Psicologia degli atteggiamenti e cambiamento di atteggiamenti - Maio e Haddock
Sezione 1: Introduzione: Perché gli atteggiamenti sono importanti?
Nella quotidianità usiamo spesso il termine atteggiamento per indicare diverse cose; da una prospettiva psicologica sociale, il termine ha un significato preciso. In questa sezione del libro si spiegherà cosa gli psicologi sociali intendono quando usano il termine atteggiamento; fondamentalmente un atteggiamento si riferisce a quanto amiamo (o non amiamo) qualcosa.
Capitolo 1: Cosa sono gli atteggiamenti e come sono misurati?
Cos’è un atteggiamento?
Gli atteggiamenti sono importanti poiché influenzano come vediamo il mondo, cosa pensiamo e cosa facciamo; gli psicologi sociali hanno dedicato molta attenzione alla comprensione di come formiamo gli atteggiamenti, come questi influenzano la nostra vita quotidiana e come gli atteggiamenti cambiano nel tempo. Per iniziare occorre definire il termine atteggiamento; tale costrutto è stato definito in molti modi.
Eagly e Chaiken (1993) nel loro testo La psicologia degli atteggiamenti, definiscono l’atteggiamento come “una tendenza psicologica che è espressa valutando una particolare entità con un qualche grado di favore o sfavore”.
Fazio (1995) definisce l’atteggiamento come “un’associazione nella memoria tra un dato oggetto e una data valutazione sommaria dell’oggetto”.
Petty e Cacioppo (1981) definiscono l’atteggiamento come “un sentimento generale e durevole positivo o negativo su una persona, un oggetto o una questione”.
Zanna e Rempel (1988) definiscono l’atteggiamento come “la categorizzazione di un oggetto di stimolo lungo una dimensione valutativa”.
Quindi, si può notare che queste definizioni enfatizzano i giudizi valutativi su un oggetto: molti teorici dell’atteggiamento potrebbero discutere che la valutazione è l’aspetto dominante del concetto di atteggiamento. In altre parole, riportare un atteggiamento include il prendere una decisione di piacere contro non piacere, di favorire contro sfavorire una data questione, oggetto o persona. Definiamo quindi l’atteggiamento come “una valutazione complessiva di un oggetto che è basata sulle informazioni cognitive, affettive e comportamentali”.
Un atteggiamento, quando concettualizzato come un giudizio valutativo, può variare in due importanti modi:
- Nella valenza, o direzione negativa contro positiva di valutazione, es. gli autori del libro hanno qualche atteggiamento positivo (amano i Police), atteggiamento negativo (non amano il fegato) e atteggiamento neutrale (trovano nella media il succo di pomodoro);
- Nella forza, termine che comprende stabilità, abilità nel resistere agli attacchi, capacità di influenzare come elaboriamo le informazioni e abilità di guidare il comportamento, es. mentre uno degli autori odia veramente il fegato, l’altro lo fa meno intensamente.
Una questione importante, è che cosa sia un oggetto dell’atteggiamento; in generale, possono essere qualsiasi cosa valutata lungo una dimensione di vantaggiosità. Alcuni oggetti dell’atteggiamento sono astratti (liberalismo) altri concreti (Opel Astra); il proprio sé e altri individui possono essere oggetti dell’atteggiamento, così come le politiche sociali e i gruppi sociali.
Breve storia della ricerca sugli atteggiamenti
Lo studio degli atteggiamenti emerge all’inizio del XX secolo. Allport (1935) notò che il concetto di atteggiamento era probabilmente quello più distintivo e indispensabile nella psicologia sociale americana del tempo.
Un punto di partenza
Durante gli anni 20, l’importanza del lavoro sulla misurazione dell’atteggiamento era tale che la psicologia sociale era spesso definita come lo studio degli atteggiamenti. Due ricercatori importanti in quel periodo erano Thurstone e Likert, i quali svilupparono dei metodi per misurare gli atteggiamenti:
- Il Metodo degli intervalli soggettivamente uguali (Thurstone-1928);
- La Scala Likert (Likert-1932).
Le ricerche di questi due autori erano molto influenti in quanto dimostravano che gli atteggiamenti possono essere misurati in modo quantificabile; tale abilità di misurare gli atteggiamenti era vista come un enorme passo avanti. Ancora oggi, le scale Likert rimangono uno strumento importante per i ricercatori che vogliano valutare gli atteggiamenti e le opinioni.
