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discussione si concluderà con l'assegnazione di tutta la classe alla maestra Rapiani.

Questa discussione ci fa capire quale sia l'importanza data ai bambini espressa nel

loro valore sociale.

I bambini di umili origini venivano considerati meno intelligenti dei bambini

benestanti. Questo giudizio era basato su un fatto sociale e non reale. Le

potenzialità di ogni singolo bambino erano messi in secondo piano rispetto alla

realtà sociale. Questo creava una discriminazione all'interno della classe.

4. Testimonianze inedite di maestri e maestre.

Dall'Archivio Nazionionale di Pieve Santo Stefano, Arezzo: sono depositati molti

manoscritti autobiografici di maestre/i delle elementari. Ne sono stati estratti 63

racconti. Molti di questi racconti risalgono al principio della carriera magistrale dove

le supplenze formavano il futuro insegnante. 39 dei 63 diari sono scritti in epoca

fascista da maestri convinti sostenitori del regime.

Da questi diari emergono le pessime condizioni igenico-sanitarie in cui i bambini si

trovano: sporchi da mesi con i vestiti logori, le unghie e le mani nere etc.... Il maestro

Boccaleri in una giornata di sole decide di portare i bambini a lavarsi al mare, ma i

vestiti?

Ma da altri racconti emerge anche la difficoltà degli alunni nelle varie regioni a

comprendere l'italiano perchè conoscono solo il dialetto.

Ma quello che più emerge da questi diari è il disagio socio-economico che vivono

questi bambini insieme alle loro famiglie che li porta al lavoro minorile necessario

per la sopravvivenza della famiglia con il naturale allontanamento dalla scuola.

I bambini spesso in casa non hanno tavolini su cui scrivere e sedie su cui sedersi.

Le scuole sono fatiscenti.

Nei ricordi degli insegnanti l'immagine del bambino si fa sempre più familiare. Gli

alunni rappresentano il racconto nel racconto, con la loro povertà, con le loro

assenze, con le loro paure danno vita ad un quotidiano che non è solo scolastico,

ma che ruota intorno anche alla vita del paese. Queste storie di vita si aggiungono

alla storiografia sull'infanzia.

5. Immagini di scolari e scolare.

Punti-chiave emersi da questi racconti:

L'insegnante narra di momenti di disagio personale e collettivo.

 La realtà politico-sociale ha condizionato la vita delle persone. La scuola ha

 costituito un punto di contatto tra diverse realtà, ma la forzatura di questo

accorpamento ha prodotto divari e divergenze ancora più evidenti. I

bambini non sono sfuggiti a questo processo. 15

Sono i bambini logori e laceri post-unità del Romanzo di De Amicis e del

 maestro Emilio Ratti, sono i bambini che fanno assenza per la mietitura. Sono

i bambini percossi dal maestro che vuole infondere la disciplina.

Dalle narrazioni autobiografiche il bambino emerge rappresentato in una

 nuova essenza più umana. In alcune autobiografie l'alunno rappresenta il

fallimento. La scuola di massa ha sottratto al maestro l'alone di superiorità che

c'era prima, quando l'istruzione era appannaggio di pochi.

Punizioni, severità e maltrattamenti fisici sono i mezzi con cui il maestro vuole

 educare, ma è anche il modo per per sfogare le sue repressioni.

8° Capitolo: La mia mamma faceva la corallaia! Famiglia,

scuola, gioco e lavoro nel primo 900. Simonetta Uliviero

1. storia dell'infanzia e memoria autobiografica.

La ricerca storica contemporanea privilegia la sfera politica e delle relazioni

internazionali. Le fonti orali e autobiografiche privilegiano la valorizzazione della

soggettività nella storia.

Nei paesi di cultura anglosassone la narrazione orale ha dato voce agli strati sociali

più poveri esclusi in quanto tali dalla narrazione storica.

La narrazione orale da cosi voce a tutti gli elementi esclusi dalla narrazione storica

come: mogli, mariti, bambini, donne, poveri. La storia orale è un terreno di dialogo

trasversale in cui la ricerca storico-sociale parte dai racconti orali.

Cosa sappiamo dei bambini, di chi li cresceva e di chi gli raccontava le

canzoncine, le filastrocche e chi tramandava il credo religioso? Secondo l'inglese

Peter Laslett è la figura femminile ad aver tramandato racconti, miti e leggende.

L'educazione e l'avviamento al lavoro avvenivano con il fare insieme: le bambine

con le donne della casa, i bambini con il padre.

Sono molti i bambini passati nella storia e di cui se ne è persa la traccia.

2. Testimoni ricordi d'infanzia e “forme d'indirizzo”.

Questa storia utilizza “altre” fonti, dai ricordi d'infanzia alle autobiografie, dai diari

dei genitori ai romanzi d'infanzia alle cronache dei maestri ha il pregio di rendere

più affollata la storia del bambino.

