Carl Gustav Jung (1875-1961).
Nasce a Keswill nel 1875 in Svizzera, fin da piccolo appare un bambino chiuso e poco disposto al
confronto con i coetanei, ha un’educazione rigida impartita dal padre, fino all’età di nove anni
rimane figlio unico poi nasce sua sorella. Dopo il liceo inizia gli studi di medicina. Durante questo
periodo viene affascinato dalle letture di Nietzsche. Nel 1900 cominciò a lavorare all’istituto
psichiatrico di Zurigo allora diretto da Bleuler, nel 1902 si reca a Parigi per seguire le lezioni di
Janet. L’anno successivo sposò Emma. In seguito divenne libero docente di psichiatria all’università
di Zurigo. Nel 1906 aderì alla psicanalisi ed iniziò una corrispondenza con Freud che poi nel 1907
riuscì ad incontrare a Vienna. Il confronto con le letture di Freud creò nel giovane medico una
passione per la mente umana, per un periodo i due ebbero un contatto anche collaborativo ma,
quando avvertì che Freud lo indicava come suo successore, il giovane Jung si trovò a dover
dichiarare il suo netto contrasto su alcuni temi fondamentali della teoria freudiana. Si trova a
provare un rifiuto verso il pansessualismo freudiano evidenziando come al centro della psiche
umana non potesse esserci la sessualità ma vedendo bensì l’energia come qualcosa di ben più
complesso e diversificato. Jung arriva a formulare l’idea che i fenomeni psichici siano
manifestazione di una sola energia presente nella natura e non riconducibile alla sola sessualità: la
libido. La libido è potenzialmente in grado di svilupparsi e di evolversi, si può spostare su oggetti
immateriali e quindi può essere spiritualizzabile. Quando tale sviluppo si blocca si va incontro a
regressioni e si sviluppano le nevrosi. I simboli della libido manifestano contenuti che arrivano a
trascendere la stessa coscienza e aprono al mondo dei valori religiosi; qui la religione si rende
disponibile agli usi sociali ed assume valore importante nello stesso sviluppo della civiltà. Nella
concezione junghiana dell’uomo il tratto più rilevante è la combinazione della casualità con la
teologia. Con ciò Jung intendeva che il comportamento umano non era condizionato solo dalla sua
storia individuale e di elementi della specie umana (casualità) ma anche dai suoi fini e dalle
aspirazioni (teologia). Quindi il comportamento umano è guidato sia da ciò che è passato, visto
come realtà, ma anche da ciò che è futuro, visto come potenzialità. Sia il futuro sia il passato
guidano il presente. Un atteggiamento casuale rende l’uomo tendente alla disperazione
rendendolo vittima del passato mente un atteggiamento che possiamo definire finalistico rende
l’uomo pieno di speranza . Jung vede nella personalità la sintesi della sua stessa storia ancestrale,
tanto che l’uomo nasce con delle predisposizioni trasmesse dai suoi antenati e queste le
condizionano nella sua condotta sociale. Jung afferma inoltre che esiste una personalità collettiva
e razzialmente preformata che nel tempo viene modificata e influenzata dalle esperienze del
quotidiano. Jung ritiene il segno come qualcosa che compone qualcosa con qualcosa di altro,
mentre il simbolo è un caso particolare del segno in cui il rinvio non è diretto verso una realtà
determinata da una convenzione ma alla ricostruzione dell’intero come la stessa etimologia indica.
Freud e Jung si conobbero di persona e nacque tra loro uno stimolante e fecondo sodalizio
intellettuale i cui effetti si protrassero oltre la storica rottura del loro rapporto. Il legame portò
Jung ad occupare una posizione di rilievo come membro del movimento psicanalitico, ad essere
insignito della carica di presidente dell’associazione psicanalitica internazionale e di direttore
esecutivo dello “Jahrbuch”, il primo periodico di psicanalisi. In ossequio alla sua adesione alle idee
di Freud e al movimento che attorno ad esso si era costituito, Jung tenne un corso di lezione
all’università di Zurigo, ma fin dall’inizio non esitò a manifestare e sostenere una sua visione
personale dei fondamenti teorici della psicanalisi che implicava alcune sostanziali divergenze
rispetto a Freud, attraverso le quali si realizzò il suo definitivo distacco teorico e personale.
