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Il caso di Ellen West

La morte al lavoro nel caso di Ellen West

Questo libro parla di una giovane donna, Ellen West, che è diventata il modello paradigmatico di una figura antropologica. Rappresenta lo studio clinico, psicopatologico, antropoanalitico più significativo dell’opera del grande psichiatra svizzero che ha teorizzato l'analisi esistenziale. La paziente viene ricoverata nella casa di cura di Bellevue dal 14 gennaio al 30 marzo 1921.

Il contributo più interessante è quello di Hirschmuller, che ha come obiettivo il chiarire il ruolo del transfert e del controtransfert nella relazione terapeutica con gli psicoanalisti e gli psichiatri che si sono succeduti al cospetto di Ellen West. Il titolo del saggio è suggestivo ed esplicativo: il fallimento di 3 terapie. Queste terapie a cui fa riferimento sono:

  • Una prima psicoanalisi condotta da Victor von Gebsattel che ebbe luogo dal febbraio all’agosto 1920.
  • Una seconda psicoanalisi con Hans von Hattingberg dall’ottobre al dicembre 1920.
  • Il ricovero alla clinica di Bellevue di Binswanger dal 14 gennaio al 30 marzo 1921.

Il metodo, la comprensione e il tatto di Gebsattel costituivano proprio ciò che ci voleva per indurre Ellen a una posizione di fiducia. Ellen considera esasperante l’analisi, ma anche l’unico mezzo che possa tirarla fuori dal baratro nel quale è precipitata, dove è costretta a occuparsi esclusivamente del suo corpo, del cibo, del vomito, degli esercizi fisici, dei lassativi. È sfinita dall’inesorabile conflitto interno e se ne torna a casa disperata dalla seduta con Gebsattel, convinta che lui possa darle la conoscenza ma non la guarigione.

Così si rivolse a Hans von Hattingberg: egli, ancora prima di cominciare l’analisi, scrive al marito della paziente per comunicargli che la psicoanalisi resta l’unico mezzo efficace per curare la nevrosi ossessiva e che i collaudati rapporti personali tra loro avrebbero rappresentato un punto a favore. Ellen si domanda che cosa possa significare quella sensazione di vuoto, la sensazione di inquietudine che arriva inevitabile dopo ogni pasto. Il suo cuore è disperato ed è convinta di cercare nel cibo qualcosa che il cibo non può dare.

L’interpretazione che lega il mangiare alla soddisfazione sessuale, in particolare all’erotismo anale, non la trova assurda, ma accademica e senza efficacia: sono solo parole, per quanto la riguarda, che non riescono a penetrare nella sua vita. Ellen annota che è amaramente delusa dall’analisi; la consapevolezza che le ha fornito su di sé non le serve a niente; il conflitto interno pesa sempre più su un cuore sfinito; vede qual è la malattia ma non riesce a superarla; soffre ed è disperata; la conclusione che si può trarre dall’esperienza dell’ultimo periodo è che non le resta altra scelta che togliersi la vita.

Nel mese di novembre Ellen tenta il suicidio numerose volte. Ellen non si sente più accolta e sostenuta dall’analista. Così il 14 gennaio 1921, Ellen fa il suo ingresso a Kreuzlingen e subito appare più sollevata e meno angosciata. Il 22 marzo 1921 annota sul diario che giorno dopo giorno cresce dentro di lei l’orrore per gli istinti che la governano contro la sua volontà e che è terribile trovarsi tra la Scilla dell’avidità di cibo e la Cariddi dell’angoscia di fronte al mangiare. La morte è per lei diventata una necessità. Le sembra di poter trovare solo nella morte la serenità che nella vita desidera inutilmente.

La decisione di lasciare Bellevue e togliersi la vita a questo punto era già stata presa. Il 30 marzo 1921 Karl ed Ellen partono da Kreuzlingen. Il consenso alla dimissione da parte di Binswanger è l’atto che più ha fatto discutere. La sera del 4 aprile 1921 Ellen assume una dose letale di farmaci e il mattino successivo viene trovata morta.

Ludwing Binswanger e l’analisi esistenziale

Ludwing Binswanger era nato a Kreuzlingen nel 1881 e morì nel 1966. Suo nonno, Ludwing Binswanger senior, era stato il fondatore della clinica Bellevue. Il padre Robert, psichiatra, sviluppò questa idea arricchendola dei contenuti psicoterapeutici basati sia sull’ipnosi che sulla suggestione.