L'infanzia rappresenta un soggetto di indagine recente per la storia. Dall'esame del

costume educativo familiare e sociale si comprende come si evolve il rapporto

genitori-figli o insegnanti-allievi. 16

Per Bargagli questo mutamento ha inizio tra la fine dell'800 e l'inizio del '900,

soprattutto dopo la I° guerra mondiale. Sono le famiglie della borghesia

intellettuale, dei professionisti e dirigenti a cambiare le regole di interazione tra

genitori e figli.

La distanza maggiore era data dall'obbligo per i bambini di dare del Lei o del Voi

agli adulti, anche ai genitori. A cavallo tra le due guerre l'uso del Voi si fa piano

piano meno in uso.

Un altro caposaldo che cade è la distanza fisica tra figli e genitori. Per lungo tempo

il comportamento dei genitori verso i figli non prevedeva baci coccole carezze.

Viceversa non amavano riceverli dai loro figli. I figli di quest'epoca ricordano i

genitori come estremamente severi e distanti. Questo atteggiamento era consono

ad una “buona educazione “fatto di rispetto e timore reverenziale dei figli nei

confronti dei padri.

Nell'800 le abitazioni borghesi acquistano una nuova dimensione di intimità e

privato: i luoghi da giorno vengono separati da quello per la notte, le cucine sono

separate dal resto della casa, ma vicino agli ambienti dei domestici. Anche i B

acquistano luoghi tutti per loro con la camera personale o una stanza dei giochi.

Amano ancora stare con i domestici. La cucina è il luogo privilegiato dai bambini

borghesi e aristocratici i quali mangiano separati dagli adulti. Quando ciò non

avveniva dovevano rispettare un rigoroso silenzio, non potevano cominciare una

conversazione ma dovevano rispondere quando interpellati. Questi bambini erano

emarginati dalla vita familiare Nelle famiglie contadine al contrario i figli

partecipavano molto alla vita con gli adulti, sia di lavoro che ricreativa. La sera

partecipavano alle “veglie” ascoltando in silenzio i racconti degli adulti. La veglia

rappresentava un momento di solidarietà e incontro oltre che ad un momento di

calore.

3. La relazione educativa in famiglia.

Per il bambino la famiglia è il primo luogo ideale da cui si apprende l'educazione.

Da essa si apprendono le relazioni con gli altri. Gli adulti di casa trasmettono i

principali modelli formativi. La famiglia è il primo luogo dove il bambino vive la

quotidianità: il mangiare il vestirsi tutto fa parte della cultura materiale.

La famiglia di queste autobiografie è molto diversa da quella odierna. La relazione

genitori/figli era rigida e molto distante. I genitori dettano le regole e i figli le devono

osservare, senza alcuna forma di dialogo.

In nessuna di queste autobiografie i figli condannano i genitori per il loro

atteggiamento rigido, ma ne tendono a scusare il comportamento

comprendendone i sacrifici. Sono uomini e donne che lavorano molto, nei campi,

in fabbrica e guadagnano poco. Le famiglie hanno difficoltà a mettere il pranzo

con la cena. La madre si preoccupa che i figli fossero puliti e che non combinino

17

guai, altrimenti giù botte. È rigida e distaccata. Forse aveva paura che a lasciarsi

andare a forme di affetto con i propri figli li facesse crescere senza spina dorsale.

All'interno della vita familiare la figura paterna veniva vissuta come un'entità da

evitare.

Negli esempi di famiglia borghese riportati i bambini sono di solito affidati alle cure

di una domestica con la supervisione della madre che non se ne occupa mai

direttamente. I bambini entrano raramente in contatto con il padre e se lo fanno

stanno in reverenziale silenzio per non disturbarlo in alcun modo.

Alcune volte il padre attraverso l'esempio di comportamento con il mondo esterno

esercita un ruolo educativo indiretto sui i figli maschi. L'esempio di Dino di Pisa (1902)

il cui padre gli ha insegnato a trattare con rispetto tette le persone qualunque sia la

loro estrazione sociale.

Per Rita Levi Montalcini la figura paterna è lontana nei ricordi della vita di Rita come

se vivesse in un universo a parte. Ma ben presto si accorse che se pur distante era

lui che tesseva e dirigeva la vita dei suoi figli. Dietro ogni decisione della madre c'era

un ordine preciso del padre.

Nelle famiglie in quegli anni spesso se un bambino moriva al bambino successivo gli

veniva imposto il nome del fratellino morto, quasi a voler negare la morte. Questo

avveniva anche con i nomi dei nonni legando un legame tra passato e futuro.

Nel '900 i bambini più ricchi vengono ancora mandati a balia, liberandosi così

dell'impegno dell'allattamento ritenuto ancora un compito ingrato per le donne

che le allontana dalla vita mondana o lavorativa. Ma in questo secolo vi è un

maggiore controllo igienico sulle balie, le quali vengono invitate ad esercitare la

propria professione a domicilio per essere meglio controllate. Così le donne

contadine si spostano in città per allattare i figli della borghesia e lasciano i propri

figli a qualche vicina. Il “baliatico mercenario” era spesso causa di morte dei figli

della balia di città. Molti sono i casi riportati di negligenza della balia nei confronti

dei bambini affidatoli.