Per Jung la libido disegna in genere l’energia psichica di cui la sessualità è soltanto una delle
manifestazioni possibili. Ciò che il termine libido designa è quindi una generica tensione verso
qualcosa, che caratterizza i fenomeni psichici, tanto che la considera energia psichica, un flusso
ininterrotto che procede sin dall’inizio della vita. La descrive come un fiume che scorre
ramificandosi in una varietà di attitudini e attività umane tra cui intellettuali, creative, la fantasia,
l’immaginazione, l’arte e l’espressione simbolica, senza parlare di sublimazione. La libido è vista da
Jung come un elemento fluido e mobile, capace di spostarsi, di differenziarsi, di costruire legami
simbolici, rimandi, analogie fra esperienze. Jung inoltre propone la distinzione fondamentale tra
due differenti modalità di espressione della libido, a seconda che questa venga rivolta al mondo
esterno o che, per un ostacolo alla sua realizzazione, si rivolga all’interno del soggetto. In questo
ultimo caso Jung parla di introversione della libido: introvertendosi la libido risveglia le fantasie del
mondo interno dell’individuo e produce un’immagine del mondo soggettiva. Dall’altra parte le
produzioni immaginative del mondo interno-soggettivo si esprimono attraverso modalità di
pensiero mitico-arcaico, cioè le trame fantastiche individuali utilizzano temi, moduli narrativi ed
espressioni simboliche che sono reperibili anche nelle fiabe e nei miti. Queste due modalità della
libido, l’una estrovertita, l’altra introvertita, si realizzano rispettivamente in due stili di pensiero: il
pensiero indirizzato o logico e il pensiero non indirizzato ovvero il sognare o fantasticare. Il
pensare indirizzato è un pensare la realtà, un pensare, cioè, che si adatta alla realtà e attraverso la
quale imitiamo la successione delle cose reali. Questa forma del pensare è sviluppata nella cultura
occidentale, è alla base della scienza e della tecnica e della comunicazione verbale. Il pensare non
indirizzato è invece puramente associativo, non comporta fatica, si distacca dalla realtà per
perdersi in fantasie. I due tipi di pensiero non sono del tutto eterogenei non si escludono
reciprocamente, ma sono le tonalità estreme, i poli di un’oscillazione caratteristica della normale
attività del pensiero. L’una più centrata sulla coscienza, l’altra sull’inconscio. Potremo quindi
considerare l’inconscio come una sorta di intelligenza diversa. Questa intelligenza funziona
utilizzando rappresentazioni simboliche che giacciono in un inconscio collettivo che contiene
quelle immagini primordiali le quali costituiscono il patrimonio universale dei motivi mitologici a
cui tutte le culture hanno attinto per dare un significato all’esistenza. La posizione di Freud sul
tema della fantasia risulta essere opposta a quella di Jung. Infatti per Freud il fantasticare permane
come residuo infantile e ci fa allontanare dalla realtà, mentre per Jung il pensiero fantastico non
conduce verso l’irrealtà, ma anzi amplia la visione del pensiero indirizzato.
Jung ha svolto una ricerca sulle associazioni verbali, in questa ricerca egli applicava un reattivo che
consisteva nell’enunciare a un soggetto una sequenza di parole stimolo al quale il soggetto stesso
doveva rispondere con la prima parola che gli veniva in mente; il tempo di risposta veniva
misurato, dato che considerava come sintomo fondamentale della schizofrenia proprio
l’allentamento della tensione associativa. Questo tipo di procedimento venne utilizzato da Jung in
modo particolare, seguendo una suggestione di Ziehen che aveva scoperto che il tempo di risposta
aumentava quando la parola stimolo rappresentava qualcosa di spiacevole per il soggetto. Ziehen
aveva scoperto inoltre che era possibile collegare le risposte ritardate ad un unico tema che egli
aveva chiamato complesso. Jung dunque applicò il reattivo invece che per verificare le associazioni
di idee, per mettere in risalto l’aspetto emozionale che collegava le parole e quindi le
rappresentazioni che avevano prodotto le risposte ritardate. Jung chiamò dunque complesso
quella costellazione di rappresentazioni e di tematiche che, in un individuo, erano collegate ad una
precisa tonalità emotiva, capace di perturbare la coscienza. Scoprì che nella schizofrenia i
complessi assumono una forma fissa e proiettata, diventano allucinazioni uditive o visive o
fenomeni di possessione. Da queste esperienze egli ricavò l’immagine di una psiche dissociabile,
non solo nella dimensione patologica ma anche in quella normale. Anche nell’individuo normale la
psiche è complessa, formata da una molteplicità di complessi e di subpersonalità: anche l’io è un
complesso. Ma può accadere che un complesso invada la coscienza, se ne impossessi, escludendo
momentaneamente il complesso dell’io. In questo caso il soggetto è dominato dal complesso. Ogni
complesso è condizionato da circostanze esterne e interne tanto che esistono diversi tipi di
complessi.
