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Rappresentazione e affetto rappresentano le pulsione nello psichismo {alla pulsione non

può essere applicata la contrapposizione conscio inconscio, in quanto essa non può mai

diventare oggetto della coscienza, ma solo l’idea che la rappresenta può, quindi sia le idee

(rappresentazioni) che gli affetti sono indici delle pulsioni)}, con la differenza che:

- la rappresentazione pulsionale è un idea che riproduce mentalmente la percezione

di una cosa o di un oggetto (rappresentazione ideativa) e sono definite come stabili

e perseverative;

- mentre l’affetto segnala un investimento emotivo e un consumo energetico ed è

definito come urgente e indilazionabile.

Nonostante questo dualismo, la rappresentanza psichica della pulsione, è dunque ciò che

come “spinta pulsionale” trova un’iscrizione nella psiche, ma per fare ciò deve legarsi

necessariamente a un “quantum d’affetto”: quindi la spinta pulsionale che tende a

soddisfare il bisogno racchiude in se sia l’affetto, inteso come espressione della scarica

pulsionale, sia la rappresentazione.

Nota sulla memoria e il ricordare.

Quando in psicoanalisi si parla di memoria, ci si riferisce non tanto a una unzione del

SNC, che può essere integra o deficitaria, ma a un funzionamento psichico, in quanto vi è

la supposizione che la memoria possa essere anche inconscia. Le TMN così sarebbero

disposte a vari livelli e in sistemi diversi (preconscio e inconscio) come in archivi che

abbiano differente accessibilità e modalità di classificazione, per cui si può sostenere che

la memoria non sia presente in forma univoca, ma molteplice e venga fissata in diversi tipi

di segni.

Dunque da una parte vi è il sistema P-C che accoglie le percezioni pur non conservando

di esse tracce mnestiche (funzionando come una pagina bianca sempre disponibile),

dall’altra vi sarebbe anche un sistema mnestico sede di tracce mnestiche permanenti,

tracce tutt’altro che immutabili e che anzi vanno incontro a modificazioni dovute al lavoro

della rimozione.

Motto di spirito.

Ne “il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio” (1905) Freud parla dei

meccanismi del comico e in particolare del motto di spirito che produce la risata e

attraverso il quale è possibile indagare i processi psichici che si svolgono a livello

inconscio e preconscio.

Esso ha un somiglianza con il lapsus perché è dominato sia dalla tendenza erotica che da

quella ostile, e mostra una funzione di risparmio psichico nel momento in cui, consentendo

un aggiramento della rimozione, autorizza le cariche erotiche o aggressive a mostrarsi per

quello che sono, ma solo per “ridere”.

I processi che portano alla creazione del motto mostrano una concordanza con i processi

onirici (condensazione, spostamento figurazione indiretta) e appare un fenomeno che

sfugge alla coscienza: viene infatti creato e ha il carattere di un’idea involontaria.

Capitolo 11. “La scoperta del transfert”

Il caso di Dora.

Fu pubblicato nel 1905 con il titolo “Frammento di un’analisi d’isteria” e qui Freud utilizzò

un metodo diverso da quello usato ne “Studi sull’isteria”, in cui si partiva dai sintomi per

giungere alla loro risoluzione, lasciando scegliere al malato il tema del lavoro quotidiano

(libere associazioni).

Purtroppo Freud si rammarica dell’incompiutezza del trattamento di Dora, durato undici

mesi e poi bruscamente interrotto dalla paziente stessa a causa del transfert, che diventa

il punto centrale di questo lavoro, un transfert sempre massiccio, cui corrisponde una

conseguente forte partecipazione controtrasferale come era successo a Breuer con Anna

O.

Dora giunge in trattamento da Freud all’età di 18 anni (preoccupazioni del padre, segnato

da malattie che lo avevano costretto a soggiorni in località di cura sul lago di L., dove

aveva avuto occasione di stringere amicizia con la famiglia dei Signori K).

Si era acutizzato in lei lo stato di nervosismo e irrequietezza, con successiva aggressività

nei confronti della madre e del padre e una richiesta di porre fine all’amicizia con i Signori

K. Il padre riferì che, secondo quanto detto da Dora, il signor K in occasione di una loro

passeggiata al lago aveva rivolto insistenti proposte amorose. Il padre di Dora confidava

dunque che F potesse curare il nervosismo della figlia, dissuadendola dal proposito di

interrompere la relazione con i K, dato che egli stesso era legato da una particolare

amicizia con la signora K.

Freud da subito vede nella stretto legame tra Dora e il padre la causa delle innumerevoli

malattie di questi (tesi che porterà alla formulazione del Complesso di Edipo).

La diagnosi di Freud fu di piccola isteria (sintomi – somatici/psichici: dispnea, tosse

nervosa, afonia, emicrania; depressione e insociabilità isterica).

Durante la cura la paziente porta due importanti sogni:

• il primo è un sogno ricorrente (presentato più volte nei giorni successivi alla riferita

seduzione da parte del signor K). In una casa c’è un incendio, il padre è in piedi

davanti al letto e la sveglia; si veste per uscire rapidamente ma la madre vorrebbe

salvare il suo scrigno di gioielli, ma il padre non glielo permette. Scesi in strada il

sogno finisce. Freud metti in evidenza i sentimenti di attrazione di Dora verso il sig.

K (mascherato da suo padre) e come allo stesso tempo desiderasse essere salvata

dal padre al fine di proteggere il suo scrigno prezioso (verginità).

• Il secondo termina con l’arrivo della paziente nella sua casa, con la cameriera che

l’accoglie dicendole che gli altri sono già al cimitero per il funerale del padre morto

poco prima; nelle due successive sedute in cui Freud comunicò l’interpretazione di

questo sogno, dicendosi soddisfatto del lavoro svolto, Dora gli rispose chiedendogli

dove fossero questi risultati, comunicandogli allo stesso tempo che la successiva

seduta sarebbe stata l’ultima.

Freud tenterà di chiarire questa interruzione, offrendo una lettura schematica del transfert

definendolo come copia degli impulsi e delle fantasie che devono essere risvegliati e

resi coscienti durante l’analisi, in cui però a una persona della storia precedente

viene sostituita la persona del medico.

Il transfert deve così essere riconosciuto sin da subito e smascherato: con Dora

aveva trascurato proprio questo fattore, e cioè lo spostamento di alcuni sentimenti

affettuosi che Dora provava per il padre, e che adesso venivano associati a Freud.

È così che con le pazienti isteriche nacque il concetto di transfert che più propriamente

deve essere definito come il trasferimento di desideri inconsci infantili nell’attuale

delle relazioni e della vita psichica del soggetto: così nella situazione analitica possono

essere trasferiti tutti questi desideri rimossi, conflitti, angosce e traumi, specie se non sono

stati sufficientemente elaborati nell’infanzia: poi con il complesso di edipo Freud

completerà il discorso del transfert, arrivando a distinguerne due tipi:

• Positivo: quando cioè vengono trasferiti sull’analista sentimenti di affetto e stima,

sentimenti che provava appunto nell’infanzia verso la figura materna/paterna; è

questo il tipo di transfert che permette l’accettazione delle interpretazioni

dell’analista da parte del paziente e rende più agevole il processo di cura;

• Negativo: caratterizzato cioè da sentimenti aggressivi e di ostilità, per cui la

resistenza alla cura è difficilmente superabile, anche se allo stesso tempo è l’unica

via possibile.

La sua analizzabilità nasce dalla capacità di Freud di non spaventarsi difronte ad esso,

diventando l’alleato migliore dell’analista, anche se all’inizio però sarà considerato come

ostacolo alla cura, a causa della suo aspetto legato alla coazione a ripetere (poiché si

ripetono costellazioni di sentimenti inscritti nell’inconscio e che non hanno trovato una

adeguato soddisfacimento ed elaborazione psichica), visto come causa della nevrosi da

transfert (riattualizzazione della malattia): ma Freud capì che questa coazione a ripetere,

ottenuta in una situazione analitica, apre la strada ad una possibile rielaborazione e

superamento della situazione precedente, che aveva provocato le patologie, e la stessa

nevrosi da transfert poteva risolversi con l’analisi del transfert, risoluzione che porta poi

alla cura definitiva del paziente. È così che il transfert diventa lo strumento più efficace

dell’analisi.

[Anzi diventa così importante da essere paragonato ad una reazione chimica: i sintomi

possono sciogliersi soltanto alla temperatura più elevata di transfert ed essere trasferiti; il

medico funge da fermento catalitico, attraendo a se tutti gli affetti che si liberano durante il

processo]

L’erotizzazione del transfert.

In “Osservazioni sull’amore di traslazione” (1914) F afferma che le uniche vere difficoltà

consistono nel modi di impiegare la traslazione quando la paziente dichiara esplicitamente

di essersi innamorata del medico: quest’ultimo deve subito riconoscere che

l’innamoramento è dovuto alla situazione analitica e dovrebbe poter essere inteso come

resistenza e incluso nel transfert negativo, poiché cela in sé il tentativo di spezzare

l’autorità del medico abbassandolo al rango di amante. Non si può invitare la paziente

a reprimere le proprie pulsioni, “perché sarebbe come richiamare alla coscienza il rimosso

per poi spaventarti e tornare a rimuoverlo (evocare uno spirito e mandarlo via senza

interrogarlo)”.

Occorre lasciar persistere nella malata i bisogni e i desideri, come forze propulsive al

lavoro, evitando quindi di metterli a tacere. Si tenga in pugno la traslazione amorosa ma la

si tratti come qualcosa di irreale: naturalmente la possibilità di cedere deve essere esclusa

proprio perché la paziente deve imparare da lui a oltrepassare il “principio di piacere”

(l’analista deve combattere contro se stesso; fuori dall’analisi, dai nemici che gli

contestano l’importanza del rapporto sessuale; e dentro l’analisi, dalla paziente).

Il setting.

Sarà a partire dalle varie complicazioni dei vari metodi che Freud deciderà di perfezionare

il setting, ovvero l’insieme di regole che specificano la situazione psicoanalitica (“Consigli

al medico nel trattamento psicoanalitico”).

Consiglierà così:

- Ascoltare senza che ci si preoccupi di alcunché

- Neutralità, come il chirurgo lo psicoanalista deve mettere da parte i suoi affetti; non

deve essere considerata come evitamento della relazione paziente, non significa

mancanza di empatia, ma “corrisponde a un atteggiamento di pari disponibilità,

un’attenzione distribuita in modo uniforme, senza fare distinzione su tutti il

materiale offerto dal paziente.

Un anno dopo il primo libro, pubblicherà “Nuovi consigli sulla tecnica della psicoanalisi”

(1913), e il primo nuovo consiglio è quello di “selezionare i malati” per l’analisi, per cui

Freud consiglia un trattamento di prova di una o due settimane, dopodiché la decisone è

dello psicanalista e del suo desiderio. Bisogna infine occuparsi del fattore tempo, cioè

quanto tempo si deve dedicare ad un determinato paziente.

