Sunto di psicologia dinamica
Libri consigliati
Docente Ieri, libri consigliati: Lezioni sul pensiero freudiano, Mangini e Fantasia inconscia, Petrelli.
Capitolo 1. Introduzione
Freud, scoprendo che i sintomi isterici celavano un significato sconosciuto al malato, arrivò a postulare un funzionamento dell’apparato psichico fondato sull’inconscio, le cui componenti pulsionali erano in costante conflitto con l’Io e con la realtà esterna. Avendo ormai 100 anni, ci si chiede se la psicoanalisi di Freud abbia ancora qualcosa in comune con l’originario pensiero freudiano, o se invece sia mutata rispetto ai suoi presupposti originari: tale interrogativo risiede nell’acceso dibattito tra il modello pulsionale freudiano ortodosso e quello oggettuale-relazionale degli autori postfreudiani.
Capitolo 2. Premesse storiche
Ne La scoperta dell’inconscio (1907), Ellenberg indica il 1775 come l’anno di nascita di una psicologia dinamica, anno nel quale colloca lo scontro simbolico tra il medico Mesmer, rappresentante dell’Illuminismo e della nascente psicoterapia moderna, e l’esorcista Gassner, il quale applicava le sue pratiche esorcistiche alle “malattie dell’anima” (o preternaturali), di competenza strettamente religiosa, dalle quali distingueva quelle “naturali”, che erano invece di competenza esclusivamente medica. Queste malattie dell’anima (che oggi definiremmo nevrosi o malattie mentali) erano infatti ritenute manifestazioni della possessione demonica: questa concezione che caratterizzò tutto il Medioevo portò al rogo migliaia di “indemoniate”.
Mesmer (1734 – 1815) fu la figura che più inclinò queste convinzioni: appassionato alla filosofia, sosteneva l’esistenza di un fluido che pervade il cosmo e che interviene nelle reciproche influenze tra corpi. Così nel 1773 prese in cura Fraulein Oesterlin, una giovane paziente che accusava dei disturbi apparentemente inspiegabili, alla quale somministrò un preparato a base di ferro e osservò che, esposta a campi magnetici, Fraulein sentiva un fluido misterioso, simile a una “marea artificiale”, che le provocò la scomparsa dei sintomi per parecchie ore. Mesmer interpretò questo risultato come conseguenza di una forza misteriosa che chiamò “magnetismo”; così, nel suo celebre Discorso sul magnetismo espose la sua teoria sul “magnetismo animale” i cui principi riguardano l’esistenza di un fluido materiale che circonda uomini e cose e che si muove secondo il modello ciclico delle maree, e secondo Mesmer le malattie erano causate da un imperfetto circolazione o da una distribuzione disomogenea del fluido all’interno del corpo. Il magnetizzatore era colui che, dotato per natura di una quantità di fluido non comune, aveva imparato a padroneggiarlo e immagazzinarlo per dirigerlo verso il malato, ottenendo una “crisi sintomatica”, ovvero una crisi pseudoconvulsiva, simile a quella a cui andavano incontro gli esorcizzati prima di essere liberati dal demonio. Mesmer ritiene di essere un dio che riesce a governare le forze della natura con i suoi poteri.
Quando giunse ad avere un numero spropositato di pazienti, diede inizio ad un tipo di trattamento utilizzando il famoso “baquet”, una vasca in cui veniva accumulato il “fluido magnetizzato”; per i meno abbienti, inventò un procedimento collettivo basato sull’”albero magnetico”: i pazienti erano collegati all’albero magnetizzato con una corda e così potevano essere curate anche un centinaio di persone in una mattina.
Di maggiore importanza, è invece il termine che Mesmer coniò per riferirsi alla relazione con il malato, ovvero “rapporto”, termine che sarà utilizzato per designare una relazione di fiducia tra ipnotizzatore e ipnotizzato e verrà successivamente usato da Freud per indicare la relazione di transfert. Incalzato dalle accuse di impostura, lascia nel 1777 Vienna per Parigi, dove riprese con successo la pratica di magnetizzazione; allora Luigi XVI decise di istituire due commissioni di inchiesta volte a mettere in discussione, non tanto gli effetti terapeutici, ma il fatto che questi fossero causati dall’immaginazione (suggestione) negando quindi l’esistenza di un qualsiasi fluido ed evidenziando invece la potenza dell’immaginazione. Tale rapporto (Bailly) costituì dunque una condanna morale del magnetismo animale e per Mesmer fu la rovina; lasciò la Francia nel 1785 e morì vent’anni dopo, dimenticato e in miseria.