Jung è stato influenzato particolarmente da Bleuler e da Nietzsche. Da questo ultimo riprende il
tema degli archetipi. Questi ultimi rappresentano situazioni di vita tipizzate. Sono temi esistenziali
che fanno parte del patrimonio perenne dell’umanità, come dimostrano i miti che sono appunti
narrazioni riguardanti temi archetipici. Gli archetipi costituiscono il corredo psichico ereditario
individuale insieme agli istinti, anzi tra istinti archetipi vi è una relazione. Ambedue sono
caratterizzate da un’analoga forza pulsionale. Così come gli istinti sono forme tipiche dell’agire gli
archetipi sono forme tipiche del capire.
• Archetipo dell’eroe: l’eroe è colui che discende agli inferi, sconfigge il potere delle tenebre
e riporta alla luce il tesoro che queste custodiscono. È il tema mitico fondativo della
coscienza individuale e della coscienza collettiva occidentale che si è sviluppata
confrontandosi e sconfiggendo il potere divoratore dell’inconscio, la tenebra della
inconsapevolezza.
• Archetipo della madre: è contenuto in quel mito come potere divoratore dell’inconscio.
Cosi se l’aspetto negativo dell’archetipo materno è il suo potere divoratore, l’aspetto
positivo è costituito dalla fecondità.
• Archetipo del fanciullo: immagini infantili che alludono all’imminenza di un cambiamento,
della nascita del nuovo ma che, nel loro aspetto negativo, possono indicare l’infantilismo, il
rifiuto di crescere e l’irresponsabilità.
• Archetipo del vecchio saggio: allude sia alla saggezza che, nell’aspetto negativo, alla
rigidità.
Se il soggetto è consapevole del tema archetipico che domina in quel momento le sue
rappresentazioni e i suoi comportamenti, può trarre un utile materiale per un allargamento della
coscienza e della consapevolezza di sé attraverso gli aspetti sia positivi sia negativi dell’archetipo.
Altrimenti la coscienza, è semplicemente dominata dall’archetipo e in questo caso ne agisce
soprattutto l’aspetto negativo. In una sogno o in una fantasia appaiono immagini archetipiche, e
siamo messi nella condizione di poter riconoscere l’archetipo che agisce sulla coscienza, di
diventare consapevoli, e proprio alla consapevolezza di esso, di differenziarcene impedendogli di
avere un potere totale sulla coscienza. Così facendo possiamo invece utilizzare le potenzialità
immaginative, per il pensiero non indirizzato, che l’archetipo ci offre. Attraverso il riconoscimento
dell’archetipo possiamo liberarci del suo potere assoluto e invisibile sulla coscienza, possiamo
quindi riconoscere i nostri atteggiamenti e comportamenti, le nostre percezioni che sono
determinate dall’archetipo. Solo indirettamente, attraverso le rappresentazioni simboliche
inconsce, noi arriviamo a poter costruire ipotesi interpretative sulla qualità dei presupposti della
nostra attività cosciente e quelle produzioni simboliche, nel momento in cui l’inconscio le mette a
disposizione della comprensione cosciente, indicano che quei presupposti stanno mutando e
lasciano emergere nuove visioni potenziali, nuove possibili configurazioni degli stesso oggetti a cui
si applicavano. Il simbolo appare nelle produzioni dell’inconscio nel momento in cui il
cambiamento si rende necessario ed inizia a realizzarsi; il simbolo ha una doppia funzione: quella
di farci comprendere i presupposti inconsci e quella di alludere a differenti possibili modi di
orientare la nostra coscienza, i nostri giudizi e i nostri atteggiamenti. Secondo Jung è possibile far
risalire anche i concetti centrali della scienza a presupposti inconsci, ciò è tanto più vero per i
concetti psicologici perché dietro di esse è sempre possibile riconoscere l’equazione psichica
personale del loro autore.
