Nei cofani
Inventari notarili: ordinati cataloghi di beni. I notai stilavano scrupolosamente le liste di oggetti da tramandare. Prendevano nota di arredi, lenzuola, asciugamani, orci, pignatte e vesti. Guardare nei cofani è un modo per cercare tracce e informazioni sulla società alla quale appartenevano gli uomini e le donne che quelle cose avevano desiderato, posseduto, conservato e tramandato. La società medievale era incline al lusso, conosceva il bisogno dell’essenziale, ma amava il consumo vistoso come esibizione del potere e ricchezza a beneficio di un vasto pubblico, pronta a cogliere l’ostentazione e a marcare le differenze sociali. Per noi quei cofani sono un'enorme risorsa che fotografa i beni tramandati da una famiglia a un'altra. Ci consentono di ipotizzare vari livelli di ricchezza e abitudini.
Inventari notarili e la loro importanza
La stesura di un inventario notarile poteva essere un elenco dei beni dotali, una descrizione di quanto assegnato a un figlio al momento della sua emancipazione, oppure i beni offerti per un debito. Ma gli inventari per eccellenza sono quelli post mortem (il notaio redigeva l’elenco dei beni mobili o immobili del defunto e si impegnava a proteggere l’integrità patrimoniale della famiglia e gli interessi degli eredi). L'inventario tra la fine del secolo scorso e questo è una fonte storiografica. Vengono usati anche i cataloghi dallo storico (libri dei conti dove venivano annotate le spese del vestiario) confrontati poi con l’iconografia, la novellistica ecc. Solo se inserito in un contesto il vestito acquista un senso, svelando il progetto personale e sociale del quale fa parte. Negli inventari abiti e gioielli sono le parole di un complesso linguaggio fatto come in tutte le lingue per comunicare. Il rapporto abbigliamento/costume è equivalente a parola/lingua.
La condizione per la stesura di un inventario era che si possedesse almeno un oggetto per pagare il notaio.
Ravenna nel 1400
A Ravenna nel 1400, un inventario di un insieme di abiti che un marito consegnò alla propria sposa (ella ne aveva l’uso ma non il pieno possesso, essi non erano suoi possessi stabili secondo i costumi del tempo). Il marito ordinò vestiti e gioielli che costituivano un contro corredo, di valore simbolico e di costo proporzionato alla dote assegnata alla donna del quale quest’ultima non era realmente padrona, ma almeno frutice. Per i doni della sposa, il marito intaccava la parte monetaria della dote che aveva ricevuto. Le vesti di quel tempo non duravano meno di 40-50 anni.
- Abbigliamento femminile trecentesco: pellicine, guarnacca, cotta, gonnella (o gamurra), pianelle, più alcuni ornamenti.
- La guarnacca differisce dal mantello per la presenza delle maniche, se a questi si aggiunge anche la camicia si arriva a totalizzare 5 strati di vesti.
- Più era mite la stagione meno strati si avevano addosso.
- Cotta, guarnacca e mantello costituivano un insieme detto “roba”.
Sotto la sopravveste (che dal 1450 si chiamerà non solo guarnacca ma anche pellanda) si indossava la gonnella (chiamata anche gamurra). In estate si indossava cotta e giornea, sopravveste senza maniche, mentre in inverno essa era foderata di pelliccia. La cotta comunque, non era un capo alla portata di tutti, essendo fatta di una stoffa sfarzosa.
Durante l’ultimo medioevo e la prima età moderna, si trovavano spesso doni di vestiti a persone ma anche a istituti. Nel 1539 il doge di Venezia lasciò alcuni suoi abiti alla chiesa di San Francesco della Vigna. In un altro testamento del 1360 compare un particolare che dimostra la condizione più elevata della defunta: una gonnella di velluto verde foderata di Vaio, uno scoiattolo che era molto amato negli ultimi secoli del medioevo e alquanto ambito in quanto insegna nobiliare di dottorato non di rado usurpata. ("tornare tutto coperto di vai" Decameron, tornare dall’università bolognese dottori). Il vaio usato per rivestire cappucci e dorsi si usava tanto d’inverno quanto d’estate. Come in questo caso anche una veste da sotto poteva essere ricoperta di vaio.
I quattro capi ricoperti di vaio segnano appunto la differenza della classe sociale tra la donna precedente e questa che invece è moglie di un giudice. I cofani di quest’ultima contengono anche veli di seta e cotone. Tutte le donne indossavano un velo sul capo sin dalla fine del 1200. Esso da segno di modestia iniziò ad essere oggetto di ricercatezza ed eleganza. Erano veli finissimi di seta per valorizzare il volto combinati con perle, vengono spesso ritrovati nei cofani del 300.
