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TINERARI NELLA STORIA DELL INFANZIA AMBINE E BAMBINI MODELLI PEDAGOGICI E STILI EDUCATIVI
Capitolo4: La socializzazione dell’infanzia lavoratrice nell’età preindustriale di Carlo
Pancera
In Europa, tra il XVII e il XVIII secolo, i “lavoratori poveri” erano considerati quella fascia di
popolazione di lavoratori non qualificati e non specializzati, da cui in maggior parte provenivano i
bambini che facevano i garzoni, i servi o gli apprendisti. Nelle città “moderne” come Parigi e
Londra, essi costituivano almeno la metà della popolazione. Le condizioni di vita erano
terribilmente disagevoli per il popolo minuto e lo erano ancor più per i numerosi bambini che a
causa di cattiva igiene e alimentazione, scarse cure e malattie, erano colpiti da un tasso di
mortalità altissimo. Rispetto ai giorni nostri, nei genitori prevaleva un atteggiamento di minore
attenzione verso l’infanzia. La grande miseria poneva acuti problemi di sopravvivenza. Nel corso
del Seicento e del Settecento si è sempre più diffusa la pratica di lavorare a domicilio perché molti
artigiani non potevano aprire una bottega. Nelle ristrettezze abitative in cui si trovavano, il sistema
del lavoro a domicilio comportava notevoli problemi di vita quotidiana e i più piccoli venivano
accuditi da una balia, i fanciulli si collocavano a lavorare come apprendisti e quelli di età intermedia
dai 3 agli 8 anni passavano la giornata all’asilo parrocchiale oppure per la strada e rientravano a
casa solo per dormire. Si determinano due modalità di socializzazione per i bambini che lavorano e
per quelli che ancora non lavorano. I bambini che non lavoravano erano spesso abbandonati ad
autogestirsi ed erano liberi d’organizzarsi la loro giornata, anche se i più piccoli erano affidati ai
meno piccoli. I bambini più capaci o più responsabilizzati erano utilizzati appena possibile per
contribuire alle necessità domestiche e lavorative della famiglia.
Prima della rivoluzione industriale l’unità produttiva era essenzialmente quella domestica. Piccoli
aiutanti e apprendisti erano soprattutto ragazzi che erano sottoposti all’autorità del capofamiglia. I
genitori contrattavano i termini della prestazione di servizio, fissando la sua durata in un certo
numero di anni. I piccoli servitori dovevano obbedire ed essere fedeli al padrone a cui erano
affidati ed egli in cambio del lavoro li avrebbe dovuti tenere come persone di casa, educare ed
allevare, trattandoli conformemente alla loro età. Questo passaggio di condizione era vissuto dai
bambini come un ingresso nella società o come un periodo d’iniziazione alla vita adulta e quindi
desiderato e temuto insieme. L’inizio del periodo dell’apprendistato viene contrassegnato da certi
riti che fanno percepire al ragazzo che la fase che sarebbe iniziata avrebbe significato molto per lui
e per il suo futuro. Inizia il secondo periodo di socializzazione che si potrebbe definire come la fase
d’incorporazione di elementi dei modelli culturali.
Gli apprendisti venivano pienamente integrati nella famiglia del mastro, con cui solitamente
finivano per identificarsi. Si trattava di quei garzoni che stipulavano un vero e proprio contratto
d’apprendistato, cioè volto a far acquisire al ragazzo o alla ragazza certe abilità pratiche e
professionali durante un determinato spazio di tempo. Nel caso dell’apprendista il contratto era
abbastanza preciso e sempre scritto e consegnato ad un’autorità notarile. Nel contesto di una
bottega, di un laboratorio o di un’officina, non si assegnava ad un piccolo compiti che potevano
andare oltre le sue capacità. Per correggere disattenzioni o persistenti errori, dato il danno
economico che comportavano, si ricorreva anche a duri mezzi di riprensione, ma solitamente le
richieste erano graduali e si accompagnavano anche alla progressione d’età. Un elemento che
favoriva nei garzoni e nei piccoli operai il processo che consentiva l’integrazione sociale nel
sistema di ruoli vigente nel loro ambito di lavoro e di vita era quello relativo non solo alle modalità
di apprendimento dei valori e dei modelli comportamentali, ma anche alle modalità di trasmissione
delle conoscenze e quindi al tipo d’interazione verbale in cui esse si svolgevano. L’illustrazione
verbale che accompagnava la dimostrazione pratica era facilmente comprensibile, essendo svolta
in un linguaggio semplice in cui erano integrate le gestualità e che facevano sì che la trasmissione
di conoscenze e di saperi esclusivi e complessi riuscissero ad essere comunicate ad iniziati al
mestiere durante le varie fasi del tirocinio.
