggi che regolano la vita. In questo senso si collocavano il senso morale e il valore educativo delle punizioni.

7. Cultura dell'infanzia e antropologia educativa

Viene ora riproposto il caso studiato da Mary Ellen Goodman. Ella scrive un libro sulla cultura dell'infanzia, basandosi su studi antropologici in un villaggio rurale greco degli anni '50, ancora immerso nelle vecchie tradizioni agricole e paesane. La famiglia è di tipo patriarcale. I bambini venivano redarguiti in modo brusco. Inoltre venivano volontariamente stuzzicati, spaventati, ingannati. Gli adulti, così facendo, intendevano preparare i bambini alla realtà sociale in cui si sarebbero dovuti trovare a vivere. Questo non ha provocato psicosi in loro ma ha fatto in modo che i bambini attraverso l'infanzia riconoscessero quegli schemi per avere una risposta adeguata. Il piccolo attraverso il gioco sociale apprendeva sia quali fossero i ruoli necessari al gioco sia che l'atteggiamento degli adulti non era intenzionato a causargli danno.

5° capitolo: Vivere "senza il corpo". Bambine e ricordi d'infanzia dall'Otto al Novecento

Carmela Covato

1. Paolina Leopardi e il dolore del ricordo

A partire dalla II° 1/5 del XVIII sec un nuovo soggetto compare nella storia e nella cultura. È la bambina. Si tratta però di una "bambina immaginaria", senza corpo, nuova eroina del discorso letterario e pedagogico, protagonista di una narrativa precedentemente inesistente, destinata alle fanciulle da elementari e alle signore con una nuova editoria specializzata. La bambina immaginaria non allude mai a condizioni di vita reale. La fortuna iconografica e pedagogica la dobbiamo, soprattutto nell'800, all'esigenza di controllo di una identità femminile nuova. Fuori da questa rappresentazione ideologica, con le narrazioni autobiografiche e le analisi delle storie, possiamo contribuire al recupero del reale, sottraendo così all'ambiguità i racconti. In tutto il '900 sia negli ambiti di alcuni studi che in ambiti storiografici sono state riprese le testimonianze autobiografiche. Le storie di vita si legano inevitabilmente al sociale mettendo così in discussione il sapere rigido autoreferenziale.

Paolina Leopardi ricorda la nascita come il giorno che sua madre cadde dalle scale e lei si affrettò a nascere prematuramente di 7 mesi. I racconti spesso sono pieni di tabù familiari. I ricordi dell'infanzia aumentano nella scena letteraria, nel dialogo tra generazioni, nelle pratiche terapeutiche e nelle narrazioni autobiografiche.

Dagli ultimi anni dell'800 ritroviamo molte scritture femminili rivolte alla ricostruzione della propria identità. Ma ritroviamo precedentemente a questo periodo scritti interessanti. Le due lettere lasciateci da Paolina sono indirizzate a due sue amiche. Esse non seguono la forma ufficiale e sono prive di stereotipi, esse sono lettere clandestine, la madre le proibisce ogni comunicazione con il mondo esterno. Nel 1898 il biografo di casa Leopardi si sofferma spesso sulla totale assenza di affettività della madre nei suoi confronti a differenza dell'atteggiamento del padre. In realtà la conversazione epistolare di Paolina con le sorelle Brighenti, viene sollecitata dal fratello Giacomo, il quale vuole avere notizie delle sue amiche.

Nasce così un'amicizia epistolare che andrà avanti fino la vecchiaia, e con l'incontro con una di queste. Il rigido codice materno non avrebbe reso possibile una relazione della figlia, anche pur epistolare, con persone di una diversa morale dalla sua. Fu don Sebastiano Sanchini loro precettore, a rendere possibile lo scambio clandestino delle lettere. Le lettere clandestine con Vittoria Lazzari andò avanti per 45 anni, nonostante alcune interruzioni. Ella racconta alla Brighenti di come si vive senza vita in casa sua. Del padre molto buono, senza però il coraggio di affrontare la moglie. Questo tema sulla freddezza della madre ricorre molto spesso nelle lettere di Paolina.

