Sociologia della comunicazione: capitolo 1 - Questioni fondamentali
Che cos'è l'informazione?
La comunicazione è il primo atto di condivisione. Ha come oggetto lo scambio e l'informazione. La comunicazione è tale se c'è uno scambio di interazione. Se non vi è scambio, si parla di trasmissione. L'informazione è tale quando crea una differenza (una comparazione). GREGORY BATESON ci dice che: l'informazione è una differenza che crea altre differenze. L'informazione non è semplicemente sinonimo di differenza; affinché ci sia l'informazione, la differenza deve anche essere percepita. Per esempio, se un albero cade nel bosco, questa non sarà un'informazione fino a quando qualcuno non lo vede o lo sente cadere. Fino a quando non vi è la creazione di questa differenza, si deve parlare di dato. Creare una differenza nell'ambito di uno scambio presuppone che questa differenza sia condivisa. Quindi, seguendo questa definizione: scambio di informazioni = un processo interattivo che crea continue differenze.
Bit = unità di misura delle informazioni. Dunque possiamo considerare l'informazione come qualcosa di neutro, quantitativamente misurabile (bit), relativa a un soggetto che la percepisce ed eventualmente le attribuisce un significato. Bisogna creare la differenza nella direzione voluta:
- Intercettare le aspettative altrui.
- Scegliere il contesto adeguato.
Processo (comunicazione) → oggetto (informazione e scambio) → risultato (differenza).
Il modello del pacco postale
SHANNON e WEAVER sono due ingegneri dipendenti di una compagnia telefonica che nel '40 spiegarono per primi il processo comunicativo. La comunicazione si può definire tale se c’è uno scambio. Se vi è un processo unidirezionale, si parla di trasmissione (ad esempio, la TV). Se il processo è bidirezionale, allora possiamo parlare di comunicazione.
Sorgente → destinatario
↓ ↑
Messaggio ← messaggio
↓ ↑
Apparato trasmittente → canale → apparato ricevente
Questo modello nasce osservando il processo di comunicazione telefonica. Quando un'apparecchiatura emittente è in funzione, la voce viene codificata (c’è una lamellina vibrante che trasforma la voce in impulsi elettrici che viaggiano attraverso il cavo telefonico (canale) arrivando all’apparecchio del ricevente dove troviamo un’altra lamellina che fa la cosa opposta, cioè trasforma gli impulsi elettrici nuovamente in voce).
Secondo questa teoria, vi sono dei modi per aumentare l'efficacia della comunicazione: ad esempio, scegliere un codice il più possibile condiviso e robusto o un canale di comunicazione meno soggetto a “rumore” (una fonte di rumore più o meno casuale che può interferire, distorcendo o modificando il messaggio).
Questo modello matematico, da un punto di vista sociologico, presenta per alcuni dei grossi limiti in quanto considera la comunicazione come un semplice scambio o trasferimento di informazione il cui buon esito è assicurato da una buona scelta del codice o del canale di trasmissione. Tutto questo rende il processo di comunicazione rigidamente lineare ma la quotidianità della comunicazione umana si presenta ben diversa, in quanto ognuno di noi vive immerso in un flusso continuo di comunicazioni di diverso tipo. In questo modello manca dunque una risposta da parte del ricevente.
Un'idea complessa di comunicazione
Shannon, ingegnere presso una compagnia telefonica, è maggiormente interessato alla sintassi del codice piuttosto che ai suoi aspetti semantici. Infatti, i segni che compongono un codice possono essere studiati sotto 3 punti di vista differenti che sono appunto:
- Sintassi: lo studio dei singoli elementi di un codice e le loro varie combinazioni valide (ad esempio in una frase io posso dire “ciao, sono Claudia” ma di fatto non posso dire “Claudia, ciao sono”).
- Semantica: lo studio delle relazioni tra il codice e gli oggetti che indica (ad esempio nel codice stradale quando il semaforo è rosso ti fermi quando è verde vai avanti).
- Pragmatica: lo studio delle relazioni tra il codice, coloro che lo usano e il loro comportamento conseguente (ad esempio in Svizzera il semaforo rosso vuol dire stop e basta mentre a Messina per questioni culturali o di abitudini spesso il semaforo rosso indica sì, che sta arrivando una macchina ecc. ma spesso funge solo da avvertimento, sta all’autista decidere se è il caso di passare o meno).