Nel libro sulla fuga delle idee, Binswanger dimostra che, al fine di comprendere il malato che soffre a causa di questo sintomo, è insufficiente dare la descrizione delle sue idee e dei suoi comportamenti, dato che ad essere modificato è tutto il suo essere-nel-mondo, il suo rapporto con le cose, con gli altri, con se stesso. Questa nuova prospettiva deriva dal metodo antropologico esposto in Sogno ed esistenza. In questa prospettiva il sintomo psichiatrico non va più considerato il segno di qualcosa che non funziona nell’organismo, e diventa un modo di esprimere il proprio progetto di mondo.

Il volume "Schizophrenie"

Questo volume, che raccoglie i casi celebri di Binswanger, è un libro che mostra come sia ancora possibile calarsi nella vita interiore di una figura antropologica malata e trarne insegnamenti utili. Da lungo tempo Binswanger invitava a considerare che l’angoscia degli schizofrenici non può essere sostenuta con il solo utilizzo di procedure standardizzate. È necessario che il terapeuta dia spazio alla longanimità, unica virtù capace di incarnare l’immagine di cui il paziente schizofrenico ha bisogno. La pazienza è il modo dell’anima che rende possibile cogliere l’importanza e il senso di stare con le persone schizofreniche, con i loro discorsi incomprensibili.

La pazienza, secondo la lezione di Binswanger, ci introduce in un tempo in cui non si pensa alla fine, un tempo che sposta le conclusioni fuori da ogni spinta progettuale affidata a tecniche che sanno calcolare durata e passaggi. Se c’è pazienza, nella pratica psichiatrica campeggiano la sofferenza e la speranza, le virtù che possono sostenere il terapeuta che voglia prendersi cura di una persona schizofrenica. Il concetto fondamentale per la comprensione degli sviluppi della presenza che vengono definiti schizofrenici, scrive Binswanger, è risultato essere la rottura della coerenza dell’esperienza naturale. Questo aspetto indica l’impossibilità di lasciare essere le cose nell’incontro immediato, l’impossibilità cioè di soffermarsi in modo indisturbato presso di esse.

Essere-per-la-morte, ontologia fondamentale, psichiatria

Per Binswanger, gli uomini vivono per vivere, cioè non per morire, e la loro persuasione non è che la paura della morte. Di qui nasce la catena di violenza, che è il vizio di ogni rapporto sociale: tra adulto e bambino, tra uomo e donna. Ognuno cerca nell’altro l’occasione della propria sopravvivenza e l’oggetto dell’eventuale sopraffazione. Se vogliamo occuparci di modi di essere, quali si trovano espressi dalle persone schizofreniche, ciò deve essere considerato al di fuori della cornice dalla psicopatologia e della clinica psichiatrica, per essere situato sul terreno dell’umana presenza come essere-nel-mondo.

L'importanza della metafora

È proprio nel caso di Ellen che è facile rilevare come tutte le immagini che si riferiscono alla vita discendente esprimano qualcosa di peggiorativo. Tra i casi analizzati da Binswanger, quello di Ellen è quello in cui maggiormente la presenza propende a manifestare metaforicamente, con il linguaggio degli elementi della natura, i diversi mondi che attraversa.

Il mondo

Binswanger risalta l’interesse per la materialità del mondo. Nel caso di Ellen si assiste all’alternarsi di mondi che si propongono come inconciliabili tra loro soprattutto per la radicale diversità di consistenza: uno leggero, ampio, non oppone resistenza, il mondo dell’etere; l’altro oscuro, angusto, che oppone resistenza, il mondo della terra o della fossa. Nell’ambito della libertà di formatore di mondo, per l’uomo rivestono grande importanza le 3 regioni: il mondo ambiente, il mondo coesistentivo e il mondo proprio.

Quando il sé può liberamente realizzarsi, queste regioni si fronteggiano reciprocamente. Nella schizofrenia tali articolazioni risultano problematiche. Il mondo proprio non trapassa più fiduciosamente nel mondo ambiente e in quello coesistentivo ma se ne discosta. In Ellen l’integrazione tra mondo proprio e mondo del destino è sempre molto difficile, perché sarà sempre il mondo proprio, soprattutto in quanto mondo proprio corporeo, che finirà per imprigionarla in un rigido e unico progetto esistentivo: schiava senza scampo dell’antinomia grassa-magra che alla fine la porterà alla decisione del suicidio.

