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Riassunto per l'esame di Istituzioni di Sociologia, prof. Bernardini, libro consigliato "Sociologia. Fondamenti e teorie", O'Byrne-Bernardini Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Istituzioni di Sociologia a La Sapienza di Roma, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Bernardini: "Sociologia. Fondamenti e teorie", O'Byrne, Bernardini. Il documento si propone di aiutare gli studenti nell'approccio alla disciplina e semplificare un po' gli argomenti del libro, organizzandoli. Gli argomenti trattati... Vedi di più

Esame di Istituzioni di Sociologia docente Prof. S. Bernardini

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delle richieste essenziali del sistema sociale; I=integration: necessità di tenere unite le

parti e ridurre al minimo i conflitti; L=latency: conservazione del modello latente,

mantenimento del rispetto di certi valori). In relazione al sistema sociale, Parsons divide il

sistema di azione sociale in quattro parti: sistema culturale (L), sociale (I), della

personalità (G) e biologico (A) e ogni parte tenta di soddisfare i prerequisiti funzionali. Il

sistema sociale può essere a sua volta suddiviso in quattro sottoinsiemi diversi: sistema

economico (A), sistema politico (G), comunità sociale (I), sistema fiduciario (L). Questo è

un esempio di ciò che viene definito teoria sistematica, ma dopo Parsons i funzionalisti si

indirizzano a studiare solo particolari istituzioni. L'istruzione, ad esempio, secondo

Durkheim, è vitale per tramandare le norme ed i valori della società e per Parsons offre

anche un ambiente stabile e sicuro, tuttavia i giovani necessitano di spazi per esprimere le

proprie individualità (questa funzione è svolta dalla cultura giovanile); la religione è

considerata da Durkheim il collante della solidarietà sociale e da Parsons il nucleo morale

del sistema di valori condiviso. Per mantenere unito un gruppo sociale e risolvere i conflitti

servono delle leggi e, come Durkheim afferma, esse svolgono funzione di coscienza

collettiva ma eventuali crimini prevengono la stasi sociale e consentono il cambiamento.

Mantenere uniti i sottosistemi è essenziale per il corretto funzionamento del sistema più

ampio: questo, per Parsons, va sotto il nome di integrazione di sistema.

Oltre alle funzioni classiche svolte dalle singole istituzioni, Merton individua anche

funzioni manifeste e latenti, nonché i concetti di disfunzione e non-funzione.

Le idee di Parsons non derivano solo da Durkheim, ma anche da Freud: la

socializzazione/integrazione sociale reprime gli impulsi primitivi dell'uomo, introducendo

il bambino al codice morale. Esistono casi in cui l'individuo non si integra pienamente

nella coscienza collettiva; Durkheim e Merton si sono occupati di questo. Il primo,

nell'opera Il suicidio, mostra come gli squilibri sistemici spesso derivino da alcuni difetti

della struttura sociale, con conseguenze per gli attori sociali coinvolti. Distingue quindi 4

tipi di suicidio: altruistico (forte integrazione), egoistico (integrazione molto debole),

fatalista (esagerata condivisione delle regole), anomico (debole regolamentazione di norme

e valori, quindi basso consenso: anomia). Quest'ultimo concetto viene ripreso da Merton

che meglio descrive come la situazione di equilibrio che tiene unito il sistema sociale sia

difficile da mantenere se gli individui si allontanano dagli obiettivi culturali condivisi o dai

mezzi disponibili. Come conseguenza di ciò, si sviluppano delle sottoculture che si

allontanano dalla società convenzionale.