Oltre allo sviluppo di strumenti per misurare gli atteggiamenti, le prime ricerche hanno considerato anche il grado in cui gli atteggiamenti degli individui influenzano il loro comportamento; in un saggio di La Piere (1934), viene riportato un viaggio negli USA in compagnia di una coppia di cinesi. Poiché in quegli anni in USA era diffuso un pregiudizio contro gli asiatici, La Piere temeva che lui e i suoi compagni di viaggio sarebbero stati rifiutati da hotel e ristoranti; per sua sorpresa invece, solo 1 di 250 aziende visitate, li respinse. Alcuni mesi dopo, l’autore mandò una lettera a tutte le attività visitate, chiedendo loro se avrebbero servito dei clienti cinesi: delle aziende che risposero, solo 1 indicò che li avrebbe serviti; questi risultati provano che l’atteggiamento di una persona non colpisce necessariamente il suo comportamento.
Il mondo reale
Il focus della ricerca in psicologia sociale è spesso influenzato dagli eventi del mondo reale; la Seconda Guerra Mondiale ha portato psicologi sociali come Lewin, Asch, Festinger e Sherif a studiare processi come la conformità, il potere e le dinamiche di gruppo. Adorno e colleghi (1950), si occuparono dei processi che portano gli individui a sviluppare atteggiamenti autoritari; studiavano le basi psicologiche sociali degli atteggiamenti anti-semiti. Svilupparono la scala F (fascismo) e la loro ricerca fu cruciale nella comprensione dello sviluppo del pregiudizio contro gruppi etnici minoritari; diversi anni dopo Altemeyer (1996) sviluppò ulteriormente questa linea di investigazione.
Il successo della campagna di propaganda nazista, fece sì che gli Alleati notassero l’importanza della comprensione di come mobilizzare e cambiare l’opinione pubblica; durante la guerra, Hovland lasciò Yale per diventare Capo Psicologo e Direttore degli Studi Sperimentare per il Dipartimento di Guerra degli USA. La sua ricerca in quel periodo, cercò di scoprire i metodi per rendere la propaganda di guerra degli USA più efficace nel sostenere il morale pubblico; dopo la guerra l’interesse per la persuasione rimase vivo, grazie alla Guerra Fredda e all’avvento delle telecomunicazioni (televisione). Tornato a Yale, Hovland, Janis e altri della scuola di Yale, continuarono a studiare il modo in cui gli individui rispondono ai messaggi persuasivi, contribuendo alla ricerca sul cambiamento di atteggiamento esaminando “quando” e “come” gli atteggiamenti possono maggiormente cambiare. Per McGuire (1986) l’approccio della scuola di Yale era convergente, ovvero partiva da un particolare fenomeno che aveva bisogno di spiegazione.
Festinger e colleghi si occuparono in quegli anni di altre questioni rilevanti per il cambiamento di atteggiamento; per McGuire (1986) Festinger adottò un approccio divergente, che partiva da una particolare teoria per applicarla ad un’ampia gamma di fenomeni comportamentali. Festinger applicò la Teoria della dissonanza cognitiva; si tratta di uno stato di squilibrio tra le credenze, incluse quelle che supportano l’atteggiamento di una persona. La dissonanza cognitiva provoca sentimenti negativi, che siamo motivati a ridurre; applicata agli atteggiamenti, la teoria della dissonanza cognitiva ritiene che una persona con due atteggiamenti incongruenti, potrebbe essere motivata a cambiare uno di questi per riguadagnare uno stato di consonanza.
Un ulteriore aspetto della ricerca, ha riguardato le funzioni che gli atteggiamenti assolvono, che comprende i bisogni psicologici serviti dagli atteggiamenti. Smith (1956) e Katz (1960) hanno entrambi postulato che gli atteggiamenti possono servire diverse funzioni o bisogni per l’individuo; la più importante è la funzione di valutazione dell’oggetto, ovvero la capacità dell’atteggiamento di fungere da strumento per risparmiare energia nell’elaborare giudizi. Conoscere la funzione primaria dell’atteggiamento è importante perché i tentativi di cambiamento di atteggiamento hanno più possibilità di successo quando un’attrattiva persuasiva si associa alla funzione dell’atteggiamento.