Nelle realtà rurali la famiglia è di tipo patriarcale, dove ruotano molte figure di adulti

come zii/e, cugini/e, nonni, vicini. Nelle zone urbane la famiglia si nuclearizza, il

numero dei figli diminuisce.

La politica demografica del fascismo, negli anni '30, si espanderà maggiormente

nelle campagne e nei ceti impiegatizi e piccolo borghese. Il vicino in città

diminuisce.

Sono soprattutto fratelli e sorelle a farsi carico dell'educazione dei più piccoli

quando i genitori lavoravano. L'esempio di Selica di Livorno classe 1895: Il padre

lavorava al Cantiere e la mamma faceva la corallaia. I due bambini rimanevano

soli tutto il giorno ed una vicina passava di tanto in tanto a controllarli. Il padre

quando tornava al cantiere per la pausa pranzo gli preparava il pranzo. Selica non

è mai andata a scuola, ma il fratellino sì. Non ha mai capito il motivo. 18

I riferimenti femminili sino più legati alla vita domestica con una divisione per quel

che riguarda i ruoli femminili e maschili. In Toscana le nonne e le mamme insegnano

alle bambine ad intrecciare la paglia, ma ci sono anche maestre artigiane del

ricamo, in sartoria.

4. Ricordi di scuola di maestre e maestri.

Molte sono le testimonianze di bambini che hanno frequentato la scuola anche solo

per un anno. Da queste testimonianze si comprende come dalla terza classe in poi

la frequenza dei bambini diminuisse. Dopo la terza i bambini erano più grandi e

dovevano aiutare i genitori nei lavori.

Le bambine hanno più difficoltà a frequentare perché spesso devono accudire i

fratelli e sorelle più piccoli. Si riteneva ancora che l'istruzione per le femmine fosse

superflua.

Ma molti sono i ricordi dei bambini sulle maestre alcuni più piacevoli altri meno.

Sono molto vivi anche i ricordi sugli arredi e gli ambienti. Le aule in cattivo stato,

senza riscaldamento. Le classi delle aree urbane sono divise per sesso e sono molte

numerose.

Sono molto vivi anche i ricordi delle punizioni. A scuola c'è sempre il temuto banco

dei “somari” dove venivano mandati i bambini considerati più incapaci. Di solito i

bambini che sostavano a lungo in questo banco erano anche quelli che per primi

venivano inviati a lavorare

I ripetenti subivano un destino di emarginazione come ci racconta la Gianini Belotti.

Il loro sentimento di rabbia e diversità li rende cattivi nei confronti dei compagni. Essi

sono esiliati di solito all'ultimo banco e la maestra li ignora.

Il grembiule si diffonde negli anni '30 ed era un segno distintivo della frequenza della

scuola, ma molti bambini pur andandovisi non avevano i soldi per comprare la

stoffa per cucirlo e perciò si recavano a scuola con gli abiti logori e rattoppati. Il

grembiule doveva servire a far diventare tutti uguali i bambini agli occhi della

maestra. In realtà le differenze sociali si notavano attraverso la pulizia del bambino,

le scarpe i capelli. C'erano delle differenze sociali talmente evidenti che neanche il

grembiule poteva mascherare.

Nelle scuole di campagna le differenze sociali sono meno evidenti.

5. Le feste e i giochi

I momenti più belli dei ricordi scolastici di ognuno è rappresentato dalle feste di

Natale, Befana, Carnevale, Pasqua etc... Le festività in passato avevano un diverso

sapore e diverse abitudini. Per Pasqua e Natale si ammazzava il maiale e si

facevano i cappelletti. Per recarsi a messa si facevano molti km A Befana si

appendeva la calza al camino. A Carnevale si ballava fino a Quaresima. 19

Per i bambini le feste rappresentavano il momento in cui la famiglia mangiava il

cibo migliore, come la carne.

I bambini più ricchi ricevevano anche dei bei regali, mentre i bambini più poveri

ricevevano regali costruiti dai nonni o i genitori.

6. Il lavoro minorile

Negli anni '30 fanno la loro comparsa le prime macchine trebbiatrici e mietitrici.

Alla fine della trebbiatura c'era una grande festa a cui partecipavano tutti quelli

che vi avevano lavorato. Era un'antica festa pagana dove l'abbondanza per una

volta sconfiggeva la miseria.

Anche se piccoli i bambini hanno le loro mansioni nei campi, come ad esempio

portare l'acqua ai contadini.

Anche la vendemmia è un altro momento di festa e incontro. Ai bambini è affidato

il compito di raccogliere i chicchi d'uva caduti.

Le bambine dovevano imparare presto i lavori domestici a differenza dei bambini

a cui non veniva mai chiesto.