● In relazione al concetto di evoluzionismo sociale, ovvero il cambiamento all'interno di

una data società, Herbert Spencer sostiene che possano essere applicate le stesse leggi

naturali dell'evoluzione: la società si adatta nel tempo per soddisfare nuove necessità e per

poter sopravvivere. Elabora quindi la teoria della differenziazione: le varie parti di un

organismo (in questo caso le istituzioni) si separano una dall'altra per svolgere compiti

specializzati e differenti tra loro, necessari per il funzionamento del sistema più ampio, e

ciò avviene quando cresce la complessità dei sistemi. Ad esempio, sostiene Spencer, le

società moderne sono più complesse di quelle premoderne. E' tuttavia Durkheim a

rielaborare questa teoria nella sua opera La divisione del lavoro sociale: pià una società è

semplice, meno si differenzierà il lavoro dei singoli membri, mentre più è complessa, più

specializzati saranno i singoli. Ciò comporta quindi una differenziazione tra legami sociali

basati sull'uguaglianza (società semplice, con solidarietà meccanica) e quelli basati sulla

differenza (società complessa, con solidarietà organica). Questi vengono chiamati "tipi

ideali", perché la diffusione di un tipo non esclude la presenza dell'altro. Queste idee sono

molto importanti per Parsons e per tutto il funzionalismo, che man mano giungerà all'idea

che il cambiamento sociale sia "progressivo", cioè segua un percorso per migliorarsi (teoria

della modernizzazione), in base ad agenti interni o esterni, provocando o no squilibri

nell'economia mondiale. Il concetto di modernizzazione, come suggerisce Moore, è una

totale trasformazione economica, tecnologica, politica e dell'organizzazione sociale.

● I punti più deboli del funzionalismo sono due: esso si concentra solo sulla struttura

sociale, e non sugli individui (in effetti anche Parsons sembra considerare gli individui solo

come prodotto della società e non come produttori); l'approccio al tema del cambiamento

sociale tende a fare cattivo uso dell'idea di evoluzione e il concetto risulta spiegato in modo

troppo semplice; il funzionalismo contiene un insito conservatorismo, non nel senso

prettamente politico del termine, ma nel senso che dà per scontata l'esistenza di una

condizione "normale", "sana" e quindi non ammette la differenza e il cambiamento.

Quest'ultimo atteggiamento è spiegabile se si considera la relativa stabilità storica,

soprattutto di certi soggetti, degli anni '50, anche se negli anni '70 i tumulti e le agitazioni

si fanno talmente evidenti da spostare l'approccio sociologico verso posizioni come la

teoria del conflitto e il marxismo, facendo sì, quindi, che il funzionalismo scompaia.

Ciononostante, alcuni studiosi tentano di infondergli nuova vita, ad esempio Luhmann,

che sviluppa una teoria dei sistemi, e Alexander, fondatore del movimento

neofunzionalista. TEORIA DEL CONFLITTO

I sociologi che sostengono la teoria del conflitto si chiedono di base cosa accadrebbe se i

conflitti tra gruppi e individui, le differenze di opinioni e stili di vita non siano frutto di

anomalie generate da disfunzioni del sistema, bensì fenomeni naturali. Innanzitutto,

riprendono il concetto dei funzionalisti del "sistema di valori condiviso", ma lo considerano

come il sistema di valori solo del gruppo sociale dominante: esso è soltanto uno dei tanti

sistemi che esistono all'interno di una società plurale.

● Max Weber, all'interno della sua opera Economia e società parte da una critica a Marx

nei confronti della spiegazione che quest'ultimo dà al conflitto sociale come frutto di un

problema delle classi: Weber non crede che le classi siano le uniche responsabili del

conflitto. Egli individua così: classe, status e partito. Secondo lui, in molti casi, la

posizione di classe (=posizione di un individuo nel mercato) non è tanto importante

quanto lo status sociale. Il partito, poi, rappresenta la posizione di un individuo nello Stato.

Secondo lui, quindi, in ognuna di queste categorie è possibile che nasca un conflitto, che

può produrre forme di disuguaglianza sociale.