Ovviamente il fluido che Mesmer aveva scoperto è quello che oggi chiamiamo “transfert” o “rapporto medico-paziente” o “suggestione” a seconda del contesto. I magnetizzatori negli anni diventarono una categoria professionale e il più famoso tra gli allievi di Mesmer fu Amand-Marie-Jacques de Chastenet (1751-1825): con lui l’immaginazione è finalmente riconosciuta come tale e posta a fondamento degli aspetti terapeutici del magnetismo. Nel 1784 osservò in un suo domestico una “crisi”, simile al sonno (tanto che la chiamò “sonno vigile”, in quanto il soggetto era in grado di conservare un certo grado di contatto con il mondo esterno – rispondeva alle domande, manifestava un’intelligenza più brillante del consueto).
Questa condizione fu paragonata al sonnambulismo naturale e chiamata “crisi perfetta”: si era scoperto quel processo che il medico Braid chiamò “ipnosi” (1843), la quale a sua volta costituì la prova dell’esistenza dell’inconscio (Braid credeva che il sonno vigile dipendesse dalla stimolazione fisico-psichica della retina). Ebbe anche il merito di eliminare le camere di crisi e i baquets, che riteneva essere fattori di rischio per i contatti fisici tra terapeuta e paziente e di aver rinunciato all’idea dell’esistenza di un fluido magnetico. Con il marchese il movimento dei magnetizzatori si divise in “fluidisti”, che continuavano a seguire le idee di Mesmer, e “animisti” che cominciarono a dare importanza (in maniera consapevole) ai fattori psicologici del rapporto con il paziente, vista come il fattore di guarigione, essendo caratterizzata dall’incontro di due “passioni”, quella del paziente che vuole essere guarito e quella del medico che vuole guarire.
La presenza di queste passioni, faceva anche riflettere sui rischi di questa relazione, così per evitare qualsiasi contatto fisico l’Abate Faria cominciò ad utilizzare il metodo della fissazione dello sguardo su un oggetto e la suggestione verbale, per indurre in uno stato ipnotico il paziente. Comincia dunque a farsi largo l’idea che l’uomo fosse fatto di pensieri che non conosce e non si parla più di magnetismo animale, ma di ipnotismo.
L’isteria prima di Freud
Oltre all’interesse verso l’ipnotismo, nell’Ottocento si presterà anche molta attenzione al fenomeno delle “personalità multiple”, situazioni cliniche in cui il soggetto sembrava perdere completamente il controllo della propria personalità, per acquisirne una seconda del tutto indipendente dall’originaria. Nel campo della medicina importante, nello stesso periodo, è la scoperta di analgesici e sedativi, ma sempre più forte è l’interesse verso i “fenomeni oscuri” ovvero l’ipnosi e l’isteria, che già dall’etimologia della parola (isterion= utero) fa capire quanto pregiudizio vi fosse su questo disturbo, che era considerato essere presente solo ed esclusivamente nelle donne, a causa, si pensava, di un’insoddisfazione sessuale, per cui i sintomi isterici erano espressione della frustrazione di desideri erotici.
La medicina del tempo non poteva però accontentarsi di questa prospettiva, e già con Pierre Briquet si inizia a ipotizzare che l’isteria avesse una causa organica su possibile base ereditaria, sulla quale si innescavano emozioni o conflitti che potevano fungere da elementi scatenanti. L’impressione era che l’isteria esistesse già da tempo, ma ad essa gli si attribuiva un nome diverso in base all’epoca e alla cultura (Medioevo: possessione). Nello stesso periodo Ambroise Liebeault, che si avvicinò all’ipnosi, pensava che i sintomi di molte malattie derivassero da qualche forma di suggestione e che la cura dovesse neutralizzare tale suggestione patogena con una “contro-suggestione” (ipnosi). Le pratiche ipnotiche di Liebeault, però, furono considerate inutili, fin quando Hippolyte Bernheim, cattedra di medicina all’Università di Nancy, assistette ai suoi esperimenti e iniziò a utilizzare anch’egli l’ipnosi, convincendosi che fosse la suggestione a dominare la maggior parte delle manifestazioni dell’ipnosi e che l’ipnotismo attivava una normale proprietà del cervello, la “suggestionabilità”. Egli affermava che il paziente, portato a vivere, durante l’ipnosi, ogni tipo di esperienza, perdeva soltanto in apparenza il ricordo di queste e era possibile destare in loro questi ricordi anche nello stato normale.
