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Sunto di psicologia dinamica

Docente Ieri, libro consigliato Manuale di psicologia dinamica, Concato.

Sándor Ferenczi – 1873/1933

Fu il fautore della terapia attiva, frutto della constatazione che la libera associazione spesso concedeva al paziente la possibilità di esprimere le sue resistenze in una produzione di pensieri e fantasie totalmente fuorvianti ed inutili. Ferenczi riteneva che fosse inevitabile che il paziente ripetesse fasi del suo sviluppo nel contesto analitico e che questo fosse necessario al fine di far riemergere materiale che altrimenti sarebbe rimasto sepolto.

L’attività consiste allora nel fatto che l’analista stimola la tendenza alla ripetizione del paziente qualora questa non si verifichi spontaneamente; deve dunque realizzarsi un’alternanza tra il cedere, il lasciar andare il paziente alla ripetizione o addirittura stimolarla.

Si abbandona perciò l’idea che l’interpretazione abbia effetto in quanto svela al paziente una verità relativa al suo passato; occorre invece che ogni spiegazione data dal paziente riguardi la sua esperienza attuale e quindi ogni rivelazione sul passato ha effetto solo in quanto quel passato ha effetto solo in quanto quel passato è ripetuto nell’attività.

Elemento essenziale della tecnica attiva è la frustrazione, infatti si è visto come l’impedimento provocato dalla frustrazione alla ripetizione provochi un aumento di tensione psichica che facilita l’emergere del materiale che si nasconde dietro il sintomo e che viene nascosto dalla ripetizione.

Via via, però, questo metodo della frustrazione appare meno efficace agli occhi dell’autore, che inizia a preferire un metodo basato su un atteggiamento di cure materne nei confronti dell’analizzato che ne favorisca la regressione e dia spazio al riemergere di esperienze infantili dolorose; durante queste regressioni Ferenczi si lascia abbracciare e baciare dai pazienti facendo così venire meno l’imparzialità e neutralità tanto cara a Freud.

Così pone accanto al principio di frustrazione quello di concessione, caratterizzato da una concessione di libertà al paziente e da una grande empatia del terapista nei confronti del paziente, condizione questa che al contrario di aumentare la tensione, come avveniva nel principio di frustrazione, facilitava un senso di distensione del paziente: l’atteggiamento severo e riservato dell’analista non faceva altro che far rivivere al paziente la continuazione della lotta infantile contro l’autorità degli adulti.

Ferenczi fu il primo a introdurre il concetto di empatia, definita da lui come la capacità di mettersi nei panni di un altro; nell’empatia intervengono sia il pensiero che la sensibilità del terapeuta il quale mantiene dai suoi contenuti interni quella distanza sufficiente a permettergli di riconoscere in essi pensieri e tendenze che per l’altro rimangono del tutto inconsci.

Assieme alla distensione Ferenczi scopre anche il fenomeno della neocatarsi, uno stato di trance, indotto all’interno della pratica delle libere associazioni, nel quale si verificavano una serie di sintomi isterici corporei [parestesie e contratture di precise parti del corpo, seguite spesso da amnesie dell’accaduto], qualunque fosse il tipo di nevrosi di cui il paziente soffriva.

Si tratta di simboli mnestici corporei, conversioni, che sono la ripetizione di antiche esperienze traumatiche e così Ferenczi trae la conclusione che tutte le nevrosi hanno origine traumatica. Quando questa ripetizione si verifica in analisi, il terapeuta ha l’opportunità di trasformare l’agito della ripetizione in ricordo attuale, cioè di avviare un processo di elaborazione. Ma per consentire che la libera associazione possa raggiungere il trauma.

Il trauma

Le reazioni iniziali dei bambini al trauma hanno sempre un carattere somatico e solo più tardi essi imparano a dominare queste iniziali espressioni di sofferenza che vengono riattivate nelle regressioni prodotte dalla terapia basata sulla distensione.

Il trauma si verifica quando manca la volontà da parte dei genitori di rimediare ad uno shock subito dal bambino, con un atteggiamento di tenerezza e di comprensione sincera. Ed è nel contesto relazionale dell’analisi, purché vi sia tenerezza e attenzione, che gli effetti caratteriali del trauma possono risolversi.