● Partendo da questi punti, i sociologi seguaci di Weber, dopo il periodo funzionalista,

sviluppano la teoria del conflitto. Il teorico principale è Ralf Dahrendorf, fortemente

influenzato da Marx, il quale crede che il funzionalismo si occupi solo dell'aspetto del

consenso, mentre la teoria del conflitto aiuta a capire anche le società basate sul conflitto,

tuttavia essa, a differenza del funzionalismo, non è mai stata presentata come una teoria

sistematica, in grado di fornire una spiegazione completa dell'agire umano.

Altri sociologi, come John Rex, collocano al centro dell'analisi i conflitti tra gruppi, mentre

Anthony Giddens presenta un'analisi della struttura di classe britannica di stampo non

marxista.

C. Wright Mills sfida già negli anni '50 il predominio funzionalista, fornendo una nuova

prospettiva delle gerarchie di potere: le élite di potere, gruppi di interesse di alto livello,

cospirano per proteggersi a vicenda e mantenere il potere.

I quattro punti principali della teoria del conflitto possono essere così spiegati: gli individui

e i gruppi non condividono necessariamente stessi valori e scopi; a volte, gli scopi di un

gruppo sono incompatibili con quelli di un altro; a volte non si giunge ad un compromesso

e il conflitto è inevitabile; spesso chi ottiene il predominio presenta i suoi valori come i

giusti valori.

● La teoria secondo cui ogni cultura e ogni comunità dispone di propri sistemi di valori è

nota come relativismo culturale. I relativisti, invece di cercare di individuare le leggi

generali su come le società funzionano, sostengono la necessità di comprendere le pratiche

particolari nei contesti: enfatizzano quindi la diversità della cultura e criticano i tentativi di

imporre valori esterni a culture locali. Questa teoria ha avuto molto seguito nella sociologia

del linguaggio, della povertà, del crimine e della devianza. Per Lewis, le famiglie dei Paesi

più poveri rifiutano i valori della società più ampia, arrivando ad elaborare valori

alternativi, dando vita ad una "cultura della povertà". Secondo questo criterio, ogni

comportamento deve essere compreso all'interno del proprio contesto. Miller rifiuta l'idea

che le sottoculture emergano quando non condividono i valori dominanti, e crede che le

norme vigenti all'interno di queste sottoculture siano già per loro la cultura dominante

(questo può spiegare i casi di devianza rispetto alla società più ampia: essi non sono

posizioni che vogliono per forza opporsi alla società dominante, bensì espressione naturale

di certi interessi focali).

La teoria del conflitto è relativista, perché riconosce la centralità della differenza e osserva

come differenti voci e valori coesistano.

● Per comprendere pienamente il senso della teoria del conflitto bisogna partire dalle sue

unità: i gruppi d'interesse, ovvero gruppi di persone unite da interessi condivisi,

ciascuno dei quali riflette una parte dell'identità individuale dei membri. La società è un

insieme di gruppi d'interesse che si intrecciano rivolgendo richieste appropriate ai membri.

Queste richieste possono essere tra loro ragionevoli, oppure in conflitto. In quasi tutti i

casi, infatti, ogni gruppo di interesse ha la sua nemesi, ciò significa che gli interessi di uno

potrebbero scontrarsi con gli interessi di un altro gruppo di uno stesso individuo. Il gruppo

che ottiene maggiormente il rispetto dei propri interessi, sarà quello dotato di più potere.

I sociologi si interrogano proprio su cosa accade quando i gruppi d'interesse competono tra

loro per il potere vero, strutturale, all'interno dello Stato. La sociologia politica, poi, si

chiede proprio come si possa gestire al meglio il conflitto che si genera all'interno della

società. A questo proposito, Weber ha evidenziato l'importanza dello status come misura

dell'influenza dei gruppi d'interesse, che sta anche alla base di molte disuguaglianze in

numerose società (ad es. il sistema chiuso delle "caste" nella società induista oppure la

soluzione del genocidio come sintomo di una società plurale, ma non pluralista/tollerante).