I rapporti tra fratelli al contrario sembrano essere caratterizzati da una forte affettività. Molte testimonianze biografiche si soffermano sul carattere gioioso dei giochi e degli svaghi dei fratelli Leopardi. Essi ricordano piacevolmente l'infanzia, unico momento di gioia della loro vita. Era il padre Monaldo che si occupava dell'educazione dei figli. Egli annotava in un libretto tutti gli avvenimenti importanti dei figli, come la somministrazione del vaccino contro il vaiolo che egli curò personalmente e scrupolosamente.

Una cura simile venne dedicata agli studi e alla formazione culturale. Il padre non fece distinzione di sesso per l'istruzione dei figli. L'ampliamento della biblioteca, dove Monaldo si rifugiava dalla moglie, fu al centro del suo progetto pedagogico che dava la possibilità ai figli di non ricevere la stessa educazione da lui ricevuta. Il compito di istruirli è dato all'abate Sanchini, il padre ne è il supervisore. Egli non voleva abbandonare i figli in un puro e forzato insegnamento mnemonico che tanto gli aveva fatto odiare l'istruzione. Egli si propone di far affrontare ai figli un progetto educativo non associato alla severità, alla noia e sofferenza, ma proporre un'avventura conoscitiva. I figli si rivelarono all'altezza delle aspettative paterne. Soprattutto Giacomo che imparò da solo il greco, e l'inglese con il fratello Carlo. Ma queste attività così impegnative avvenivano in un clima gioioso. Sull'erudizione di Paolina nessuno ebbe mai dubbi. Questa coeducazione dei due generi rompe con la vecchia tradizione. Paradossalmente questa sorta di parità costituirà un'altra forma di negazione di identità, una cancellazione della femminilità. Traversi si sofferma spesso sui successi ottenuti dalla Paolina bambina. Comunque la grande erudizione di Paolina e Giacomo, non rappresenta in età adulta, la premessa per una serenità psichica, ma sembra aver costituito una sorta di aggravante della loro infelicità.

Molti addebitano la severità di Adelaide, alla disastrosa situazione economica in cui la famiglia è sprofondata. Adelaide subito dopo il matrimonio prese le redini dell'economia familiare per cercare di risanare i conti. Questo processo durò quasi 40 anni imponendo ai membri della famiglia duri sacrifici. Figlia di marchesi residenti a Recanati, Adelaide ricevette un'educazione presso il collegio di Recanati delle Oblate dell'Assunta che prevedeva un'educazione intellettuale ai fini religiosi. Adelaide si dilettava nelle letture di libri religiosi. Paolina conserva una raccolta di preghiere scritte dalla madre. Di lei si ricorda in particolar modo l'impegno nel risanamento economico, chiedendo anche aiuto al pontefice, che grazie al suo intervento riuscì in parte a risolvere il problema. Ella sembrava insensibile al dolore delle sue "vittime". Vivrà fino a 80 anni e vedrà morire tutti i suoi figli. Paolina aveva come unica via di fuga il matrimonio. Ma i pretendenti disponibili vennero allontanati uno dopo l'altro o dai familiari o da lei stessa per motivazioni spesso legate a ragioni patrimoniali o educative. L'erudizione di Paolina di fatto le impediva ogni rapporto paritario con le giovani dell'epoca.

2. Ricordi d'infanzia

Il fatto che Paolina riceva un'educazione atipica per le bambine dell'epoca nella realtà non la emancipa dal ruolo gregario di figlia, sorella, donna. Nell'800 l'aspettativa sociale e morale della donna era quella di diventare sposa e madre o di restare sorella e figlia. Trasgredire a questi modelli di comportamento implicava l'inadeguatezza nel rispettare i ruoli tradizionali.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher minnie.marge di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia dell'infanzia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Ulivieri Simonetta.
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