Saranno famosi
Destini pedagogici di piccoli romani eccellenti di Rosella Frasca
I contesti tra diritto, famiglia, società
I bambini romani e la famiglia
I bambini dei padroni o degli schiavi nati in casa venivano educati insieme, durante la prima infanzia. Gli adulti che si occupavano di loro - genitori, nonni, zii - avevano dei ruoli intercambiabili che rispondevano a logiche sociali. La conseguenza era che nel caso di perdita di uno o di entrambi i genitori i bambini erano ugualmente accuditi ed istruiti, ricevendo un’educazione appropriata, confacente al rango, allo strato sociale, alle possibilità economiche (elementi che determinavano i destini pedagogici). Da molte testimonianze emerge il legame affettivo dei piccoli con i zii o i nonni.
La tutela impuberum
Chi non aveva raggiunto una età adulta, perfecta aetas, era messo sotto tutela perché l’età dell’impubes era imperfecta. I soggetti sottoposti a tutela, dall’epoca antica a quella classica, sono gli impuberi maschi e femmine sui iuris e le donne puberi sui iuris, ponendo i primi sotto la tutela impuberum, le seconde sotto la tutela mulierum. Nonostante la legge romana stabiliva con minuziosità le competenze e gli oneri degli affidatari dell’educazione dei minori, capitavano conflitti di competenze per interesse o gelosia tra tutori e famigliari (che non coincidevano sempre).
Le circostanze, le vicende, i protagonisti
Marco Porcio Catone jr.
Un prodotto di educazione ben riuscita, sotto l’ala protettrice di genitori tradizionalisti (III-II sec. a.C. età repubblicana). Il padre, Catone Censore, provvederà direttamente all’educazione del figlio scrivendo una raccolta di precetti morali ed i Libri ad Marcum filium per trasmettergli le conoscenze dell’epoca sulla medicina, l’agricoltura, l’oratoria, l’arte militare.
Marco Tullio Cicerone jr.
Un playboy ricco e viziato, deludente prodotto di un’educazione à la page (gli ultimi decenni della repubblica). Cicerone ha scritto per il suo figlio De officiis, raccolta di consigli e insegnamenti di ordine morale, etico, civico però ha affidato la sua educazione a degli insegnanti di professione (educazione “moderna”, troppo liberale).
Quinto Orazio Flacco
Un bambino di straordinario talento, figlio di un padre ambizioso e accorto. Il padre, di condizioni modeste (ceto libertino, piccolo-borghese) ha programmato l’educazione del figlio per aprirgli la strada verso un avanzamento sociale.
Marco Porcio Catone Uticense
Membro di una tipica famiglia benestante del periodo tardo-repubblicano (I-II secolo), rimasto orfano venne cresciuto ed educato, insieme ai fratelli, dallo zio materno, Livio Druso. Plutarco narra i percorsi educativi giudicati perfetti nella sua epoca.
I figli dei liberti
I liberti pongono una grande attenzione all’educazione dei propri figli perché costituisce un mezzo per un avanzamento di status, per un’affermazione sociale ed economica; gli sfuggono invece le valenze formative dell’educazione.
Gneo Giulio Agricola
Esempio descritto da Tacito di progetto educativo tipico di una determinata epoca (imperiale) e categoria sociale, costruito su precise aspettative di carriera militare (basata sull’educazione e sulla disciplina). L’artefice della sua educazione è stata la sua madre, Giulia Porcilla, un esempio di madre/educatrice (come Cornelia, la madre dei Gracchi o Aurelia, la madre di Giulio Cesare).
Saranno principes
Nell’età imperiale l’educazione si diffonde interessando una più vasta tipologia sociale. Persino i principes devono essere istruiti per “fare l’imperatore”. La loro educazione è affidata a specialisti di spicco: retori, avvocati, filosofi, letterati, maestri d’armi e di educazione fisica. Historia Augusta presenta delle testimonianze e compilazioni biografiche sugli imperatori dei secoli II e III, a partire da Adriano. Esempi: Publio Elio Adriano e Marco Aurelio.
L'infanzia lontana: temi iconografici dal medioevo
Di Angela Giallongo
La storia dell’infanzia è sostenuta e testimoniata dalle fonti iconografiche, molto importanti specialmente per ottenere delle informazioni sull’età bambina per la quale le fonti tradizionali non dicono niente. Il riorientamento metodologico che considera molto importanti queste fonti è stato avviato dalla storiografia francese delle “Annales”, dalla sociologia storica e dalle influenze delle discipline antropologiche. Autori che hanno valorizzato questi fonti dando degli importanti contributi sono E. Bechi e D. Julia (nel volume sulla storia dell’infanzia del 1996) e Ph. Aries che ha avuto un determinante contributo per l’avvio di ulteriori approfondimenti e revisioni.