Le strategie familiari di chi aspirava a migliorare la posizione sociale dei figli dunque includevano,
per i più disagiati, la ricerca di un buon posto di lavoro presso un’altra famiglia sin dai 6-7 anni o, a
livelli meno disagiati, l’investimento nelle future capacità professionali dei figli per una prospettiva
di miglioramento delle attività economiche svolte dalla sua stessa famiglia. In questi ultimi casi si
individuava nel primogenito il successore del padre, cioè colui che avrebbe dovuto saper portare
avanti le sorti della casa. Si dava grande importanza alla questione della “successione”
generazionale, sia per gli aspetti materiali in essa coinvolti, sia per la caratteristica di valore che a 1
tale concetto di attribuiva. Per gli adulti, la successione consisteva nell’aspettativa che i figli
onorassero degnamente il nome che portavano o quello dell’impresa familiare a cui erano legati.
Per quanto riguarda le madri, essendo occupatissime, interrompevano solo il minimo necessario la
loro routine di lavoro trascurando di provvedere a certe cure necessarie ai bambini. E’ anche vero
però che i bambini di solito erano sotto gli occhi delle anziane, delle sorelline, dei vari parenti e di
coloro che svolgevano le loro mansioni nell’ambito dell’economia domestica. Appena possibile, i
bambini stessi sarebbero stati resi partecipi di questa vita comunitaria e utilizzati nel lavoro
produttivo poiché questo era ciò che si esigeva da loro.
Le modalità punitive erano parte importante nel rapporto tra adulti e non-adulti e nel processo di
socializzazione avevano in molti casi caratteristiche aberranti. I bambini venivano frequentemente
picchiati e dovevano soggiacere a causa di una sempre “meritata” punizione, considerata salutare
ed educativa anche quando si rivelava di terribile durezza. In generale, quando un ragazzo
compiva un atto che non avrebbe dovuto compiere, si pensava che esso fosse frutto di una scelta
consapevole. Negli istituti di correzione la rieducazione sembrava essere un tentativo da parte dei
benefattori per forzare ad accettare le regole di costume e di morale codificate dalle ideologie
dominanti, per riuscire a raggiungere il più possibile una conformità ad esse ed un allontanamento
dai modi di vita e dai valori propri degli strati sociali di appartenenza.
Capitolo5: Vivere “senza corpo”. Bambine e ricordi d’infanzia dall’Otto al Novecento di
Carmela Covato
A partire dalla seconda metà del XVIII secolo, un soggetto socialmente fragile e fino ad allora quasi
ignorato nella storia della cultura ufficiale compare con sempre maggiore insistenza nel discorso
letterario, nella trattatistica pedagogica e nelle rappresentazioni pittoriche: la “bambina”. Si tratta
però di una bambina immaginaria che è protagonista di una nuova narrativa destinata alle fanciulle
alle quali si consentiva di accostarsi cautamente al sapere. La bambina immaginaria non allude
alle condizioni di vita reali e alla materialità delle vicende esistenziali ed educative, ma rappresenta
l’esigenza sociale del controllo dei valori e del pudore nei confronti di un’identità femminile nuova.
Il ricordo dell’infanzia affiora prepotentemente nel discorso letterario e nella narrazione
autobiografica. Riguardo a Paolina Leopardi, numerose tracce biografiche e testimonianze
epistolari si soffermano sulla freddezza e sulla totale assenza di affettività da parte della madre
Adelaide e altrettanto copiose sono le testimonianze della mitezza del padre Monaldo e del suo
forte legame con la figlia. Nelle testimonianze epistolari, i rapporti fra fratelli sembrano, al contrario,
essere stati caratterizzati da una forte affettività. Paolina, alla quale viene destinato un modello
educativo assolutamente identico a quello dei fratelli, sembra subire una sorta di inevitabile
mascolinizzazione, ammessa con rammarico anche dal padre che a sua volta affidava alla figlia
compiti importanti come traduzioni, selezione e copiatura di testi e ogni altra forma di
collaborazione utile alla sue attività di scrittore. La cura degli studi e della formazione culturale
viene dedicata a Paolina come ai fratelli, determinando nella costruzione della sua personalità
privilegi e rinunce. In contrasto con un modello culturale tendente ad enfatizzare il culto della
maternità, è Monaldo che si dedica all’accudimento e all’educazione dei figli, a partire dalla prima
infanzia. Il compito d’istitutore è affidato ad un abate, ma la guida del padre è costante. Il
rigorosissimo itinerario di studi che Monaldo progetta per i suoi figli si propone di delineare
un’avventura conoscitiva caratterizzata da svariate attività come la classificazione di monete,
l’invenzione di giochi, i disegni geometrici e così via. I figli si rivelarono all’altezza delle attese
paterne e le impegnative attività di studio erano caratterizzate da comunque da un’atmosfera
gioiosa. Questa straordinaria esperienza di “coeducazione” rappresenta la rottura di una
concezione che tende a separare rigidamente gli spazi nell’educazione di ragazzi e ragazze in
ambito scolastico e familiare. Tuttavia questa sorta di parità costituirà una forma di negazione
dell’identità di Paolina, quasi come una cancellazione della specificità della sua “corporeità”
femminile. Tuttavia, la grande e inusuale erudizione rappresenterà nella vita di Paolina adulta
un’aggravante di quell’infelicità che ebbe radici nell’infanzia. E proprio a proposito dell’infanzia e
della maternità Paolina espresse in una lettera sentimenti carichi di rammarico che sembrano
rispecchiare un bisogno personale e inappagato di attenzione. Le ragioni dell’acuta sofferenza che
Paolina denuncia spesso nella sua corrispondenza epistolare derivano, secondo molti biografi, da
due aspetti della storia di casa Leopardi: la decadenza economica e la severità della madre. Il
percorso culturale sperimentato da Paolina fin dalla sua infanzia, i successi ottenuti negli studi già
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da bambina e la sua straordinaria erudizione non l’aiuteranno a conquistare la libertà, affidata solo
alla possibilità di un matrimonio, da una casa “prigione”, che la inchioderà per sempre al ruolo di
sorella e di figlia ed alle ferree logiche di censo alle quali lei stessa finisce con l’aderire. Il
matrimonio le si presentò come l’unica via di fuga, ma i pretendenti disponibili vennero allontanati
dai genitori o da lei stessa, sulla base di motivazioni legate a ragioni patrimoniali e di censo.