Quindi, per i teorici del conflitto, le società complesse sono caratterizzate da una pluralità

di differenti gruppi sociali, politici e culturali, ognuno con il proprio insieme di norme e

valori, per questo il conflitto fra questi gruppi intenzionati ad accrescere il proprio

interesse è inevitabile. Il potere è inteso non come meta in sé, ma come mezzo per

raggiungere un altro scopo, cioè la difesa degli interessi personali. Per i teorici, a differenza

dei pluralisti, il potere è sempre nelle mani dei pochi decisori che costituiscono le élite, che

sono a loro volta in conflitto una con l'altra e per questo impediscono che qualcuno goda

del potere assoluto. Secondo questo ragionamento, ci si può chiedere allora di chi sia la

storia che viene tramandata: secondo i sociologi storici, essa dipende dal gruppo di

interesse che ha preso il potere in un determinato momento storico; essi rifiutano di

applicare schemi generici ai processi del cambiamento sociale (come facevano i

funzionalisti, che ponevano enfasi sul sistema sociale e sui valori condivisi), per

concentrarsi invece sulle specifiche condizioni storiche che scaturiscono il mutamento.

IL MARXISMO

● Il marxismo, fondato da Karl Marx, nasce in primo luogo in contrasto al capitalismo

occidentale ed è una teoria generale della società, non un sistema di governo dello Stato.

Marx, che nasce a Treviri ma si trasferisce a Londra nella metà dell'800, entra in stretta

collaborazione con Engels e la permanenza in Inghilterra è fondamentale per lui, in quanto

culla della Rivoluzione industriale e luogo di grande cambiamento sociale. Di base, Marx

crede che il capitalismo sia destinato ad essere sostituito dal sistema più equo del

comunismo. I punti principali del suo pensiero sono:

1. la teoria del materialismo storico: questa interpretazione del mondo vede le

cose reali e concrete come motore della società, piuttosto che le idee. Per lui, la

società deve essere studiata in relazione alla sua capacità di fornire cose materiali.

La teoria va in parte contro la teoria idealista della storia proposta dal filosofo

Hegel, il quale aveva suggerito che il cambiamento si verifica in modo dialettico

(l'idea dominante del mondo -tesi- viene messa di fronte al suo opposto -antitesi- e

ne deriva una sintesi). Marx, infatti, pur rifacendosi al metodo dialettico, applica

invece l'approccio alle condizioni materiali dell'esistenza, piuttosto che alle idee. Per

misurare queste condizioni, Marx si concentra sulla produzione di una data società.

Le strategie e le tecnologie disponibili per produrre beni vengono definite mezzi di

produzione. In base a come gli individui si relazionano con i mezzi (cioè se ne sono

proprietari o lavoratori) si hanno diversi rapporti di produzione. Per questo si può

dire che egli si concentra sull'economia come principale fattore di distinzione tra le

società.

La teoria di Marx prevede varie fasi storiche e mostra come ogni nuovo modo di

produzione sostituisca il precedente (i periodi sono sequenziali=per raggiungere

l'ultima fase, una società deve attraversare le altre):

comunismo primitivo: privo di classi e caratterizzato dallo scambio reciproco.

◦ modo di produzione antico: una prima forma di società gerarchica, dove esiste la

◦ distinzione tra padroni e schiavi.

modo di produzione feudale: sintesi delle tensioni della società schiavista, in cui

◦ gli schiavi sono liberi ma ancora subordinati alle élite dominanti, anche se i servi

più intraprendenti riescono ad affermarsi come una nuova classe media.

modo di produzione capitalista: epoca della tecnologia industriale, dove chi ha il

◦ controllo delle nuove tecnologie detiene il potere; la vecchia aristocrazia è

rimpiazzata dalla borghesia, l'altra classe è il proletariato. Pur avendo superato

in modo rivoluzionario la vecchia distinzione di status basata sul diritto di

nascita, il capitalismo ha le proprie contraddizioni interne, prima fra tutte lo

sfruttamento del lavoro.

modo di produzione comunista: l'ultima fase sarebbe quella in cui i lavoratori

◦ sfruttati prendono coscienza della loro condizione e si muovono per abbattere il

sistema, creando una nuova società comunista, priva di classi, in cui il compenso

è adeguato all'opera svolta da ciascuno.

