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Psicologia del pregiudizio

Cap 1 - La natura del pregiudizio

Nel 1954 ad Harvard, Allport pubblicò "Psicologia del pregiudizio"; tale volume non solo forniva un’analisi delle origini della discriminazione fra gruppi, ma dava anche "consigli" strategici su come eliminare il fenomeno. La maggioranza dei tentativi degli ultimi 50 anni di migliorare le relazioni tra gruppi, si basano sulla teorizzazione allportiana.

Che cosa è il pregiudizio?

Una tecnica diffusa nella ricerca (anni 80), era quella di inviare sul campo 3 intervistatori, presentati come persone in cerca di casa, lavoro, ecc; i 3 intervistatori erano simili fra loro per età, aspetto fisico e condizione socioeconomica: si differenziavano esclusivamente per il colore della loro pelle. Il 1° era di pelle scura, poiché originario delle Indie; il 2° era di pelle bianca ma originario dell’Ungheria; il 3° era di pelle bianca e di origine inglese. I risultati indicano che solo 15 volte su 60, l’intervistatore proveniente dalle Indie ricevette un trattamento identico agli altri.

Il perdurare di questa discriminazione è confermato da ricerche più recenti, come ad esempio quella condotta da Bertrand e Mullainathan (2004) su 5000 domande di lavoro inviate in risposta ad altrettanti annunci sui giornali americani; nella metà dei casi, i presunti candidati avevano nomi tipicamente bianchi, mentre nella restante metà si presentarono con nomi tipici della tradizione afroamericana. Ne risultò che i candidati apparentemente bianchi avevano il 50% in più di probabilità di ottenere risposta rispetto ai colleghi afroamericani.

Il pregiudizio può talvolta tradursi in espressioni di ostilità e violenza, come documentato da un’inchiesta della BBC (2009), che inviò due suoi reporter di origine asiatica a vivere per 2 mesi in un quartiere popolare di Bristol; i reporter fingendo di essere sposati, filmarono con una telecamera nascosta l’accoglienza ricevuta dalla comunità. Spesso in strada la gente si riferiva loro chiamandoli "Paki" (pakistani), venivano attaccati fisicamente anche da bambini; il reporter maschio venne addirittura ferito alla testa nel corso di una aggressione gratuita.

Gli esempi appena riportati, sono tutte forme di pregiudizio nei confronti di minoranze etniche, ma vi sono molte altre tipologie di pregiudizio: verso le donne, verso gli omosessuali, verso i portatori di handicap, ecc.

Ma cosa intendiamo esattamente con "Pregiudizio"? Consultando il dizionario: "giudizio o opinione formatasi prima o senza il dovuto esame dei fatti". Tale definizione ha portato molti psicologi a focalizzarsi su caratteristiche come la "scorrettezza" o l’"inaccuratezza"; spiegazioni invece più psicosociali e meno lessicali (es. Allport, Samson, ecc.) presentano più vantaggi, come l’esprimere accuratamente un aspetto essenziale del fenomeno del pregiudizio.

Un fattore comune a molte definizioni, è il sottolineare la connotazione negativa del pregiudizio di gruppo; da un punto di vista logico, in effetti, il pregiudizio può assumere forme sia negative che positive:

  • Se ad esempio pensiamo ad una particolare preferenza per tutto ciò che è italiano (cibo, cinema, moda) non è certamente un pregiudizio negativo.
  • Si ha pregiudizio negativo, quando un gruppo riceve un trattamento guardingo, timoroso e in generale ostile, da parte di un altro gruppo di persone; il pregiudizio negativo necessita di essere compreso dagli psicologi.

Brown (l’autore) non ritiene necessario presumere che il pregiudizio possa essere un insieme "falso" di credenze o una disposizione "arbitraria" a comportarsi negativamente nei confronti di un gruppo diverso dal proprio, come invece fanno le definizioni classiche; vi sono almeno 3 ragioni per mettere in discussione questa prospettiva.