L’inconscio non è per Jung soltanto il luogo del rimosso, quel territorio che deve essere
progressivamente annesso alla coscienza, ma è anche una sorgente inesauribile di suggestioni,
rovesciamenti dialettici dei punti di vista della coscienza, l’organo di una sensibilità differente che
cogli aspetti che la coscienza esclude dal proprio campo e glieli restituisce in forma simbolico-
metaforica. Una nuova concezione dell’inconscio, comporta anche un diversi atteggiamento
dell’interprete nel confronti dei contenuti dell’inconscio: egli deve tendere a guardare ai suoi
contenuti non solo riconoscendo in essi delle rappresentazioni patologiche ma anche e soprattutto
delle allusioni a potenzialità dell’individuo ancora non espresse e non realizzare. Viene abolita
l’asimmetria istituita dalla psicoanalisi, tra il paziente animato soprattutto dalla resistenza e il
terapeuta “chirurgo”, interprete imperturbabile dell’inconscio del paziente. Il processo analitico
appare invece come una cocostruzione dialettica dei significati. Si, in quanto psicoterapeuta,
assumo un atteggiamento autoritaristico nei confronti del paziente e pretendo di conoscere sia
pur parzialmente la sua individualità o di potermi pronunciare validamente in merito, do solo
prova di mancanza di critica, dal momento che non sono affatto in condizione di giudicare nel suo
insieme la personalità del mio interlocutore. Perciò se voglio curare la psiche di un individuo devo,
volente o nolente, rinunciare a ogni autorità, a ogni desiderio di esercitare la mia influenza; devo
necessariamente seguire un procedimento dialettico consistente in una comparazione del nostri
reciproci dati. Ogni asserzione sulla psiche dell’altro è inevitabilmente condizionata dalla psiche
del terapeuta e dall’azione della psiche dell’altro sulla psiche del terapeuta. E allo stesso tempo
ogni fenomeno psichico può essere interpretato secondo prospettive diverse e talora opposte,
tutte ugualmente valide. Con queste affermazioni Jung indebolisce il potere, l’arbitrarietà e le
pretese di verità dell’interpretazione psicoanalitica che riduce i significati delle espressioni
psichiche del paziente ai concetti che il terapeuta ricava dalle sue teorie, fino al punto di
considerare l’interpretazione come un processo di costruzione di senso a cui partecipano la
soggettività del paziente e quella del terapeuta in reciproca interazione. L’opinione del paziente
sui proprio contenuti non ha minor valore delle inferenze del terapeuta, cade dunque la pratica
freudiana del sospetto che collocava paziente e terapeuta in una posizione asimmetrica quanto al
valore veritativo delle loro affermazioni. Autoreferenzialità e dogmatismo sono i rischi che una
teoria psicologica corre quando non si riconosce come una delle tante possibili prospettive di
osservazione dei fenomeni psichici ma pretende di essere oggettiva e di pronunciare verità
assolute sulla psiche. La varie prospettive psicologiche, differente e in contrasto tra di loro,
dimostrano, proprio per questa loro molteplicità, di essere concezioni che corrispondono ad
atteggiamenti psicologici fondamentali. Il fatto è, secondo Jung, che le teorie psicologiche servono
solo per costruire ipotesi interpretative e ciò avviene attraverso il confronto dialogico con le teorie
che il paziente ha su di se e con le produzioni del suo inconscio. Dunque una teoria è tanto più
vera quanto più riconosce che le sue asserzioni, nel singolo caso, sono falsificabili da quelle di
teorie esattamente opposte. La possibilità che lo stesso evento psichico si presti ad
interpretazioni opposte ugualmente valide dipende, secondo l’autore, dal carattere
costitutivamente paradossale di ogni ipotesi psicologica. Se la psiche è al tempo stesso oggetto e
soggetto della conoscenza psicologica, questa peculiare e costitutiva condizione epistemologica
invita il terapeuta sa ad una particolare prudenza nella formulazione delle sue ipotesi
interpretative, sia ad un continuo riesame del presupposti soggettivi in base ai quali quelle ipotesi
sono state formulate. Si capisce così l’affermazione di Jung che, nella situazione analitica, il
terapeuta è sia colui che interroga sia colui che viene interrogato. Non è più colui che sa, giudica e
consiglia; bensì partecipa al processo dialettico quanto il paziente.
Il termine dialettico, ha anche un’altra accezione in Jung. Dialettico è infatti l’atteggiamento di
ascolto dei contenuti dell’inconscio quando a questi contenuti la coscienza attribuisce un valore
adeguato e pari a quelli dei pensieri che essa stessa produce. Il pensiero non ind
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