Codice: un insieme di segni e simboli (ad esempio le parole, o i tic tic dell’alfabeto Morse). Un’altra questione importante è quella dell’intenzionalità. La parola comunicazione deriva dal COM (mettere in comune) successivamente evoluta in latino con COMMUNIS (comune): unione di cum (insieme) e munis (dono). Dunque intesa come dono, la comunicazione serve per offrire il mio contributo alla società e riconoscermi come attore secondo le regole della società.
Uno dei concetti fondamentali della Scuola di Palo Alto è che è impossibile non comunicare. Anche nei casi in cui ci sforziamo di non comunicare, qualsiasi comportamento in una situazione di interazione diventa di fatto comunicazione. (Ad esempio, in treno una ragazza che guarda fuori dal finestrino con le cuffie nelle orecchie sta comunicando che non vuole essere disturbata o fare due chiacchiere). Anche nelle circostanze in cui vogliamo comunicare, il nostro comportamento parlerà per noi più di quanto non vorremmo: un rossore del viso, una postura, un tono di voce alto o sommesso sono tutte forme di comunicazione.
Al contrario, il sociologo canadese ERIN GOFFMAN fa una distinzione tra l'espressione assunta intenzionalmente e quella lasciata trasparire. Per Goffman va intesa come comunicazione in senso stretto solo la prima, tuttavia la sua ricerca di studio si è concentrata sulla seconda. Un esempio di espressione lasciata trasparire è la studiata indifferenza con cui i viaggiatori abituali ignorano le istruzioni delle hostess, con quell’atteggiamento lasciano intendere che visto che viaggiano spesso ormai conoscono a memoria quelle istruzioni.
Infine, essendoci comunque una grossa difficoltà nel trovare una definizione unitaria, diciamo che: la comunicazione è un processo di costruzione collettiva e condivisa di un significato, dotato di livelli diversi di formalizzazione, consapevolezza e intenzionalità.
Comunicazione umana e animale
Vista l’estensione e la complessità della comunicazione, il soggetto della comunicazione può essere di volta in volta non esclusivamente umano, si può trattare di un gruppo, un’istituzione ma anche un animale o un sottosistema biologico (si dice ad esempio che il cervello comunica col resto del corpo attraverso il sistema nervoso). La comunicazione animale viaggia su un piano completamente diverso rispetto a quello a cui siamo abituati; agli animali le parole non servono. Osservando due cani che s’incontrano lungo la strada, attraverso una serie di azioni capiamo subito che ciò che stanno facendo è discutere la loro relazione, che per i cani spesso vuol dire innanzitutto stabilire una gerarchia.
La comunicazione animale presenta ovviamente moltissime caratteristiche che variano in base alle specie. Gli animali che vivono in gruppo, ad esempio, hanno una complessità sociale tale che la comunicazione diventa uno strumento indispensabile per tessere sistemi di sopravvivenza; nei primati, ad esempio, questa comunicazione viene appresa attraverso un vero processo di socializzazione. La comunicazione animale non è mai narrazione di storie, infatti normalmente è di tipo relazionale anche se varia molto da specie in specie (puoi parlare degli uccelli coi colori, oppure della recente scoperta sul linguaggio dei delfini). È assodato che i risvolti della comunicazione animale siano molto più complessi e diversificati di quanto un tempo si credeva. In ogni caso, se molte specie animali ci somigliano per alcuni singoli aspetti complessivamente l'Homo sapiens comunica in un modo che gli è del tutto peculiare.
Capitolo 2 - La comunicazione interpersonale
Dal segno al simbolo
Il linguaggio è lo strumento chiave della comunicazione. Si sviluppa tramite codice di significato e significanti. Con la comunicazione si possono interpretare diversi significati a seconda però della tonalità. Il linguaggio ha un aspetto simbolico/grammaticale condiviso da tutti. Ha un aspetto soggetto a libera interpretazione: analogico. Il linguaggio degli esseri umani ha un codice non del tutto codificato.