Capitolo 12. “La sessualità infantile l’organizzazione orale”

- La vita sessuale non inizia con la pubertà, ma già nei primi anni di vita;

- È utile distinguere tra “sessuale” e “genitale”, perché con quest’ultimo termine si

intende solo la sessualità adulta;

- La vita sessuale consiste nel fatto di ottenere piacere da varie zone del corpo e solo

successivamente tale funzione è messa al servizio della procreazione;

- L’eziologia dei disturbi sessuali va ricercata nella storia evolutiva dell’individuo e

dunque nei suoi primi anni di vita.

Dopo aver abbandonato la teoria della seduzione e del trauma, F si concentra sul concetto

di scena primaria, in cui il bambino vede/intravede (immagina) per la priva volta il coito dei

genitori: evento che appare inquietante ai bambini, destando in loro angoscia, ma

quest’angoscia, dice F, è frutto di un eccitamento sessuale, che essi non dominano con la

comprensione e perciò si tramuta in angoscia.

L’importanza della storia infantile la ritroviamo nel caso dell’Uomo dei lupi” 1910/1914, nel

quale viene messa in evidenza l’importanza dell’origine infantile della patologia nevrotica.

Nella storia, l’uomo dei lupi ha una sorella di due anni maggiore di lui, e ricorda che a 5

anni la lo tormentava mostrandogli un libro in cui c’era la figura di un lupo e alla vista di

essa lui urlava (la sorella faceva poi sempre in modo che la figura gli capitasse davanti).

Ricorda poi che all’età di 3 la sorella lo aveva indotto a pratiche sessuali e gli raccontava

come anche la bambinaia (che lui voleva bene e che difese quando la nuova governante

la rimproverò, evento questo, quello dell’arrivo della governante che lo cambiò, facendolo

diventare scontento, irritabile e violento) da questa cosa con tutti.

Dai ricordi infantili, emerge dunque una seduzione da parte della sorella, passivamente

subita e non compresa; solo successivamente si era mutata in sogni in cui il paziente

aveva una posizione attiva ed era aggressivo sia con la sorella che con la governante.

Inoltre l’atteggiamento di difesa nei confronti della bambinaia, rappresenta un meccanismo

di difesa ossessivo, dato che emerse il ricordo che l’onanismo (impedire la generazione

della prole mediante l’uso del coito interrotto) che praticava non era ben visto dalla

bambinaia che lo minacciò di evirazione, minaccia che trovava una reale conferma nelle

“ferita” della sorella che aveva scoperto durante i loro giochi sessuali.

La minaccia dell’evirazione era poi rinforzata dalle storie sui lupi che gli venivano

raccontate (lupo usa coda come esca per prendere i pesci e se la spezzo nel giaccio).

La repressione dell’onanismo aveva determinato una fissazione sadico-anale e con gli

anni l’oggetto libidico si era dapprima spostato dalla sorella alla bambinaia, e poi sul padre

(dato che la sua cattiveria aveva come scopo quello di ricevere da lui una punizione).

A questo punto si inserisce il sogno sui lupi (sogno che il paziente ebbe a quattro anni), i

quali erano seduti su dei rami di un albero difronte la sua finestra (più che lupi

sembravano volpi o cani a giudicare dalla coda e dalle orecchie). In preda al terrore si

mise e urlare e si sveglio.

Nel sogno un punto di maggiore importanza era l’assoluta tranquillità dei lupi e la

concentrata attenzione con cui essi lo guardavano: questa immobilità richiama la stessa

immobilità che, secondo F, provò in occasione della scena primaria, alla quale il bambino

assistette all’età di 1 anno e mezzo; inoltre, importante è anche il persistente senso di

realtà del sogno, che indicava come qualcosa nel songo avanzasse pretese di realtà.

Il sogno è un sogno di angoscia perché tale scena era il prototipo del soddisfacimento che

il bambino bramava ottenere dal padre, soddisfacimento che però implicava l’evirazione

(Freud pensa che il lupo sia il primo sostituto paterno e individua nella paura del padre

l’angoscia di evirazione e l’ambivalenza per ogni successivo sostituto paterno compreso

l’analista).

Anche in questo caso si potrebbe parlare di doppio tempo del trauma, tra la visione della

scena primaria (primo tempo del trauma) e la seduzione infantile (secondo tempo), con il

sogno dei lupi questo caso è anche un chiaro tentativo di elaborazione del trauma.

L’uomo dei lupi deve rimuovere ciò che ritiene necessario per il soddisfacimento paterno:

la propria tendenza passiva e omosessuale e l’evirazione conseguente; si tratterebbe di

un conflitto tra gli impulsi sessuali e l’interesse a mantenere integrità narcisistica, un

conflitto tra Es ed Io.

I fantasmi originari.

Sono strutture fantasmatiche che si riferiscono a rappresentazioni originarie (scena

primaria, castrazione seduzione e complesso edipico); sono universali e trasmessi

filogeneticamente: Freud gli chiama “schemi filogenetici” che hanno il potere di prevalere

sull’esperienza individuale.

Le fasi dello sviluppo libidico-affettivo.

Esse occupano una parte dei “Tre saggi sulla teoria sessuale” (1905), e occorre precisare

che non si tratta di intervalli temporali rigidi, di fasi la cui successione temporale risulta

meccanica (non vi possono essere limiti fissi validi per tutti).

Lo sviluppo libidico è tipicamente discontinuo e non si dà superamento definitivo di una

fase in quella successiva, per cui nella sessualità adulta ritroviamo tracce di fasi più

antiche. Quindi è corretto dire che le frasi non si susseguono semplicemente, ma che una

si aggiunge all’altra coesistendo insieme (nella psiche nulla si distrugge e nulla va perduto

per sempre, l’originario permane accanto a formazioni psichiche più recenti.

Per questo vanno tenuti presenti alcuni concetti:

• Fissazione: quando la libido rimane legata alle rispettive zone erogene di una

determinata fase, si ancora ad un oggetto e tende a non abbandonarlo

(presupposto teorico di nevrosi)

• Regressione: si verifica quando il soggetto era già passato ad una nuova fase, ma

recupera modalità della fase precedente. In particolare quando “l’io comincia la sua

lotta difensiva, cerca di respingere la fase fallica, per tornare allo stadio anteriore

sadico-anale. La regressione è dunque un meccanismo di difesa che avviene in

una duplice modalità

- Temporale: in quanto la libido si ancora a fasi dello sviluppo precedenti;

- Formale: in quanto vengono usati per la manifestazione di questo bisogno i

mezzi originari e primitivi di espressione psichica.

• Pulsione: è la spinta che promuove lo sviluppo libidico, il rappresentante psichico

degli stimoli che traggono origine all’interno del corpo; la pulsione parziale, invece,

funziona dapprima indipendentemente e tende a legarsi a organizzazioni libidiche

connotate dalle varie zone erogene: se essa rimane indipendente, e quindi non

trova soddisfacimento attraverso le zone erogene, produce la perversione.

• Zona erogena: è la zona del corpo dove trova soddisfacimento la pulsione

parziale; tale zona varia con lo sviluppo libidico. Tale concetto nasce grazie ad un

altro, cioè quello di zona isterogena coniato per l’isteria proprio supponendo che nel

sintomo isterico si esprimesse un soddisfacimento. Il suo soddisfacimento all’inizio

viene associato al bisogno di nutrizione (nel caso della bocca): così l’attività

sessuale dapprima si appoggia in primo luogo ad una delle funzioni che servono

alla conservazione della vita (bisogno primario) e solo in seguito se ne rende

indipendente (mettendo in bocca qualunque altra cosa oltre al cibo).

• Desiderio: è legato alla pulsione e al suo soddisfacimento e cioè alla spinta

motivazionale determinata dal principio piacere/dispiacere, va a costituirsi a partire

dal soddisfacimento dei bisogni primari.

Chiariti questi concetti si passa ora a delineare le varie fasi.

FASE ORALE.

SUCCHIARE ---> NUTRIRSI ---> PIACERE SESSUALE

SENO TUTTO

Si tratta della prima organizzazione sessuale pregenitale: il lattante succhia, non solo il

seno, ma anche qualunque oggetto gli si porga: da ciò si capisce che il piacere di

succhiare si è reso indipendente alla funzione originaria nutritiva e ha quindi

acquisito un carattere sessuale.

La zona erogena orale è determinata dalla proprietà delle mucose del cavo orale di

dare, se stimolate, sensazioni piacevoli. La fase orale non solo è tipica di un

determinato periodo dell’infanzia, ma ricompare anche in molte manifestazioni

dell’adulto (tossicomanie, alcolismo, bulimia – soddisfacimento orale – anoressia, vomito

psicogeno – difensive rispetto al soddisfacimento).

Non solo succhiando, il bambino proverà piacere, ma anche in tutte quelle situazione che

richiamano quel determinato processo (come essere sollevato – cosa che la madre fa

quando lo prende in braccio – essere alzato per aria, amerà l’altalena e le giostre).

L’oralità può essere quindi definita attraverso due caratteristiche:

I. Erotismo orale: riguardante il piacere sessuale legato alla stimolazione della

cavità orale;

II. Incorporazione: che si caratterizza per il fatto che il piacere viene ottenuto con

l’introduzione dell’oggetto dentro se stessi (ne deriva che l’incorporazione, a livello

psichico può essere definita introiezione); questo meccanismo è fondamentale per

lo sviluppo dell’Io attraverso appunto l’introiezione di tutto ciò che è fonte di piacere

e tramite il rifiuto all’esterno (proiezione) di tutto ciò che è causa di dispiacere

(rifiuto che può essere rappresentato con lo sputare o vomitare.

Importante è qui la precisazione che Freud fa riguardo l’oggetto: per lui sarebbe corretto

parlare di periodo “anogettuale” o di narcisismo primario, che sta a significare come il

bambino si fonde in modo speculare, guardando la madre e riconoscendone la voce, ma

distinguendo solo la natura affettiva delle esperienze buone o cattive, senza discriminare il

proprio Io da ciò che è altro da sé.

L’oggetto quindi si differenzia col tempo e progressivamente nel corso del primo anno:

l’oggetto – dirà – nasce dall’odio, cioè sulla base dello strutturarsi di esperienze di

disillusione, frustrazione e dolore psichico.

Fase orale nel pensiero postfreudiano.

Melanie Klein, contraria al concetto di narcisismo primario, ritiene che il bambino abbia

un funzionamento mentale di ricerca dell’oggetto dominato dalle fantasie. Alcune sono

legate a esperienze di soddisfacimento (seno buono) altre a esperienze di frustrazione e

aggressività (seno cattivo). Per il bambino esistono solo due realtà: una buona che tiene

dentro di sé attraverso l’introiezione e una cattiva che proietta all’esterno. Ovviamente se

prevalgono le esperienze cattive può accadere che il mondo esterno diventi sempre più

cattivo e persecutorio e che anche il bambino sia invaso da questa cattiveria.