  1. Affermare che un atteggiamento o una credenza è falsa, implica che avremo modo di stabilire la correttezza; questo potrebbe essere possibile, ma solo laddove la credenza si riferisse ad un criterio obiettivamente misurabile. Spesso però i pregiudizi vengono espressi in termini molto più ambigui e vaghi.
  2. La questione del "carattere particolarmente relativistico della percezione fra gruppi", ovvero ciò che un gruppo trova piacevole o morale, può essere considerato diversamente da un secondo gruppo.
  3. Le definizioni classiche di pregiudizio danno spesso l’impressione di percorrere l’analisi delle origini e delle funzioni del pensiero pregiudiziale. Pensare al pregiudizio in termini di fenomeno impermeabile al cambiamento e privo di ogni funzione logica per chi lo usa, significa non rendere giustizia alla varietà e alla complessità di forme che assume.

Come già detto, nelle definizioni tradizionali il pregiudizio indica esclusivamente fenomeni connotati da un orientamento negativo; studi più recenti sostengono che le definizioni psicosociali dovrebbero render conto anche delle credenze, dei sentimenti e delle azioni di carattere positivi. Glick, ad esempio, sostiene che "anche gli atteggiamenti favorevoli verso le donne possono costituire delle forme di pregiudizio, nella misura in cui sono funzionali a giustificare e mantenere una situazione di subalternità femminile".

Tali definizioni si basano sull’argomentazione per cui, in molti casi, gli atteggiamenti intergruppi per quanto apparentemente positivi, contribuiscono a mantenere una posizione di subalternità dell’outgroup, perché è vero che riconoscono un valore al gruppo esterno (es. donne) ma solo a riguardo di caratteristiche specifiche, di scarsa importanza. Per quanto positivi e autentici possano sembrare i sentimenti associati a questi atteggiamenti, non fanno altro che rinforzare le preesistenti diseguaglianze fra gruppi.

In generale, è ragionevole correggere le definizioni tradizionali del pregiudizio, includendo oltre alle espressioni direttamente negative, anche gli atteggiamenti intergruppi più indirettamente negativi. Brown definisce operativamente il pregiudizio come: "qualsiasi atteggiamento, emozione o comportamento verso un gruppo, che si esprima direttamente/indirettamente in negatività e antipatia nei confronti del gruppo stesso."

Brown completa la sua definizione con 3 osservazioni integrative.

  1. Mentre le manifestazioni negative dirette del pregiudizio sono identificabili con relativa facilità, le espressioni indirette del fenomeno possono essere molteplici e difficilmente prevedibili. Una correlazione positiva fra "atteggiamenti apparentemente positivi" e "atteggiamenti apparentemente negativi" e la presenza di risposte negative nel gruppo bersaglio agli atteggiamenti apparentemente positivi, potrebbero far pensare all’esistenza di forme implicite di pregiudizio.
  2. La possibilità di considerare il pregiudizio come un termine sinonimo di altri, quali sessismo, razzismo, intolleranza verso omosessuali/anziani/ecc. Nella prospettiva psicosociale adottata, Brown ritiene utile considerare questi fenomeni come casi particolari di un fenomeno più generale di pregiudizio.
  3. Necessità di non considerare il pregiudizio come fenomeno puramente cognitivo o attitudinale, ma di prestare attenzione alle sue componenti emotive e alle sue possibili espressioni comportamentali.

Un approccio sociopsicologico

Il pregiudizio, per Brown, è un fenomeno che trae origine da processi di gruppo, per 3 ragioni strettamente connesse.

  1. Per prima cosa, il pregiudizio rappresenta un orientamento nei confronti di intere categorie di persone ancor più che di individui isolati; anche quando nel caso concreto si rivolge verso un singolo individuo, le caratteristiche personali del soggetto contano meno dei tratti che lo collocano in un gruppo piuttosto che in un altro.
  2. Il pregiudizio rappresenta nella maggioranza dei casi un orientamento socialmente condiviso; in una data società, un ampio numero di persone tenderà ad esprimere nei confronti di un outgroup, stereotipi negativi. Il pregiudizio è un fenomeno troppo diffuso e generalizzato per appartenere al campo della "psicopatologia individuale".
  3. Nella misura in cui il pregiudizio parte da specifici gruppi e si dirige verso altri particolari gruppi, la relazione fra questi gioca un ruolo importante nella sua genesi. Le relazioni intergruppi specifiche, come conflitti per il controllo di risorse limitate, il predominio di un gruppo su un altro, possono influire sulla direzione, sul livello e sull’intensità del pregiudizio espresso.