La crescita di una prospettiva di cognizione sociale
A metà degli anni 60, vi fu un cambiamento nella psicologia sociale; le ricerche precedenti si fondavano sul comportamentismo, mentre la nuova prospettiva era fondata sulla comprensione del “come” gli individui elaborano le informazioni socialmente rilevanti: si tratta della prospettiva della cognizione sociale. Tale prospettiva include approcci divergenti e convergenti, accanto ad approcci di sistemi, che cercano di mappare i collegamenti tra molti fattori casuali, variabili mediatrici e risultati. Tale prospettiva rimane dominante nella psicologia sociale contemporanea; ha portato negli anni a considerare nuove questioni sul “come” gli atteggiamenti colpiscono l’elaborazione di informazioni e il comportamento. Fishbein e Ajzen (1977), nel pensare a “come” gli atteggiamenti influenzano il comportamento, hanno sviluppato la Teoria dell’azione ragionata per prevedere il comportamento deliberato e pensato dagli atteggiamenti. I risultati delle ricerche di Fishbein e Ajzen hanno portato molti psicologi a mettere in dubbio il valore del concetto di atteggiamento, sottolineando che se gli atteggiamenti non prevedono le azioni, allora il costrutto è di uso limitato. I due autori hanno pertanto spostato il focus verso lo studio del “come” e del “quando” gli atteggiamenti prevedono il comportamento; gli ultimi trenta anni di ricerca fanno concludere che gli atteggiamenti prevedono il comportamento in determinate situazioni più che in altre.
Una nuova ondata di ricerca sugli atteggiamenti
I ricercatori hanno spesso notato che gli atteggiamenti sono basati sull’informazione cognitiva, affettiva e comportamentale; negli anni 80 la ricerca su questo contenuto degli atteggiamenti ha iniziato ad affermarsi, occupandosi di questioni del tipo “come le persone organizzano i loro pensieri, sentimenti ed esperienze passate su un oggetto di atteggiamento”. In quegli anni furono introdotti 2 importanti modelli di persuasione: l’ELM e l’HSM.
Il Modello di Possibilità di Elaborazione (ELM) di Petty e Cacioppo (1981) prevede:
- Una via centrale, in cui l’individuo rivolge molta attenzione alla fonte di persuasione;
- Una via periferica, che richiede minore sforzo cognitivo.
Il Modello Euristico-Sistematico (HSM) di Chaiken (1980), prevede invece:
- Elaborazione sistematica, in cui vi è un esame più attento dei contenuti della fonte persuasiva;
- Elaborazione euristica, che richiede minore sforzo cognitivo.
I 2 modelli hanno molti punti in comune, ma anche molte differenze; insieme hanno fornito importanti elementi sui processi sottostanti al cambiamento di atteggiamento.
Sviluppi in atto
La ricerca sul concetto di atteggiamento ha continuato a crescere; uno dei temi più importanti è stato lo studio della forza degli atteggiamenti. Gli atteggiamenti forti, possono differire da quelli più deboli in diversi modi:
- Più persistenti nel tempo;
- Più resistenti al cambiamento;
- Più possibilità di influenzare l’elaborazione delle informazioni;
- Possono prevedere il comportamento.
La ricerca sulla forza degli atteggiamenti ha risposto quindi anche alle domande riguardanti il grado in cui gli atteggiamenti sono stabili nel tempo oppure temporanei. Nel nuovo millennio grazie agli avanzamenti tecnologici, si è potuto in qualche modo affrontare la questione riguardante le risposte non oneste o comunque “filtrate” ai questionari da parte delle persone, grazie allo sviluppo di nuovi modi di misurare gli atteggiamenti; la più importante di queste tecniche, impiega misure implicite, le quali valutano l’atteggiamento senza che l’individuo ne sia consapevole. È interessante notare come le risposte alle misure implicite degli atteggiamenti, sono spesso non coerenti con i dati self-report degli atteggiamenti. Un ulteriore applicazione dei progressi tecnologici alla ricerca, è riscontrabile nel ricorso all’Imaging a Risonanza Magnetica strutturale e funzionale (MRI e fMRI), l’elettroencefalografia (EEG) e la magnetoencefalografia (MEG), per identificare dove gli atteggiamenti sono “situati” nel cervello.
Oltre la psicologia sociale
Lo studio degli atteggiamenti non è esclusivo della psicologia sociale, ma anche di altri ambiti; inoltre la comprensione di come influenzare il cambiamento di atteggiamento, ha importanti implicazioni pratiche nella vita di tutti i giorni: si pensi ad esempio a come i politici continuamente cerchino di persuaderci a votare per loro, o a come un commerciante agisce nel presentare la sua merce.
Come sono misurati gli atteggiamenti?