Donald Winnicot mise l’accento sul fatto che a determinare la qualità di queste

esperienze buone o cattive fossero non tanto le fantasie inconsce di cui parlava la Klein,

ma innanzitutto il rapporto che il bambino ha con la madre e coincidente con il concetto di

“madre-ambiente e sottolineava come il bambino nei primi due anni di vita presentasse

una massima dipendenza dall’ambiente affettivo e che per questa ragione necessitasse

di: Continua relazione con la madre (rapporto basato su: holding, handling e object

o presenting – sostegno, manipolazione e presentazione dell’oggetto

Interazione madre-bambino attiva, ma non prevaricatrice o intrusiva (creazione del

o “falso sé”)

Organizzare i suoi primi movimenti di separazione dalla madre attraverso uno

o spazio transizionale e un oggetto transizionale (coperta, peluche).

1 →

FASE ANALE – 1 4/5 anni.

12

La fase anale costituisce il secondo grande sistema organizzativo della sessualità infantile;

segue la fase orale si colloca tra lo svezzamento e la situazione edipica. Nella fase anale

l’accento è sule funzioni escrementizie e la zona erogena è la mucosa anale (il bambino

prova particolare interesse e attrazione per le sue feci). Il superamento e la rimozione

dell’analità è fondamentale non solo per lo sviluppo individuale, ma anche della civiltà.

Anche in questa fase devono essere esaminate alcune caratteristiche:

a) L’erotismo anale: per cui il piacere è fondamentalmente legato alla tendenza

pulsionale che spinge l’espulsione delle feci (“scarica” pulsionale funzionale a

diminuire il desiderio, la paura e la tensione).

b) L’espulsione/ritenzione: ci può essere infatti piacere nell’espellere ma anche nel

trattenere le feci; si può provare piacere nel controllo della muscolatura volontaria

sempre ai fini di andare incontro o meno alle richieste materne (quindi c’è anche la

possibilità di esprimere la propria opposizione); questa polarizzazione può essere

spostata a livello più rappresentazionale come il trattenere/conservare oggetti.

c) Il valore simbolico delle feci: le feci sono il primo oggetto “fatto” dal bambino,

sono qualcosa di personale che ha valore anche per l’altro: torna così importante la

relazione con l’altro perché il bambino solo per amore dell’altro può rinunciare al

piacere narcisistico dell’erotismo anale ed acetare le norme educative e la rinuncia

pulsionale.

d) Il controllo degli sfinteri e le richieste ambientali: dal controllo sfinteriale il

bambino trae sia piacere che un maggior senso di se e di autonomia; è infatti la

prima funzione corporea che può controllare e usare pe agire sull’ambiente.

e) Il mondo anale: è l’universo dell’erotismo anale, può comparire nei sogni come

nella realtà stessa. È un mondo cloacale di rifiuti dove lo sporco si somma alla

distruttività: Abraham ha poi specificato due stadi distinti nella fase sadico-anale

- Nel primo prevalgono tendenze distruttive;

- Nel successivo tendenze favorevoli agli oggetti: conservare e possedere

(compare dunque la prima considerazione dell’oggetto).

Tra i vantaggi evolutivi della fase anale c’è il fatto di consentire al bambino una gestione e

un’espressione maggiore dell’aggressività: quando l’oggetto si differenzia e assuma

un’esistenza autonoma il bambino apprende che è la madre ad essere stata “buona o

cattiva” e teme di averla danneggiata con la sua aggressività e di perderla.

Se la madre è alternativamente buona e cattiva il bambino accede all’ambivalenza, che

come anche affermato dalla Klein, consente una modulazione dell’aggressività e la

capacità di sopportare di avere sentimenti buoni e cattivi verso lo stesso oggetto (in termini

kleiniani il bambino giunge al funzionamento della posizione depressiva, caratterizzata

da angoscia depressiva scaturita dal senso di colpa provocato dall’idea di aver

danneggiato la madre: per elaborare questa colpa necessario sono i meccanismi di

riparazione, come l’utilizzo del gioco).

L’eccesso di aggressività sia interno che esterno impedisce al bambino l’accesso

all’ambivalenza e lo obbliga a continuare a far ricorso a modalità espulsive e proiettive di

aggressività.

In questa fase è in gran parte liberato dalla totale dipendenza dall’ambiente tipica della

fase orale e si misura come persona autonoma, attraverso il controllo della muscolatura e

del linguaggio. Può così accondiscendere o opporsi alle richieste dell’ambiente, potendo

esprimere una certa dose di aggressività, di elaborazione mentale di un oggetto assente.

L’uomo dei topi.

È un caso di nevrosi ossessiva grave. Il paziente presenta timori che qualcosa di male

possa accadere alle persone care (al padre, ormai morto - dopo la sua morte si era

rimproverato di non essere stato presente e il ricordo “della mancanza commessa si

risvegliò nel paziente soltanto un anno e mezzo dopo, perseguitandolo in modo così

tormentoso tanto che finì per considerarsi un delinquente - e a una signora che ama);

soffre di impulsi ossessivi come quello di tagliarsi la gola, e di tutta una serie di divieti.

Ricorda di aver avuto precoci desideri infantili di natura sessuale e allo stesso tempo l’idea

che i genitori conoscessero i suoi pensieri (conferma importanza sessualità infantile nella

nevrosi ossessiva).

In una seconda seduta, mentre il paziente prestava servizio militare, racconta di un

capitano che lo inquieta “poiché amava la crudeltà”, riferendo a F la pratica di tortura con i

topi. Nel dire queste cose, l’uomo aveva un’espressione composita, che Freud attribuì al

orrore di un proprio piacer a lui stesso ignoto (un’idea nascosta del paziente doveva

essere quella che sia che la signora che amava, sia il padre fossero sottoposti al supplizio

dei topi).

F mette in relazione i fortissimi impulsi sessuali dell’infanzia con la forte ostilità che si

percepisce nella sintomatologia ossessiva, ostilità che aveva provato nei confronti del

padre l’intralcio al soddisfacimento dei desideri; la collera poi si sposta nei confronti della

signora che amava (vi è dunque ambivalenza tra amore/odio); una volta ammessa l’ostilità

nei confronti del padre, tale ostilità infine, con l’analisi e dunque con il transfert, si sposta

sul medico (dato che nei sogni e nelle associazioni iniziò a ingiuriare l’analista).

Ciò che caratterizza dunque tale nevrosi è il conflitto tra amore e odio a cui consegue

un’incapacità di prendere decisioni, che attraverso il meccanismo dello spostamento si

estende a poco a poco ad ogni attività dell’individuo.

L’ambivalenza.

Indica quando, difronte ad un oggetto con caratteristiche buone e cattive, affiorano

sentimenti di amore e odio nei confronti dello stesso (oggetto). Si può trovare la comparsa

del nucleo ambivalente fin dalla fase sadico-orale (nella quale, con il mordere, all’idea del

seno come fonte di soddisfazione, si affianca anche quella del divoramento e della

distruzione), anche se in questa fase sarebbe più corretto parlare di “ambitendenza”, che

mette meglio in luce la distinzione tra seno-buono e seno-cattivo proposta dalla Klein.

L’ambivalenza è invece soprattutto specifica della fase sadico-anale in cui il bambino

oscilla tra il voler donare le feci (atteggiamento passivo), oppure trattenerle e rilasciarle a

suo piacimento (attivo) opponendosi alle richieste dell’oggetto.

Se l’ambivalenza è inaccettabile, perché l’odio è troppo intenso rispetto all’amore, ne

derivano difese che portano a situazioni patologiche.

Attività e passività.

Sono modalità che indicano il grado di azione fisica necessario per raggiungere un

obiettivo (meta pulsionale); c’è attività quando si cerca un oggetto che possa soddisfare

desideri erotici e impulsi aggressivi, mentre c’è passività se il soggetto vuole essere

oggetto di desiderio o aggressività. Nel bambino si assiste a un graduale passaggio dalla

passività all’attività, passaggio che coincide con la capacità di una deambulazione

autonoma e con il poter usare il linguaggio per avvicinarsi all’oggetto.

Sadismo e masochismo.

Il sadismo viene inizialmente definito come la componente aggressiva della pulsione

sessuale, resasi indipendente ed esagerata (componente attiva di tale polarità); il

masochismo, all’inizio è invece visto come un trasformazione negativa del sadismo che si

rivolge contro il proprio Io; successivamente verrà rivisto quando Freud prende in esame

fantasie di essere picchiati di bambini e bambini, fantasie che seguono tre stadi:

- La prima fase appartiene a un periodo molto remoto dell’infanzia fantasie, in cui vi è

un bambino (fratello/sorella) che viene picchiato da un adulto (identificato nel padre);

- Nella seconda fase la fantasia cambia, qui è il soggetta stesso che viene picchiato

dall’adulto (rovesciamento causato dal senso di colpa);

- Nella terza fase si ritorna quasi alla prima ma non c’è più il padre e al suo posto ci

sono i maestri.

Freud utilizza queste fantasie ricorrenti per sostenere come il sadismo si possa

tramutare in masochismo, a seguito del senso di colpa per i desideri edipici.

Il masochismo però non deriva dal senso di colpa ma da un impulso libidico in

quanto l’essere picchiati rappresenta una combinazione di senso di colpa ed

erotismo.

Con l’opera “Al di là del principio di piacere”, Freud distinguerà tra:

a) Masochismo primario (“erogeno”): di natura biologica, caratterizzato dal provare

piacere nel dolore; è legato alla pulsione di morte e ne costituisce una porzione che

non è stata indirizzata verso l’esterno ma che è rimasta all’interno, fusa con la libido;

b) Masochismo femminile: le fantasie sono legate alla passività, all’evirazione e

sottomissione all’atto carnale, cioè caratteristiche posizioni femminili. Nella donna

dice Freud, la repulsione di aggressività favorisce l’impulso di forti impulsi

masochistici; il masochismo è dunque, per F, tipicamente femminile, tanto che

affermerà che nel caso in cui si trovino tracce di masochismo in uomini allora si può

solo dire che essi mostrano tratti femminili molto evidenti. Winnicott si dirà avverso a

questa teoria di un naturale masochismo femminile;

c) Masochismo morale: è la forma più severa, legata al senso di colpa inconscio,

ormai completamente allontanata dalla sua componente sessuale e relazione: conta

solo la sofferenza in sé e per sé, l’oggetto sembra irrilevante.

d) Masochismo secondario: è generato anch’esso dalla pulsione di morte che non

potendo esprimersi come sadismo verso l’esterno, si rivolge secondariamente contro

sé stessi. Allor auna parte va ad aggiungersi al masochismo primario, l’altra va ad

alimentare il sadismo del Super-Io. È la conseguenza della massiccia repressione

culturale della gran parte delle pulsioni che non possono così esercitarsi nella vita.

