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Riassunto esame Pedagogia dell'infanzia, prof. Ulivieri, libro consigliato Itinerari nella storia dell infanzia, Covato Ulivieri Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Pedagogia dell'infanzia, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente "Itinerari nella storia dell infanzia"
Titolo: Itinerari nella storia dell'infanzia. Bambine e bambini, modelli pedagogici e stili educativi
Curato da: Covato C., Ulivieri S.
Editore: Unicopli


Il riassunto, di 14 pagine, è realizzato in... Vedi di più

Esame di Pedagogia dell'infanzia docente Prof. S. Ulivieri

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Ricordini della Prima Comunione sono delle speciale immaginette che testimoniano l’evento (secoli

XVIII e XIX) e, più tardi, le fotografie, finalizzate a rappresentare i bambini come dediti alla

spiritualità (le teste incorniciate di luce, occhi rivolti verso il cielo, gesti ieratici, sguardi estatici

ecc.). Gli iniziati di entrambi i sessi dei ricordini rappresentano la purezza (vestiti bianchi, il giglio).

7.Osservazioni conclusive

A differenza della cultura protestante, l’educazione religiosa italiana ha privilegiato gli strumenti

figurativi, sostitutivi e spesso alternativi a quelli alfabetici. L’umanista Erasmo, nel “De civilitate

morum puerilium” del 1530 individua il corpo come lo strumento d’educazione dell’anima e la

superiorità degli occhi spirituali su quelli carnali. a) La pedagogia delle immagini nasce agli inizi

del XV secolo con Dominici (l’impegno delle immagini e anche ideologico). b) Le immagini

riferiscono anche una storia della mentalità: dalla spiritualizzazione dello sguardo, all’educazione

dei sensi, alla documentazione iconografica.

3.PERCORSI DI VITA ED EDUCAZIONE DEI TROVATELLI A FIRENZE E IN TOSCANA

DAL XVI AL XVIII SECOLO

Di Lucia Sandri

1.Premessa

La storia dell’infanzia abbandonata si muove tra due estremi: “buona creanza” ( l’inserimento nella

società, la possibilità di educazione e di costituire la dote- secoli XV e XVI) e violenza(l’epoca

moderna). I neonati abbandonati all’ospedale venivano affidati a delle balie esterne (scarsamente

controllate; misere condizioni). Ritornati all’ospedale, i maschi imparavano a scrivere e a leggere,

grammatica e abbaco ed erano avviati come apprendisti nelle botteghe artigiane. Le bambine

imparavano a scrivere e a leggere, a tessere e a filare e diventavano delle serve (ma tenute come

“proprie figliole”) nelle ricche famiglie fiorentine. Alla fine del XVI secolo e nel XVII secolo le

trovatelle diventano delle recluse a vita (serve o carcerate). Nel Epoca moderna si afferma una

mentalità intollerante nei confronti degli abbandonati, sono mandati nelle case dei contadini e

sottoposti alle discriminazioni, violenze, costretti a vivere in ambienti di estrema miseria e

ignoranza.

2.Il baliatico

Tanti bambini assegnati alle balie (il baliatico dura 3 anni) muoiono, si ammalano, sono malnutriti,

non ricevono le cure adeguate ecc. Nel XVII secolo il controllo dei trovatelli si fa più assiduo,

operazione comunque resa difficile dalle grande distanze da percorrere e dal fatto che le famiglie si

spostavano da un podere all’altro senza annunciare l’Ospedale. I “riveditori” dovevano ricercare e

censire i bambini, lattanti o divezzi, di constatare le loro effettive condizioni fisiche e di limitare gli

abusi amministrativi (richiesta di salario per bambini già morti, divezzamento precoce senza

preavviso all’Ospedale che pagava salari alti alle balie, l’allattamento dei bambini già grandi per

continuare il rapporto di lavoro, la cessione dei bambini ad altre donne senza informare l’Ospedale).

Ogni bambino aveva un libretto dove erano scritte tutte le informazioni che lo riguardavano.

Ciononostante, tanti bambini erano confusi, persi o dimenticati alla balia. Tante informazioni si

conoscono dal libretto del 1604, redatto dal “riveditore”Giovanni di Guasparino Lorenzi.