Il "leitmotiv" di questo libro, è la constatazione della natura intergruppi del pregiudizio. Brown, affronta il pregiudizio prendendo come centro d’analisi l’individuo; pone attenzione alla stima e all’impatto dei fattori causali sulle percezioni, valutazioni e reazioni comportamentali espresse dagli individui nei confronti di membri di altri gruppi. Poiché tale tipo di analisi può apparire in contraddizione con la precedente affermazione, per cui il pregiudizio avrebbe natura intergruppi, occorre chiarire che avviene in questo caso una distinzione tra "individui che agiscono in quanto membri di gruppi" e "individui che agiscono singolarmente".

Al fine della creazione del pregiudizio, giocano un ruolo importante fattori storici, politici ed economici, oltre alla effettiva struttura della società, alla sua organizzazione in sottogruppi e al ruolo delle relazioni che si istituiscono fra essi. "Se il pregiudizio esiste è perché qualcuno ci guadagna".

Cap 2 - Persone inclini al pregiudizio

La personalità autoritaria

Il tentativo più noto di collegare il pregiudizio ad un particolare tipo di personalità, è di Adorno e colleghi (1950); il suo modello integrava la filosofia marxiana, l’analisi freudiana delle dinamiche familiari e la ricerca quantitativa psicometrica. L’ipotesi fondamentale era semplice: gli atteggiamenti politici e sociali di un individuo sono fra loro consonanti e costituiscono "un’espressione di tendenze profonde nella personalità". Le persone più inclini al pregiudizio, sarebbero quelle che per motivi di personalità, sono più sensibili alle idee fasciste o razziste prevalenti nella società.

Tali studiosi, riconducono le differenze di personalità alla famiglia nella quale il soggetto è socializzato; seguendo l’influenza freudiana, ritenevano che lo sviluppo infantile comporti la repressione costante e il reindirizzo delle pulsioni istintuali a contatto con i limiti imposti dall’esistenza sociale. Il problema della persona incline al pregiudizio è quello di essere stata esposta ad un regime familiare orientato alla "buona condotta", alla conformità a codici morali convenzionali, per cui le trasgressioni vengono punite avvalendosi anche di misure correttive dure (generalmente adottate dai padri).

Ne deriverebbe una dislocazione della aggressività dai genitori verso bersagli sostitutivi, dovuta all’angoscia delle possibili conseguenze di un’espressione diretta nei confronti dei genitori: si cerca così il capro espiatorio in individui percepiti più deboli, inferiori e persone che si allontanano dalle norme sociali. Adorno sostiene che tale sindrome si manifesti anche nello stile cognitivo con il quale tali atteggiamenti vengono costruiti ed espressi; il bambino svilupperebbe, in risposta alla disciplina e alla moralità convenzionale dei genitori, una modalità di pensare al mondo nella quale persone e azioni sono rigidamente classificate come "buone" o "cattive"; tale modo di pensare si presta ovviamente all’adesione a stereotipi sui gruppi sociali.

Il risultato finale è un tipo di individuo che Adorno e colleghi definirono "personalità autoritaria": una persona ansiosa nei confronti delle figure d’autorità (simbolizzano i genitori), che guarda al mondo in termini di bianco o nero, incapace o poco disposta a tollerare l’ambiguità cognitiva e apertamente ostile verso chiunque non appartenga al gruppo. A sostegno della loro teoria, Adorno e colleghi avviarono un progetto di ricerca che integrava la valutazione psicometrica su larga scala a colloqui clinici individuali; la misura più nota che emerse da questo progetto venne chiamata "scala F" (misurava tendenze prefasciste). La scala godeva di buona attendibilità interna e, in linea con quanto ipotizzato dai ricercatori, mostrava correlazione significativa con le misure precedenti del pregiudizio tra gruppi.

In un tentativo di validare la scala F, furono formati sub-campioni con individui con punteggi particolarmente alti o bassi alla dimensione autoritarismo e li sottoposero a colloqui clinici dettagliati: emerse che i soggetti con punteggi elevati nella scala F tendevano a idealizzare i genitori come campioni di virtù; tendevano inoltre a ricordare l’infanzia come un periodo di grande obbedienza all’autorità parentale. Ci chiediamo quale supporto empirico trovino le ipotesi di Adorno, secondo cui la personalità autoritaria è caratterizzata da uno stile cognitivo ultrarigido che fatica a integrare le ambiguità e che, tradotto a livello degli atteggiamenti sociali, si esprime sotto forma di ostilità verso dei gruppi minoritari.