In caso di morte paterna il figlio maggiore doveva sostituire il padre nel lavoro e per

questo veniva levato da scuola.

Anche quando i genitori si ammalavano erano loro a dover contribuire

economicamente con il loro lavoro.

7. Un'infanzia scomparsa

Da questi racconti emerge un'infanzia tanto diversa da quella conosciuta oggi.

Alcuni bambini hanno un'infanzia agiata, ma segnata dal distacco e dalla

privazione affettiva.

Altri bambini hanno vissuto un'infanzia fatta di povertà e rinunce con un precoce

abbandono della scuola e un veloce inserimento nel mondo del lavoro. Questi

bambini erano consapevoli che dal loro aiuto dipendevano le sorti della famiglia.

Dalle testimonianze fotografiche osserviamo che questi bambini guardano

l'obbiettivo senza sorridere, rigidi.

Il XX sec è ancora segnato dallo strapotere maschile. Ma non mancano figure

femminili forti e coraggiose.

Le donne svolgono un lavoro duro e ripetitivo. Anche il loro destino di madri è molto

faticoso, spesso lavorano fino al parto. Molte sono le madri vedove che con molta

dignità allevano i loro figli garantendogli istruzione e sopravvivenza. 20

8. Testimoni e memorie orali.

Queste testimonianze vanno dalla fine dell'800 fini agli anni '40 del XX sec. E' in

questo periodo che i rapporti adulto-bambino iniziano a cambiare e si ha il

passaggio da una famiglia patriarcale ad una nucleare.

Sono 100 le persone intervistate. Per alcune sono state utilizzate le autobiografie

scritte.

9° Capitolo: Piccoli eroi e grandi destini. L’educazione dei

bambini e delle bambine nei quaderni dell’Italia fascista.

Gabriella Seveso

1. Modelli di ruolo nel periodo fascista, tra propaganda e

contraddizione.

In ogni epoca le differenze di genere sono state segnate da precisi “codici

comportamentali”, trasmessi come modello da una generazione all'altra attraverso

le pratiche educative. Ancora oggi è possibile individuare percorsi formativi diversi

per bambini e bambine anche se pur mutato rispetto al passato.

Nel periodo fascista i messaggi di ruolo erano particolarmente evidenti nell'opera

di propaganda del regime.

Insieme alla riforma Gentile il governo mette in atto una irreggimentazione dei

giovani allo scopo di far scomparire tutte le associazioni giovanili non fasciste

cancellando le distanze e le differenze tra tempo pubblico e privato.

L'irreggimentazione giovanile coinvolgeva anche le ragazze ormai ampiamente

inserite nel processo di scolarizzazione.

Il loro curriculum scolastico era più breve e limitato rispetto a quello dei coetanei.

Fu istituito il “liceo femminile” ma senza alcun sbocco professionale.

Nonostante le bambine fossero destinatarie di messaggi diversi e contraddittori,

erano comunque chiamate ad indossare una divisa, a partecipare a sfilate, tornei,

e manifestazioni come i loro coetanei maschi. Per la prima volta le bambine

assaporano una visibilità diversa nella vita sociale. Esse in questo modo godevano

di una libertà che fino ad allora era impensabile, passavano molte ore fuori casa e

potevano socializzare con coetanei dell'altro sesso.

La contraddizione sta nella diversa missione affidata bambine: l'insegnamento de

l'aspetto igenico-salutistico insieme alla sportivizzazione aveva lo scopo di creare

madri più robuste.

Da qui la contradizione insieme alla palese inferiorità femminile. La donna come

contenitore di futuro soldato va preservata e resa adatta al suo compito. 21

Agli uomini era affidata la salvezza della patria, alle donne era dato il ruolo materno

come unico destino femminile.

E' degli anni '20 “L'almanacco della donna italiana (1920-43) destinato alle

professioniste e donne che non hanno il tempo di dedicarsi alla casa.

Nel 1933 “Critica fascista” rafferma il ruolo femminile come quello materno, dedito

al sacrificio e all'oblio di sé. Qualche anno dopo affermerà che l'emancipazione

femminile è contraria agli interessi della famiglia e agli interessi della razza.

L'esaltazione della maternità diviene uno dei motivi di propaganda più ricorrenti.

2. Identità femminili e maschili nei quaderni di due scolari.

I quaderni presi in considerazione sono 4: Tre di questi sono dell'allievo Libero Novati

negli anni scolastici 1928-29, 1930-31, 1931-32. Il quarto è dell'alunno Sandro

Borgonovo costituito dai quaderni dei temi della III elementare dell'anno 1938-39.

Essi sono stati donati all'Archivio storico dell'istituto di storia contemporanea “Pier

Amato Peretta” di Como.

Non è possibile oggi attraverso i quaderni ricostruire l'identità delle due maestre per

mancanza di dati certi. Non è neanche possibile ricostruire l'opera di propaganda

in atto in questo periodo. Como era una zona considerata socialista e il consenso

al fascismo fu cosa lenta.

