La messa in scena dell'immaginario
Julia Margaret Cameron (1815-1879)
Nata in India a Calcutta, Julia Margaret Cameron crebbe in Francia ed Inghilterra, dove, dopo alcuni anni, si trasferì la numerosa famiglia. Lei e le sorelle erano conosciute per la loro eccentricità. Nel 1836 conobbe Charles Hay Cameron, si sposarono nel 1838 e decisero di stabilirsi a Calcutta, dove Cameron possedeva, a Ceylon, numerose piantagioni di caffè. In quegli anni Giulia fece conoscenza e amicizia con Sir John Herschel, pioniere della tecnica fotografica e scopritore della proprietà fissativa dell'iposolfito di sodio.
A Calcutta si fece notare per le sue idee e i suoi metodi poco convenzionali, che attirarono critiche e commenti non troppo benevoli. Nel 1848, dopo che Charles si era ritirato dal servizio in India, i Cameron tornarono in Inghilterra; la lontana terra d'oriente rimase comunque nelle loro menti. Con il tempo, Julia prese confidenza con l'ambiente londinese e gli artisti più in vista della città cominciarono a frequentare il suo salotto. Questo lusso culturale le permise di coltivare interessi e atteggiamenti liberi e aperti rispetto alle donne del suo tempo. Infatti, fu in Inghilterra che fermentavano le basi delle future rivendicazioni femministe.
Contrariamente alle abitudini sociali di allora, Julia gestì anche il patrimonio di famiglia. Nonostante gli stimoli delle colte ed eccezionali frequentazioni londinesi, il trasferimento nel 1860 della famiglia a Freshwater Bay, nell'isola di Wight, portò però Julia a vivere un nuovo stato d'animo, una nuova condizione psicologica; questo relativo isolamento la portò nel 1863 ad attraversare una fase di depressione, dovuta probabilmente anche alla prolungata distanza dal marito e dai figli, tornati in India per seguire l'interesse di famiglia.
Decise di passare un po' di tempo con la figlia, la quale le consegnò un regalo inaspettato proprio per far sì che la madre si distraesse e si impegnasse in una nuova attività: un apparecchio fotografico. Ella aveva già avuto contatti con il mondo della fotografia ma solo tramite il collezionismo di fotografie di amici negli album. Non aveva potuto conoscere esperienze artistiche, ma pare che avesse già avuto modo di esprimere il suo disappunto per quanto riguardava le carte de visite, brevettate nel 1854 da Eugene Disderi: in quella piccola immagine il fotografo non aveva modo di esprimere la personalità e l'interiorità del proprio soggetto.
Il primo successo di Julia Margaret Cameron
Nel 1864 riuscì a realizzare quello che definì "il mio primo successo": un ritratto di una bambina di nome Annie Philpot. Il tutto avveniva nella casa di vetro, o serra, che era appunto quel pollaio finestrato divenuto nel 1863 luogo per i suoi esperimenti e al quale, dal 1874, dedicò anche il suo testo autobiografico rimasto purtroppo incompiuto: The Annals of My Glass House.
La Cameron amava gli eroi, e di fronte al suo obiettivo fotografico finirono gran parte degli amici illustri che la frequentavano, anche loro in un certo modo diventati ora degli eroi. Immortalò inoltre molte parenti e domestiche che cercò di fissare nella loro evanescente bellezza. Tra le sue preferite Mary Hillier, cameriera poi promossa ad assistente di fotografia; era figlia di un mendicante e fu adottata dalla Cameron che l'ha fatta diventare la sua cameriera. Tra le altre modelle anche Alice Liddell, che sarà anche musa di ispirazione letteraria e fotografica di Lewis Carroll.
Quando riteneva di dover esaltare la grandezza intellettuale di chi posava per lei, la Cameron si impegnava particolarmente a potenziare l'idealizzazione anche grazie alla messa a fuoco particolare: effetti di fuori fuoco che vogliono non tanto individuare gli elementi dell'uomo esteriore quanto la grandezza dell'uomo interiore — effetti alla Rembrandt, che sono diventati la sua particolarità. Ma per i contemporanei e i colleghi era semplicemente un sintomo della sua incapacità tecnica, della sua inesperienza, ma lei rispondeva: chi può dire qual è il fuoco giusto e legittimo?