Fonti iconografiche e storia dell’infanzia
Il valore delle fonti iconografiche dipende dalla loro onnipresenza nella vita culturale e dal loro significato nei processi educativi (quadri e affreschi delle chiese, ritratti, piccoli oggetti religiosi, fotografie). Wunenberger fornisce una guida alla storia delle immagini, chiarendo due aspetti: per sapere come utilizzare l’immagine, bisogna sapere cos’è l’immagine e le immagini sono in stretto rapporto con lo sguardo (l’immagine è capace di migliorare le performance dell’occhio ma anche di sollecitare delle riflessioni metafisiche, etiche, filosofiche, pedagogiche ecc.). Le rappresentazioni di Gesù-Bambino hanno incoraggiato fin dai secoli XIII-XIV la nascita del sentimento per l’infanzia (Herlily). Dalle fonti iconografiche corroborate con le fonti scritte e archeologiche si sono scoperte delle nuove informazioni che riguardano le fasciature, l’abbigliamento, i tipi di culla, l’alimentazione, la moda, il gioco, l’immaginario.
La pedagogia dello sguardo
Nasce con la patristica che usa lo sguardo come parte integrante del discorso pedagogico. Sant’Agostino è colpito dall’espressività del linguaggio del corpo (la gelosia, la prepotenza, la ribellione - espresse nello sguardo dei bambini) e propone una rielaborazione dello sguardo per funzioni cognitive spirituali ed interiori. San Tommaso d’Aquino dichiara la vista il mezzo migliore per acquisire la conoscenza. Clemente Alessandrino (150-215 d.C.) elabora un programma della “custodia degli occhi” - come strumento di condotta morale e impegno cristiano. Tertulliano (150-220) e Girolamo (347-420) associano il pudore con la sobrietà visiva ed enfatizzano (specialmente per il pubblico femminile) la necessità di rendere visibile lo stile della castità. Giovanni Damasceno affiderà all’immagine sacra il compito di rigenerazione umana.
L’educazione infantile nella civiltà dell’immagine
Giovanni Dominici ha elaborato un sistema educativo, “Regole del governo famigliare”, (Firenze, XV sec.) centrato sulla funzione fondamentale delle immagini, la cultura visiva costituendo per le giovani generazioni la principale risorsa di apprendimento. In tal senso le madri fiorentine devono portare i bambini (anche neonati) in chiesa per vedere le immagini divine.
Dalle “immaginuzze”...
L’immagine visiva, nel programma pedagogico del Dominici, ha un ruolo primario: ai lattanti sono proposte delle immagini rassicuranti (Vergine Maria con Gesù in braccio), a quelli più grandi delle pitture drammatiche (“La strage degli innocenti”) per scaturire l’orrore per l’arte militare (e per rafforzare l’antagonismo fra il modello ecclesiastico e quello aristocratico). Il percorso educativo era diverso per le bambine e privilegiava l’esperienza visiva e orale rispetto a quella linguistica scritta. I modelli proposti per le bambine sono quelli delle sante (santa Cecilia, santa Elisabeta, santa Caterina martirizzata). Dominici, con le sue regole, mette in guardia le madri contro la pittura variopinta, la scultura, le fastose decorazioni, i palazzi riccamente ornati perché le sollecitazioni visive annienterebbero la vita spirituale dell’infanzia.
...alle immaginette e...
Le figurine dei santi e di Gesù Bambino sono utilizzate come ricompensa della buona condotta e come strumento pedagogico per la diffusione della pedagogia cristiana (ampia diffusione dell’iconografia religiosa nel XIX secolo e la prima metà del XX).
...ai ricordini
Ricordini della Prima Comunione sono delle speciali immaginette che testimoniano l’evento (secoli XVIII e XIX) e, più tardi, le fotografie, finalizzate a rappresentare i bambini come dediti alla spiritualità (le teste incorniciate di luce, occhi rivolti verso il cielo, gesti ieratici, sguardi estatici ecc.). Gli iniziati di entrambi i sessi dei ricordini rappresentano la purezza (vestiti bianchi, il giglio).