Abbigliamento e prestiti
La consegna di vesti e gioielli a garanzia di prestito era diffusa in tutte le città e in tutti gli ambienti (mondo aristocratico e corti). Era molto frequente una discordanza sul valore delle stime dei beni dotali. Un altro testamento comprendeva diversi tipi di ventagli, dalle comuni ventarole ai più raffinati ventagli piumati, a questi oggetti si attribuiva un significato a seconda della loro posizione.
Il balzo era un copricapo rotondeggiante, tipicamente italiano, molto in voga in pieno 1400. In Francia le donne indossavano cappelli fatti a corna o a sella. Il balzo era di ragguardevoli dimensioni e poteva essere di seta di vari colori, ornato di cordelle colorate o di passamaneria, arricchito con perle e pietre preziose.
Rimini nel 1400
Nella Rimini del 400 gli uomini portavano il farsetto che copriva il busto ed era solitamente imbottito: questo è un capo che si impose in Italia tra il 1300 e il 1400, fino al 1550 si alternò con il giubbone, un capo simile. Il farsetto rappresenta un’importante trasformazione nel modo di vestire dell’uomo, quasi un annuncio di modernità: al posto di vesti lunghe e poco attillate che nascondevano alla vista le forme, troviamo il corpo maschile fasciato da un indumento corto che espone le gambe, mostra la conformazione dei corpi in una sorta di "proto giacca", (vera e propria rivoluzione). Gli uomini più vecchi sopra al farsetto portavano una veste lunga fino al ginocchio. Quando era più freddo si usava coprire tutto con la pellanda lunga fino alle caviglie e foderata di pelliccia; ovviamente a seconda dello strato sociale questi capi erano più o meno preziosi o numerosi. Il farsetto poteva essere di pignolato (ovvero di lana e canapa), bianco o nero, oppure di seta di velluto o di cuoio, foderato o no, usato o nuovo.
Il guardaroba più fornito del tempo era quello di Ludovico Mengozzi, ma quello più prezioso era quello del signore della città Sigismondo Pandolfo Malatesta, nel quale si trovavano vesti d’oro e foderate di ermellino, ornate di oro e seta nera. Inoltre, molti indumenti tinti di rosso, come scarpe rosse simili a stivaletti. Nel 1300 e 1400, l’iconografia prova come il "rosso" fosse la tinta d’elezione per le scarpe, alte o basse con la punta più o meno allungata, indossata da uomini o donne. (nel Medioevo come nell’Età Moderna anche una sposa in rosso non era un’eccezione).
Non solo la quantità di capi, ma anche l’uso della seta, dell’oro e del vaio, nonché le fatture ricercate, a balze o con ricami, testimoniano il privilegio del signore. Le vesti più citate negli inventari quattrocenteschi riminesi vi sono le gonnelle o gamurre (che erano vesti semplici o sfoderate da portare sotto alla sopravveste, erano verdi o azzurre). Erano numerose anche le cuffie, più rare le berrette. Raramente si parla di scarpe, ma si parla invece di pianelle che lasciavano scoperti i calcagni e venivano fissate al piede da strisce di cuoio o di tessuto. Di spicco sono le scarpette vermiglie della figlia del signore Sigismondo Pandolfo Malatesta, Lucrezia Malatesta, che le assegnò una ricca dote. Indossare delle scarpe rosse nel 1400 era di gran moda ma secondo la severa morale del tempo comportava commettere un peccato di vanità esattamente come sfoggiare vestiti con strascico o panni "frapati e rechamati". Questo infatti lo si ricava dalla lettura di uno dei tanti confessionali compilati verso la fine del medioevo: essi erano degli elenchi dei peccati che servivano per facilitare il compito dei confessori. Spesso gli abiti degli inventari riminesi erano usati o vecchi: erano vesti bucate e corrose dai topi.
Il termine "camixia" risale al tardo medioevo; le camicie non erano ritenute indispensabili in quanto capo poco efficace a proteggere dal freddo ma era un indumento confortevole e ripetutamente lavabile. Spesso per camicia si intendeva una tunica lunga per le donne, e una più corta per gli uomini, provvista di maniche e fatta di cotone o lino.