Ne “Introduzione alla Psicoanalisi” F preciserà che il masochismo precede il sadismo

(confermando una rivalutazione del m. detta in precedenza), dato che il sadismo si

manifesta soltanto quando la pulsione di autodistruzione (masochismo privo di libido), si

può rivolgere verso l’esterno.

FASE FALLICA

Entra in gioco il solo genitale maschile (primato fallico); l’antitesi fra i sessi non è data dal

contrasto maschile/femminile, ma da quello tra il possedere un pene e l’essere evirati. In

questa fase si manifesta un’attività masturbatoria che interessa le zone genitali e la zona

erogena è dunque data dal pene, dal clitoride e dalla funzione urinaria. In questo stadio

fallico l’emissione di urina consente la fusione tra piacere erotico e soddisfacimenti

aggressivi (tali fantasie si realizzano poi nell’anuresi notturna).

Durante la fase fallica il bambino non è ancora giunto a rendersi conto con chiarezza della

differenza tra i sessi ed inizia un periodo di esplorazione sessuale, durante il quale si crea

delle teorie sessuali, comprendendo solo l’esistenza del pene, visto come oggetto

parziale, staccabile dal resto del corpo.

È qui che si sviluppa il complesso di castrazione che lascia il bambino nell’angoscia di

poter essere privato del pene e fare la fine della bambina, la quale a sua volta ha modo di

osservare il pene, riconoscendo in esso il corrispettivo, più grande, del proprio organo:

nasce in lei l’invidia del pene.

La bambina inizia a nutrire la convinzione di non esserne stata dotata dalla madre e per

questo si allentano i rapporti di tenerezza, e tutto ciò determina la gelosia verso l’altro

bambino, che la madre amerebbe di più (questo darà origine alla fantasia di tipo sadica). Il

senso di inferiorità determina l’attaccamento della bambina nei confronti del padre con lo

sviluppo del desiderio che lui le dia qual bambino che possa sostituire il pene mancante.

La polarità in questo cosa non è più amore/odio, trattenere/espellere, ma avere/non

avere, dove l’avere è in stretta relazione con l’autostima e l’onnipotenza.

Va strutturandosi così il complesso di Edipo, una delle tappe essenziali alla formazione

della personalità e dell’orientamento del desiderio; la prima vola che Freud usa tale

concetto è “Su un tipo particolare di scelta oggettuale dell’uomo”, dove farà riferimento a

desideri libidici e aggressivi che il bambino prova nei confronti dei propri genitori e

che si mostrano come desiderio nei confronti del genitore di sesso opposto e

aggressività e rivalità verso il genitore dello stesso sesso.

Dalla combinazione di queste forze libidiche e aggressive deriva la personalità del futuro

adulto e la qualità delle sue relazioni affettive.

Con la triangolazione (padre-madre-figlio) il bambino può uscire dalla relazione duale con

la madre e ciò gli può consentire un accesso alla differenza; se invece la madre restasse

l’unico oggetto, le manifestazioni di odio diventerebbero angosciose e sarebbero spostate

verso tutto ciò che non è madre (rendendo ovviamente la separazione da questa più

difficile). La presenza del terzo (padre) in questo caso potrebbe anche portare a

soppiantare la madre come oggetto d’amore del padre, mettendo in luce la componente

bisessuale risiedente in ognuno di noi (richiama una componente masochista, derivante

da un desiderio di essere amato dal padre che può regredire fino alla fantasia di essere

picchiato da questo).

Mito= Edipo abbandonato dal padre perché l’oracolo aveva previsto che

avrebbe ucciso il padre; una volta grande edipo si domanda sulle sue origine e

per avere risposte si reca anche lui a sua volta dall’oracolo, il quale gli intimò di

allontanarsi il più possibile dalla città di nascita. Nel tragitto che lo portava

lontano da luogo, incontro Laio, (il vero padre) con il quale avrà un brutto litigio

che culminerà con la morte del re. Giunge poi davanti a Tebe (terra natia) dove

risolve l’enigma della Sfinge e il popolo per ricompensarlo gli concede in sposa

la loro Regina Giocasta (che poi è sua mamma), con la quale avrà 4 figli.

Scoppia però poi una pestilenza che avrebbe avuto fine quando l’uccisore di

Laio sarà espulso dal Paese.

//Elettra: Oreste uccide Egisto e la madre Cliennestra spinto dalla sorella

Elettra. L’odio di Elettra per Cliennestra è tanto forte quanto il culto che ha per il

padre Agamennone.

Superamento del complesso di Edipo.

Mentre il complesso edipico nel bambino crolla a causa del complesso di evirazione, il

complesso edipico della bambina è reso possibile e introdotto dal complesso di evirazione.

La risoluzione del complesso apre la via alle identificazioni in particolare con il genitore

dello steso sesso, attraverso la rinuncia al soddisfacimento sessuale con il genitore di

sesso opposto.

Il percorso del bambino è più semplice che per la bambina, dato che essa deve rinunciare

sia all’oggetto primario (madre) sia all’oggetto incestuoso (padre) e deve anche cambiare

o modificare la zona erogena con la scoperta della vagina, dato che all’inizio per entrambi i

sessi esiste solamente il pene, che la bambina pesa di avere (clitoride):

• Per il bambino la rinuncia avviene a seguito della minaccia di castrazione

(ovviamente una minaccia di punizione), che rappresenta il più grande trauma

della sua vita, che dà l’avvio al periodo di latenza. Così il bambino rinuncia alla

madre come oggetto e si identifica con il padre, per poter trovare un’altra donna

qualcosa di simile alla madre cui rinuncia.

• La bambina ha tre possibilità di uscita:

- Rinunciare alla sessualità: e cioè rinunciare all’oggetto incestuoso;

- Ostinarsi alla mascolinità: che invece implica l’identificaione con

l’oggetto edipico da dover abbandonare cioè il padre;

- Aprirsi alla femminilità: identificarsi con la madre.

Questo duro superamento del complesso porterà alla creazione di un Super-Io

dovuta all’educazione (più che ad una punizione come nel bambino)

***l’identificazione con il genitore dello stesso sesso è dovuta a ineliminabili componenti

bisessuali, da cui si può evincere la compresenza di forti sentimenti ambivalenti verso

ciascuno dei due genitori. Il caso del piccolo Hans.

Prima analisi condotta su un paziente così piccolo e prima anche perché i dati

sono raccolti attraverso un terzo, cioè il padre che scriveva tutto ciò che Hans

gli diceva. Hans a 3 anni mostra un vivissimo interesse per il suo organo,

proprio in questo periodo osserva la mancanza di questo organo nella sorellina

(chiedendosi “ma quando crescerà le farà più grosso?”). Giocando troppo con il

suo organo la mamma gli minaccia l’evirazione e si sviluppa in Hans la paura di

essere morso da un cavallo per strada. La nascita della sorella produce così un

distacco della madre da lui e iniziano coì anche i sogni d’angoscia sulla perdita

della madre. Da quest’angoscia nasce la paura per i cavalli (soprattutto da uno

con un “nero” sulla bocca – ciò richiama i baffi del padre).

Freud così decide di parlare direttamente al bambino facendoli comprendere

che aveva paura del papà, perché pensava fosse arrabbiato del fatto che egli

volesse “molto bene” alla mamma; quando Hans si sente dire che il padre non

ce l’ha con lui, può tollerare meglio l’avversione nei suoi confronti e accedere

così all’ambivalenza (dato che verso il padre sente sia amore che ostilità)

necessaria per il superamento del complesso.

Esibizionismo/voyeurismo.

La coppia esibizionismo/voyeurismo è la conseguenza della coppia avere/non avere:

- Voyeurismo: rappresenta il piacere di guardare, ed è una pulsione

parziale che va a costituire una parte importante della sessualità matura. Il

normale piacere di guardare può però diventare perversione quando si

limita ai soli genitali; allo stesso tempo pero può andare incontro alla

sublimazione, e così la libido potrebbe concentrarsi verso l’interesse

reale alla ricerca/esplorazione intellettuale, mentre la sua precoce

rimozione o inibizione può bloccare qualsiasi interesse intellettuale

- Esibizionismo: rappresenta invece il piacere di essere guardato ed è

una pulsione parziale con meta passiva

In circostanze normali, allora, la pulsione a essere guardati e a guardare, libera di

esprimersi nell’infanzia, va incontro a rimozione, e può in seguito ritornare in forma

sublimata o come formazione reattiva.

Feticismo.

Ne parla nel lavoro del 1927 “Feticismo”, descrivendolo come un escamotage per far

fronte all’angoscia di castrazione scatenata dalla vista del genitale femminile. Il feticcio è

dunque il simbolo ed il sostituto del fallo della donna a cui il piccolo ha creduto.

L’omosessualità.

Il punto di vista della psicoanalisi è chiaro, dato che interpreta l’omosessualità come

fissazione e arresto nello sviluppo libidico affettivo, e la intende come una particolare

scelta oggettuale narcisistica con fissazione anale.

In tutti gli omosessuali maschi è esistito un vincolo erotico (di solito la madre) suscitato o

favorito dall’eccessiva tenerezza della madre.

Qui il libro cita l’esempio di una ragazza omosessuale (caso trattato nel lavoro

“Psicogenesi di un caso di omosessualità femminile”), la quale da bambina scoprendo la

mancanza del pene e vivendo tale mancanza come senso di inferiorità, si distacca

inizialmente dalla madre, desiderando così un figlio da padre. Mentre prova questo

desiderio incestuoso, la madre partorisce, iniziando così a provare delusione verso il

padre, verso cui voltò le spalle, sostituendo l’oggetto d’amore con la madre trasformandosi

in un uomo: questa sostituzione la mise alla ricerca di sostituto materno con il quale avere

una relazione (visto che il desiderio incestuoso non poteva avverarsi).

Conflitto.

È costitutivo dell’essere umano, parte integrante del suo sviluppo e in particolare della

situazione edipica. In clinica il conflitto fa riferimento al contrasto tra desideri e difese; a

livello topico può essere individuato tra i sistemi (inconscio, preconscio, conscio – es, io e

super-io); e infine a livello economico è rappresentato da conflitti pulsionali. Insomma in

Freud il conflitto è rappresentato da un dualismo tra forze sessuali e forze che si

oppongono ad esse (pulsioni di autoconservazione).

Fase di latenza e fase genitale.

Tramontato il complesso di Edipo, con l’ingresso a scuola i bambini entrano nell’epoca di

latenza dove vi è una sospensione delle pulsioni per concentrare l’attenzione sulle attività

scolastiche, e dunque intellettive.

Durante questo periodo vengono costruite quelle potenze psichiche che più tardi si

presentano come ostacoli alla pulsione sessuale. Vi è una progressiva emancipazione

dall’autorità dei genitori.