Stile e influenze artistiche
Era ispirata dal clima simbolista e preraffaellita, ma a differenza dei dipinti degli amici preraffaelliti, precisi e quasi metallici nella resa dei particolari da essere quasi considerati fotografici, gli effetti della Cameron sono morbidi e sfumati e privilegiano un'atmosfera leggera e idealizzante. Affine però nella poetica misticheggiante e simbolista. Eliminare i particolari più realistici era per lei un modo di innalzare i suoi soggetti al di fuori del tempo e dello spazio.
Vi sono idee secondo cui la Cameron applicasse una sorta di trasfert di sé e della sua calma interiore sulle sue modelle (la calma non era proprio una sua dote!), in realtà è meglio dire che la Cameron trasferisse su di esse dei sogni e degli ideali di femminilità, che a loro volta derivavano da personaggi ed eroine bibliche e letterarie che la affascinavano.
La Cameron infranse un tabù collettivo fotografando il corpicino nudo di suo nipote, le donne non potevano accedere alle classi di nudo accademico e la Cameron trovò così tra le pareti domestiche il modello che le serviva. Le sue sedute venivano considerate infernali tanto erano prolungate, ma oltre alla necessità di lunghi tempi di posa imposti dal materiale dell'epoca, questa scelta può essere interpretata anche come un'interessante dimensione comportamentale.
Come Diane Arbus era solita instaurare un rapporto di complicità e intimità con i suoi soggetti, la Cameron sceglieva persone con le quali poteva tranquillamente entrare in sintonia e liberare senza freni la fantasia. Altra vicinanza a Diane Arbus è l'originale e intuitiva attribuzione di potenzialità psico-fisiche al mezzo fotografico, percepito come un medium e il live con il quale instaurare un rapporto quasi sensuale: "ho maneggiato le mie lenti con tenero ardore, ed è diventato come se fossero una cosa viva" — anticipa quello che dirà McLuhan negli anni '60, l'oggetto tecnologico diventa potenziamento e prolungamento dell'operatore che lo aziona.
Produzione della Cameron
- Ritratti di uomini illustri in cui i vari artisti, poeti e scienziati rappresentano se stessi e la loro grandezza.
- Ritratti femminili in cui, a parte qualche eccezione, i volti poetici delle domestiche, delle parenti o delle turiste sono trasformate in vere e proprie attrici consumate, impersonando altre vite o altre identità.
- Allestimenti onirici della mente. Innanzitutto è interessante sottolineare che sono i volti e corpi delle donne a suggerirle la possibilità di una messa in scena davanti all'apparecchio fotografico. Le donne soprattutto sono adatte alla creazione di nuove identità fotografica. Poi, in misura numericamente inferiore, anche i personaggi maschili entreranno nel mondo dell'artificio. La fotografa allestiva nelle stanze di casa splendidi mondi immaginari, popolati di personaggi che la fotografia lasciava rivivere in nuove esistenze. Questo probabilmente deriva dal fatto che la Cameron amava rappresentare nella sua stessa casa delle piccole pieces teatrali, dette anche tableaux vivants. Siamo insomma un po' al crocevia del teatro fotografato.
Non le interessava fotografare paesaggi, migliorare e mettere a punto la sua tecnica con nature morte, non le interessavano le architetture, e solo nella tardissima produzione degli ultimi anni indiani realizzerà qualche scena di gruppo sugli indigeni dal sapore politico-sociologico. Il nucleo centrale del suo lavoro annovera volti idealizzati, corpi lontani dalla loro contemporaneità.
Sarebbe quindi uno sforzo inutile cercare il tempo a cui appartiene. Questo vale soprattutto per i ritratti femminili e nei tableaux vivant letterari, ma lo stesso potrebbe dirsi anche per i ritratti di uomini illustri per i quali la sfocatura e l'eliminazione di accessori inutili consentono l'immersione in un'atmosfera fuori dal tempo.
