Elementi di antropologia culturale
Ugo Fabietti
Capitolo 1: Genesi e struttura dell'antropologia culturale
Natura e origini dell'antropologia
Antropologia significa letteralmente "studio del genere umano", ma è una definizione vaga e imprecisa, perché ci sono molte altre discipline che se ne occupano e inoltre perché non specifica quale aspetto del genere umano sia il suo oggetto di studio privilegiato. In questo libro ci occuperemo dello studio del genere umano dal punto di vista culturale, ovvero delle idee e dei comportamenti espressi dagli esseri umani in tempi e luoghi distanti tra loro.
Quali furono le condizioni della comparsa dell’antropologia? Le origini di questa disciplina non sono facili da stabilire. Erodoto può essere considerato il primo, anche se nei suoi trattati non parlò mai di antropologia; ma le sue osservazioni sulle diversità fra Greci e barbari e sulla differenza di costumi tra i popoli hanno indubbiamente “sapore” antropologico. Le radici dell’antropologia più immediatamente riconoscibili risalgono piuttosto, almeno nella linea della nostra tradizione di pensiero, all’umanesimo europeo, al '400, e ai dibattiti che fecero seguito, durante tutto il secolo successivo, alla scoperta del Nuovo Mondo e dei suoi abitanti. Ma tentativi di riflessione non mancano neanche in paesi extra-europei, come dimostra il caso di Ibn Khaldun nel mondo arabo.
L’umanesimo pose l’umanità al centro della riflessione filosofica e della produzione artistica; agli occhi degli umanisti il genere umano divenne un soggetto capace di forgiare il proprio destino, nonché di esplorare la natura studiandone le leggi e i meccanismi nascosti. Ma essi rimasero legati ad un’idea di umanità fortemente astratta e idealizzata, pensata in riferimento alle società classiche del mondo antico e delle più civili contrade europee di allora. La scoperta e la successiva conquista dell’America ruppero l’incanto umanistico e posero, all’Europa cristiana, quesiti precedentemente inimmaginabili. L’espansione, l’intensificarsi dei contatti con genti dai “costumi” così diversi da quelli degli europei fecero sorgere gravi problemi di ordine religioso, scientifico e morale.
Gli europei infatti cominciarono ad interrogarsi sulla natura di queste popolazioni, a volte barbare e selvagge, a volte belle e vigorose. L’espansione e i traffici commerciali intensificarono i contatti fra gli europei e queste popolazioni locali, e di conseguenza si moltiplicarono anche le descrizioni di istituzioni, usi e costumi di tali popolazioni. Alla base di queste descrizioni non vi era però un intento scientifico, che verrà solo a fine '700, quando scienziati e filosofi cominciarono ad elaborare una teoria “unitaria” del genere umano, concepito come un’unica specie. Grazie agli illuministi la riflessione sul genere umano acquistò definitivamente i caratteri di una riflessione su un soggetto universale. Per quanto riguarda poi l’istituzione dell’insegnamento universitario di Antropologia culturale si dovrà attendere la fine dell’800. Nelle colonie e nelle riserve gli antropologi trovarono i luoghi privilegiati del loro lavoro. Ciò non significa che gli antropologi fossero dei colonialisti; pur collaborando a volte con le istituzioni coloniali, gli antropologi si sono distinti dai colonizzatori per la volontà di stabilire rapporti di reciproca comprensione con le popolazioni da loro studiate.
Cosa fanno gli antropologi? Prevalentemente gli antropologi (o etnologi) si sono occupati dello studio di popoli loro contemporanei ma geograficamente lontani. Lo studio delle istituzioni sociali, politiche, dei culti, delle credenze religiose, delle tecniche di costruzione dei manufatti, dell’arte dei popoli lontani e “diversi” da quelli europei o d’origine europea, ha costituito, genericamente parlando, e almeno all’inizio, l’oggetto privilegiato dell’antropologia. Gli antropologi si sono dedicati, fino a pochi decenni fa, allo studio dei popoli che per molto tempo sono stati chiamati “selvaggi” o “primitivi” perché ritenuti i rappresentanti di fasi arcaiche della storia del genere umano. I cui costumi si segnalavano per la loro notevole diversità rispetto a quelli europei. A partire dalla metà del '900 sono stati inclusi nell’antropologia anche popoli con tradizioni scritte e praticanti culti monoteistici, istituzionalmente, e anche geograficamente, più “vicini” all’Europa. Oggi gli antropologi si occupano di ogni realtà presente nel mondo, sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo.