Dopo la latenza “l’organizzazione piena è raggiunta solo con la pubertà (fase genitale),

dove vi è un risveglio delle pulsioni addormentate.

CAPITOLO 15. “LA TEORIA DELLE PULSIONI”

Le idee di Freud, dopo “Interpretazione dei sogni” cominciano ad avere molti seguaci e a

partire dal 1902 un primo gruppo di persone cominciarono a riunirsi ogni mercoledì sera in

casa di Freud: nel 1908 il gruppo contava più di 22 membri (tra cui quelli principali erano

Jung (1907), Otto Rank, Adler – uno dei primi a partecipare).

Dal 1910 il numero dei membri era così aumentato che le riunioni non si poterono più fare

a casa Freud, quindi dopo il primo congresso internazionale di Psicoanalisi

(Salisburgo, 1908), fu costituita l’Associazione Psicoanalitica Internazionale (IPA)) la

cui presidenza fu assegnata a Jung.

Inevitabilmente vi furono conflitti, defezioni e scissioni, e il primo terreno di scontro fu

quello della centralità della “sessualità”:

• La prima scissione fu quella di Adler (1911), il quale fondò successivamente la

“Psicologia Individuale” (incentrata sull’interesse per la relazione tra individuo e

società, formulando concetti come inferiorità e protesta virile); successivamente

nove sue seguaci uscirono dalla Società Viennese.

• La seconda scissione fu quella di Jung successore designato di Freud, ma che a

causa del suo misticismo entrò in contrapposizione con lo stesso Freud. C.G. Jung

sottovalutava e svalutava il ruolo della sessualità, tentando una reinterpretazione

dei fatti analitici in senso più astratto e la rottura con Freud, iniziata nel 1912, si

concretizzò quando Jung fondò la “Psicologia analitica”.

Costruzione Metapsicologica: “La strega”

Dopo questi scontri Freud volle porre dei punti fermi alle sue teorie e così fece nel 1915

con gli scritti “Metapsicologia”: “Pulsioni e loro destini”, “La rimozione”, “L’inconscio”,”…

Sogno, lutto e melanconia” (dovevano essere 12 ma ne sono rimasti 5).

Ne “L’inconscio” Freud dirà che si può parlare di metapsicoloigia, se ci troviamo difronte

ad un processo che può essere descritto nei suoi rapporti:

• DINAMICI: quando il fenomeno è il risultato di un conflitto di forze che esercitano

una spinta pulsionale. L’energia in gioco che favorisce la spinta è la libido.

• TOPICI: punto di vista che richiama la teoria dei luoghi che suppone la divisione

dell’apparato psichico in diverse istanze, dotate di carattere o funzioni diverse.

• ECONOMICI: che considera i processi psichici come consistenti nella circolazione

e distribuzione di energia quantificabile, cioè suscettibile di aumento, diminuzione e

equivalenza.

Così Freud arriverà a rispondere alla domanda: come si possono descrivere i passaggi

teorici che portano alla malattia o alla guarigione? Dicendo “e allora non c’è che la strega”

(strega=metapsicologia)

La pulsione.

Concetto introdotto nel 1905 nei “tre saggi sulla teoria sessuale”, ma solo ne “pulsioni e

loro destini” presenta la teoria delle pulsioni in maniera più sistematica, definite come il

rappresentante psichico di forze organiche.

****TRIEB, il verbo treiben, spingere, sottolinea il carattere irreprimibile della spinta pulsionale;

ISTINKT, ci si riferisce a una condotta animale fissata dalle leggi dell’eredità e caratteristico

della specie.

La pulsione sarebbe allora uno stimolo per la sfera psichica, stimolo proveniente

dall’interno piuttosto che dall’esterno ed è una forza costante, un processo dinamico che

può essere distinto nelle seguenti componenti:

a) Spinta: la carica energetica che tende l’organismo verso una meta (eccitazione

somatica);

b) Meta: il soddisfacimento (sopprimere lo stato di tensione;

c) Fonte: zona erogena da cui parte lo stimolo;

d) Oggetto: il mezzo attraverso cui la pulsione raggiunge la sua meta.

La pulsione è così uno dei concetti che stanno al limite tra lo psichico e il corporeo: ciò

che distingue le pulsioni l’una dall’altra sono le loro fonti e le mete.

La teoria pulsionale diventa così un modello interpretativo generale del comportamento

umano, per cui tutte le azioni umane, possono essere riferite alla loro origine e cioè a

sorgenti pulsionali ultime, irriducibili e specificabili.

Il DESTINO DI UNA PULSIONE è legato ad essa e la rimozione ad esemprio è il naturale

e principale destino della pulsione:

• TRASFORMAZIONE NEL SUO CONTRARIO: in base al quale si può mostrare un

cambiamento dall’attività alla passività (cambio di accento della pulsione che da

attiva può diventare passiva) o un’inversione di contenuto (ad esempio la

conversione dell’amore in odio; o dell’amare in essere amati).

• VOLGERSI SULLA PERSONA STESSA DEL SOGGETTO: qui muta l’oggetto

della pulsione, che dal mondo esterno si riversa sull’Io (come un sadismo rivolto al

proprio Io, o come l’esibizionismo che implica la contemplazione del proprio corpo);

• MECCANISMI DI DIFESA:

a) Rimozione: quando una pulsione si scontra con un’entità censorea; la

rimozione è una difesa tramite la quale la psiche dimentica un evento

spiacevole e nel 1905 Freud pensava che a opporsi alla pulsione oltre alla

rimozione (dovuta in qualche maniere all’educazione e ai costumi della

società) ci fosse qualcosa di geneticamente predeterminato: perciò crede

che non tutto possa dipendere dall’educazione e la rimozione come destino

della pulsione avverrebbe anche senza l’influsso ambientale o

dell’educazione. Distinguerà poi una rimozione originaria (primitiva), che

consisteva nel vietare l’accesso alla coscienza di una rappresentanza

psichica.

b) Repressione: rimozione del povero,

c) Negazione: negare che un determinato contenuto psichico gli appartenga;

d) Diniego: rifiuto netto, rifiuto di riconoscere qualcosa di traumatizzante che

esiste nella relata (come la mancanza del pene nella donna);

e) Preclusione: rifiuto dell’apparato psichico a prendere in considerazione una

rappresentazione, respingendola unitamente all’affetto che l’accompagna.

• SUBLIMAZIONE: si verifica quando l’energia degli impulsi di desiderio infantile non

vien bloccata, ma rimane a disposizione e investita in una meta più alta; permette

così di orientare le pulsioni libidiche verso una meta che viene avvertita come

superiore, sia culturalmente che più accettabile socialmente. Alla sublimazione si

accede nella latenza (il bambino qui necessita di energia pulsionale sublimata per

le attività legate alla scolarizzazione, accadrà solo se l’apparato psichico non è più

guidato dal principio di piacere ma da quello di realtà); nell’uomo adulto può essere

in alcuni casi una modalità psichica nevrotica, soprattutto se vi è una totale

assenza o inibizione della vita sessuale.

Permettendo una scarica è al servizio del principio di piacere, ma comunque non

entra in conflitto con il Super-Io.

• NEUTRALIZZAZIONE: comporta una deistintualizzaione dell’energia libidica e

aggressiva, comportando una deviazione delle meta e anche una trasformazione di

qualità di questa energia.

• FANTASIA: è uno spazio escluso dalla realtà, dove il desiderio può liberamente

esprimersi (masturbazione, modifica della realtà); è uno spazio intermedio tra

mondo pulsionale e ambiente (nel bambino è lo spazio del gioco - una faccenda

molto seria - nell’adulto dell’empatia e della creatività). Sono dunque desideri

insoddisfatti le forze motrici delle fantasie: si tratta di materiale preconscio che

viene alla mete come emersione intenzionale di elementi psichici.

Melanie Klein definirà la “fantasia inconscia”, un’attività psichica presente fin

dall’inizio della vita psichica come espressione mentale delle pulsioni e delle difese

(paragonabili alle allucinazioni primarie di Freud); riguardano configurazioni innate

sul corpo della madre, ma a differenza di Freud non sono tanto il risultato di un

mancato soddisfacimento, ma l’unica realtà psichica possibile (non oppone realtà a

fantasia).

Pulsioni di autoconservazione e pulsioni sessuali.

La teoria delle pulsioni, ne distingue due tipi:

a) Pulsioni di autoconservazione (pulsioni dell’Io): che comprendono un insieme

di bisogni legati alle funzioni biologiche necessarie alla conservazione della vita;

potendosi soddisfare solo con un oggetto reale, consentono e favoriscono molto

presto il assaggio dal principio di piacere al principio di realtà

b) Pulsioni sessuali: rimangono più a lungo sotto il dominio del principio di piacere

e, come detto, esse possono modificare il proprio oggetto andando incontro a

diversi destini. Le pulsioni sessuali sono strettamente connesse con il desiderio,

che deriva dalla mancanza dell’oggetto.

La formazione dell’oggetto.

L’oggetto viene creato dal soggetto in base alla sua esperienza di soddisfazione o

frustrazione, perché l’oggetto deve convenire all’impulso pulsionale: l’oggetto è l’elemento

più variabile della pulsione, anzi è la pulsione stessa a determinare la natura dell’oggetto,

scelto solo in base alla sua proprietà di soddisfacimento.

Il primo oggetto erotico del bambino è il seno della madre (oggetto parziale) che lo nutre,

l’amore nasce in appoggio al bisogno soddisfatto del nutrimento: qui però ancora non

distingue il seno dal resto del corpo della madre, l’oggetto si completerà (oggetto totale)

solo quando la madre, che non solo lo nutre ma lo accudisce anche (la relazione),

provocherà in lui ora reazioni spiacevoli ora reazioni piacevoli.

CAPITOLO 16. “NARCISISMO”

Freud introduce il narcisismo nell’opera “introduzione al narcisismo” (1914), dove

l’attenzione si sposta sull’Io, che comincia ad avere una posizione sempre più importante.

Le nevrosi da guerra.

Al ritorno dalla prima guerra mondiale gli psicoanalisti misero insieme le loro osservazioni

sulle nevrosi da guerra che colpivano i soldati, scaturite da un conflitto tra pulsioni di

autoconservazioni e pulsioni sessuali.

Lo sviluppo di queste nevrosi era legato a una minaccia che riguardava un danno o una

menomazione all’immagine di sé, sia a livello fisico che morale [da intendersi in senso

narcisistica: andavano cioè incontro a un drammatico crollo psichico (angoscia primaria,

agitazione, stupore), a motivo del fatto che il loro funzionamento sano si reggeva su

un’immagine di sé stessi come forti e coraggiosi, per cui l’angoscia e la paura non

potevano essere accettati].