Negli anni tra il 1929-39 il fascismo interviene nella vita quotidiana della scuola

secondo una direttiva pedagogica del governo: l''obbligatorietà del saluto romano

a scuola a partire dal '26, l'usanza di leggere in classe i proclami del duce, la

revisione di testi scolastici per allinearli al pensiero fascista, l'obbligo di giuramento

dei maestri considerati sempre più a servizio dell'ideologia fascista. Soprattutto

vengono inserite le celebrazioni delle ricorrenze militari sia attraverso la lettura che

attraverso saggio ginnici. L'educazione fisica, l'istruzione militare e la partecipazione

a manifestazione di regime divennero parte integrante della vita scolastica scrive

M. Osten. Questo aveva il fine di infondere “il valore e l'eroismo nei figli d'Italia”.

L'introduzione nelle scuole del pensiero fascista servirà a far assorbire ai bambini e

bambine precisi stereotipi sulle loro diverse identità.

La finalità del regime era di creare un “uomo nuovo” con accanto una donna

adorante e e subordinata al focolare domestico.

L'uomo: forte e granitico, privo di debolezza.

La donna: subalterna sempre più materna e casalinga del tutto inconsapevole della

conquista dei nuovi spazi da lei ottenuti.

La bambina: doveva crescere con l'idea di diventare l'angelo del focolaio

domestico: massaia attenta, moglie forte e prolifera. 22

Da un racconto riportato da G. Bertone una bambina racconta quanto sia

orgogliosa di indossare la divisa. Ella vede nella matrona romana il perfetto ideale

di donna italiana.

Nel quaderno di Libero Novati del '29 troviamo affrontato un tema ritenuto

importante al fascismo: l'igiene personale. Il brano è intitolato “La paura

dell'acqua”. La maestra esorta i bambini a lavarsi bene perché l'acqua potrà

giovargli. Se non vincono la paura dell'acqua come potranno in futuro divenire dei

buoni soldati e dragare dei fiumi o costruire dei palazzi? L'igiene personale è

associata a un'identità maschile temeraria, forte e impavida.

La figura del soldato ritorna spesso negli argomenti dei quaderni.

Nel '32 Libero scrive: “la maestra ci ha fatto un racconto che quando era finito

avevo le lacrime agli occhi “. Parlava di un capitano di una nave che finché tutti i

passeggeri non erano in salvo lui non voleva scendere dalla nave. Finì per affondare

con la barca sotto gli occhi dei passeggeri sulle scialuppe che esortavano di

salvarsi.

In altre occasioni è propagandata la “famiglia ideale” con la figura del

capofamiglia, in altri le singole figure genitoriali come nel caso del racconto del 2

giugno 1931 intitolato “Povero babbo quanto si affatica per noi”. Narra della vita

del padre che si reca a lavoro e dei rischi che corre per recarvici. Il racconto

rientra nell'alone di tragicità rivolta al lavoro, al sacrificio e alla resistenza.

E' del 13 aprile del 1931 il racconto senza titolo rivolto alla figura materna tesse le

lodi di questa figura e quanto sia importante averla accanto a sé nel percorso di

crescita. L'immagine femminile è ridotta a pura dedizione e annullamento di sé.

Deve rappresentare l'ideale di maternità.

Questo lo si nota anche dalle disposizioni ministeriale riferita all'abbigliamento e alla

figura della maestra del 12 febbraio: esse devono essere nell'aspetto e nel signorile

contegno, esempio di virtù morali così che i bambini affidategli possano seguire un

esempio di virtù.

Nell'ultimo quaderno di Libero i racconti con protagoniste donne scompaiono

progressivamente cedendo il posto di madri e mogli afflitte dal dolore nell'unica

esternazione dei sentimenti concessa: il pianto. Commemorazione del 4 novembre

del 1933: La commemorazione parte come giorno di gloria per l'Italia che è costata

tanti sacrifici di vite e lacrime di mogli e madri. Si conclude con l'ammonimento per

le madri/mogli che piangono perché i sacrifici dei loro figli/madri non verrà mai

dimenticato.

I ruoli maschili e femminili con il passare degli anni si irrigidiranno in questi due ruoli.

Da un lato il soldato che difende la patria ad ogni costo e dall'altro la madre che

attende lacrimosa.

I Quaderni di Sandro Borgonovo del 1938/39 mostrano una propaganda sempre più

esplicita di un'entità maschile militaresca e una femminile ridotta ai confini

domestici. 23

La spettacolarizzazione del ruolo maschile/militare è resa più esplicita dalle

numerose feste e celebrazioni connesse a eventi bellici, sempre pomposamente

ricordati anche nella quotidianità scolastica: le nozze della principessa, il

compleanno del re, la presa di Barcellona, la conciliazione tra Stato e Chiesa, la

conquista dell'Etiopia, la fondazione dei Fasci combattenti, la presa di Madrid, la

fondazione della milizia; ognuna di queste commemorazioni costituiva per il regime

un'occasione per celebrare il coraggio delle truppe, imprimendo nei bambini come

massima aspirazione di diventare soldato, ricordando alle bambine le lacrime delle

madri/vedove.