2. la teoria del determinismo economico: secondo Marx, la forza guida di una

società è rappresentata dal sistema di produzione e dalla relativa distribuzione di

merci (l'economia). Questa posizione sarà oggetto di varie critiche, poiché viene

considerata l'economia come la forza portante della società e le altre aree tutte

subordinate ad essa. Anche la religione, secondo Marx, ha la funzione (in termini

funzionalisti) di mantenere e difendere il sistema economico dominante. A

differenza del funzionalismo, però, Marx crede che tutte le varie istituzioni (politica,

legge, religione, educazione, media, ecc.) non facciano che proteggere e riprodurre

solo gli interessi del sistema capitalista dominante, a cui sono direttamente

subordinati e non autonomi. Egli indica per questo l'economia come struttura e

tutte le altre istituzioni come sovrastruttura. La sovrastruttura non può esistere

senza struttura e non ha natura indipendente. Si può applicare questo termine

anche all'uomo stesso. Louis Althusser, invece, rifiuta l'idea del determinismo

economico, sostenendo che il capitalismo non sia soltanto un modo di produzione,

bensì un'intera formazione sociale, che comprende aspetti economici, culturali e

politici dotati ciascuno di una relativa autonomia. In alcune società, secondo lui,

l'aspetto economico sembrerebbe dominante, ma essa è comunque sostenuta dagli

apparati ideologici (media, religione, ecc) e regressivi (polizia, esercito) dello Stato,

tuttavia l'aspetto economico può lasciare il posto dominante ad un diverso aspetto

(politico, culturale, ecc) e la sua posizione non sarebbe più superiore alle altre. Il

dibattito Miliband-Poulantzas vede infine a confronto due idee: secondo la

prima lo Stato ha legami con l'economia, ma non dipende del tutto da essa e gode di

una relativa autonomia; la seconda idea invece vede lo Stato come un vaso vuoto,

uno strumento slegato dall'economia e di cui il capitalismo, per essere dominante,

deve impossessarsi.

3. la teoria dell'analisi di classe: Marx definisce la “classe sociale” un metodo di

definizione e distinzione degli individui basato sul loro modo di rapportarsi ai mezzi

di produzione. Vede il concetto di classe in modo oggettivo, riguardante solo il fatto

che si possiedono/controllano i mezzi di produzione, traendo vantaggio dal lavoro

degli altri. La classe è quindi un rapporto di potere definito dalla posizione

economica all'interno della società capitalista, fonte di un inevitabile conflitto.

Secondo Theodor Adorno, il concetto principale dell'opera di Marx è quello di

mercificazione: processo attraverso cui un oggetto diventa parte del mercato,

riducendo il suo valore d'uso e di scambio; secondo Adorno, anche la cultura, nel

tardo capitalismo, è ormai diventata merce. Il concetto di mercificazione può essere

anche applicato all'uomo stesso, che vende la propria forza lavoro in cambio di

remunerazione: non ha il controllo sul processo di creazione, non ha possesso del

prodotto, è separato proprio da ciò che lo definisce come uomo. Tutto ciò, secondo

Marx, è l'alienazione. Il capitalismo è caratterizzato dal fatto che un individuo

lavora mentre qualcun altro gode del prodotto (=sfruttamento) e la mobilità sociale

che offre questo sistema non è raggiungibile da tutti. Riguardo alla società

comunista, in realtà, Marx ha detto poco: essa si realizzerà quando i lavoratori,

obbligati a competere uno con l'altro per la sopravvivenza, abituati ad esibire una

falsa coscienza di classe (non si riconoscono come un unico gruppo sfruttato)

giungeranno invece ad una vera coscienza di classe e inizieranno una rivoluzione,

che rovescerà l'ordine capitalista, sostituendolo col nuovo sistema in cui il potere

riflette il lavoro reale. Questo implica un problema, cioè il presupposto che la classe

lavoratrice sia capace di trasformarsi in agente rivoluzionario, infatti, come sostiene