Essi mostravano una notevole resistenza al trattamento psicoterapico, in quanto tale

nevrosi appartiene al gruppo delle “nevrosi traumatiche”, in cui la gravità del quadro clinico

è data “dall’angoscia traumatica” (o “automatica”), dipendente da un brusco afflusso di

eccitamento che il soggetto non riesce a dominare né a contenere o elaborare.

Il concetto di narcisismo.

Utilizzato da Freud nel 1909 per descrivere la scelta dell’oggetto omosessuale: gli

omosessuali si indentificano con la donna e assumono sé stessi come oggetto sessuale,

cioè, partendo dal narcisismo, cercano uomini simili alla loro persona.

Il ragazzo rimuove l’amore verso la madre ponendo sé stesso al suo posto, prendendo a

modello la propria persona, a somiglianza della quale sceglie i suoi nuovi oggetti d’amore:

i ragazzi che ama, in questo senso, non sono altro che repliche della sua stessa persona

infantile (vedi pag. 283 per l’analogia con Leonardo da Vinci).

Successivamente il termine narcisismo verrà utilizzato per descrivere una fase (che poi

diventerà struttura) che riguarda tutti e non soltanto la situazione omosessuale.

Definirà il narcisismo in senso genetico, considerandolo come fase evolutiva in cui il

bambino assume se stesso come oggetto d’amore, fase intermedia fra l’autoerotismo

(attività pulsionale priva di oggetto, mira alla ricerca del piacere) e l’amore oggettuale

(quando l’amore viene spostata su un altro oggetto differente dal se).

È questo il narcisismo primario, prima manifestazione della libido investita sul Sé e che

corrisponde al periodo in cui il bambino crede all’onnipotenza dei suoi pensieri.

Nella seconda topica F parlerà di un primo stadio di narcisismo primario anoggettuale,

caratterizzato da una totale assenza di relazioni con l’ambiente e da una indifferenziazione

tra l’Es e l’Io.

Il superamento del narcisismo primario avviene sotto la pressione delle “pulsioni sessuali”

che fin dall’inizio esigono un oggetto avviene sotto la pressione delle pulsioni sessuali (che

fin dall’inizio esigono un oggetto) e i bisogni delle pulsioni dell’Io (che non possono mai

essere soddisfatti autoeroticamente). Vi sono molti autori che contestano questa visione di

narcisismo primario, come Melanie Klein, contro, come detto anche prima, questa fase

anoggettuale, affermando che si costituiscono oggetti fin dall’inizio, e che si può parlare al

massimo di stati narcisistico nella misura in cui si ipotizza un ritorno dell’investimento

libidico sugli oggetti interiorizzati.

La scelta oggettuale narcisistica.

La scelta oggettuale può essere di due tipi:

a) Narcisistica: è la scelta di un oggetto sulla base della somiglianza con se stessi o

con quello che si vorrebbe essere; è la scelta di un oggetto non perché lo si ama,

ma perché ci si sente amati da lui (passiva). Si può amare un oggetto sulla base di

un primitivo amore di sé.

b) Per appoggio (anaclitica): procede sulla base di somiglianze con i primi agenti

delle cure materne; è il prototipo della scelta oggettuale matura, la scelta dell’altro

come differente da sé. Indica che la scelta è per l’oggetto materno, un oggetto che

nutre che cura e che protegge (tipicamente maschile).

Il narcisismo e l’Ideale dell’Io.

L’idea che la libido catturata dall’Io possa essere usate per mete narcisistiche attribuisce

all’Io un’attività e quindi un’influenza strutturale: infatti l’Io può essere energia per

perseguire le proprie mete.

Così Freud inizia a parlare di Ideale dell’Io, formata dall’originaria riserva di libido dell’Io,

quindi risulta essere una parte differenziata dell’Io stesso, che nasce come risultato

della rimozione rispetto a qualcosa che viene ritenuto inammissibile. Così lo sviluppo

dell’Io consiste nel prendere le distanze dal narcisismo primario, questo allontanamento si

effettua per mezzo dello spostamento della libido su un’ideale dell’Io, che è il sostituto del

narcisismo perduto dell’infanzia.

Se non c’è il lavoro della rimozione e se l’ideale dell’Io non si sviluppa dobbiamo aspettarci

una struttura perversa; l’ideale dell’Io è dunque il fattore che è determinato e che poi

condiziona la rimozione.

Viene chiamata con il termine di narcisismo secondario la situazione che designa alcuni

stati di grave regressione al narcisismo primario, osservabili nelle condizioni di: a. Malattia

organica (perdita di interesse per il mondo esterno);

b. Psicosi;

c. Trauma;

d. Ipocondria;

e. Alcuni aspetti della vita amorosa.

Queste condizioni presuppongono il reinvestimento della libido oggettuale sul Sé, e

l’attuarsi di una condizione che chiamiamo ritiro narcisistico in cui si riattivano

caratteristiche narcisistiche infantili. Inoltre se il narcisismo primario indica un investimento

libidico originario sull’Io che persiste sempre anche quando una parte verrà ceduta agli

oggetti, per narcisismo secondario si indica anche una struttura permanente nel soggetto,

operante sul piano economico e topico.

CAPITOLO 17. “LA GUERRA, IL LUTTO E LA MELANCONIA”.

La guerra colse Freud di sorpresa, ebbe come una reazione euforica; diversi lutti

segnarono la vita di Freud in quegli anni: dopo Jacob, morì l’amico von Fleisch diventato

cocainomane, ma anche l’abbandono della teoria della seduzione del 1897, è

paragonabile a un lutto per la morte di un idea così importante.

Osservò che nella guerra, come nelle altre dorme di vita sociale, oltre all’aggressività,

all’autoconservazione (difesa del territorio), c’è dell’altro: emergono tendenze distruttive

e omicide che sembravano assenti in pace. Esse, però, non sono tendenze nuove,

erano soltanto inibite o rese illegali, tanto che Freud arriva a dire che gli uomini non fanno

la guerra perché è loro imposta dallo stato, ma perché lo stato glielo permette. La

coscienza morale dunque sembra essere in gran parte angoscia sociale, paura di

riprovazione, e la guerra sembra essere un “bagno pulsionale”.

L’idea che la collettività funzioni come il singolo è ancora più comprensibile, poi, nella

situazione di panico, che può assomigliare all’angoscia automatica del singolo (capitolo

21)

Queste “Considerazioni attuali sulla guerra e sulla mort3”, costituiscono un lavoro scritto

da Freud dopo sei mesi di guerra (1915), da tali riflessioni si evince come la tesi che

l’uomo sia originariamente buono, non merita neppure di essere discussa; piuttosto si può

parlare di un processo attraverso il quale le tendenze malvagie verrebbero in lui

estirpate e sostituite, grazie all’educazione e all’ambiente esterno, da tendenze

rivolte al bene.

Alle riflessioni sulla guerra, vengono poi collegate quelle sulla morte, in quanto Freud

affermò come l’uomo primigenio, di fronte all’uccisione del nemico (come avviene in

guerra), provava semplicemente un senso di trionfo, e non era così indotto a porsi

domande sul mistero della vita e della morte. Tali interrogativi iniziarono a farsi strada,

quando la morte colpiva la persona cara: l’uomo non poteva più tenere lontana la morte,

ma allo stesso tempo non poteva ammetterne la realtà, perché gli era impossibile

rappresentarsi la propria morte, togliendole però quel significato di annullamento della vita

– significato attribuito senza troppi problemi alla morte del nemico (immaginò così gli

spiriti).

Lutto e melanconia.

Questo lavoro, scritto nel 1915, fa anch’esso parte dell’ampia raccolta degli scritti di

Metapsicologia, ma il problema del lutto che segue la morte di una persona cara, e della

depressione in quanto somigliante al lutto, è presente sin dai primi scritti di Freud: come

nella Minuta G, dove afferma che “l’affetto corrispondente alla melanconia – tutta la

vasta gamma di disturbi depressivi – è quello del lutto, cioè il rimpianto di qualcosa

di perduto, così nella melanconia dovrebbe trattarsi di una perdita, precisamente una

perdita nella vita pulsionale”. U

Lutto e melanconia è una saggio che ha un’importanza speciale nella storia della

psicoanalisi: si parla soprattutto di aggressività e di colpa, più che di sessualità inibita; e di

oggetti perduti e di affetti oltre che di rappresentazioni e idee rimosse: compare inoltre

l’idea di una struttura psichica differenziata che verrà denominata Super-io, anche se in

questo lavoro è ancora chiamata coscienza morale.

L’intuizione di partenza è che, vista la somiglianza sotto il profilo fenomenologico

(doloroso abbattimento, mancanza/ritiro dell’interesse mondo esterno, inibizione

dell’attività, perdita della capacità di amare), si potesse ipotizzare qualcosa in comune tra

il lutto e la melanconia: la perdita di un oggetto.

Il LUTTO è uno stato psichico determinato dalla perdita di una persona cara, ed è molto

doloroso, a causa dell’esame di realtà, che ha dimostrato che l’oggetto non c’è più e

comincia a esigere che tutta la libido sia ritirata da ciò che è connesso con tale

oggetto, ma l’Io stenta a ritirare la libido che vi era investita, in modo tale che nel

frattempo l’esistenza dell’oggetto perduto viene psichicamente prolungata. Il

pensiero si focalizza sull’oggetto perduto ed è in questa fase che il soggetto prova rabbia e

collera, e cerca una “colpa”, che altro non è che un tentativo di trovare un motivo per un

fatto così inaccettabile; questa colpa può essere rivolta al defunto, ai medici che non

l’hanno curato bene o a se stesso (Bowlby, chiama questa fase di “ricerca o

struggimento” o “della protesta”)

Quando il ritiro libidico si è compiuto e la realtà della perdita è stata accettata, l’IO si

trova in possesso di una quantità di libido che può essere reinvestita in altri oggetti e il

processo del lutto termina.

Un meccanismo simile si innesca nella melanconia, la quale presenta però alcune

differenze fondamentali con il lutto, come:

• Abbassamento della stima di sé fino alle autoaccuse: l’abbassamento della

stima di sé è presente nel lutto dove non è l’Io a essere svuotato, ma il mondo

esterno; il processo di autoaccusa è invece dovuto al fatto che la perdita

dell’oggetto provoca una scissione dell’Io, dove una parte (Super-io) si

contrappone all’altra, la valuta criticamente e la assume quale suo oggetto.

Quindi gli autorimproveri sono in realtà rimproveri rivolti a un oggetto

d’amore e da questo poi distolti e riversati sull’Io.

• Aspettativa o bisogno delirante di autopunizione;

• Non sapere cosa si è perduto, per cui la perdita deve essere interna e inconscia.