Osservazioni conclusive
A differenza della cultura protestante, l’educazione religiosa italiana ha privilegiato gli strumenti figurativi, sostitutivi e spesso alternativi a quelli alfabetici. L’umanista Erasmo, nel “De civilitate morum puerilium” del 1530 individua il corpo come lo strumento d’educazione dell’anima e la superiorità degli occhi spirituali su quelli carnali. a) La pedagogia delle immagini nasce agli inizi del XV secolo con Dominici (l’impegno delle immagini è anche ideologico). b) Le immagini riferiscono anche una storia della mentalità: dalla spiritualizzazione dello sguardo, all’educazione dei sensi, alla documentazione iconografica.
Percorsi di vita ed educazione dei trovatelli a Firenze e in Toscana dal XVI al XVIII secolo
Di Lucia Sandri
Premessa
La storia dell’infanzia abbandonata si muove tra due estremi: “buona creanza” (l’inserimento nella società, la possibilità di educazione e di costituire la dote - secoli XV e XVI) e violenza (l’epoca moderna). I neonati abbandonati all’ospedale venivano affidati a delle balie esterne (scarsamente controllate; misere condizioni). Ritornati all’ospedale, i maschi imparavano a scrivere e a leggere, grammatica e abbaco ed erano avviati come apprendisti nelle botteghe artigiane. Le bambine imparavano a scrivere e a leggere, a tessere e a filare e diventavano delle serve (ma tenute come “proprie figliole”) nelle ricche famiglie fiorentine. Alla fine del XVI secolo e nel XVII secolo le trovatelle diventano delle recluse a vita (serve o carcerate). Nell'epoca moderna si afferma una mentalità intollerante nei confronti degli abbandonati, sono mandati nelle case dei contadini e sottoposti alle discriminazioni, violenze, costretti a vivere in ambienti di estrema miseria e ignoranza.
Il baliatico
Tanti bambini assegnati alle balie (il baliatico dura 3 anni) muoiono, si ammalano, sono malnutriti, non ricevono le cure adeguate ecc. Nel XVII secolo il controllo dei trovatelli si fa più assiduo, operazione comunque resa difficile dalle grandi distanze da percorrere e dal fatto che le famiglie si spostavano da un podere all’altro senza annunciare l’Ospedale. I “riveditori” dovevano ricercare e censire i bambini, lattanti o divezzi, di constatare le loro effettive condizioni fisiche e di limitare gli abusi amministrativi (richiesta di salario per bambini già morti, divezzamento precoce senza preavviso all’Ospedale che pagava salari alti alle balie, l’allattamento dei bambini già grandi per continuare il rapporto di lavoro, la cessione dei bambini ad altre donne senza informare l’Ospedale). Ogni bambino aveva un libretto dove erano scritte tutte le informazioni che lo riguardavano. Ciononostante, tanti bambini erano confusi, persi o dimenticati alla balia. Tante informazioni si conoscono dal libretto del 1604, redatto dal “riveditore” Giovanni di Guasparino Lorenzi.
L’educazione
C’era una differenza tra l’educazione dei maschi e quella delle femmine: i maschi erano insegnati a leggere e a scrivere (a volte grammatica, scienze, musica) dai maestri invece le femmine erano precocemente avviate ai lavori domestici ed educate dalle donne più anziane, dalla “priora”, dalle maestre tessitrici, dimoranti nel “convento”, una sezione dell’Ospedale degli Innocenti per l’uso esclusivo delle donne. Nel 1618, il priore Settimani redige un regolamento utile per i maestri per l’educazione dei fanciulli maschi. Il maestro ricopriva la figura d’insegnante e di percettore incaricato a seguire e controllare gli allievi per tutta la giornata. I trovatelli erano distinti in 3 categorie: i “bottegai”, i più grandi e meno istituzionalizzati, già scolarizzati e avviati al lavoro nelle botteghe degli artigiani, durante tutta la giornata, per imparare il mestiere; i scolari, che imparavano a leggere e a scrivere, divisi dai “chierici”, sia pure negli stessi locali e con lo stesso maestro; i “chierici”, i più grandi tra i scolari e particolarmente dotati, (scelti per essere avviati a carriere importanti, non solo ecclesiastiche) che imparavano la grammatica o matematica, musica e pittura se manifestavano delle inclinazioni in tal senso. Loro avevano il privilegio di avere cura della chiesa (una settimana alla volta, a turno 2 di loro) e gli veniva richiesto di comportarsi “bene”. La pena per chi contravvenisse alle regole e
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