Il componimento del 1938 dimostra come il coraggio e la virilità delle armi fosse un

ideale negli adulti ma ricercato anche nel comportamento eroico infantile.

10° Capitolo: I bambini e le persecuzioni antiebraiche: ricordi

ed immagini. Annalisa Pinter

1. I vissuti dei bambini durante le leggi razziali.

Le leggi razziali entrano in vigore nel 1938 . E' un argomento molto studiato da un

punto di vista storico, ma non si riuscirà mai a fare chiarezza sulla coscienza

nazionale come accaduto in altri paesi dove la popolazione è stata messa di fronte

alle proprie responsabilità. In Italia nel dopoguerra si è cercato una riconciliazione

nazionale per ricostruire il paese, comportamento condiviso dalla maggior parte

degli ebrei italiani sopravvissuti.

Gli ebrei italiani furono colpiti come un fulmine a ciel sereno nel '38. Una parte degli

ebrei antifascista si aspettava l'entrata in vigore di questa legge. Molti persero il

lavoro e divenne difficile mantenersi. Molti si tolsero la vita a causa della perdita del

loro stato sociale. Nonostante questo molte famiglie cercarono di mantenere per i

figli una parvenza di normalità e molte comunità aprirono scuole ebraiche. In

alcune scuole del Regno vennero istituite delle sezioni speciali perchè comunque

gli ebrei erano cittadini del Regno e come tali godevano dell'obbligo d'istruzione.

Ma ben pochi furono i genitori che vollero sottoporre i figli a questa umiliazione

mandandoli nelle scuole ebraiche.

Le scuole ebraiche godevano di ottimi insegnanti di scuola e universitari espulsi

dalle loro collocazioni lavorative per le leggi razziali. I ragazzi dovevano continuare

a vivere in una parvenza di normalità anche se non possono più frequentare i circoli

sportivi o la maggior parte delle amicizie era scomparsa.

Il voltafaccia degli amici e dei compagni all'indomani della promulgazione delle

leggi è ciò che ancora brucia di più nelle interviste ai sopravvissuti. E' duro non

sentirsi più rispondere al saluto o essere denigrato per una caratteristica fisica riferita

all'essere ebreo, che fino al giorno prima non aveva alcuna importanza. Dalle

interviste emerge che alcuni bambini si resero conto di come le visite degli amici

24

dei genitori diminuirono drasticamente e in generale che gli stessi rapporti sociali

diminuirono.

Le famiglie ebree al loro interno cercarono di mantenere una parvenza di normalità

perché i figli no risentissero troppo dell'isolamento.

I bambini che meno soffrivano questa separazione erano quelli che frequentavano

già ambienti e scuole ebraiche.

Parlando con i testimoni dell'epoca l'impatto fu diverso a seconda dell'età perché

il tentativo dei genitori di mantenere una parvenza di normalità riuscì con i bambini

più piccoli facilmente pilotabili. I ragazzi vissero molto male l'allontanamento dalla

società e dai precedenti amici. In realtà anche chi era più piccolo con il tempo si

è reso conto di quello che stava accadendo, soprattutto chi è dovuto scappare,

nascondersi, chi è stato separato dai genitori, chi ha patito la fame, chi ha dovuto

assumere un'altra identità per non finire nei campi di concentramento, chi c'è finito

e ritornato sente di aver vissuto un'infanzia negata. Tutti hanno dovuto cambiare vita

repentinamente, si sono persi i contatti con il resto della famiglia, zii nonni cugini.

Per molti anni dal 1938 al 1943 si è fatto credere ai ragazzi che le leggi razziali erano

incongruenti con la cultura e la politica italiana. Prevaleva l'immagine di una

società razionale, che a causa dell'alleanza con la Germania nazista aveva portato

ad una incongruenza che ben presto sarebbe stata sanata.

Le angosce vissute dagli adulti non coinvolgevano i bambini a cui erano omesse.

Sempre di più si diffondeva nell'Italia soprattutto del nord la paura di inasprimenti

negli atteggiamenti dei tedeschi nei confronti degli ebrei. Le persecuzioni si

inasprirono e non risparmiarono neanche i bambini. Si vociferava di cose terribili sui

campi. In seguito la verità avrebbe superato qualsiasi immaginazione. L'illusione che

tutto sarebbe ritornato alla normalità era svanito.

L'espatrio era proibito e clandestino.

Con lo sfascio dell'esercito italiano e la formazione della Repubblica di Salò gli ebrei

italiani erano allo sbando. L'unico problema degli ebrei ora era di trovarsi un posto

sicuro dove nascondersi per sfuggire all'arresto. Era difficile nascondere ai B la

tensione di quei momenti.