Marcuse, i lavoratori si sono ormai talmente integrati nel sistema capitalista che

hanno perso la capacità di pensare con la propria testa e quindi contestare la

società. Piuttosto, quest'ultimo ripone la propria fiducia in altre classi rimaste fuori

dal sistema, il cui sfruttamento non è necessariamente materiale, ma culturale

(ambientalisti, minoranze etniche, studenti, intellettuali).

● Il più conosciuto esempio di applicazione pratica delle teorie marxiste si ha in Russia,

con Lenin, che pretende di passare allo schema comunista senza prima aver attraversato

lo stato di capitalismo, dando come spiegazione una nuova valutazione del materialismo

storico. Antonio Gramsci si sofferma invece sui processi politici e culturali, intesi come

forze strategiche della riproduzione capitalista, e pensa esista una teoria dell'egemonia

(=far nascere il consenso proprio in chi subisce lo sfruttamento)

A metà del XX secolo, due importanti movimenti tentano di liberare il marxismo dai suoi

limiti: la scuola di Francoforte (vuole far convergere le teorie più su una critica al dominio

che al capitalismo) e il movimento nato da Louis Althusser (ridefinisce il capitalismo

stesso). Negli USA, Immanuel Wallerstein si impegna a rimodellare il progetto

marxista basandolo non più sulle relazioni di potere tra classi ma sulle relazioni degli Stati

all'interno del sistema mondiale capitalista.

TEORIA DELLO SCAMBIO

Quando si parla di teoria dello scambio (o teoria utilitarista, o comportamentista, o della

scelta razionale) si deve anzitutto far riferimento alla spiegazione di Weber sulla

razionalità, da lui applicata per spiegare su cosa si fondano differenti sistemi di leggi.

Razionale è qualcosa che ha senso alla luce di una logica condivisa (radicata magari nella

religione, nella tradizione o basata su un sistema rigido di regole, come nella società

capitalista). Il principale sostenitore della teoria dello scambio è George Homans. Nel

funzionalismo, l'agire individuale è considerato come determinato da fattori esterni, come

norme, valori, integrazione sociale, senza tener conto della scelta di un individuo. Homans

intende invece riportare al centro l'individuo, non l'“uomo”, categoria generica che i

sociologi assumono come presupposto. Contrappone quindi ai funzionalisti un

individualismo metodologico. Il fatto che la sociologia sia di per sé meno interessata

all'individuo (rispetto alla psicologia) nasce in primo luogo da Durkheim, quando spiega la

differenza delle ragioni psicologiche (derivanti dall'interno) e sociologiche (derivanti

dall'esterno) che spingono al suicidio. Homans vuole rovesciare questa abitudine,

affermando che i sociologi dovrebbero avere come punto di partenza negli studi la

comprensione psicologica degli individui. In ciò si rifà in parte all'utilitarismo, corrente che

giustifica un atto moralmente in base alle sue conseguenze: un atto è giustificato se

produce una reazione positiva nella maggior parte delle persone. Anche nella teoria del

comportamentismo si ha un'idea simile, poiché si indaga, a partire da un processo di

apprendimento basato su ricompense/punizioni, sugli effetti che le azioni hanno

sull'individuo. Perfino in economia esiste uno schema di scelta delle azioni basato su una

valutazione dei pro e dei contro, al fine di massimizzare la felicità personale. Da queste tre

fonti e dal lavoro di Homans nasce quindi una delle prospettive sociologiche più

individualistiche: se gli individui sono spinti a compiere azioni mossi dal desiderio di

massimizzare la propria felicità, l'unità fondamentale dell'analisi sociologica deve essere

l'individuo.