3.L’educazione

C’era una differenza tra l’educazione dei maschi e quella delle femmine: i maschi erano insegnati a

leggere e a scrivere (a volte grammatica, scienze, musica) dai maestri invece le femmine erano

precocemente avviate ai lavori domestici ed educate dalle donne più anziane, dalla “priora”, dalle

maestre tessitrici, dimoranti nel “convento”, una sezione dell’Ospedale degli Innocenti per l’uso

esclusivo delle donne. Nel 1618, il priore Settimani redige un regolamento utile per i maestri per

l’educazione dei fanciulli maschi. Il maestro ricopriva la figura d’insegnante e di percettore

incaricato a seguire e controllare gli allievi per tutta la giornata. I trovatelli erano distinti in 3

categorie: i “bottegai”, i più grandi e meno istituzionalizzati, già scolarizzati e avviati al lavoro

nelle botteghe degli artigiani, durante tutta la giornata, per imparare il mestiere; i scolari, che

imparavano a leggere e a scrivere, divisi dai “chierici”, sia pure negli stessi locali e con lo stesso

maestro; i “chierici”, i più grandi tra i scolari e particolarmente dotati, (scelti per essere avviati a

carriere importanti, non solo ecclesiastiche) che imparavano la grammatica o matematica, musica e

pittura se manifestavano delle inclinazioni in tal senso. Loro avevano il privilegio di avere cura

della chiesa ( una settimana alla volta, a turno 2 di loro) e gli veniva richiesto di comportarsi

“bene”. La pena per chi contravvenisse alle regole era quella di essere mandati fuori casa, sulla

strada senza possibilità di ritorno.

4.La segregazione delle femmine

Sotto il priorato di Vincenzo Borghini (1552-1580) si registra primo licenziamento delle

“nocentine” (quelle più anziane), nonostante tutti gli sforzi del priore di mantenere nel convento

tutte le donne o ragazze(968) che non aveva sistemato in modo onorevole (a lavorare nelle buone

famiglie, sposate o nei monasteri). Nel ‘600 si registra un cambio di mentalità: da una benedizione

di Dio per le famiglie che le accoglieva e per l’Ospedale che le sostentava, le “nocentine” diventano

una piaga per la società. Perciò sono fatte oggetto di segregazione, punizioni, disciplinamenti

oppure quasi vendute a dei padroni senza scrupoli o semplicemente gettate sulla strada dopo aver

imparato a scrivere, a leggere, far di conto, incannare, filare, tessere e cucire, come si conveniva a

figlie di buona famiglia, educate con “buona creanza”.

5.Trovatelli in campagna ai “tenutari”

Tra il XVII e XVIII secolo i trovatelli sono mandati dall’età di 8-10 anni nelle case dei contadini.

Nei ricorsi fatti all’Ospedale per riprenderli, i parroci denunciano i maltrattamenti subiti nei nuclei

famigliari (percosse, mancanza di rispetto, privazione di educazione e di cure elementari), da una

parte, e il comportamento deviante dei trovatelli, dall’altra parte. Le bambine e le ragazze sono

condannate alla promiscuità, miseria, fame e maltrattamenti diversi, malviste perché appaiono

diverse dalle contadine e sono istruite, giudicate troppo vivaci e disinvolte e quindi un pericolo per

le comunità. Parroci e padroni giudicano l’educazione ricevuta dai trovateli e trovatelle troppo

permissiva e non adatta al duro lavoro dei contadini e li vedono come portatori di cattivo esempio (i

ragazzi difficili finivano sulla strada e venivano assimilati ai criminali).

7. Conclusioni

I percorsi di vita di una bambino abbandonato iniziavano con l’affidamento ad una balia esterna

dove doveva spesso sopportare incuria, solitudine, fame e sporcizia. L’apprendimento e

l’educazione si facevano secondo i principi rinascimentali nel ‘500 (con l’insegnamento del canto,

musica, pittura, scultura, specialmente durante il priorato di Vincenzo Borghini), con l’irrigidimento

della disciplina e con apprendimenti più concreti nel ‘600 (che corrispondono ad un cambiamento

della mentalità assistenziale e la reclusione a vita delle trovatelle). Nel ‘700, trovatelli e trovatelle

finiscono in campagna, come merce umana di scarto, alle arretrate famiglie contadine.