Quando l’antropologia si sviluppò, spesso i suoi rappresentanti non avevano modo di visitare direttamente i popoli sui quali poi scrivevano: era dunque uno studio a distanza che si basava su testimonianze di viaggiatori, esploratori, militari. Tra fine '800 e inizio '900 la svolta: viene inaugurata la pratica della ricerca sul campo. Da allora non è stata più abbandonata anche se oggi l’osservazione diretta si avvale anche di altri supporti. In ogni caso fare antropologia non consiste solo nel riflettere partendo da ricerche svolte da altri ma significa voler affrontare l’incontro con esseri umani con costumi diversi dai propri, coniugando le conoscenze teoriche della disciplina con la personale esperienza di osservazione, riflessione e ricerca.
Una sola antropologia o tante antropologie?
L’antropologia non è un prodotto esclusivo dell’occidente, tutti i popoli infatti si chiedono come siano le altre popolazioni. Così dunque l’elaborazione di vere e proprie teorie relative alla natura umana si trova presso molti popoli del nostro pianeta, anche tra quelli che non hanno elaborato il loro sapere in forma scritta. Spesso è proprio presso i popoli semplici e sprovvisti di istituzioni preposte allo studio del genere umano che possiamo trovare affascinanti visioni della natura, dell’uomo e del cosmo.
Di conseguenza, alcuni antropologi rifiutano l’idea che il discorso sul genere umano si sarebbe prodotto esclusivamente in occidente nell’età moderna: la nostra non è altro che una delle tante “antropologie” elaborate in tempi e luoghi diversi. L’antropologia che tratteremo nel volume rappresenta un’attività intellettuale legata ad un contesto storico che ne ha permesso lo sviluppo; si tratta cioè di un sapere che è andato trasformandosi nel tempo in relazione ai mutamenti della società euro-americana e delle relazioni tra quest’ultima e i popoli della Terra. L’antropologia culturale è un sapere che opera criticamente su se stesso, sui propri metodi e nozioni.
Oggetto e metodo dell'antropologia culturale
Cos'è la cultura?
Possiamo affermare che la cultura è un “complesso di idee, di simboli, di azioni e di disposizioni storicamente tramandate, acquisite, selezionate e largamente condivise da un certo numero di individui, mediante le quali questi ultimi si accostano al mondo in senso pratico e intellettuale”. Oggetto privilegiato dell’antropologia sono soprattutto le differenze che intercorrono tra le idee e i comportamenti in vigore presso le varie comunità umane. Ciò che gli antropologi chiamano “culture” non sono altro che modi diversi di affrontare il mondo da parte di gruppi umani che condividono certe idee e certi comportamenti. L’antropologia però cerca anche di mettere in luce quanto vi è di comune o affine tra di essi, cioè tra i vari modi in cui i diversi gruppi umani interpretano, immaginano, conoscono e trasformano il mondo che li circonda.
La natura della cultura
È ormai appurato che gli uomini, a differenza degli animali, dipendono per la propria sopravvivenza molto più dalla cultura che dai geni. Infatti, alla nascita il genoma di un essere umano non possiede le informazioni necessarie per fargli adottare automaticamente determinati comportamenti che sono invece indispensabili per poter far fronte al mondo circostante. L’uomo dunque nasce “nudo” e non solo dal punto di vista strettamente letterale del termine. Esso inoltre è fra gli animali, quello che necessita di più tempo per le cure, dal momento della nascita.
Il nostro codice genetico ci predispone a compiere una serie di operazioni che sono infinitamente più complesse di quelle effettuabili da qualsiasi altro animale, ma non ci indica quali operazioni dovremo compiere. Molte delle nostre azioni o credenze derivano dunque da qualcosa che ci viene insegnato dal gruppo in cui viviamo, e che a sua volta è frutto di una lunga storia di rapporto con l’ambiente. Stesso discorso vale per la lingua: non utilizziamo segnali geneticamente programmati, ma un codice linguistico che apprendiamo fin dai primi anni di vita in base al contesto in cui nasciamo e cresciamo. Il fatto che negli esseri umani i comportamenti e le immagini del mondo non siano geneticamente programmati non significa che essi, venendo al mondo, siano liberi di scegliere, per esempio, quale lingua parlare, di unirsi con chi gli pare o scegliersi il dio che più li ispira: al contrario, nei pensieri come negli atti, gli uomini sono determinati, dal momento che, per vivere in mezzo ai loro simili, devono adottare codici di comportamento pratico e mentale che siano riconoscibili e condivisi dagli altri.