Per comprendere gli atteggiamenti dobbiamo sapere come vengono misurati; come molti altri costrutti psicologici, non sono direttamente osservabili (a differenza, ad esempio, dell’altezza di una persona) ma possono essere dedotti dalle risposte delle persone. Si è presentata quindi la necessità di sviluppare vari metodi per valutare in modo efficace gli atteggiamenti degli individui; queste possono essere distinte in:
- Misure esplicite, chiedono direttamente all’intervistato di indicare il suo atteggiamento (richiede attenzione conscia);
- Misure implicite, valutano gli atteggiamenti senza la consapevolezza dell’intervistato (non richiede attenzione conscia).
Misure dirette (esplicite) degli atteggiamenti
La maggior parte delle misure dell’atteggiamento è di tipo esplicito; di solito si tratta di questionari self-report in cui i partecipanti rispondono a domande dirette sulle loro opinioni. La ricerca iniziale sulla misura degli atteggiamenti, è associata al lavoro di Thurstone (1928) che sviluppò il Metodo degli intervalli soggettivamente uguali (EAI), il quale prevede diverse fasi.
Nella 1° fase, sono previste alcune dichiarazioni di credenza (opinioni) che sono rilevanti per l’atteggiamento che si sta misurando; ad esempio, si misura l’atteggiamento verso la pena capitale, le dichiarazioni di credenza sono “la pena capitale diminuirebbe il tasso di omicidi”, “la pena di morte non dovrebbe mai essere utilizzata”, ecc.
Nella 2° fase, è chiesto ai partecipanti di ordinare queste affermazioni lungo una scala composta da diversi intervalli; tale ordinamento separa le dichiarazioni in diversi sottoinsiemi che implicano simili livelli di preferenza verso l’argomento. Dopo questa fase, quindi, ogni elemento ha un punteggio medio sulla scala di intervalli.
Nella 3° fase, agli intervistati è chiesto di indicare l’affermazione con cui sono d’accordo tra alcune presentate; il punteggio di un soggetto è la media del valore di scala dell’elemento con cui si sceglie di essere d’accordo (es. è d’accordo con 4 elementi che hanno ricevuto un valore di scala di 5,6,6,7; l’individuo avrà punteggio di 6).
Likert (1932) riteneva che il metodo di Thurstone fosse troppo dispendioso in termini di tempo, sviluppò così la scala Likert; anche qui vengono presentate delle affermazioni pro/contro un dato atteggiamento (es. pena capitale), a cui il soggetto dovrà indicare il proprio grado d’accordo. Un atteggiamento fortemente positivo verso la pena di morte, produrrà una risposta fortemente favorevole/sfavorevole, a seconda del “senso” in cui sono sviluppati gli item: vi sono infatti alcune affermazioni formulate in modo diverso, per evitare tendenze da parte dell’intervistato ad essere sempre d’accordo o in disaccordo con le affermazioni.
Ad ogni risposta è assegnato un punteggio; in genere un punteggio basso indica un atteggiamento negativo, un punteggio alto indica un atteggiamento positivo. Ci si aspetta che le risposte agli item, abbiano tra loro correlazioni alte, in tal modo si potrà fare una media per formare un singolo punteggio di atteggiamento; è comunque da considerare che i risultati numerici ottenuti non sono “reali” e quindi non possono essere usati per paragonare atteggiamenti verso oggetti diversi. Per capirsi, un punteggio di 4.8 in “atteggiamento verso l’eutanasia” non riflette un atteggiamento più positivo rispetto ad un punteggio di 3.1 in “atteggiamento verso i neri”; per paragonare diversi oggetti di atteggiamento lungo una scala comune, è stato sviluppato l’approccio differenziale semantico (Osgood, Suci e Tannenbaum-1957). Questa tecnica prevede che ai partecipanti siano somministrate alcune scale di aggettivi dicotomici; questi ricorrono a termini generali come “non preferibile/preferibile”, “buono/cattivo”, “non piace/piace” e il soggetto deve indicare la risposta che meglio rappresenta il suo atteggiamento. Anche in questo caso è necessario che gli aggettivi siano altamente correlati fra loro (se è vero che valutano lo stesso costrutto); se le correlazioni sono effettivamente buone, si può fare una media delle risposte per formare un singolo punteggio di atteggiamento. Quindi a questo punto, se le scale dicotomiche valutano gli atteggiamenti nello stesso modo tra gli oggetti, è possibile paragonare i vari punteggi totali; bisogna però sempre tenere conto che gli stessi aggettivi possono assumere significati diversi a seconda dell’oggetto di atteggiamento.
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