Mondificazione

Binswanger, a proposito di Ellen, afferma che nella follia, e specialmente nelle forme di essere-nel-mondo schizofreniche, si sono riscontrate delle modifiche della costituzione del mondo. Ellen non ha più la possibilità di progettare un mondo etereo via via che si affaccia la costrizione del richiamo terrestre e alla fine di essere inghiottita dalla tomba. Al culmine della sua esistenza malata, Ellen è incapace di essere al modo di un sé autonomo; in questa forma esistenziale non riesce a distinguere tra dentro e fuori. Binswanger è così in grado di annotare che ciò che viene chiamata malattia mentale consiste nel fatto che il sé non sa più discernere tra interiore ed esteriore, tra esistenza e mondo.

Quando la presenza diventa schiava del mondo dopo essere stata in grado di formulare liberamente un progetto di mondo, ecco che il mondo medesimo si manifesta, si impone come pericolo, minaccioso e inquietante.

Il tempo, lo spazio

Al presente autentico compete sia la riassunzione di ciò che la presenza è già stata, sia l’anticipazione di ciò che la presenza è in procinto di essere. Binswanger, nel caso di Ellen, osserva che la temporalità è l’orizzonte fondamentale di ogni esplicitazione esistenziale e che il suo significato esclude che come futuro siano da intendere solo le vuote possibilità del già prima stabilito, desiderato e sperato, come pure esclude che nel passato sia da vedere solo ciò che è stato presente e non lo è più.

Per Binswanger la temporalizzazione autentica è sinonimo di realizzazione di sé nella costante anticipazione del futuro. È intesa come divenire di se stessi nel pieno possesso e nella piena accettazione del proprio fondamento, come maturazione. Nelle esistenze degli schizofrenici risulta ben chiaro come siffatta maturazione sia in vario modo distorta ed impedita.

La vergogna

Scheler ha notato che tutte le forme di pudore hanno la loro radice in un’unica profondità essenziale, cioè nel fatto che l’uomo si sente e si sa nel profondo come un ponte, un passaggio, tra due ordini di essere e di essenza, nei quali è fortemente radicato e dai quali non può separarsi senza perdere il suo significato di uomo. Nel caso di Ellen possiamo leggere una sintesi scheleriana: Binswanger, infatti, scrive che tutti i diversi tipi e forme del sentimento della vergogna hanno in comune un unico sfondo: che l’uomo nel profondo sente e sa di essere ponte, un passaggio tra due ordini esistenziali, in cui egli è radicato e dai quali non può prescindere.

La prima forma di vergogna è ciò che Scheler denomina pudore autentico o anche originario. La vergogna esistentiva, che protegge, si basa su un costante riferimento a sé e al mondo proprio. Al contrario, la vergogna occultante, non autentica, fa prevalere sul sé il giudizio degli altri.

La morte e noi. Il suicidio di Ellen West

Così Ellen, scrive Binswanger, ha bisogno di un’ancora di salvezza, ed essa è costituita dal legame con il padre e dalla brama eroico-mistica del ritorno a lui e della riunione con lui. Ma questa riunione è possibile solo con la morte. Per Ellen, la morte costituiva il necessario adempimento del senso della vita proprio di questa presenza.

Esposizione del caso

L’origine

Ellen West, di nazionalità straniera, è l’unica figlia di un ebreo, da lei rispettato e amato. Ha un fratello maggiore, bruno di capelli, e un fratello minore biondo. Mentre il maggiore, molto equilibrato e ragionevole, non conosce nervosismo, il minore è un fascio di nervi. Il padre, sessantaseienne, viene descritto come una persona all’apparenza molto padrona di sé, formale, con qualche rigidezza, molto chiusa, volta all’azione dotata di forte volontà.

Una sorella del padre ha manifestato sintomi di una malattia mentale il giorno delle nozze. Dei 5 fratelli del padre, uno si è ucciso con un colpo d’arma da fuoco, anche un altro si è suicidato durante un episodio melanconico, mentre un terzo è un severissimo asceta, si alza prestissimo e non mangia a mezzogiorno, perché questo lo renderebbe pigro. La madre di Ellen, anch’essa di origine ebraica, è descritta come una donna debolissima, di indole mite, molto influenzabile.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sara92p di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia morale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia o del prof Chitussi Barbara.
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