• Vi è ritiro della libido dall’oggetto perduto, ma non si sposta poi su un altro

oggetto perché il rapporto con l’oggetto è di tipo narcisistico (l’oggetto viene scelto

sul modello della propria persona. Ciò significa che più che una scelta oggettuale vi

era stata un’identificazione narcisistica con l’oggetto: con tale identificazione, se

l’oggetto viene perduto, la libido viene ritirata nell’Io e l’oggetto è assunto

dall’Io, cioè viene INTROIETTATO; una parte dell’Io quindi è identificata con

l’oggetto introiettato e quindi nasce da qui la scissione, dove una parte dell’Io

viene perduta, e l’altra (il Super-io), come detto, è in collera con l’oggetto per

questa perdita che non accetta, oggetto che però ormai è identificato con l’Io,

e questo spiega le AUTOACCUSE, ma anche il suicidio, che ha appunto la

funzione di punire l’oggetto (SUICIDIO, definito da Freud “un’enigma”, dato

che nessuno troverebbe l’energia psichica necessaria per uccidersi, se in

innanzitutto non uccidesse insieme anche un altro oggetto con cui si è

identificato). Ciò fa capire che l’Io, nei confronti di questo oggetto così

indispensabile, abbia vissuto anche una forte componente aggressiva, sviluppando

così sentimenti ambivalenti, che spiegano il sadismo con cui l’Io si relaziona al

soggetto.

Kierkegaard: “la disperazione non è mai per l’oggetto esterno ma

per noi stessi. Una giovane perde il fidanzato e si dispera. Non è per

il fidanzato perduto ma per il sé-senza-fidanzato. E così per tutti i

casi di perdita, si tratti di poter, di denaro o di rango sociale” (“La

malattia mortale” – chi meglio di lui può parlare di scelte!)

• Regressione orale, dovuta al fatto di introiettare l’oggetto, che richiama il

meccanismo dell’INCORPORAZIONE, ovvero la modalità di relazione oggettuale

della fase orale, secondo la quale il soggetto fa penetrare e conserva un oggetto

all’interno del proprio corpo. L’io vorrebbe incorporare in sé tale oggetto e, data la

fase orale, vorrebbe incorporarlo divorandolo. Quindi, nella melanconia, da un lato

l’oggetto è investito narcisisticamente, dall’altro vi è una disposizione alla

regressione sadico-orale.

Da ciò si capisce come sia importante il ritiro della libido dall’oggetto perduto, e il

successivo reinvestimento di essa su un altro oggetto, evento questo difficile nella

melanconia (visto che la libido viene spostata sull’io), e che può diventarlo anche nel lutto,

sfociando nella situazione del cosiddetto “lutto complicato”, di un lutto cioè che si

prolunga eccessivamente nel tempo (oltre i due mesi) e che favorisce l’emergere di tratti

melanconici dovuti all’incapacità del soggetto nell’accettare la perdita.

Cenni ai contributi di altri psicoanalisti.

L’affetto depressivo non è necessariamente sinonimo di malattia depressiva: tale

sentimento è come l’angoscia, un’esperienza soggettiva universale dello sviluppo umano,

attraverso cui l’uomo tenta di dominare i conflitti; si parla di malattia quando questo

sentimento depressivo è il sintomo principale, all’interno di una situazione clinica

altamente regressiva.

Per quel che riguarda una definizione di sentimento depressivo, esso si specifica come

mancanza di sentimenti, segnale di non avere a disposizione energia da investire,

essendo tutta accorsa a soccorrere l’Io, impegnato a cercare di sopravvivere di fronte agli

attacchi dell’istanza critica.

Grande importanza per la prima concettualizzazione del lutto e della melanconia, anche se

inquadrata come fissazione anale (inizialmente), la riveste la figura di Abraham, il quale,

dopo che Freud individuò il processo di incorporazione nella melanconia, vide la

melanconia come regressione alla fase sadico-orale. Secondo lui sarebbero i desideri di

divorare e distruggere l’oggetto alla base dei due sintomi fondamentali nella depressione,

ovvero il rifiuto del cibo e la paura di morire di fame.

Nel 1924 torna sulla somiglianza tra ossessivi e melanconici (ambivalenza, tendenza

all’ordine) formulando l’ipotesi che il depresso negli intervalli liberi, sia un ossessivo,

ipotizzando due sottofasi dello stadio anale: una concentrata sull’espellere, l’altra

concentrata sul trattenere. Per il depresso Abraham ipotizza una regressione alla prima

sottofase, all’annientamento piuttosto che al suo possesso e così perde l’oggetto d’amore,

e ciò lo lascia con un senso di vuoto interiore che cerca di correggere con

l’incorporazione orale.

Melanie Klein ha ripreso la problematica della depressione puntando la sua attenzione

più sull’affetto depressivo che sulla malattia vera e propria. Teorizza che nella seconda

metà del primo anno di vita si strutturi la “posizione depressiva”, strettamente

connessa con la posizione schizo-paranoide precedente (dominata da tendenze

sadiche del bambino contro il seno materno visto come oggetto parziale).

Colloca coì la problematica depressiva nel passaggio difficile e incompleto dalla

posizione schizo-paranoide a quella depressiva. Le persone che da adulte saranno

affette da stati maniaco-depressivi non sono riusciti a superare la posizione

depressiva, non avendo potuto utilizzare meccanismi riparativi nei confronti

dell’oggetto perduto (anche se nella normalità la posizione depressiva non è mai

superata del tutto). Se perdura la fantasia di averli distrutti irreparabilmente, avendo

dunque perso per colpa propria il vero oggetto d’amore, è chiaro che questa perdita

sarà irreparabile e fonte di depressione.

Così il maniaco depresso e colui che non riesce a elaborare il lutto hanno in

comune, dice la Klein, il fatto di non essere riusciti a consolidare i loro oggetti

interni “buoni”, non hanno mai superato la posizione depressa infantile.

Nel lutto normale, invece, questa posizione viene rivissuta nella perdita di un caro e

superata, come nell’infanzia, nel reinsediare dentro sé sia i genitori buoni che la

persona appena venuta a mancare e ricostruendo il suo mondo interiore disgregato

e in pericolo.

Occorre tenere a mente che l’oggetto kleiniano è diverso da quello di Freud: per la Klein la

perdita dell’oggetto amato diviene di fatto una lesione permanente nella possibilità stessa

di pensare e il lutto è un processo di riparazione e ricostruzione dell’oggetto.

Del tutto differente è il pensiero di Edith Jackson, la quale interpreta gli stati depressivi

come conseguenza di un conflitto narcisistico fra un immagine desiderata e una

fallimentare del proprio Sé, attaccato da grandi quote di aggressività che l’Io, per cause

sia interne che esterne, non riesce a investire in un oggetto libidico.

CAPITOLO 18. “LA PULSIONE DI MORTE”,

La svolta che nel 1920, porterà al concetto di pulsione di morte sarà principalmente dovuta

ai gravi eventi luttuosi che accompagnarono quel periodo di vita di Freud (la morte di

Anton von Freund, mecenate della psicoanalisi; della figlia Sophie; di Ernst e Heinz).

Il narcisismo di cui abbiamo parlato fin ora è il cosiddetto “narcisismo di vita”, fatto

rientrare da Freud nel concetto di Eros. Quando però Freud descrive il narcisismo

secondario, parlerà anche di un “narcisismo negativo”, una variante negativa del

narcisismo sostenuta da gravi e privative carenze nella relazione primaria, descritta

da Freud con la metafora del mito Androgino essere sia maschio che femmina, la cui

perfezione lo portò a minacciare gli dei: Zeus allora per punirli li divise a metà e da quel

giorno cercarono la metà mancante e quando la ritrovarono si riabbracciano e non si

preoccupano più né di mangiare né di bere, e così muoiono di inedia.

In questo mito vi è la rappresentazione di aspetti narcisistici negativi sia espansivi (la

tolleranza) che difensivi (ricerca della metà mancante); ed anche in termini relazionali

rappresenta bene una relazione narcisistica negativi, ripiegata su sé stessa, che fugge il

mondo oggettuale e che è destinata alla morte.

Questo morire di inedia, ripropone con forza a Freud l’antica idea di una tendenza

fondamentale ed originaria in ogni essere vivente a ritornare allo stato inorganico, che una

volta individuata la variante negativa del narcisismo, chiamerà pulsione di morte, la quale

richiama il pensiero di Schopenhauer e di Empedocle, secondo il quale due sono i principi

che governano ciò che accade nella vita, l’amore e l’odio.

È in “Al di là del principio di piacere” Freud opera la contrapposizione tra pulsioni di vita

“Eros” e pulsioni di morte “Thanatos”. In questo modo viene ribadita l’opposizione

fondamentale in un primo tempo fatta tra fame e amore, che ora diventa opposizione tra

amore e odio.

• Eros: è la più appariscente e la più facile da individuare; essa comprende non

soltanto la pulsione sessuale, ma anche la pulsione di autoconservazione (attribuita

all’Io); a detta di Freud esso complicherebbe la vita allo scopo naturalmente di

conservarla. Esso stabilisce unità sempre più vaste di particelle disperse

nella sostanza vivente: tende dunque ad unire.

• Thanatos: il suo rappresentante principale è il sadismo e completa il compito di

ricondurre il vivente organico nello stato privo di vita; esso al contrario di Eros,

tende all’aggressività distruttiva/odio, anziché unire, divide, distrugge.

Vi è l’impressione che le pulsioni di morte siano per natura “mute” (rimane muta

finché agisce all’interno come pulsione di morte; la si avverte soltanto

quando agisce all’esterno come pulsione distruttiva), e che il frastuono della

vita provenga dall’Eros.

Il concetto di pulsione di morte viene anche pensato a partire dall’osservazione

clinica, dato che Freud le riconosceva in manifestazioni auto ed etero-distruttive

quali la melanconia, il suicidio e la nevrosi ossessiva.

Con l’istruzione del Super-io importi considerevoli della pulsione aggressiva

vengono fissati all’interno dell’Io, ove operano in senso autodistruttivo (“si può

dunque supporre che l’individuo muoia per i suoi conflitti interni”).

Ad ognuna di queste due pulsioni corrisponderebbe uno specifico processo fisiologico

(costruttivo/distruttivo – anabolico/catabolico) e entrambe sarebbero attive: le

manifestazioni umane di odio e amore dipendono dal grado di “fusione” e “defusione” di

queste due componenti tenendo conto che le manifestazioni più patologiche sono legate a

uno stato di “defusione” pulsionale.

Oltre a considerare lo stato di fusione o di defusione pulsionale, c’è da aggiungere che

queste forze pulsionali sono in qualche modo regolate e modulate da entità regolatrici

interiorizzate, quali il Super-io, e dalla situazione relazionale do ogni soggetto con l’altro e

con l’ambiente.

Dal principio di piacere alla coazione a ripetere.

In “Al di là del principio di piacere” Freud si trova a fronteggiare alcuni problemi che

sembrano mettere in discussione l’intera costruzione del funzionamento mentale basato

sul principio di piacere, esposto nel Progetto, [in base al quale il flusso degli eventi

psichici, sempre stimolato da una tensione spiacevole, prende una direzione tale

che provochi un abbassamento di questa tensione, evitando il dispiacere e

producendo piacere].