La cultura come complesso di modelli
In quanto complesso di idee, di simboli, di azioni e disposizioni, la cultura presenta forme interne di organizzazione. Essa, pur non essendo rigida e meccanica, coincide con i modelli (culturali) che orientano le attitudini pratiche e intellettuali di coloro che li condividono. Ma modelli di che cosa? Si tratta di insiemi di idee e simboli che, propri del contesto particolare in cui l’essere umano vive, gli servono da guida per il comportamento e per il pensiero. In quanto guida al pensiero e al comportamento, questi modelli possono essere qualificati come “modelli per”, modelli-guida al diverso modo di agire e di pensare in contesti culturali diversi.
Tuttavia non esistono solo “modelli per” ma anche “modelli di”, o meglio i “modelli per” sono anche “modelli di”: questi ultimi sono modelli attraverso cui noi pensiamo qualcosa, lo rendiamo coerente con altre cose e poi lo consideriamo un modello “di” come sono o dovrebbero essere le cose.
La cultura è operativa. Grazie ai modelli culturali di cui dispongono, gli esseri umani si accostano al mondo in senso pratico ed intellettuale. Senza di essi non potrebbero pensare, agire, in pratica sopravvivere. Alcuni antropologi, tra cui Malinowski, hanno visto nella cultura un complesso sistema per far fronte alle sfide dell’ambiente e della vita associata. Qualunque atto o comportamento umano finalizzato a uno scopo sia materiale che intellettuale è guidato dalla cultura. In questo senso si può dire che la cultura sia “operativa”, poiché mette l’uomo nella condizione di agire in relazione ai propri obiettivi adattandosi sia all’ambiente naturale che a quello sociale e culturale che lo circonda. In genere non siamo abituati a riflettere sulle azioni che compiamo ogni giorno: è come se fossimo predisposti operativamente ad affrontare il mondo fisico e morale che ci circonda.
Tale predisposizione deriva dall’introiezione di modelli culturali e corrisponde a ciò che il sociologo francese P.Bourdieu ha chiamato “habitus”, ovvero un sistema durevole di disposizioni fisiche ed intellettuali, che sono il risultato dell’interiorizzazione di modelli di comportamento e di pensiero elaborati dalla cultura nella quale viviamo in risposta all’ambiente fisico, sociale e culturale che ci circonda.
Selettività della cultura
I modelli non vivono di vita propria. Al contrario, essi si alimentano di una tensione continua con altri modelli condivisi dagli stessi soggetti. Spesso un modello può cambiare in seguito a circostanze determinate e allora anche gli altri modelli dovranno cambiare di conseguenza, a meno che il cambiamento non rimanga circoscritto. La cultura infatti è un complesso di modelli tramandati, acquisiti ma anche selezionati. Ciò significa che le generazioni successive ereditano modelli culturali delle generazioni precedenti e ne acquisiscono di nuovi o in base alla propria esperienza o per l’influenza di modelli provenienti da altre culture. Alla base sia del processo di trasmissione che in quello di acquisizione agisce sempre un principio di selezione, che accoglie nuovi elementi culturali ma ne blocca anche altri, ritenuti incompatibili o intrusivi.
Tramite la messa in atto di processi selettivi, le culture rivelano il loro carattere di sistemi aperti e chiusi al tempo stesso; esistono culture più aperte ed altre più chiuse ma non esiste né un’apertura né una chiusura totale.
