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Sociologia

Che cos'è la sociologia?

La sociologia è lo studio della società: essa è costituita da individui ed istituzioni, create per organizzare meglio le proprie vite (governo, religione, famiglia, educazione, sport, tempo libero). La società e le istituzioni presentano delle disuguaglianze nella struttura (età, classe, status, sesso, etnia). I sociologi si interessano a queste istituzioni e disuguaglianze, partendo dal "senso comune". Il loro oggetto di studio è il sociale, inteso come evento a cui partecipano persone legate da diversi tipi di rapporti. Alcuni sociologi si interessano ad aspetti particolari della società, analizzando il cambiamento sociale nella storia, i processi su larga scala (industrializzazione, capitalismo, globalizzazione), l'azione umana e le diverse ideologie (=culture, norme e valori). Si interrogano inoltre su come viene mantenuto l'ordine sociale.

  • Émile Durkheim, sociologo francese del XIX secolo, confronta i tassi di suicidio nei differenti Paesi, mostrando come essi siano una reazione alle norme e ai valori di determinate società e il rapporto che l'individuo ha con loro: si deve infatti considerare il suicidio non solo come fatto psicologico ma anche dal punto di vista sociale. Questo legittima la disciplina sociologica.
  • La sociologia può essere considerata una scienza soltanto quando si propone di scoprire leggi generali e dare spiegazioni, invece non può essere considerata tale se si cerca di interpretare un evento o rilevare problemi avanzando critiche. Questa disciplina è un insieme di questi due aspetti.

Auguste Comte, filosofo francese del XIX secolo, per la prima volta definisce la sociologia come disciplina autonoma, alla pari di altre scienze empiriche, arrivando a legittimarla. Il suo è un approccio positivista: mira a dare una spiegazione dei fenomeni attraverso un metodo scientifico, attraverso procedimenti sperimentali e sviluppando leggi generalizzabili.

  • Herbert Spencer, seppur accostandosi alla disciplina in modo diverso da Comte, anche lui ne mette in risalto le credenziali scientifiche, applicando alla tematica del cambiamento sociale gli sviluppi della teoria biologica evoluzionistica.
  • Karl Marx, Durkheim e Max Weber, nonostante condividano un unico interesse, differiscono in molti aspetti. Osservano in particolare i cambiamenti della loro epoca: prima la Rivoluzione industriale, poi il dissolversi del vecchio modello feudale e la conseguente diffusione del capitalismo, la nascita del moderno Stato nazionale centralizzato. Quello che loro si chiedono è quale sia precisamente la causa di tutto ciò.

Marx si concentra soprattutto sul passaggio dal modo di produzione feudale a quello capitalista, in cui soltanto un gruppo ristretto di persone trae vantaggio dal lavoro di un altro gruppo, e ne fornisce una descrizione materialistica. Esamina inoltre le nuove classi sociali (borghesia e proletariato) e definisce la condizione di alienazione dei lavoratori (=capacità di creare soffocata dal capitalismo). Per rovesciare questo sistema avverte la necessità di istituire un nuovo modo di produzione, quello comunista (=tutti ottengono benefici dal lavoro).

Durkheim elabora l'idea di coscienza collettiva, un sistema di valori condiviso che unisce individui all'interno di una singola comunità sociale; quando questi legami si indeboliscono, si ha un'assenza di norme (=anomia). Weber, come Marx, dà importanza alle forme di organizzazione economica come motore della società, ma mostra come il capitalismo sia il riflesso di una visione del mondo in trasformazione. Egli mette inoltre in risalto l'importanza della capacità di comprensione del sociologo di ciò che lo circonda.

  • Georg Simmel dà importanza alle forme di interazione sociale, considerandole la chiave per capire meglio il potere ed il cambiamento sociale.

All'inizio del XX secolo, nell'Università di Chicago si sviluppa la sociologia moderna, grazie a personalità come Robert Ezra Park, Ernest Burgess (impegnati nel lato pratico e ricercatori attraverso metodi etnografici), George Herbert Mead.