Ciò che va contro tale principio è la COAZIONE A RIPETERE, una particolare tendenza

dell’individuo, a ripetere piuttosto che a rifuggire da situazioni anche altamente

spiacevoli.

Riferita alla pulsione di morte la coazione a ripetere trae la sua potenza dalla tendenza

irreprimibile a ritornare a uno stato precedente di cose, dunque è determinata dal

principio di inerzia (ridurre a zero l’energia del sistema).

Così Freud ammette l’esistenza di esperienze che contraddicono il principio di piacere,

come le situazioni traumatiche, e in particolare i sogni delle nevrosi traumatiche, che

riportano costantemente il malato nella situazione del suo incidente, malato fissato sul suo

trauma.

Il trauma infatti mette da parte il principio di piacere, in quanto sorge il problema di legare

le masse di stimoli in modo poi da potersene sbarazzare; i sogni allo stesso tempo,

non assolvono certo alla loro funzione assegnatagli con il principio di piacere, cioè quella

di appagare i desideri, ma aiutano a padroneggiare gli stimoli sviluppando un’angoscia

difesa, la cui mancanza era la causa della nevrosi-traumatica.

Questo meccanismo è quello della coazione a ripetere (più primitiva rispetto al

principio di piacere), che serve, come abbiamo visto, a sacrificare e eventualmente

padroneggiare l’eccesso di stimolazione. Essa è fondamentale, in quanto la situazione

contraria, cioè quella di “non pensiero” del trauma, impedisce all’angoscia di proteggere

l’Io, visto che esso dà vita all’angoscia primaria, che scalza le difese piuttosto che favorirle,

a differenze dell’angoscia di difesa.

Ecco dunque, che vi è una nuova rivisitazione del trauma, dei quali Freud adesso

distinguerà di due effetti diversi:

• Positivi: riguarda lo sviluppo della coazione a ripetere;

• Negativi: sono invece le reazioni di difesa quali elusioni, inibizioni e fobie.

e chiamerà “eventi traumatici” quegli eccitamenti che provengono dall’esterno e che

sono abbastanza forti da spezzare lo scudo protettivo. Ecco che si fa di nuovo avanti l’idea

del Progetto sull’esistenza di “schemi protettivi” che Freud collegava alla tendenza

originaria del sistema neuronico, rappresentata dal principio di inerzia a ridurre a zero

l’energia del sistema. Ora questa idea si precisa nel concetto di “schermo antistimolo”,

utilizzato da Freud per disegnare una funzione di protezione contro stimoli provenienti dal

mondo esterno. Si tratta di un apparato concepito come uno strato superficiale che

avvolge l’organismo e filtra passivamente le eccitazioni e sotto questo rivestimento si trova

lo strato recettivo, cioè il sistema percezione coscienza, connesso sia con gli stimoli interni

che con quelli esterni. Viene quindi ribadita l’ipotesi che il trauma sia da intendersi come

lacerazione di questo strato protettivo e viene dunque ribadita la natura economica del

trauma, che non è altro che un eccitamento eccessivo della vita psichica che non si riesce

a liquidare o elaborare e che dunque implica il concetto di impensabilità; ecco dunque che

si stabiliscono due tempi del trauma:

• Il primo tempo impensabile, e quindi impossibilitato ad entrare nella psiche (più

che rimosso sarebbe più corretto dire respinto, in quanto non pensabile, non

rappresentabile);

• Il secondo tempo della coazione a ripetere, che apparentemente funziona come

un ritorno del rimosso, un riproporre la scena traumatica, che diventa così, almeno

potenzialmente pensabile ed elaborabile.

Il gioco infantile.

L’osservazione parte dal nipote Ernst, che quando era lasciato solo, soleva ripetere un

gioco nel quale lanciava un rocchetto oltre il letto, facendolo sparire e pronunciando

contemporaneamente “via”; poi tirava nuovamente fuori il rocchetto e salutava la sua

ricomparsa con un allegro “da” (qui).

Questo gioco, secondo Freud, aveva la funzione di addomesticare l’esperienza

traumatica dell’abbandono, dove la posizione del soggetto diventa attiva, riuscendo ad

attuare un controllo dell’esperienza traumatica. Successivamente notò anche, che

quando la mamma scomparve definitivamente (quando il bambino aveva 5 anni), il

bambino non mostrò alcun segno di afflizione, a dimostrazione del fatto di come il gioco

fosse uno strumento di controllo ed elaborazione del trauma.

La coazione a ripetere nel transfert.

Nel capitolo sul transfert, Freud non smette di sottolineare come il malato è piuttosto

indotto a ripetere il contenuto rimosso nella forma di un’esperienza attuale, anziché a

ricordarlo: questa è la nevrosi di transfert

L’aggressività.

In un primo tempo Freud intendeva l’aggressività come una componente delle pulsioni

libidiche ed era una prerogativa maschile, avente lo scopo di conquistare, vincere le

resistenze e sottomettere l’oggetto d’amore.

Successivamente con Pulsioni e loro destini, l’odio è definito più antico dell’amore e

l’aggressività è pensata come facente parte della pulsioni dell’Io, intesa come una

pulsione diretta al controllo del mondo esterno. Quindi mentre l’amore è in relazione con il

piacere, l’odio e l’aggressività hanno a che fare con l’autoconservazione.

Però, la melanconia non permetteva di considerare l’aggressività come qualcosa che

poteva essere diretta solo verso il mondo esterno e quando nascerà il nuovo dualismo di

pulsioni di vita e pulsioni di morte, l’aggressività sarà collegata con le pulsioni di morte, e

intesa come manifestazione di essa quando è rivolta all’esterno (si parla di pulsione di

distruzione/sadismo).

È allora importante prendere in considerazione le nozioni di impasto, ovvero

manifestazioni aggressive sane (segno di impasto pulsionale tra Eros e Thanatos) e

disimpasto, al contrario manifestazioni aggressive molto distruttive. [Es:

componente sadica sessuale= impasto adeguato allo scopo; sadismo autonomo

perverso= disimpasto].

L’aggressività va inoltre vista in un’ultima prospettiva, quella del suo rapporto con la

struttura del Super-io; l’istanza super-egoica, infatti, ha la funzione di catalizzare

l’aggressività del bambino verso i genitori, in questo senso, Freud dirà che il Super-io è

tanto più rigido, non perché lo sono stati i genitori, ma in conseguenza con il tasso di

aggressività che il bambino nutre verso le figure genitoriali (il rapporto tra aggressività e

Super-Io, può spiegare la melanconia).

Guerre razzismo, violenza gratuita sono per Freud le manifestazioni dell’aggressività

umana, quale evidente espressione della pulsione di morte e del disimpasto pulsionale.

Principi di inerzia e costanza --> Pulsioni di vita e di morte

Con il lavoro del 1920 la pulsione di morte prende il posto del principio di inerzia; la

pulsione di morte è regolata dal principio del Nirvana, il quale mira a ricondurre

l’irrequietezza vitale alla stabilità dello stato inorganico. Così la pulsione di morte

scalza il principio di piacere che può essere allora inteso come una modificazione del

principio di Nirvana, dovuta alla tendenza altrettanto originaria alla vita, che contrasta la

pulsione di morte introducendo tensioni e complessità.

Così nascono nuovi collegamenti:

• Il principio del nirvana esprime la tendenza della pulsione di morte;

• Il principio di piacere rappresenta la pretesa della libido, diventa un meccanismo

psichico degli apporti affettivi e non si differenzia più dal principio di costanza;

• Il principio di realtà rappresenta l’influenza del mondo esterno

La contrapposizione tra principi di inerzia e di costanza viene ora spostata sul piano della

contrapposizione tra pulsioni di vita e pulsioni di morte: sono le pulsioni di vita, con le loro

tensioni e con il loro fragore, che legano gli investimenti libidici e in tal modo contrastano

l’opera silenziosa ma fatale della tendenza alla morte.

Alla luce di queste considerazioni la coazione a ripetere è un aspetto della pulsione di

morte a causa del suo spreco entropico di energia che ne determina l’inefficacia ripetitività.

L’energia utilizzata nella ripetizione non serve ad evitare di dispiacere ed è quindi

sprecata.

Ecco perché ad essa Freud le affibbia l’aggettivo “demoniaca”, perché rivela un alto

grado di pulsionalità e anche perché, nonostante questo dispendio di eccessive energie,

non è altro che un tentativo, destinato a fallire, di scaricare la tensione del sistema

psichico; è destinata a fallire non perché non dà vita a un’effettiva diminuzione di tensione,

ma perché tale fenomeno è costretto a riprodursi continuamente nel ripetere coattivo.

Successive considerazioni sul concetto di morte.

Dopo la morte di Freud, il concetto di pulsione di morte è caduto in discredito (ad

eccezione dei kleiniani) prontamente sostituito dal prevalere dell’interesse per l’ambiente

esterno e le cure materne. Molti autori, riguardo gli aspetti clinici della pulsione di morte,

affermavano che non avrebbe dovuto considerare l’aggressività come un istinto primario,

bensì come una reazione secondaria alla frustrazione secondaria proveniente dal mondo

esterno.

Nel pensiero kleiniano, la pulsione di morte diventa una pulsione distruttiva primaria in

antitesi con la pulsione di vita e che quindi non contempla il concetto di impasto e

disimpasto (diversa dalla pulsione freudiana intesa come primaria tendenza

all’inorganico).

La pulsione di morte per la Klein, ha un ruolo fondamentale fin dalle origini

dell’esperienza e suscita l’angoscia di disintegrazione e di annientamento che

produrrà l’innesco di meccanismi difensivi primitivi come la scissione, la proiezione

e l’idealizzazione.

Tale pulsione è un concetto psicologico, e non biologico come in Frued, e segnala un

attacco originario contro l’oggetto. È l’INVIDIA l’espressione principale della

pulsione di morte, che è la fantasia di entrare in un oggetto buono per danneggiarlo

e depredarlo dai suoi contenuti; mentre la GRATITUDINE, è l’espressione delle

pulsioni di vita.

CAPITOLO 19. “LA TEORIA STRUTTURALE”.

La seconda topica parla di Es, Io e Super-io e, a differenza della prima che sembra una

carta geografica di luoghi psichici (ha dunque valenza topografica), si concentra

maggiormente sul funzionamento psichico delle istanze.

Ne l’Io e l’Es (1922) propone una nuova struttura tripartita in cui ciascuna delle tre istanze

possedeva aspetti inconsci, anche se solo l’Es risultava essere totalmente privo di

accesso alla coscienza. È a partire da Introduzione al narcisismo che Freud comincia a

muoversi verso una concettualizzazione più attiva dell’Io: il narcisismo diventa quindi il


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ForatB

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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ForatB di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dinamica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Ieri Cecilia.

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