Nell'altra Italia liberata dagli alleati ci si riavviava ad una vita normale con la

riapertura delle scuole ebraiche.

La fine del conflitto portò la gioia agli ebrei di non essere più braccati con la

possibilità di essere considerati uguali agli altri.

I superstiti del campo hanno tentato di stendere un velo sui ricordi vissuti nei campi.

Tutti volevano al più presto tornare ad una vita normale. Non si fecero parte attiva

nella ricerca dei responsabili ne chiesero giustizia, ma si impegnarono in un processo

di normalizzazione, sotto l'impulso dell'ottimismo. Lo fecero soprattutto per sé e per i

figli. 25

Figlio di padre ebreo aveva vissuto in uno splendido palazzo ai limiti con il ghetto

fino al '43 a Ferrara. Durante i due anni che vissero nascosti da un contadino, in casa

si stabilì un fascista che continuo ad occupare una parte della casa anche dopo.

Dopo molti anni che l'uomo continuava ad occupare una parte del palazzo i

proprietari si recarono dall'uomo e notarono che egli si era appropriato di alcuni

beni presenti nell'altra ala del palazzo. Decisero di non dire nulla perché erano

desiderosi di pace e tranquillità.

Anche un uomo di Ferrara che recuperò i mobili della sua casa da un vicino non

fece niente.

Il desiderio dei sopravvissuti ai campi e non, di dimenticare le atrocità subite di

riprendendo la propria vita dal momento dell'arresto o della fuga era desiderio

comune. Negli anni '80 ci si rese però conto che questa parte della storia omessa

volutamente per non soffrire, era praticamente sconosciuta alle nuove generazioni

e rischiava di andare perduta nel dimenticatoio della storia. Iniziò così una

letteratura dei ricordi, di resoconti di vissuti terribili.

2. Le fotografie come interpretazione della realtà.

Si ritrova questa ricerca della normalità anche quando non c'era, attraverso la

fotografia del periodo delle discriminazioni razziali. Esse mostrano persone in

momenti sereni, in gita con gli amici, insegnanti con i propri studenti. Persone

dall'aspetto borghese riprese nel proprio tempo libero, bambini ben vestiti.

Quest'impostazione la ritroviamo in tutte le foto della comunità ebraica costituita

da 40.000sone ridotte a 8.000 in pochi anni.

La chiave di lettura è l'implicito piuttosto che l'esplicito che sta più nelle emozioni

che non nell'oggettività della fotografia.

Le foto di adulti e bambini tendono a esprimere serenità nell'aspetto esplicito, ma

l'implicita della cosa sta nel fatto che molte delle persone ritratte sono morte a

causa della persecuzione. E' una comunicazione indiretta che non può essere letta

in modo immediato. Queste fotografie non rappresentano un'analisi precisa della

realtà ma vogliono sottolineare quanto il destino sia stato crudele e ingiusto.

Recentemente si è svolta una mostra al Castello Sforzesco sulle persecuzioni raziali.

L'intento di chi ha organizzato la mostra era lo stesso delle foto durante la legge

razziale. Anche qui si vedono foto di persone attive e serene di bambino con i loro

genitori o con la classe, prematuramente scomparsi perché arrestati e deportati.

Ben diverse sono le foto dello stesso periodo di altri paesi. Heydecker nel '41

fotografa il ghetto di Varsavia. Le foto scattate comunicano un'angoscia

immediata, egli ne vuole dare una emozione comunicativa forte. I bambini

fotografati sono stracciati e disperati, che sperano in gesto di pietà da chi non può

darlo. Le sue foto sono un'analisi di una situazione che non ha bisogno di

accompagnamento scritto, sono lo specchio di una verità inconfutabile. 26

Anche le foto scattate da R. Vishniac tra il 1935/38 in alcuni paesi dell'Europa centro-

orientale dove la vita degli ebrei si faceva sempre più difficile. Sono fotografie di

grande importanza artistica, l'autore vuole documentare una realtà che sta

scomparendo. Il suo intento è antropologico. Vengono mostrati bambini poveri,

malvestiti ma ancora dotati di dignità.

11° Capitolo: Ragazzi selvaggi: Storie di bambini abbandonati

e in isolamento nel corso del 900. Maria Crugliano

1. Bambini selvaggi e “natura umana”

La storia dell'educazione ha la funzione di dare una storia alla pedagogia

analizzando i processi educativi nelle varie epoche e civiltà. In passato i bambini

imparavano le regole sociali all'interno della famiglia. Attualmente con

l'introduzione dell'ausilio scolastico ci porta a pensare formazione del bambino

come un ausilio tra più agenzie differenti. Il bambino non è un elemento isolato. Se

il bambino si trovasse improvvisamente senza famiglia, scuola e società come

potrebbe reagire? Che possibilità ha un bambino di 5anni di sopravvivere? Se li

paragoniamo ai casi conosciuti da noi oggi possiamo trovare microcriminalità e

delinquenza femminile.