Per citare un esempio romanzato, cosa succede quando Robinson Crusoe incontra Venerdì sull’isola deserta? I due parlano lingue diverse ed hanno culture, abitudini e tutto diverso. In questo caso la comunicazione si svolge nella sua forma più elementare:
- Il linguaggio gestuale. Ricorrere ad esempio a espressioni universali come il sorriso o mimare comportamenti per chiedere o spiegare.
Ovviamente il linguaggio verbale che concerne l’uso della parola è molto più complesso e ci consente di esprimere dubbi, incertezze, negazioni, sentimenti ecc. La superiorità del linguaggio verbale non necessita di per sé dell’uso della voce, si pensi ad esempio al LIS (il linguaggio dei segni per i sordomuti).
In linguistica si è soliti fare un’importante distinzione ovvero quella tra significato e significante. Possiamo dire che il significante è il mezzo che usiamo per rappresentare il significato. Ad esempio, per definire l’animale con quattro zampe, peloso che abbaia ed è amico dell’uomo (significato) useremo la parola CANE (significante). Quindi tra l’insieme di suoni che formano la parola cane (c a n e) e l’animale di per sé, non c’è un rapporto diretto, resta il fatto che quando pronunciamo o sentiamo la parola l’associazione ci viene in automatico perché tutti condividiamo il rapporto tra significante e significato. Possiamo pertanto dire che è un rapporto convenzionale (solo per convenzione associamo la parola all’animale); è solo grazie a una condivisione che riusciamo ad associare lo stesso significante allo stesso significato.
La comunicazione verbale
Come sappiamo il linguaggio verbale è una caratteristica prettamente umana, rendendo possibile la genesi di civiltà e rappresentando la premessa di mezzi di comunicazione sempre più complessi ed elaborati (la scrittura, la stampa, Internet). La parola rappresenta l’universo della nostra conoscenza. La lingua determina non solo il modo in cui parliamo del mondo che ci circonda, ma anche ciò che di questo mondo conosciamo. L’esempio più comune è quello delle numerose parole con cui il popolo Inuit (eschimesi) distingue i diversi tipi di neve. La disponibilità di un lessico ricco permette di sviluppare una conoscenza più approfondita relativa a qualcosa che distingue la nostra realtà (nel caso degli Inuit è importante diversificare i vari tipi di quella che per noi è solo e semplicemente neve).
Se è vero che la conoscenza non è mai neutrale, ma bensì incarna sempre un punto di vista che è spesso frutto di un determinato ambiente culturale, le parole con cui la conoscenza viene espressa possiedono un valore politico. (Tornando a Crusoe e Venerdì, quest’ultimo imparerà per prima la parola “padrone” e nel romanzo non è mai citata l’eventualità che possa essere Crusoe a imparare la lingua di Venerdì. Questo è il primo mattone su cui verrà edificata la conoscenza relativa alla sua nuova vita, la parola “padrone”).
Decidere come nominare le cose rappresenta una forma importante di potere (un individuo può essere chiamato extracomunitario, immigrato, ma anche semplicemente straniero. Ad esempio, un americano non sarà mai chiamato immigrato pur venendo da un paese straniero tanto quanto un africano).
Il potere delle parole d'altronde ha origini molto antiche; si pensi alla Bibbia che recita: Dio disse “sia la luce” e luce fu, vide che la luce era cosa buona e la chiamò giorno e le tenebre notte… Quindi un atto di far vivere le cose chiamandole col loro nome.
Tutto ciò ci ricorda che la parola produce degli effetti su chi la produce e su chi l’ascolta. Coerentemente con questa prospettiva nasce la teoria degli atti linguistici secondo la quale dire è sempre anche fare. La suddetta teoria distingue negli atti linguistici 3 diversi livelli:
- Atti locutori = semplice azione di pronunciare qualcosa seguendo le regole del linguaggio.
- Atti perlocutori = le conseguenze dell’atto linguistico sugli ascoltatori (intimidazione, coercizione, suggestione ecc.).
- Atti illocutori = azioni che si compiono per il fatto che certe parole vengono pronunciate, ad esempio promesse, ordini, giuramenti ecc. (“vi dichiaro marito e moglie” “l’imputato è condannato ad anni dieci di reclusione”).
La condivisione di una lingua è spesso un fattore primario per il mantenimento ed il rafforzamento di un’identità collettiva di un popolo. Le minoranze linguistiche sono spesso anche minoranze etniche e la loro battaglia si gioca anche sulla difesa e la tutela della loro lingua.