  • Dopo la seconda guerra mondiale il centro di attività si sposta nell'Università di Harvard, dove Talcott Parsons elabora la teoria volontaristica dell'azione (orientata in senso strutturale), che dà il via allo struttural-funzionalismo. Il funzionalismo, da cui comunque alcuni si distaccano (Wright Mills), si basa implicitamente sui valori occidentali del liberalismo, della democrazia e del capitalismo, tuttavia è incapace di affrontare il cambiamento sociale e il conflitto.
  • In Europa, da un lato viene elaborato un nuovo approccio che evidenzia il ruolo che ha il conflitto nelle società moderne (Dahrendorf, Rex), dall'altro viene riscoperto Marx (Gramsci e Althusser).

Altri importanti sociologi sono Homans (accusa Parsons di essere eccessivamente astratto e di ignorare gli individui; elabora la teoria dello scambio), Becker (teoria dell'etichettamento), Goffman (etnometodologia), Garfinkel (contestava le fondamenta della società stessa). Anche il pensiero strutturalista ha una forte influenza.

La seconda metà del '900 nasce il poststrutturalismo (Foucault), derivato da un interesse per le importanti trasformazioni storiche della fase postindustriale. Da questo concetto si sviluppa la teoria postmoderna, che rifiuta di spiegare il mondo in ogni suo aspetto. Contro queste correnti si muovono Habermas, Bourdieu (teoria della pratica) e Giddens (teoria della strutturazione).

Il funzionalismo

Il funzionalismo è un approccio sviluppatosi a metà del XX secolo, che considera la società come un sistema, costituito da varie parti, ma non riconducibile solo alla loro somma: i funzionalisti studiano la società non solo considerandola nella sua interezza, ma analizzando come operano le varie parti in relazione al sistema. Per questo motivo, è necessario comprendere non solo la sua struttura, ma anche le particolari funzioni svolte dalle parti che la compongono, alla pari di un corpo umano (il paragone introduce l'idea di "sistema sociale").

Questa metafora biologica deriva in gran parte dal lavoro di Herbert Spencer, il quale ragiona sulla distinzione tra struttura e funzione e tratta in modo esplicito la società, in quanto oggetto di studio, come una struttura. È però Émile Durkheim a gettare le basi per un approccio funzionalista della società: nella sua opera "La divisione sociale", egli introduce l'idea di coscienza collettiva (=nella società esiste una consapevolezza collettiva dell'esistenza di norme e valori condivisi, che agisce da collante interno) e di differenziazione (=teoria su come le società cambiano, si adattano e si sviluppano per diventare più specializzate).

Nessuno di questi due autori è comunque un vero e proprio funzionalista, a differenza del professore di Harvard Talcott Parsons che raccoglie queste idee nell'opera "Il sistema sociale". È proprio quest'ultimo a fornire la spiegazione di società come sistema, cioè di come essa funziona e come le parti sono tra loro collegate, chiedendosi inoltre come possa essere possibile l'ordine sociale, ossia un tipo di stabilità data per scontata dagli individui. Le sue teorie scatenano una rivoluzione nella disciplina.

Molte sono le figure che estendono la teoria funzionalista ad aree specifiche della ricerca sociologica (del crimine e della devianza, dell'istruzione, della famiglia, della stratificazione delle classi sociali, della religione, del lavoro): Robert Merton, Davis, Moore, ecc. Il loro approccio alla sociologia può essere così riassunto: dando per assunto che la società è un sistema che in condizioni normali presenta un consenso a norme e valori, quali funzioni svolgono le varie istituzioni al suo interno, e in che misura i suoi problemi possono essere considerati in termini di crisi del sistema sano?

Parlando del funzionalismo, si riconosce un approccio "olistico" (=la società è trattata come una "realtà di per sé" che per la sua sopravvivenza fa affidamento sulle parti che la compongono). Nel sistema sociologico, queste parti sono proprio le istituzioni e il funzionalista ne distingue anche una gerarchia. Le istituzioni sono definite da Parsons come "sottosistemi". Parsons è anche ideatore dello schema AGIL, acronimo che indica i prerequisiti funzionali di base e universali che tutti i sistemi devono soddisfare (A=adaptation: adattamento all'ambiente esterno; G=goal attainment: conseguimento delle richieste essenziali del sistema sociale; I=integration: necessità di tenere unite le parti e ridurre al minimo i conflitti; L=latency: conservazione del modello latente, mantenimento del rispetto di certi valori).