Dello stesso parere non era Charcot, il quale credeva che l’isteria come malattia, non fosse esistita, almeno fino allora, cioè fino a quando venne considerata come patologia e che l’isteria avesse un’origine organica e precisi sintomi (paralisi, anestesia, iperestesia, contrattura, restringimento del campo visivo e dolore nella regione ovarica), non affatto appartenente solamente al genere femminile. Charcot arrivò a classificare diverse forme di isteria, tra cui la “grande isteria”, e delineare 4 periodi di tale attacco isterico:
- Prodromi: malesseri, vomito, malinconia, eccitazione, allucinazioni visive, tremiti, dolori ovarici, palpitazioni;
- Periodo epilettoide: caratterizzato da un attacco epilettico con fase tonica (arresto della respirazione, pallore, gonfiore al collo bulbi oculari ruotati verso l’alto), clonica (arti irrigiditi) e di risoluzione (rilassamento finale);
- Periodo del clownismo: caratterizzato da contorsioni e grandi movimenti con elasticità;
- Periodo degli atteggiamenti passionali: caratterizzato da allucinazione e dove il paziente racconta il dramma a cui credi di assistere;
- Periodo terminale: contratture dolorose, di circa 15 min.
Le lezioni sull’isteria di Charcot segnarono molto Freud, il quale comprese che nell’isteria vi fosse un intreccio tra i disturbi somatici e la mente. Per curare l’isteria, Charcot puntava sull’utilizzo dell’ipnosi, grazie alla quale disfaceva e rifaceva il sintomo, provocando la comparsa e la scomparsa dello stesso.
Capitolo 3. Prime notizie biografiche
Biografia di Freud: nasce il 6 maggio del 1856 a Freiberg (dove il padre si era trasferito nel 1840 proseguendo il commercio di stoffe intrapreso prima dal padre), in Moravia, ai confini dell’Impero Austro ungarico che allora contava 35 milioni di abitanti. Jacob sposò Amalia Nathanson, mamma di Freud, nel 1855, la quale sedici mesi dopo la nascita di Sigmund, darà alla luce un altro bambino che però morirà all’età di otto mesi. Questo evento, certamente, segnò in modo traumatico i primi anni di vita di Freud, infatti in una lettera a Fliess del 1897 Freud richiama i sentimenti di gelosia e poi di colpa per ciò che doveva avere provato verso questo “rivale” per ottenere l’amore materno e parlerà anche dell’eccitazione provata verso i due anni alla vista della nudità della madre.
Pare che la bambinaia Monica abbia cominciato ad occuparsi di Sigmund subito dopo la morte del fratello, una figura, quella della bambinaia, molto importante per Freud, una specie di mamma buona, che essendo di religione cattolica raccontava a Freud storie sull’aldilà, in base alle quali si comprenderanno i sogni successivi fatti da Freud in seguito alla morte di Monica, avvenuta in circostanze sospette e in seguito alla quale la famiglia si trasferisce a Vienna (a causa del declino del commercio di stoffe). L’educazione religiosa avuta da Freud (il quale rimase per tutta la vita ateo, pensando che la religione avesse importanza per sedare il senso di colpa per le spinte pulsionali erotiche aggressive, e perché pacificava l’uomo di fronte al problema della morte), non fu rigida ma comunque era molto legato alla comunità ebraica, non tanto per fini di identità religiosa, ma in quanto senso di appartenenza a una minoranza che doveva lottare per la sopravvivenza. Legati a questo senso di appartenenza, sono i sentimenti aggressivi e fortemente ambivalenti nei confronti del padre, dal quale rimase deluso quando non reagì nel momento in cui fu appellato in malo modo da un cristiano che gli aveva anche gettato il cappello in una pozzanghera (infatti per un episodio simile Freud perse le staffe molto facilmente).