Il linguaggio va di pari passo ai mutamenti sociali adattandosi ad essi; pensiamo a parole come “social”, “ciberspazio”, “tangentopoli” ecc. In un’epoca come la nostra in cui i cambiamenti sono velocissimi a volte può capitare di non avere parole adeguate per descrivere ciò che viviamo. Questo ritardo linguistico rispetto ai cambiamenti si avverte sia nella vita quotidiana ma anche nella sfera della conoscenza scientifica. Spesso per rimediare è opportuno ricorrere a un lessico antico ma il rischio di equivoci è alto.
Il rinnovamento del linguaggio avviene, oltre che sotto la spinta dei mutamenti sociali, anche attraverso il semplice utilizzo quotidiano di ogni individuo. Ferdinand De Saussure divide il linguaggio comune in LANGUE e PAROLE. La langue è la lingua ufficiale, quella riconosciuta e insegnata nelle scuole che si usa ad esempio per il linguaggio tecnico di una professione. Le parole invece sono la lingua parlata concretamente da ognuno di noi durante il giorno, con gli amici ecc., con mille sfumature, slang e termini creativi; ciò rende la lingua qualcosa di vivo e adattabile ed i dizionari e le grammatiche ci si adattano in quanto diventano termini contemporanei di uso comune (“scendi il cane” “sbolognare” ecc.).
La comunicazione non verbale
Come sappiamo, oltre all’uso del linguaggio, l’uomo utilizza da sempre diverse forme di comunicazione non verbale, che, nel senso comune, viene considerata come la forma di comunicazione più semplice e naturale che ci sia. Nonostante questa visione ci porti a pensarla come una forma di comunicazione innata e universale, nel senso più scientifico bisogna sia considerare i meccanismi neurofisiologici condivisi in tutta la specie umana (arrossire, piangere, sorridere) ma anche le diverse configurazioni in base alla cultura d’appartenenza (pensa a come si salutano in Cina o a come si gesticola in Italia).
Per comprendere la ricchezza della comunicazione non verbale, si può analizzarla nelle sue diverse componenti:
- Il sistema paralinguistico: è costituito da tutti i suoni che emettiamo indipendentemente dal significato delle parole: il tono e la frequenza della voce che per motivi fisiologici è diverso ad esempio da uomo a donna, ma che può variare anche in base alla situazione (ad esempio, ad un colloquio di lavoro in cui siamo insicuri assumeremo un tono sommesso) o agli interlocutori (parlare in pubblico o con un amico). Il ritmo e l’uso delle pause (un discorso pronunciato con molte pause, specie tra una parola e l’altra, ad esempio, esprimere sicurezza e autorevolezza) ma anche lo stesso silenzio può essere molto comunicativo in base alla situazione ecc.
- Il sistema cinesico: è costituito dai movimenti degli occhi, volto e del corpo: ad esempio, uno sguardo insistente da parte di una persona che può metterci a disagio o qualunque contatto oculare. Oppure la mimica facciale che nell’uomo è incredibilmente ricca e che a volte può essere completamente fuori dal nostro controllo e far trasparire cose che magari volevamo nascondere. Il sistema cinetico comprende naturalmente anche i gesti, che nella comunicazione umana riguardano soprattutto le mani, che vengono usate per sottolineare o enfatizzare cosa si sta dicendo. È importante ricordare che i gesti sono spesso più importanti delle parole! (si pensi a una promessa fatta con le dita incrociate). La comunicazione si può considerare come un flusso integrato di codici dove un sorriso, una parola, un gesto vengono letti e interpretati attraverso una costruzione condivisa del significato. Un altro elemento molto importante del sistema cinesico è la postura.
- La prossemica: è la scienza che studia la distanza tra i corpi. Con la prossemica entriamo nel mondo della gestione dello spazio e del territorio. Negli animali, ad esempio, questo ha un ruolo fondamentale, basti pensare che ad esempio in molti branchi il maschio dominante è l’unico che può avvicinarsi alle femmine e questo indica la sua posizione gerarchica. Gli esseri umani sono partecipi di numerosi balletti che nascondono meccanismi di cui spesso non ci rendiamo conto.
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