Spostiamo il nostro punto di vista dalla società civilizzata e collochiamolo in una

foresta o in uno stanzino. Cosa può fare un bambino?

Quanto c'è di innato in un bambino che può permettergli di sopravvivere?

L'interesse per questo argomento, innato-appreso, ha sviluppato in passato un

acceso dibattito iniziato nell'illuminismo.

2. Bambini abbandonati e bambini segregati.

Vi sono due tipi di isolamento: l'isolamento esterno alla società civile e quello interno

alla società stessa.

Il primo caso è riconducibile al “ragazzo selvaggio” trovato nei boschi dell'Aveyron.

Itard tenterà di civilizzarlo.

Il secondo caso si riferisce a Kaspar Hauser un ragazzo che per sedici anni ha vissuto

recluso in un seminterrato.

Questi due soggetti sono stati entrambi privati della famiglia e dei suoi affetti.

Subirono danni psicologici notevoli sia dal punto di vista dell'intelligenza sia riguardo

ai loro sensi atrofizzati e incapaci di reagire a stimoli.

I bambini selvaggi sperduti o abbandonati hanno sviluppato una capacità di

adattamento all'ambiente notevole che gli ha permesso di sopravvivere. Spesso

vengono adottati da altri animali da branco come lupi o scimmie, sviluppando

proprie capacità di imitazione. La capacità di imitazione rappresenta una fonte di

27

salvezza, ma il ritorno in società di questi soggetti è drammatico. Essi non sentono,

non vedono, non parlano eppure non sono sordo-muti. Essi sono incapaci di

riconoscere e ascoltare la voce umana perché non l'hanno mai sentita.

Victor ha una strana sensibilità uditiva. Era in grado di percepire il rompere di una

noce dietro le sue spalle, ma non si voltava al rumore della pistola esplosa a pochi

centimetri dal suo orecchio. Questo era dovuto evidentemente all'alimentazione

del soggetto che si era nutrito con ghiande, bacche etc ed era abituato a

percepire il rumore delle ghiande che cadevano dall'albero per nutrirsi.

3. Bambini e bambine lupo: alcuni casi

Nel 1920 si ha il ritrovamento di due bambine-lupo nel Bengala occidentale in India.

Vengono affidate al reverendo Singh che le accoglie nel suo orfanotrofio. Le

bambine erano state trovate insieme ad una cucciolata. Una sembrava all'incirca

avere otto anni l'altra di un anno e mezzo. Alcuni affermarono che erano sorelle ma

troppo era il dislivello di età. Inoltre la più anziana sembrava aver acquisito in tutto

e per tutto le abitudini dei lupi, non camminava eretta, ed emetteva suoni simili a

guaiti. Il fatto che siano bambine vaglia l'ipotesi dell'abbandono perché un

bambino non sarebbe abbandonato. Un anno dopo il ritrovamento la più piccola

morì e questo fu per l'altra sorella di latte motivo di sofferenza che causò un regresso

nel suo apprendimento. Amala al momento della morte stava imparando a parlare

essendo stata meno tempo con i lupi. Questo avrebbe giovato molto anche a

Kamala. Al momento della morte di Amala, kamala pianse. Nel 1926 fu in grado

di compiere i primi passi da sola in posizione eretta. Il 14 novembre del 1929 Kamala

morì di nefrite, la stessa malattia che aveva ucciso Amala.

Kamala e Amala non furono i soli casi di bambini-lupo. Nel 1954 verrà catturato

nell'Uttar Pradesh un bambino- lupo. Era perfettamente integrato. Allontanato dal

branco cadde in depressione. Non accettava le regole della società, non voleva

portare i vestiti che strappava di dosso. La nostalgia che colpisce molti animali in

cattività ha colpito anche lui. Morirà nel 1968.

La umanizzazione dei soggetti è spesso difficile spesso è solo un atto di

rassegnazione alle nuove condizioni di vita e alla nuova società.

Ai confini dell'India con il Nepal fu trovato un bambino-lupo di circa 11anni. Fu

curato da una suora italiana che lo chiamò Remo, fratello di Romolo. I tentativi per

riumanizzarlo si rivelarono inutili, nessuno lo convinse mai che non era un lupo. Morì

nel 1985. In India furono sollevati molte questioni sul fatto che questo ragazzo

doveva essere curato più da un veterinario che da un medico. La difficoltà stava

nel classificare l'appartenenza di questi individui, in bilico tra il mondo umano e

quello animale.

L'essere umano si adatta perfettamente all'ambiente in cui vive, reagendo in modo

diverso a situazioni diverse. Spesso preferisce la vita che ha sempre fatto rispetto a

qualsiasi cambiamento. Ma l'adattamento ad ogni situazione o ambiente che lo

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della formazione primaria
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher minnie.marge di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia dell'infanzia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Ulivieri Simonetta.

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