Dalla documentazione riminese emergono tre categorie sociali identificabili sulla base del numero e della qualità delle vesti possedute:
- Il signore e i cortigiani
- Gli artigiani e i mercanti, bauli colmi di mantelli, farsetti, gamurre, maniche e balzi (Mengozzi)
- Contadini e i dipendenti di bottega (pochi denari)
Venezia
Di chi poco aveva, poco si sa. Nel guardaroba di un doge veneziano invece si possono trovare: un panno scarlatto che era molto fine (dal termine scarlat che indicava proprio tessuto fine): di un bel rosso nero e brillante: del velluto vermiglio bordato di vaio. Anche in questo guardaroba vi è la prevalenza del rosso acceso che ha una particolare evidenza in una città (Venezia) dove vi era la prevalenza dell'uso del nero, mentre l’azzurro era caratteristico dei ceti popolari. Nei cassoni erano custodite le pellicce. Numerosi erano anche gli "orieri" (cuscini); mentre il denaro contante era contenuto in uno scrigno mentre alcune scritture erano contenute in uno scrigno forse importante per il doge quanto le monete. Il doge e la sua famiglia avevano il compito di rappresentare lo splendore dello stato. Mentre mogli e figli dei cavalieri ostentavano zoccoli altissimi, robe di broccato d’oro, e zendadi. Vecellio che nel 1562 ha dato alle stampe una raccolta di 121 incisioni di costumi con didascalia dove descriveva queste donne pazze per i colori verdicini. La moglie del doge ovviamente era un’ostentazione di sfarzo e lusso.
In quel periodo possedere i guanti non era comune. Il loro utilizzo si diffuse solo nel 1450 quando oltre che parte dell’armatura del guerriero erano anche elemento distintivo del medico e del giudice (sostanzialmente di chiunque fosse addottorato). Anche il doge di Venezia li portava in segno della sua autorità. L’ermesino era una seta leggera che prendeva il nome dalla sua città natale Ormuz. (come Nylon nasce da New York e London). Questa seta faceva parte dei beni di un cardinale insieme ad una veste scarlatta, foderata di ermellino e altre di martora, e di alcuni gioielli. Poi, non solo le donne, ma anche gli uomini presero ad indossare le cuffie: di seta o di altro tessuto che si allacciavano sotto il mento, sia per mantenere a posto i capelli, per ripararsi dal freddo.
Giulia, una cortigiana di Venezia, detta Lombarda, era conosciuta nella sua città nella prima metà del cinquecento. Sua sorella ne compila l’inventario. Gli appartenenti allo strato più basso della popolazione potevano vestirsi come volevano se ne avevano i mezzi, perché gli altri veneziani erano soggetti a severe restrizioni. Nell’inventario di questa Giulia compaiono un paio di maniche turchine di raso strataiade. Si trattava di una foggia diffusa alla fine del 1400 dopo che alcuni Lanzichenecchi spogliarono i capi dei morti dei nemici delle vesti di broccato che impiegarono nel rattoppare tagli e strappi delle loro. Nasce così la moda del crevé, ovvero delle fessure che lasciavano intravedere il tessuto di colore contrastante che stava sotto. Le maniche erano un complemento mobile che si applicava all'uno o all'altro vestito. Inoltre, vi abbondavano le scarpe, poi, vi compaiono svariate vesti, di velluto o lana. Alcune coperte ventagli.
All’epoca era anche molto diffuso l’uso dei capelli "posticci" e esso era ben testimoniato dall’iconografia: (quadro del Carpaccio) essi erano dei capelli morti vigorosamente osteggiati dai predicatori, i quali li davano alle fiamme in quanto li vedevano come peccato di vanità. (Bernardino da Siena). Non aveva fili di perle forse perché non erano consentite alle cortigiane, giacché queste testimoniavano elevatezza di casato privilegio economico. Anche la stoffa rossa di seta era proibita. Le vesti e gli oggetti di uso personale erano custoditi in cofani e "cofanini" che erano scatole rotonde sempre di legno, cassettoni dipinti ma anche intagliati che spesso fungevano d’arredamento, erano di colore verde e rosso che erano colori predominanti nelle case veneziane ed erano stati acquisiti dall’oriente, così come gli arazzi e i tappeti. Tutte le camere davano verso Santa Caterina.
Bologna
Confrontiamo ora il guardaroba di Giulia con quello di un’ebrea bolognese, Colombina, che disponeva di risorse economiche superiori ma che comunque, come Giulia, aveva una posizione marginale nell’ordine sociale bolognese. Era sposata nel 1450 con un ricco banchiere, Abramo, che gestiva un banco dei pegni in Piazza Santo Stefano a Bologna. E la casa dei due coniugi era allestita ad ospitare e custodire questi pegni. Dall’inventario si rinviene che i gioielli e i preziosi erano custoditi nella camera da letto (luogo più protetto) mentre i capi d’abbigliamento nello studio. In quest’ultimi prevaleva il colore nero. Nello studio c’era il forziere della moglie Colombina che possedeva dei guarda cuori che erano dei farsetti senza maniche o con, di velluto di damaschino, o di panno ecc. Quello di velluto aveva le maniche di broccato d’oro, mentre quello più bello era di panno rosato con maniche di velluto nero listate sempre d’oro.