In relazione al sistema sociale, Parsons divide il sistema di azione sociale in quattro parti: sistema culturale (L), sociale (I), della personalità (G) e biologico (A) e ogni parte tenta di soddisfare i prerequisiti funzionali. Il sistema sociale può essere a sua volta suddiviso in quattro sottoinsiemi diversi: sistema economico (A), sistema politico (G), comunità sociale (I), sistema fiduciario (L). Questo è un esempio di ciò che viene definito teoria sistematica, ma dopo Parsons i funzionalisti si indirizzano a studiare solo particolari istituzioni.

L'istruzione, ad esempio, secondo Durkheim, è vitale per tramandare le norme ed i valori della società e per Parsons offre anche un ambiente stabile e sicuro, tuttavia i giovani necessitano di spazi per esprimere le proprie individualità (questa funzione è svolta dalla cultura giovanile); la religione è considerata da Durkheim il collante della solidarietà sociale e da Parsons il nucleo morale del sistema di valori condiviso. Per mantenere unito un gruppo sociale e risolvere i conflitti servono delle leggi e, come Durkheim afferma, esse svolgono funzione di coscienza collettiva ma eventuali crimini prevengono la stasi sociale e consentono il cambiamento. Mantenere uniti i sottosistemi è essenziale per il corretto funzionamento del sistema più ampio: questo, per Parsons, va sotto il nome di integrazione di sistema.

Oltre alle funzioni classiche svolte dalle singole istituzioni, Merton individua anche funzioni manifeste e latenti, nonché i concetti di disfunzione e non-funzione. Le idee di Parsons non derivano solo da Durkheim, ma anche da Freud: la socializzazione/integrazione sociale reprime gli impulsi primitivi dell'uomo, introducendo il bambino al codice morale. Esistono casi in cui l'individuo non si integra pienamente nella coscienza collettiva; Durkheim e Merton si sono occupati di questo.

Il primo, nell'opera "Il suicidio", mostra come gli squilibri sistemici spesso derivino da alcuni difetti della struttura sociale, con conseguenze per gli attori sociali coinvolti. Distingue quindi 4 tipi di suicidio: altruistico (forte integrazione), egoistico (integrazione molto debole), fatalista (esagerata condivisione delle regole), anomico (debole regolamentazione di norme e valori, quindi basso consenso: anomia). Quest'ultimo concetto viene ripreso da Merton che meglio descrive come la situazione di equilibrio che tiene unito il sistema sociale sia difficile da mantenere se gli individui si allontanano dagli obiettivi culturali condivisi o dai mezzi disponibili. Come conseguenza di ciò, si sviluppano delle sottoculture che si allontanano dalla società convenzionale.

In relazione al concetto di evoluzionismo sociale, ovvero il cambiamento all'interno di una data società, Herbert Spencer sostiene che possano essere applicate le stesse leggi naturali dell'evoluzione: la società si adatta nel tempo per soddisfare nuove necessità e per poter sopravvivere. Elabora quindi la teoria della differenziazione: le varie parti di un organismo (in questo caso le istituzioni) si separano una dall'altra per svolgere compiti specializzati e differenti tra loro, necessari per il funzionamento del sistema più ampio, e ciò avviene quando cresce la complessità dei sistemi.

Ad esempio, sostiene Spencer, le società moderne sono più complesse di quelle premoderne. È tuttavia Durkheim a rielaborare questa teoria nella sua opera "La divisione del lavoro sociale": più una società è semplice, meno si differenzierà il lavoro dei singoli membri, mentre più è complessa, più specializzati saranno i singoli. Ciò comporta quindi una differenziazione tra legami sociali basati sull'uguaglianza (società semplice, con solidarietà meccanica) e quelli basati sulla differenza (società complessa, con solidarietà organica). Questi vengono chiamati "tipi ideali", perché la diffusione di un tipo non esclude la presenza dell'altro.

Queste idee sono molto importanti per Parsons e per tutto il funzionalismo, che man mano giungerà all'idea che il cambiamento sociale sia "progressivo", cioè segua un percorso per migliorarsi (teoria della modernizzazione), in base ad agenti interni o esterni, provocando o no squilibri nell'economia mondiale. Il concetto di modernizzazione, come suggerisce Moore, è una totale trasformazione economica, tecnologica, politica e dell'organizzazione sociale.