Si iscriverà a medicina, non tanto per dedicarsi alla cura dei malati, quanto per poter condurre ricerche di laboratorio in biologia. Nel 1875 seguirà le lezioni di Franz Brentano, il quale sosteneva che nessuna esperienza psichica fosse possibile senza l’atto del rappresentare, anche se limitava questo al solo cosciente. L’anno dopo passa sei anni presso l’istituto di Fisiologia di Ernst Brück, il quale influì molto su Freud, dove condusse importanti ricerche neuro-istologiche, ma la sua carriera di laboratorio terminò nel 1882 quando, dopo il fidanzamento con Martha Bernays, per una questione economica entra nell’Ospedale di Vienna, e l’anno successivo nel reparto di psichiatrico di Meynert, celebre anatomista del cervello e feroce oppositore all’ipotesi che esistesse un’isteria maschile; con una borsa di studio della facoltà Freud si recherà poi a Parigi nella clinica di Charcot dove assistette ad una sua conferenza, che doveva poi riportare nei dettagli al suo ritorno a Vienna: descrisse le idee di Charcot sull’isteria (in particolare su quella maschile), idee che furono ovviamente male accolte (si guasta così il rapporto con Meynert).
Ultimo dei suoi interessi per la ricerca di laboratorio furono gli studi sulla cocaina e nell’estate del 1884 pubblicò il lavoro Uber Coca nel quale descriveva le proprietà anestetiche della sostanza, che vennero però sfruttate da un collega e amico Koller, che per primo ne propose le proprietà come anestetico locale in oculistica. Freud valorizzava la cocaina al punto di considerarla un ottimo rimedio alla depressione e all’affaticamento; l’interesse si tramutò però in tragedia in quanto consigliò al suo amico von Fleischl di sostituire alla morfina (dalla quale era ormai dipendente in seguito ad una serie di interventi molto invasivi) la cocaina, dalla quale ben presto divenne dipendete fino ad arrivare alla morte nel 1891.
I pazienti che curava sia in ospedale che come clientela privata, gli dimostravano che nella metà dei casi erano affetti da malattie “dell’anima”. Inizierò dunque a utilizzare trattamenti alternativi, riponendo molta fiducia sull’ipnosi. Charcot aveva dimostrato che con l’ipnosi i sintomi nevrotici come le paralisi isteriche potevano essere indotti o eliminati, e questa “rivelazione” fece ipotizzare a Freud che la psiche stessa fosse artefice della propria malattia. Diversamente da Charcot, però, Freud usava l’ipnosi per interrogare il malato sulla genesi dei suoi sintomi, genesi sulla quale nello stato di veglia non era in grado di dire alcunché.
Capitolo 4. Psicologia scientifica
Freud esprimerà il suo desiderio di fondare la psicologia su presupposti teorici e metodologici della neurofisiologia del tempo, nell’opera il Progetto, dove le idee principali possono essere sintetizzate così:
- I neuroni sono gli elementi del funzionamento di base del sistema psichico e la loro attività dipende da una energia interneuronica (Qη), che può essere espressa da cariche quantificabili;
- C’è una relazione tra le funzioni nervose e l’attività psichica, cioè la funzione nervosa eccitamento/scarica corrisponde ai vari aspetti delle manifestazioni psichiche;
- Ci sono due tipi di funzionamento da una lato il processo primario (che indica come la funzione primaria del sistema nervoso sia la scarica a cui viene connessa l’esperienza del piacere – rappresenta per Freud un investimento di desiderio portato fino all’allucinazione) e il processo secondario (al quale viene invece connessa l’esperienza spiacevole/dolorosa dovuta ad un incremento delle cariche; e che funziona da moderatore del processo primario).
Principio di inerzia
Esso è il principio fondamentale che regola l’attività neuronica, in base al quale i neuroni tendono a liberarsi di energia. Rappresenta cioè la funzione primaria del sistema nervoso che si serva della Qη liberata, per rimetterla attraverso le vie che lo collega ai meccanismi muscolari, mantenendosi in tal modo privo di stimoli; si tratta di una spinta alla scarica, realizzando la tendenza a riportare a zero la quantità di eccitamento proveniente da fonti di stimolazioni esterne.
L’arco riflesso
È così che postula lo schema dell’arco riflesso facendo riferimento al fatto che il sistema nervoso tendesse a mantenersi il più possibile esente da stimoli; esso aveva perciò lo schema di un apparato riflesso che gli consentiva di allontanare rapidamente per via motoria un eccitamento sensitivo proveniente dall’esterno.
Schemi protettivi
L’esistenza di tali schemi è sempre correlata alla tendenza originaria del sistema a mantenere la quantità di stimolazioni a zero secondo il principio di inerzia neuronica; si tratt
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