4. LA SOCIALIZZAZIONE DELL’INFANZIA LAVORATRICE

NELL’ETA PREINDUSTRIALE

Di Carlo Pancera

1.Le condizioni di vita dei bambini poveri tra Sei e Settecento

Il tasso di mortalità dei bambini era molto alto per via delle malattie, cattiva alimentazione e

mancanza di cure. Dalla prima infanzia erano abituati a lavorare: a 3-4 anni svolgevano piccole

mansioni e piccoli lavori e a 6-7 anni venivano mandati al servizio presso negozi, artigiani o

mercanti. Altri aiutavano i genitori nelle attività lavorative svolte a domicilio o badavano ai fratelli

più piccoli.

2.Da piccoli lavoranti ad apprendisti

Nel periodo preindustriale la produzione era domestica e al lavoro partecipavano tutta la famiglia e

piccoli servi, aiutanti e apprendisti. Questi erano dei ragazzi affidati dai genitori al padrone

(rapporto non regolamentato giuridicamente) che li doveva insegnare e allevare in cambio del loro

lavoro.

3.Il lavoro come tirocinio sociale e professionale

La condizione migliore era quella degli apprendisti: il loro rapporto con il mastro era regolamentato

da un contratto scritto, acquistavano le abilità professionale richieste per il mestiere ed erano

pienamente integrati nella famiglia del mastro.

4. Lavoro minorile e strategie di miglioramento economico-sociale della famiglia

I figli potevano migliore la condizione economica della loro famiglia in 2 modi: per i più poveri,

entrando a lavorare presso un’altra famiglia dai 6-7 anni, per i più agiati, continuando l’attività

paterna portando a perfezionamento le sorti della casa (il primogenito maschio). I bambini

lavoravano da piccoli pero in un ambiente famigliare (economia domestica) con la presenza

rassicurante di adulti e coetanei ed erano resi partecipi alla vita comunitaria.

5.Bambini e prosecuzione della stirpe

Da una generazione all’altra si tramandavano non solo le attività famigliare ma anche il buono

nome e l’onore, attributi che contribuivano a distinguere, nel tempo,un negozio dall’altro. I ritmi e

gli obiettivi di lavoro nelle botteghe artigiane erano faticosi, ma meno ossessivi, impersonali e rigidi

di quelli del sistema di fabbrica.

6.Controllo pedagogico e modalità punitive

Le punizioni erano dure (i bambini erano frequentemente picchiati per cacciare il male dentro di

loro) e si pensava che una condotta sbagliata sia il frutto di una scelta consapevole del bambino

(non si supponeva che i condizionamenti ricevuti nell’infanzia possano determinare il

comportamento, che non si tratta solo di scelte e inclinazioni naturali).

7.Cultura dell’infanzia e antropologia educativa

Da uno studio antropologico fatto da Ellen Goodman, in un villaggio rurale greco, risulta che il

comportamento degli adulti nei confronti dei bambini, nonostante brusco, a volte ingannevole, era

destinato a far imparare al bambino i ruoli sociali e di sviluppare una capacità precoce di

identificare schemi, insulti, sfide e menzogne in quanto tali e di rispondere adeguatamente. Questo

metodo non ha prodotto una generazione di psicotici.

5. VIVERE “SENZA CORPO”

Bambine e ricordi d’infanzia dall’Otto al Novecento

Di Carmela Covato

Dalla seconda metà del XVIII secolo la bambina e la donna appaiono come protagoniste nel

discorso letterario, nella trattatistica pedagogica e nelle rappresentazioni pittoriche. E un modello

immaginario, senza corpo, che trasmette valori legati al pudore e alla modestia (usato come mezzo

di controllo dell’identità femminile). Invece, le narrazioni autobiografiche ridanno la materialità

dell’infanzia al femminile.

1.Paolina Leopardi e il dolore del ricordo

La corrispondenza di Paolina Leopardi (rivolta, da una parte, alle sorelle Brighenti, delle quali una

era cantante lirica e perciò entrambe erano in giro per il mondo, e, dall’altra parte, a Vittoria

Lazzari, un’amica di famiglia), a causa del loro carattere clandestino, dovuto alla proibizione

materna di comunicare con l’esterno, costituisce una ricostruzione veridica della propria identità,

lontana dagli stereotipi dell’adulto; dell’infanzia nei primi anni dell’Ottocento, in una famiglia le

cui dinamiche affettive non rispecchiano i mutamenti dell’istituto familiare. La sua infanzia è

segnata dalla freddezza e dall’intransigenza della madre, Adelaide Antici, nonostante il rapporto

affettuoso con i fratelli e le cure e le attenzioni del padre, Monaldo, nei confronti dei figli.