Vi sono anche state evoluzioni nella teoria: Peter Blau, per esempio, ha cercato di

applicare i principi esposti dalle dinamiche di potere in processi più strutturali, mentre

James Coleman ha voluto valorizzare i fondamenti puramente econometrici

(pro/contro) dell'azione sociale.

● Un primo importante elemento (derivante dalla psicologia comportamentista) è la

differenza tra comportamento condizionato e operativo. Il primo è biologico e consiste

nelle relazioni automatiche su cui non si ha controllo diretto (Pavlov e esperimenti sulla

salivazione dei cani); il secondo è primariamente biologico, perché si muove a partire da

appetiti e desideri, ma può anche assumere una dimensione psicologica e comprende le

strategie che si elaborano per giungere alla soddisfazione dei bisogni. Il

comportamentismo psicologico è una teoria empirica, in quanto cerca di capire in che

modo un individuo impara a mettere in atto il comportamento operativo. L'empirismo

sostiene che si può conoscere veramente qualcosa solo dopo averlo sperimentato

attraverso i sensi, poiché non esistono conoscenze innate. John Locke sostiene anche che

comunque, nella vita, si arriva ad associare certe esperienze a determinati aspetti del

mondo reale (=associazionismo). Un tratto fondamentale del comportamentismo è

l'egoismo dell'individuo, interessato solo a provare piacere ed evitare il dolore. In

collegamento agli esperimenti di Pavlov, Watson distingue riflessi condizionati e

incondizionati. I riflessi condizionati sono quelli determinati dall'apprendimento, mentre

quelli incondizionati sono biologici e innati. Visto che alla nascita l'individuo è tabula rasa,

deve apprendere le conoscenze, con un sistema di prova-errore. Questo si basa su delle

premesse: un'azione cui segue una ricompensa ha alta probabilità di venir ripetuta, se

invece essa culmina in una sanzione probabilmente non si ripeterà; un'azione dipende da

circostanze particolari, gli stimoli; altra condizione è il rinforzo. Il lavoro di Skinner è poi

incentrato sul comportamento operativo e in particolare sull'influenza che hanno su di esso

le forme di condizionamento. Rispetto alla distinzione tra comportamento condizionato e

operativo, Homans fa un passo avanti introducendo un ulteriore livello, il comportamento

sociale, primariamente associato alla scelta razionale.

● Homans vuole operare un'importante distinzione tra comportamento individuale (lavoro

dello psicologo), di tipo unidirezionale, e comportamento sociale (lavoro del sociologo),

caratterizzato dalla reciprocità. Per Homans, la sociologia è lo studio delle relazioni sociali,

che prevedono sempre qualche forma di interazione reciproca, e ciò si collega al concetto di

ordine sociale, che prevede forme di scambio. Il tema dello scambio è stato esaminato da

Georg Simmel, interessato al modo in cui il concetto di scambio permea le relazioni

sociali. Partendo da questo, si può comprendere il ragionamento di Homans, che applica le

regole del comportamentismo psicologico all'ambito dell'interazione sociale umana.

Facendo ciò, riconosce sette proposizioni per cui un soggetto è spinto a ripetere un'azione:

1. successo: numero di volte in cui un'azione ha avuto buon fine;

2. stimolo: l'azione si ripeterà più spesso se gli stimoli sono simili a quelli verificatisi

quando l'azione ha avuto luogo inizialmente;

3. valore: in base all'importanza del risultato dell'azione;

4. privazione-sazietà: il valore della ricompensa dipende in gran parte dalla sua scarsa

disponibilità: più è frequente, meno valore ha;

5. aggressività: se l'agente non riceve adeguata ricompensa o viene punito invece che

premiato, egli può diventare irritato o aggressivo e il valore attribuito all'azione

aumenta;

6. approvazione: se l'agente riceve una ricompensa inaspettata o non riceve la

punizione attesa, cresce la probabilità di essere felice e il valore attribuito all'azione

aumenta;

7. razionalità: l'agente tende a scegliere solitamente l'azione che porta maggior

beneficio.