Al contrario di Abraham, secondo il quale il senso di colpa nei bambini abusati testimonia la loro corresponsabilità nell’episodio traumatico, Ferenczi afferma invece che durante tale esperienza i bambini si sentono indifesi fisicamente e moralmente, provano quindi paura, una paura che li costringe automaticamente a sottomettersi alla volontà dell’aggressore, identificandosi completamente con l’aggressore. Con l’identificazione, anzi con l’introiezione dell’aggressore, quest’ultimo scompare come realtà esterna, ma il cambiamento più emblematico provocato da questo evento, è l’introiezione del senso di colpa dell’adulto, ecco dunque spiegato il senso di colpa nel bambino esposto da Abraham.

Quando cerca di riprendersi dall’accaduto il bambino è confuso, si sente al tempo stesso innocente e colpevole: crescendo diverrà una persona debole incapace di protestare di fronte ai torti subiti e tendente al mimetismo, avrà quindi una personalità costituita soltanto dall’Es e dal Super-io.

Oltre a questo tipo di abuso, Ferenczi ne rammenta altri due tipi:

  • Punizione passionale: una forma punitiva rabbiosa che ha il potere, tramite sanzioni disciplinari connotate da passionalità, di rendere colpevole il bambino di mancanze compiute innocentemente;
  • Terrorismo alla sofferenza: coincide con l’inversione dei ruoli, in base al quale il bambino ha bisogno di appianare qualsiasi specie di disordine in famiglia per poter nuovamente godere della tranquillità perduta e la tenerezza che dipende da essa.

Carl Gustav Jung – 1875/1961

Jung rifiuta il pansessualismo freudiano evidenziando come al centro della psiche umana non potesse esserci la sessualità, ma la libido, manifestazione di tutti i fenomeni psichici. Egli definisce tale libido come lo slancio vitale di Bergson, intendendola come pulsione dinamica della vita che permette di garantire la conservazione degli individui; essa è rivolta verso il futuro e in grado di svilupparsi, di evolversi e si può spostare su oggetti immateriali. Quando tale sviluppo si blocca si va incontro a regressioni e si sviluppano nevrosi. I simboli della libido manifestano contenuti che arrivano a trascendere la stessa coscienza e aprono al mondo dei valori religiosi; qui la religione si rende disponibile agli usi sociali ed assume valore importante nello stesso sviluppo della civiltà.

Jung intendeva che il comportamento umano non era condizionato solo dalla sua storia individuale, casualità, ma anche dai suoi fini e dalle aspirazioni, teleologia.

Quindi il comportamento è guidato sia da ciò che è passato, realtà, ma anche da ciò che è futuro, potenzialità/teleologia: il presente è determinato dal passato, casualità, ma anche dal futuro, teleologia.

Un atteggiamento casuale rende l’uomo tendente alla disperazione tenendolo vittima del passato mentre un atteggiamento che possiamo definire finalistico rende l’uomo pieno di speranza e di credo nel futuro.

Libido

Come accennato, Jung dà un significato diverso da quello di Freud alla libido, per il quale essa era l’immenso serbatoio dell’energia sessuale. La libido per Jung designa in generale l’energia psichica, di cui la sessualità è soltanto una delle manifestazioni possibili. Essa è una generica tensione verso qualcosa, procede sin dall’inizio della vita, un fiume che scorre ramificandosi in una inesauribile varietà di abitudini. È un elemento fluido e mobile capace di spostarsi, di differenziarsi.

Vi sono due differenti modalità di espressione della libido:

  • Rivolta verso l’esterno, questa modalità si realizza grazie al pensiero indirizzato, o logico, un ragionamento molto serrato in forma verbale: tale pensare è un pensare la realtà, un pensare che cioè si adatta alla realtà;
  • Rivolta verso l’interno, “introversione”, grazie alla quale la libido risveglia le fantasie del mondo interno dell’individuo e produce un’immagine del mondo deformata in senso soggettivo. Tale modalità si realizza invece con il pensiero non indirizzato il quale è “puramente associativo”, si distacca dalla realtà per perdersi in fantasie concernenti il passato e il futuro, rappresenta dunque il sognare, il fantasticare.