Dinamicità della cultura
I processi di selezione tipici di tutte le culture lasciano intendere che queste ultime non sono entità statiche, fisse, ma piuttosto dei complessi di idee e comportamenti che cambiano nel tempo. Le culture infatti sono prodotti storici, frutto di incontri, cessioni, prestiti e selezioni, ma i processi non sono casuali. Quando si parla di cultura non bisogna commettere l’errore di pensare che i popoli possiedano una cultura definita una volta per tutte e sempre identica a se stessa: questo errore è facile a compiersi specialmente quando si analizzano i popoli extra-europei, quelli a noi più lontani e storicamente marginali: le loro culture sono state via via identificate come arcaiche, primitive o tradizionali, a sottolineare un’incapacità di innovarsi. In realtà come abbiamo visto, ogni cultura ha la propria storia: è vero che i modelli culturali tendono a conservarsi ma non esistono culture totalmente chiuse.
La cultura è differenziata e stratificata
Sappiamo che all’interno di una singola cultura esistono tanti modi diversi di percepire il mondo, di rapportarsi agli altri, di esprimersi, di comportarsi in pubblico. Tali differenze di comportamento e di espressione non dipendono solo dalle circostanze del momento, spesso infatti hanno a che vedere con il potere, la ricchezza, la posizione sociale, la religione, la politica, e si presentano in maniera più o meno accentuata presso le diverse società. Solo in poche società queste differenze erano o sono marcate in maniera minima (cacciatori-raccoglitori di foresta e deserto), perché nella stragrande maggioranza delle società queste differenze esistono e si riflettono sul piano culturale, anche se indirettamente.
Bisogna dunque essere cauti nel ritenere che le culture siano costituite da modelli distribuiti in maniera uniforme. Spesso a prevalere sono gli interessi (e quindi la cultura) dei soggetti socialmente più forti, per cui l’immagine culturale che spesso esce è quella che i dominatori vogliono trasmettere. Gramsci parlò a tal proposito di “cultura egemonica” (di chi prevale) e “cultura subalterna” (di chi subisce), mentre l’australiano R.Keesing ha parlato di controllo culturale.
Comunicazione e creatività
La cultura non esiste nella mente o nel cuore degli uomini ma bensì nella loro capacità di comunicare. La dimensione comunicativa è centrale a qualsiasi processo di tipo culturale. Il fatto che i modelli culturali debbano essere condivisi per poter essere compresi non significa che tutti debbano per forza aderire ad essi nel senso di seguirli o di approvarli. I segni possono essere combinati secondo sequenze riconoscibili ma innovative, capaci cioè di creare nuovi significati: ciò coincide con la natura creativa della cultura, creatività che ha riscontro in alcune caratteristiche del linguaggio umano: l’universalità semantica e la produttività infinita.
Il primo concetto è riassumibile nel dato che tutte le lingue sono in grado di produrre informazioni relative a eventi, qualità, luoghi; il linguaggio umano infatti colloca le azioni e gli eventi sia nello spazio che nel tempo, cosa che non fanno gli animali. Il secondo concetto consiste nel fatto che data una proposizione (“oggi piove”) nulla ci dice su che cosa potrà seguire ad essa. Esiste però anche un altro tipo di creatività culturale, cioè quella che consiste nell’emersione di nuovi significati che modificano il nostro modo di intendere le cose. La cultura “controlla” sempre la creatività degli attori sociali, nel senso che mette un freno ad essa. Esiste poi un altro limite alla creatività, quello dettato dai tempi: invenzioni troppo precoci (L.da Vinci) non possono avere seguito immediato.
Il successo della creatività, nella cultura, sta nel dire parole, immaginare situazioni o inventare cose che si allontanano da ciò che una cultura già conosce, ma che non diventino per questo irriconoscibili o inutilizzabili dai componenti della cultura stessa.
La cultura è olistica
I modelli interagiscono sempre fra di loro, ed è la capacità di coniugarsi in un insieme più o meno coerente che dà vita a quel qualcosa che noi chiamiamo cultura. Questo interagire e coniugarsi di modelli forma un complesso integrato: perciò si dice che la cultura è un’entità olistica cioè complessa ed integrata, formata da elementi che stanno in un rapporto di interdipendenza reciproca, anche se ciò non significa affatto che una cultura sia chiusa o isolata. Secondo certi antropologi esisterebbero culture più olistiche di altre, nel senso che i loro elementi costitutivi sarebbero pensati, dai loro stessi componenti, in un rapporto di integrazione che è maggiore rispetto ad altre culture.
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