L’educazione di Paolina è alla pari con quella dei fratelli, senza distinzione di sesso e senza

enfatizzazione del culto della maternità. Questo fatto gli crea dei privilegi ma anche delle rinunce

perché costituirà una forma di negazione dell’identità di Paolina. La sua erudizione sarà uno degli

impedimenti (accanto alle logiche patrimoniali) per sposarsi e quindi liberarsi, andar’ via dalla

“casa-prigione” di Recanati che la inchioderà per sempre al ruolo di sorella

e di figlia, di consigliera e consolatrice. La sua esistenza è segnata dal senso

di reclusione e dalla disperazione di vivere “senza vita, senz’ anima, senza

corpo”(rapporto fra identità e modelli educativi).

2.Ricordi d’infanzia

Il modello pedagogico e di comportamento pensato

per le bambine dell’Ottocento è quello di moglie

fedele e di madre oppure restare figlia e sorella,

unica prospettiva di vita, basata su valori legati alla

modestia, alla docilità, all’obbedienza e al

contenimento di conoscenza come virtù femminile.

Trasgredire implicava essere considerate diverse. Virginia Woolf

(1882-1941), nelle sue memorie, descrive la sua infanzia e i sentimenti

vissuti: il padre, rappresentante della rigida morale vittoriana, era

repressivo con le figlie e non aveva delle aspettative nei loro confronti; la

madre aveva un ruolo centrale nell’educazione delle figlie, era attiva e triste silenziosa. Il rapporto

di V.W. con il corpo era quello di paura o di vergogna, a causa del carattere spartano, ascetico e

puritano del padre. Marguerite Yourcenar (1903-1987), in “Care memorie”, ricostruisce la propria

infanzia segnata dalla corporeità materiale e simbolica (in una ricerca di sé e

delle proprie emozioni bambine certamente assai difficile, ma non più

clandestina). In questo libro riflette sulla propria infanzia (la perdita della

madre a breve tempo dopo la sua nascita, il padre che decide il suo

accudimento, le vicende familiari) chedendosi se l’amore materno è innato e se

la maternità non è vista più con preoccupazione che con gioia. Una parte

importante del libro è dedicata alla scoperta della madre, della sua infanzia, dell’adolescenza, della

sua anima.

6.INFANZIA ITALIANA NEI PROGETTI DI LEGGE E DI RIFORMA DEL SECONDO

OTTOCENTO

di Giulia di Bello

In diverse epoche si è registrato un interesse per l’infanzia emarginata, per bambini in difficoltà, da

parte dei privati (istituti di assistenza). Le forme di assistenza riflettono il cambiamento nella

concezione dell’infanzia: dal bambino oggetto di tutela si arriva lentamente all’affermazione più

recente di bambino titolare di diritti. Nell’Ottocento aumenta l’attenzione per l’infanzia e per le

modalità di assistenza dei bambini: la concezione caritatevole viene sostituita dalla assistenza

pubblica dello Stato che si pone come il primo difensore degli interessi dei bambini.

1.La funzione educativa della famiglia

La storia delle diverse modalità di affidamento familiare è un indicatore significativo dei concetti di

tutela, protezione e educazione. Dalla tradizionale pratica di baliatico (adottata dagli istituti

assistenziali ma anche dai privati) che assicurava la sopravivenza fisica del bambino, si mette

l’attenzione, nel corso dell’Ottocento, sulle qualità educative dell’ambiente e sullo sano sviluppo

psico-fisico del bambino. Si ritiene importante che lo Stato intervenga a punire gli abusi verso i

bambini.

2.Lo Stato protettore dell’infanzia

Lo Stato interviene per definire la relazione genitori-figli, per limitare i poteri della patria potestà a

favore dei diritti dei bambini e per favorire l’attuazione nei genitori di quei doveri di cura ed

educazione dei figli, definiti già dagli articoli del codice civile Pisanelli del 1865.