I due tipi di pensiero non sono eterogenei e non si escludono reciprocamente, ma sono le tonalità estreme della normale attività di pensiero. Il pensare non indirizzato è una modalità anteriore e più arcaica, più vicina ai dati di fatto elementari. La continua oscillazione del pensare tra le due modalità, l’una più centrata sulla coscienza e l’altra sull’inconscio, permette di postulare un’attività di continua correzione dei progetti coscienti da parte dell’inconscio, che si può dunque considerare come un’intelligenza diversa che mantiene una sua autonoma capacità di giudizio sulla realtà. Queste intuizioni dell’inconscio intervengono continuamente sui processi di pensiero della nostra coscienza razionale. L’inconscio è un’innata e autonoma capacità di creare immagini, analogie, simboli, che non sono arbitrarie e irrazionali produzioni del soggetto, quanto piuttosto l’espressione di intuizioni inconsce che fanno emergere quegli aspetti del mondo che la coscienza esclude.

Questa intelligenza separata funziona utilizzando un repertorio di rappresentazioni simboliche che giacciono nel cosiddetto inconscio collettivo che contiene le immagini primordiali, le quali costituiscono il patrimonio universale dei motivi mitologici a cui tutte le culture hanno attinto per descrivere e dare significato alle esperienze.

Psiche complessa

Jung chiamò complesso quella costellazione di rappresentazioni e di tematiche che, in un individuo, erano collegate ad una precisa tonalità emotiva, capace di perturbare la coscienza. Scoprì che nella dementia praecox i complessi assumono una forma fissa e proiettata, divengono quindi allucinazioni uditive o visive, oppure assumono la forma di spiriti che possono prendere possesso dell’individuo.

Da queste esperienze egli ricavò l’immagine di una psiche dissociabile, non solo nella dimensione patologica ma anche in quella “normale”: nell’individuo “normale” la psiche è complessa, formata da una molteplicità di complessi relativamente autonomi; anche l’Io è un complesso di rappresentazioni che costituisce il centro del campo della coscienza. L’inconscio allora si configura come una coscienza multipla.

I complessi sono fenomeni vitali della psiche, le unità viventi della psiche inconscia; trovano una rappresentazione nei personaggi che popolano i nostri sogni e nelle nostre emozioni che accompagnano i sogni; ma può accadere che un complesso invada la coscienza, se ne impossessi escludendo momentaneamente il complesso dell’Io.

Ogni complesso è condizionato da circostanze esterne, come il complesso materno: concorreranno a formarlo determinanti esterne, cioè le esperienze relazionali, le influenze dei genitori, le identificazioni; o come il complesso di potenza: l’insieme di tutte quelle rappresentazioni e di quelle aspirazioni che tendono a collocare l’Io al di sopra di altre influenze e a subordinare queste all’Io, sia che tali influenze provengano da uomini, sia che esse provengano da impulsi.

La varietà dei possibili complessi è illimitata e soggettivamente specificata; inoltre sembra vi siano complessi che si creano nel momento in cui nell’inconscio si annuncia qualcosa di nuovo.

Gli archetipi

Importante nella formazione di Jung, fu la lettura di Nietzsche, il quale affermava che la scienza riposa su una fede e che non esiste una scienza priva di presupposti; questo concetto coincide con l’idea di Jung che le conoscenze scientifiche siano basate su presupposti di carattere archetipico.

Gli archetipi sono situazioni di vita tipizzate, temi esistenziali che fanno parte del patrimonio dell’umanità. Essi costituiscono il corredo psichico ereditario individuale assieme agli istinti; anzi tra di essi vi è una relazione in quanto ambedue caratterizzati, dice Jung, da un’analoga “forza pulsionale”. Gli archetipi hanno la stessa forza di una pulsione quando si impadroniscono della coscienza; mentre definisce istintuali tutti i comportamenti che corrispondono a processi inconsci.

Così come gli istinti sono “forme tipiche dell’agire”, così gli archetipi sono “forme tipiche del capire”.

L’immagine archetipica va distinta dall’archetipo in quanto ne è la rappresentazione, mentre l’archetipo per definizione rimane inconscio, può essere quindi considerata come un’autoraffigurazione dell’istinto, cioè è la raffigurazione di una forza, di una potenza psichica inconscia e della sua capacità di afferrare la coscienza e quindi gli atteggiamenti e le conoscenze dell’individuo.