Rokeach (1948) produsse uno dei primi esperimenti diretti a esaminare il nesso fra autoritarismo e rigidità: venivano presentati una serie di semplici problemi aritmetici; in una fase di addestramento i problemi richiedevano un minimo di 3 operazioni distinte, nella fase test i problemi potevano essere risolti con un’unica procedura più rapida. In definitiva, ci si chiedeva se i partecipanti avrebbero risolto i successivi problemi con il metodo più rapido o se fossero rimasti ancorati alla tecnica appresa in precedenza. Rokeach misurò inoltre l’etnocentrismo, che presenta di solito correlazione positiva con l’autoritarismo; in linea con la sua (e di Adorno) ipotesi, ad alti punteggi di etnocentrismo corrispondevano livelli di rigidità mentale più elevati.

Brown (1953) dopo aver manipolato sperimentalmente i significati sociali, concluse che il legame tra autoritarismo e rigidità emergeva solo quando la situazione di valutazione era importante per i partecipanti. Ci sono elementi per ipotizzare che gli individui più autoritari siano caratterizzati da una modalità di pensiero peculiare; Jost (2003) passò in rassegna molti studi sulla correlazione tra autoritarismo e stili cognitivi, documentando la presenza, oltre che dell’"intolleranza all’ambiguità" (Adorno), anche di un minor grado di "complessità integrativa", di una spiccata tendenza ad evitare l’incertezza, di un bisogno di operare "chiusure cognitive" e di maggiore presenza di sentimenti di colpa e timore.

A ulteriore sostegno dell’ipotesi della personalità autoritaria, stanno le correlazioni fra autoritarismo e atteggiamenti verso sottogruppi stigmatizzati o devianti; Cohen e Streuning (1962) e Hanson e Blohm (1974) hanno rilevato un atteggiamento di minore empatia verso malati di mente, nei soggetti autoritari, rispetto a soggetti non-autoritari. Il modello di Adorno e colleghi sulla personalità autoritaria, ha ricevuto comunque alcune critiche.

A livello metodologico, si è criticata la progettazione e la validazione della scala F, con 3 difficoltà principali messe in luce.

  1. Per elaborare e rifinire i questionari, sono stati utilizzati campioni scarsamente rappresentativi della popolazione; nonostante alcuni di essi fossero di notevole dimensione, i soggetti venivano estratti soprattutto da organizzazioni formali (rappresentative della classe media).
  2. Tutti gli item della scala F erano formulati in modo che l’accordo con essi indicasse una risposta autoritaria; questo però impedisce, come sottolineato da Brown (1965), di distinguere l’autoritarismo da una tendenza a concordare con affermazioni formulate in modo apparentemente autorevole.
  3. Viene contestato il processo di validazione della scala F tramite colloqui clinici; l’aspetto contestato è che gli intervistatori conoscevano il punteggio ottenuto al questionario dai soggetti, e che questo potesse influire sulle risposte prodotte al colloquio.

L'autoritarismo di destra: vino vecchio in botti nuove?

A seguito delle critiche sulla personalità autoritaria, alcuni studiosi, tra cui Altemeyer, hanno cercato di risollevare l’interesse per questo aspetto. Altemeyer si sforzò soprattutto di emendare le inesattezze psicometriche della scala F, correggendone il difetto più evidente, ossia la tendenza a generare risposte compiacenti; Altemeyer arrivò anche a sviluppare una scala da lui chiamata "RWA" (autoritarismo di destra).

Gli item del RWA sono diretti a cogliere quelle che Altemeyer identifica come le componenti costitutive del carattere autoritario:

  • Sottomissione (all’autorità)
  • Aggressività (verso devianti e outsiders)
  • Essere convenzionali (aderire a codici morali ortodossi)

La maggioranza degli item del RWA, ha una formulazione complessa e si riferisce contemporaneamente a più costrutti; alcuni sono simili agli item della scala F, ma ciò non sorprende poiché cercano di misurare costrutti simili. Nell’RWA tuttavia, sono stati esclusi gli item che nella scala F risentivano maggiormente dell’influenza teorica psicoanalitica; per Altemeyer, questa "libertà da bardature freudiane" è uno dei punti di forza della sua scala. La scala RWA ha buone proprietà psicometriche; ha una notevole attendibilità interna, una buona attendibilità test/retest e sembra...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/01 Psicologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Aleunifi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia degli atteggiamenti e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Stefanile Cristina.
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