James Coleman sostiene che i principi della teoria della scelta razionale permettano di

fornire una maggiore comprensione delle dinamiche dell'interazione sociale senza

ricorrere alla psicologia comportamentista. Proprio perché nella teoria della scelta

razionale i risultati dell'azione sono considerati prodotti quantificabili, i teorici fanno

spesso uso della teoria dei giochi, un'applicazione di modelli matematici allo studio del

comportamento umano (Neumann e Morgenstern).

Anthony Health scompone l'idea di scelta razionale in tre diverse tipologie:

1. scelta senza rischi: l'agente è consapevole dell'ordine gerarchico delle sue

preferenze, sa come conseguirle e conosce gli effetti dell'azione;

2. scelta rischiosa: l'agente è consapevole dell'ordine gerarchico delle sue preferenze,

sa come conseguirle ma non ne conosce bene gli effetti;

3. scelta incerta: l'agente è incerto sull'ordine gerarchico delle sue preferenze, sulla sua

capacità di conseguirle e sui relativi effetti.

● Il dilemma del prigioniero è la variante più conosciuta della teoria dei giochi: a due

prigionieri viene detto separatamente che, se si confessa, si avrà una pena lieve; se solo

uno dei due confessa la pena dell'altro sarà maggiore; se nessuno parla, saranno entrambi

rilasciati. Il silenzio è però pericoloso, perché nel caso in cui uno dei due parlasse, l'altro

avrebbe pena maggiore; tuttavia, se il singolo confessa, sa che la sua pena sarà

relativamente leggera indipendentemente dalla decisione presa dall'altro. L'idea di questo

dilemma si basa sul fatto che ognuno si trova in situazioni in cui la scelta su come agire è

determinata dal valore relativo che si attribuisce al risultato dell'azione.

Il modello di scelta razionale, comunque, ha dei difetti: l'esplicito individualismo

metodologico (ci si concentra su fattori che influenzano la decisione individuale);

l'inadeguatezza ad affrontare il problema delle dinamiche di potere nelle relazioni sociali;

lo scambio ingiusto. In risposta a ciò, personalità come Coleman hanno affermato che la

concezione teorica della scelta razionale è sufficientemente duttile da considerare sia

interessi individuali che la collettività. Per Coleman, la società scaturisce dalla

collaborazione tra individui, che operano per garantire interessi individuali ma anche

collettivi.

Il potere, per la teoria dello scambio, è la capacità di un agente di ottenere la sottomissione

dell'altro: si parla di una teoria del potere strumentale, perché il potere, come uno

strumento, è un bene che viene utilizzato.

INTERAZIONISMO

La teoria dell'interazionismo si concentra non sulle strutture astratte, ma sugli individui,

ma senza renderli materia di studio scientifico: il punto è infatti cercare di capire cosa

significano per essi le loro azioni e intenzioni. Invece di una scienza del comportamento,

gli interazionisti provano a presentare una sorta di documentario su come gli individui

danno un senso al mondo che li circonda, in base a specifiche situazioni.

Il fondatore del movimento è George Herbert Mead con la sua opera uscita postuma

Mente, Sé e Società; l'espressione “interazionismo simbolico” è coniata dal suo allievo

Herbert Blumer. Mead si definisce un comportamentista sociale: la socializzazione, per


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Sara A.

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Riassunto per l'esame di Istituzioni di Sociologia a La Sapienza di Roma, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Bernardini: "Sociologia. Fondamenti e teorie", O'Byrne, Bernardini. Il documento si propone di aiutare gli studenti nell'approccio alla disciplina e semplificare un po' gli argomenti del libro, organizzandoli. Gli argomenti trattati sono: interazionismo, etnometodologia, strutturalismo, Mead, Goffman, Durkheim, Weber, Foucault, presente e futuro della teoria sociologica.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in sociologia
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara A. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di Sociologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Bernardini Sandro.

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