Jung poi fa alcuni esempi di archetipi:

  • Archetipo dell’eroe: caratterizzato da una vicenda che ricorre con poche differenze in vari contesti mitico-religiosi; l’eroe è colui che discende dagli inferi, sconfigge il potere delle tenebre e riporta alla luce il tesoro. È il tema mitico della coscienza individuale e della coscienza collettiva occidentale che si è sviluppata confrontandosi e sconfiggendo il potere divoratore dell’inconscio;
  • Archetipo della madre: è un archetipo del femminile, tutti i simboli collegati a questo archetipo si riallacciano alla proprietà del materno che contengono una duplice natura positiva e negativa, quella della madre amorosa e quella della madre terribile.
  • Archetipo del fanciullo: si esprime in immagini infantili che alludono all’imminenza di un cambiamento, aspetto positivo, ma che possono anche alludere ad un infantilismo, ad un rifiuto di crescere, aspetto negativo;
  • Archetipo del vecchio saggio: si manifesta in varianti immaginative di questo personaggio, allude sia alla saggezza, positivo, che alla rigidità, negativo.

Se il soggetto è consapevole del tema archetipico che domina in quel momento le sue rappresentazioni e i suoi comportamenti, può trarne un utile materiale per un allargamento della coscienza.

Altrimenti la coscienza è semplicemente dominata dall’archetipo e in questo caso ne agisce soprattutto l’aspetto negativo. Ad esempio una coscienza dominata dall’archetipo dell’eroe tenderà a essere autoreferenziale, ad escludere dal suo campo ogni idea che non sia stata da essa concepita e voluta e il relativo atteggiamento sarà la categoricità, l’inconsapevolezza.

Tutte le più forti idee e rappresentazioni dell’umanità risalgono ad archetipi, è un presupposto irrazionale non riconoscibile né codificabile dalla coscienza perché agisce proprio dietro di essa e condizionandola, determinando la volontà di potenza dei suoi giudizi.

Solo quando in un sogno, o fantasie, appaiono immagini archetipiche, siamo messi nella condizione di poter riconoscere l’archetipo, di diventarne consapevoli in modo tale da poter impedirgli di avere un totale controllo sulla coscienza.

Solo con il simbolo inconscio, dunque, arriviamo a poter costruire ipotesi sulla qualità della nostra attività cosciente: il simbolo appare nelle produzioni dell’inconscio nel momento in cui il cambiamento si rende necessario ed inizia a realizzarsi.

Infatti il simbolo ha una doppia valenza:

  • Quella di farci comprendere i presupposti inconsci;
  • Quella di alludere a differenti possibili modi di orientare la nostra coscienza.

L’inconscio non è dunque per Jung soltanto il luogo del rimosso ma è anche una sorgente inesauribile di suggestioni, rovesciamenti dialettici dei punti di vista della coscienza e coglie proprio quegli aspetti che la coscienza esclude dal proprio campo e glieli restituisce in forma simbolico-metaforica.

“L’inconscio è visione totale di natura potenziale”.

Per lui l’inconscio è dotato di un potere creativo, è il luogo della potenzialità e della latenza delle idee destinate a prendere forma prima attraverso le immagini, simboli e successivamente attraverso pensieri.

La mediatrice tra coscienza e inconscio, dirà Jung, è l’anima definita come il “messaggero dell’inconscio” che appare nei sogni e nelle fantasie attraverso diverse rappresentazioni simboliche a seconda del contenuto o dell’impatto emotivo del messaggio.

La funzione trascendente

Con il nome funzione trascendente si deve intendere una funzione psicologica che risulta dall’unificazione di contenuti consci e contenuti inconsci. Raramente la coscienza e l’inconscio vivono le medesime esperienze in maniera del tutto coincidente e quando il divario tra loro diviene una contrapposizione si verifica il rischio che la tensione si trasformi in un disturbo psichico [eventualità connessa allo sviluppo culturale del mondo occidentale: la coscienza dell’uomo civilizzato e moderno si è separata dagli istinti e questi ultimi, avendo perso il contatto con la coscienza, sono costretti ad esprimersi in modo indiretto. Quando la vita istintuale entra in conflitto con le intenzioni coscienti, si ha un’introversione del

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/07 Psicologia dinamica

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