I punti più deboli del funzionalismo sono due: esso si concentra solo sulla struttura sociale, e non sugli individui (in effetti anche Parsons sembra considerare gli individui solo come prodotto della società e non come produttori); l'approccio al tema del cambiamento sociale tende a fare cattivo uso dell'idea di evoluzione e il concetto risulta spiegato in modo troppo semplice; il funzionalismo contiene un insito conservatorismo, non nel senso prettamente politico del termine, ma nel senso che dà per scontata l'esistenza di una condizione "normale", "sana" e quindi non ammette la differenza e il cambiamento.

Quest'ultimo atteggiamento è spiegabile se si considera la relativa stabilità storica, soprattutto di certi soggetti, degli anni '50, anche se negli anni '70 i tumulti e le agitazioni si fanno talmente evidenti da spostare l'approccio sociologico verso posizioni come la teoria del conflitto e il marxismo, facendo sì, quindi, che il funzionalismo scompaia. Ciononostante, alcuni studiosi tentano di infondergli nuova vita, ad esempio Luhmann, che sviluppa una teoria dei sistemi, e Alexander, fondatore del movimento neofunzionalista.

Teoria del conflitto

I sociologi che sostengono la teoria del conflitto si chiedono di base cosa accadrebbe se i conflitti tra gruppi e individui, le differenze di opinioni e stili di vita non siano frutto di anomalie generate da disfunzioni del sistema, bensì fenomeni naturali. Innanzitutto, riprendono il concetto dei funzionalisti del "sistema di valori condiviso", ma lo considerano come il sistema di valori solo del gruppo sociale dominante: esso è soltanto uno dei tanti sistemi che esistono all'interno di una società plurale.

  • Max Weber, all'interno della sua opera "Economia e società" parte da una critica a Marx nei confronti della spiegazione che quest'ultimo dà al conflitto sociale come frutto di un problema delle classi: Weber non crede che le classi siano le uniche responsabili del conflitto. Egli individua così: classe, status e partito. Secondo lui, in molti casi, la posizione di classe (=posizione di un individuo nel mercato) non è tanto importante quanto lo status sociale. Il partito, poi, rappresenta la posizione di un individuo nello Stato. Secondo lui, quindi, in ognuna di queste categorie è possibile che nasca un conflitto, che può produrre forme di disuguaglianza sociale.
  • Partendo da questi punti, i sociologi seguaci di Weber, dopo il periodo funzionalista, sviluppano la teoria del conflitto. Il teorico principale è Ralf Dahrendorf, fortemente influenzato da Marx, il quale crede che il funzionalismo si occupi solo dell'aspetto del consenso, mentre la teoria del conflitto aiuta a capire anche le società basate sul conflitto, tuttavia essa, a differenza del funzionalismo, non è mai stata presentata come una teoria sistematica, in grado di fornire una spiegazione completa dell'agire umano.

Altri sociologi, come John Rex, collocano al centro dell'analisi i conflitti tra gruppi, mentre Anthony Giddens presenta un'analisi della struttura di classe britannica di stampo non marxista. C. Wright Mills sfida già negli anni '50 il predominio funzionalista, fornendo una nuova prospettiva delle gerarchie di potere: le élite di potere, gruppi di interesse di alto livello, cospirano per proteggersi a vicenda e mantenere il potere.

I quattro punti principali della teoria del conflitto possono essere così spiegati: gli individui e i gruppi non condividono necessariamente stessi valori e scopi; a volte, gli scopi di un gruppo sono incompatibili con quelli di un altro; a volte non si giunge ad un compromesso e il conflitto è inevitabile; spesso chi ottiene il predominio presenta i suoi valori come i giusti valori.

La teoria secondo cui ogni cultura e ogni comunità dispone di propri sistemi di valori è nota come relativismo culturale. I relativisti, invece di cercare di individuare le leggi generali su come le società funzionano, sostengono la necessità di comprendere il contesto specifico.

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara A. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di Sociologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Bernardini Sandro.
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