La normativa suntuaria bolognese, del 1474 di Francesco Gonzaga per disciplinare l’uso di vesti e ornamenti, si occupò per la prima volta degli ebrei: alle donne come Colombina (mogli o figlie degli ebrei) era proibito indossare guarda cuori di velluto, ne erano solo consentite le maniche se e solo se esse non erano in oro o argento. Inoltre, era consentirono loro portare solo tre anelli ed era vietato portare perle e altri gioielli. Vietato anche un guarda cuore rosato. Colombina aveva nel suo guardaroba diverse vesti vietate, velluto broccato d’oro per esempio; oltre però, essere difficile dimostrare che ella li abbia realmente indossati, rimane tuttora irrisolta la questione rispetto alle leggi suntuarie bolognesi: queste normative nel caso non fossero rispettate prevedevano soltanto delle sanzioni, quindi sarebbe bastato che Colombina pagasse 25 lire ed ella poteva indossare ciò che voleva.
Non funzionava così però in tutte le città: a Venezia per esempio una norma suntuaria poteva prevedere dal sequestro dell’oggetto proibito alla carcerazione.
Questo fatto che la legge suntuaria fu allargata anche agli ebrei fa pensare: o ad un voler integrare la comunità ebraica nella società maggioritaria; oppure ad un gusto e un’ostentazione di vesti ed ornamenti che gli ebrei condividevano con il resto della popolazione: (non ha occhi un ebreo? Non ha mani, organi, statura, sensi, affetti e passioni? Se siamo come voi in tutto e per tutto, anche in questo vogliamo somigliarvi…) inoltre si ricorda che molti pegni consegnati dai clienti dei banchi erano capi di abbigliamento.
Un'altra donna ebrea bolognese di cui ci è pervenuto l’inventario, il suo guardaroba è molto più modesto e improntato sulla massima severità, nonostante anch’essa implicata sull’anticipazione di danaro e non povera.
Comacchio
Comacchio è una città singolare che, come Venezia, si basava sull’equilibrio di acque diverse, lagune, fiumi e mari: ma a differenza di Venezia non seppe mai trasformare la sua posizione naturale in risorsa. Dal 1555 al 1565 a Comacchio furono assegnate circa 100 doti alle donne che erano in procinto di sposarsi durante il predominio degli Estensi. Esse variavano più o meno da 150 a 300 lire. Quindi ne balza all’occhio la considerevole omogeneità. In linea di massima, la lista dei beni dotali comprendeva capi d’abbigliamento, quasi mai contanti (variava di poco anche valore o numero dei vestiti).
Ogni inventario esordiva con l’indicazione del letto e dei suoi arredi, similmente a come accadeva nel milanese. Evidentemente la dotazione della casa era interamente data alla donna, così come le attività domestiche. Ciò invece non era mai successo a Pisa quando il letto non era nel contratto dotale nel 1500.
Nei beni dotali vi era il grembiule: questo non serviva solo a proteggere le vesti sottostanti e non era una veste solo da lavoro. In epoca medievale, come veste da lavoro, esso era indossato sia dagli uomini che dalle donne, sia per lavorare in casa, sia per i campi. In genere erano in tela non tinta, ma fra il 1400 e 1500, se ne trovano anche blu e rossi. Le comacchiesi li portano soprattutto bianchi e azzurri.
Poi vi era la camicia: esse si distinguevano invece in femminili e maschili, con o senza colletto: esse di solito arrivavano fino a metà coscia, ed era il capo d’abbigliamento dei più poveri:
- Saia: veste di panno sottile di lana a rigatura obliqua.
- Cotta di panno: tunica larga e lunga che vale 28 lire (molto).
- Traversa: dialetto veneziano è il grembiule. In italiano medievale è sciarpa ampia che si portava al collo e scendeva davanti.
- Pelliccia: è molto presente negli inventari dotali, dove in quelli comacchiesi si tiene anche a specificare di che animale fosse: ma esse non superano il valore di 10 lire, minimo 4 (poco).
Nella maggior parte degli inventari compaiono: 10-12 camicie da sposa. Lino e canapa erano le stoffe più presenti, il cotone era invece poco usato, così come i drappi di seta. Il colore prevalente per gli arredi da letto era l’azzurro, mentre nel milanese si preferiva il rosso. Il colore per le vesti più usato era invece il nero e il morello (molto scuro), panno giallo e maniche rosse. Velluto nero su maniche di panno cremisino. Grembiuli azzurri o di tela bianca. Le camicie a volte anche di lino. L’abbigliamento tipico di una giovane donna comacchiese del 1550.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame storia del costume e della moda, prof.ssa Muzzarelli, libro consigliato Guardaroba medievale (ultim…
-
Riassunto esame storia del costume e della moda, prof.ssa Muzzarelli, libro consigliato Breve storia della moda in …
-
Riassunto esame Storia della moda, prof. Muzzarelli, libro consigliato Guardaroba medievale, Muzzarelli
-
Riassunto esame storia del costume e della moda, prof.ssa Muzzarelli, libro Storia della moda e del costume, Mauger…