L’assimilazione di Paolina a un progetto pedagogico pensato per i fratelli ha rappresentato
un’occasione per una formazione culturale assolutamente atipica per una bambina e non l’ha
emancipata da un ruolo gregario di figlia e sorella che segnerà il suo destino di donna. Tante
testimonianze dimostrano quanto fossero distanti le aspettative culturali, in tutti i ceti sociali, nei
confronti del destino di figli e figlie. Nel corso dell’Ottocento, diventare madre e sposa fedele o
restare figlia o sorella si impone come una prospettiva di vita per le bambine, nel quadro di un
destino che insiste sui valori legati alla modestia, alla docilità e all’obbedienza. Trasgredire, non
aderendo a questo rigido modello di comportamento, implicava l’essere considerate diverse, come
diversa fu la coltissima Paolina fin da bambina, perfino nell’abbigliamento un po’ maschile. Avviata
ai valori del pudore e della docilità e al contenimento del desiderio di conoscenza come virtù
femminile, alla bambina dell’Ottocento vengono suggerite letture confinate nei libri di devozione o
descrizioni della vita delle sante. Rispetto a quella maschile, la memorialistica femminile appare
più legata alla ricerca di un contatto con la sfera privata e dei sentimenti. Virginia Woolf definisce
un fallimento gran parte della memorialistica che ha letto perché era solo una sorta di identità
legittimata e legata alle attese o agli imperativi della morale collettiva. Per sottrarsi a questa
ambiguità, Virginia Woolf scelse di descrivere la sua infanzia e la sua vita entrando in contatto più
con le sensazioni che con gli eventi e proponendo non solo un nuovo stile comunicativo e
letterario, ma anche un modo diverso di pensare la memoria, proiettata nella ricerca dei “momenti
di essere”, utili a schiarire il labirintico universo interiore di se stessa. A differenza di Paolina,
Virginia accusa il padre di aver avuto un comportamento repressivo nei confronti delle figlie, assai
diverso dall’atteggiamento di rispetto nutrito per i maschi. L’oppressione paterna consisteva nello
“schiavizzare” le figlie, in particolare la primogenita Vanessa, e nell’assenza di aspettative nei loro
confronti. Paolina scriveva disperata che, in casa sua, viveva “senza corpo” e, a sua volta, Virginia
approda nella sua autobiografia al problema del rapporto con il corpo come elemento di sofferenza
ma anche di “individuazione” e scoperta di se stessa. Infatti, senza corpo sono le bambine
immaginarie delle grandi opere pedagogiche. E’ importante recuperare la propria infanzia segnata
dalla “corporeità” materiale e simbolica, sottratta all’uso retorico e addolcito del ricordo.
Capitolo6: L’infanzia italiana nei progetti di legge e di riforma del secondo Ottocento di
Giulia Di Bello
L’interesse per l’infanzia, come gruppo sociale, e per i bambini, come soggetti che meritano
attenzione da parte degli adulti, ha avuto nei diversi periodi storici caratteristiche peculiari, anche
se possiamo notare una costante e prevalente attenzione in primo luogo per l’infanzia
“emarginata”. Il bambino “vittima” o in difficoltà ha sollecitato le proposte e le politiche assistenziali
di privati, istituti d’assistenza e politici. Le forme d’assistenza vengono realizzate seguendo
motivazioni, criteri e finalità via via ritenute le più adatte al contesto sociale e rispondono ad una
concezione dell’infanzia che si trasforma nel tempo. Dall’iniziale e tradizionale idea del bambino
oggetto di tutela si arriva lentamente all’affermazione più recente di bambino titolare di diritti. Nel
corso dell’Ottocento aumenta l’attenzione per l’infanzia, in particolare per le condizioni di vita e le
modalità d’assistenza rivolte ai bambini abbandonati moralmente e materialmente, per i quali si
prevedevano forme d’assistenza e di tutela che spesso li allontanano dal contesto sociale di
appartenenza. Nello stesso periodo comincia anche ad affermarsi una nuova idea d’infanzia che
pone il
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