1873- la legge Proibizione dell’impiego dei fanciulli d’ambo i sessi in professioni girovaghe – si

condanna il comportamento dei genitori che affidano o prestano i figli ad altri per mestieri

girovaghi

1877- la legge Sull’obbligo dell’istruzione elementare tra 6 e i 9 anni- l’obbligo dei padri di

famiglia di far’istruire i figli

1886- Disposizioni sul lavoro dei fanciulli vieta l’ammissione dei bambini al di sotto dei 9 anni

negli opifici industriali, nelle cave e nelle miniere

Progetti di legge che sono espressioni dell’avvio di una diversa sensibilità nei confronti

dell’infanzia da parte degli intellettuali illuminati: Mantenimento dei fanciulli illegittimi ed

abbandonati (1877)- prevedeva la chiusura delle ruote e restrizioni per l’accettazione di bambini

abbandonati; Sull’infanzia abbandonata e maltrattata (1892, Tullio Minelli) –assistenza per

l’infanzia e limitazione della patria potestà per limitare gli abusi; Sulla protezione dei bambini

lattanti e dell’infanzia abbandonata (1893, Emilio Conti)- controllo dei bambini assistiti dati alla

balia o affidati a famiglie.

La prima legge sul baliatico è del 1918 mentre la legge che regola il funzionamento nazionale dei

servizi per i bambini abbandonati viene emanata nel 1927.

3.Il I Congresso internazionale dell’infanzia si tiene a Firenze dal 5- 11 ottobre 1896 e aderiscono

educatori, studiosi, consoli e politici di molti paesi (Austro-Ungheria, Belgio, Francia, Germania,

Gran Bretagna, Grecia, Italia, Lussemburgo, Olanda, Romania, Russia, Spagna, Svizzera, Ecuador,

Stati Uniti, Brasile, Venezuela, Turchia) impegnati in difesa dei diritti dei bambini. Il Congresso

affronta 5 temi: Propaganda generale a beneficio dell’infanzia(sezione A), Miglioramento

fisico(sezione B), Morale(sezione C), Intellettuale dell’infanzia(sezione D) e Questioni

economiche(sezione E). L’infanzia e la minore età sono assimilabili. Scander Levi sostiene la

protezione dell’infanzia fino all’età di 18 o 21 anni. Il Congresso tocca aspetti igienico-sanitari,

educativi, giuridici, assistenziali, legislativi e quelli legati alle condizioni critiche dell’infanzia. Si

inizia a riconoscere il valore sociale dei bambini sollecitando la protezione dell’infanzia dalle forme

di sfruttamento lavorativo, dai maltrattamenti fisici e dagli abusi che pregiudicano una corretta

crescita fisica, mentre non si avverte ancora l’esigenza di tutelare il processo di sviluppo della

personalità (nel Novecento).

7. BAMBINI E SCOLARI NELLE MEMORIE E NEI DIARI DI MAESTRI E MAESTRE:TRA

BIOGRAFIA E RACCONTO

Di Rosella Certini

1.L’autobiografia tra genere letterario e modello interpretativo

Ci sono 2 modi, comunque complementari, di scrivere una autobiografia: quello

dell’autoriflessione/autoformazione (il soggetto fa una introspezione e si mette sotto lo sguardo dei

lettori) e quello della memoria storica, lontana dalla storiografia tradizionale ma importante nelle

ricostruzione accurata dell’immagine dell’infanzia (nel nostro caso), delle pratiche, usi e

costumi(più storie e più vite). Le testimonianze dei maestri e maestre sono una fonte chiave per

ricostruire storia di bambini e bambine e delle esperienze dentro e fuori la scuola.

2.Il mondo scolastico: una realtà da raccontare

Giuseppe Caiati racconta delle condizioni difficili nelle quali doveva fare i programmi curricolari:

l’affollamento delle aule, l’arretratezza e miseria dei scolari. L’idea del antagonismo maestro/allievo

si sta incrinando perché il tempo scolastico è composto anche di emotività, di sentimenti, di

situazioni impreviste. Maria Giacobbe espone le difficoltà di maestra, confrontata con bambini

malati, poveri, abbandonati e maltrattati. Gli ambienti erano fatiscenti e non idonei per lo studio:

terra battuta come pavimento, l’aria irrespirabile, l’acqua buttata dall’abitazione soprastante che

entrava nella classe. Giovanni Modugno racconta che mancavano i locali scolastici e i scolari erano

in diminuzione (perché lavoravano nelle fabbriche o nelle botteghe). Alcuni maestri non esitavano a

mortificare gli allievi (maestra Giachino); altri sentivano la nostalgia degli allievi.

3.Letteratura e autobiografia fra Otto e Novecento

3.1.Cuore e Il romanzo di un maestro: due campioni dell’Ottocento

“Cuore” è l’esempio più famoso e importante di falsa autobiografia ed è fondamentale per studiare

l’ideologia scolastica di fine Ottocento e ricostruire la figura del maestro. Cambi sottolinea che è un

libro civile che si articola in tre direzioni: una nazionale, una etica e una di classe. Per la prima

volta, si pensa al bambino come al futuro buon cittadino e, in questo senso, la scuola e gli

insegnanti svolgono un’azione determinante. Lo scolaro di “Cuore” è una figura reale e

immaginaria, rappresenta ciò che veramente l’infanzia di fine Ottocento è (il figlio del muratore con

i vestiti sporchi, l’orfano, il figlio del medico) e quello che dovrà diventare (scuola- lo strumento

per il rinnovamento della società). “Il romanzo” di De Amicis è una pseudo-biografia dove il

maestro Emilio Ratti racconta la propria vita da studente magistrale e poi da insegnante elementare,

dove “fu gettato” da una disgrazia familiare. Il libro descrive la precarietà e la sofferenza della

condizione infantile: i bambini devono associare il lavoro nei campi con l’impegno scolastico al

quale, alla fine, rinunciano. L’infanzia del “Romanzo”è un’infanzia triste, abbandonata e

dimenticata.

3.2 Il maestro di Vigevano e la letteratura del Novecento

Autori che hanno raccontato in modo autobiografico il mondo scolastico: Leonardo Sciascia, “Le

parrocchie di Regalpetra”, Maria Giacobbe con “Diario di una maestrina”, Lucio Mastronardi, “Il

maestro di Vigevano”, La scuola di Barbiana guidata da Don Milani, “Lettera a una professoressa”,

Franca Marinelli, “Diario di una maestra”. I bambini sono gli stessi, portatori di miseria e di povertà

delle classi disagiate e sono testimoni di un mancato dialogo tra il mondo adulto e l’universo

infantile. Le scritture di Don Milani e quelle di Mastronardi denunciano quanto sia determinante

l’appartenenza ad una determinante classe sociale, la scuola classista, come i bambini non sono

apprezzati nelle loro vera essenza ma per quello che rappresentano socialmente. La figura dello

scolaro tra XIX e il XX secolo è segnata dalla povertà, dalla sofferenza e dalle punizioni inflitte dai

maestri.

4.Testimonianze inedite di maestri e maestre

Primo Boccaleri, “Maestro di Dalmazia”: bambini poveri e molto sporchi che non conoscono

l’italiano ma solo il dialetto croato;

Le memorie di Anita Fabris: disagio e sofferenza infantili causate dalla sporcizia e dai lavori

contadini, locali scolastici fatiscenti;

La maestra Marchesotti che ha insegnato in Sardegna (1942-1943): i bambini conoscono solo il

dialetto sardo-

La vita familiare condiziona tutte le altre attività dell’infanzia: la scuola viene dopo il lavoro

agricolo o domestico. L’immagine del bambino è sempre più familiare nel ricordo dell’insegnante

(maestra Giurghi) e diventa determinante per la ricostruzione della storia della scuola e dell’infanzia

ma anche per la vita del paese, con i luoghi e i suoi abbitanti.

5.Immagini di scolari e scolare: osservazioni e riflessioni

Italia Unita si confronta con vari divergenze: da una parte i figli del popolo che si avvicinano per la

prima volta alla scuola, che sono sporchi e laceri e che assentano per via del lavoro nei campi;

dall’altra parte i maestri. Alcuni, tramite punizioni e maltrattamenti, sfogano le proprie frustrazioni,

ansie e paure, altri si confrontano con grandi disagi e con la burocrazia. L’immagine dell’infanzia è

quasi sempre abbrutita e deprivata di modelli esistenziali adeguati alla propria età.


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Riassunto per l'esame di Pedagogia dell'infanzia, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente "Itinerari nella storia dell infanzia"
Titolo: Itinerari nella storia dell'infanzia. Bambine e bambini, modelli pedagogici e stili educativi
Curato da: Covato C., Ulivieri S.
Editore: Unicopli


Il riassunto, di 14 pagine, è realizzato in modo molto approfondito ed esaustivo.

Voto esame: 28


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'infanzia
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cristina.luiza di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia dell'infanzia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Ulivieri Simonetta.

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