Julia Jackson, sua nipote, era una delle sue modelle preferite per cui fece un'eccezione nella produzione, mentre riservata alle altre donne ritratte in costume, a lei dedicò intensi ritratti ravvicinati; quasi come se la personalità e la forza straniante del suo volto fossero già da soli talmente potenti da non necessitare neppure di un tentativo di identificazione.
Resta comunque che nell'ambito del mondo femminile che la Cameron ricerca la magia della s-definizione di identità e di gender, tematica tanto cara al 900. Tra le immagini che abbiamo chiamato tableaux vivant, spiccano quelle dedicate agli idilli del re di Alfred Tennyson, la cui realizzazione impiega tantissimi soldi, e proprio durante una situazione economica difficile causata dagli introiti non più esaltanti delle piantagioni. Questo periodo lei non sentiva sempre di più la necessità delle vendite delle sue fotografie ed accettare anche la stampa dell'odioso ma vendibile formato carte de visite, ma questo era il prezzo da pagare per l'impresa degli idilli.
La rivisitazione che Tennyson aveva fatto del ciclo arturiano ebbe grande successo per la capacità di riflettere nel passato le tematiche e le ansie del suo tempo, in modo analogo la Cameron diede vita e corpo ad una storia fantastica, ma nella quale ognuno poteva immedesimarsi, rivestendo l'identità e l'esistenza dei protagonisti immortalati e da Tennyson raccontati.
La stessa cosa fece facendo rivivere Saffo, Ginevra, Beatrice Cenci o Dafne, attribuendo loro i lineamenti di donne normali. In un album che regalò si poteva leggere nella dedica che quelli erano i suoi primi successi nella mortale in arte della fotografia: come a dire che in quei corpi mortali ed effimeri, che soffrivano al sotto il meccanico, si nascondeva l'irresistibile possibilità di divenire immortali, divini, tramite la metamorfosi concessa dall'apparecchio fotografico.
In entrambi i casi la richiesta è quella di stare al gioco proposto, lasciarsi ingannare consapevolmente da quello che vogliono raccontare, collaborando alla finzione prospettata con un po' della nostra fantasia e della nostra capacità di integrare l'impossibile.
Vi sono anche ipotesi sull'interpretazione dei travestimenti fantastici in una chiave ideologico-politica, coinvolgere la gente comune nelle sue parabole di democrazia radicale. Innanzitutto non bisogna prendere l'acceleratore nessuna voglia di ribellione della Cameron in quanto si è circondata del clima vittoriano, comunque la sua capacità di essere new Woman è indiscussa, invece il porto di ideologico è il mio soltanto di poetico e concettuale.
Se veramente si parlasse di democrazia radicale avrebbe avuto il coraggio di usare la popolazione indigena. Dunque il mondo della fantasia pura è il suo unico serbatoio di ispirazione. Dal 1854 con la carte de visite il ruolo del fotografo si faceva sempre più debole, mentre invece si andava potenziando al massimo il desiderio delle persone di farsi registe di se stessi.
Dunque per quanto riguarda l'attenzione al piano linguistico, l'amore per i tempi lunghi e per il loro principe del fotografo sul soggetto non c'è dubbio che la Cameron stia dalla parte di Nadar e dei ritrattisti pittorialisti dell'Ottocento, ma se si oltrepassa questo livello e ci si immedesima così profondamente nell'immaginario della Cameron, si può constatare che il piano della certificazione fotografica del sogno da lei sfruttata sia comune a quello dei clienti di Disderi, dando vita a delle micro performance.
La definizione della Cameron come di una moderna performer abbraccia tanto una dimensione esistenziale (comportamenti stravaganti) quanto una dimensione più professionale del suo essere grande direttore di scena e aggiustare il costume e le acconciature. È capace di sovvertire la rappresentazione della borghese vittoriana anche se non sapeva consapevolmente di criticarne l'immagine, e questo grazie ad una vita vissuta in modo performativo e grazie alle performance che sapeva creare, ma grazie anche a un rapporto biunivoco che era in grado di innescare tra sé e le sue modelle.
Anche se il senso di falso e posticcio è inevitabile, fa parte del gioco e funziona perfettamente nel saper coinvolgere in questa giostra fatta di consapevole sogno a occhi aperti, è quasi in anticipo rispetto a un gusto kitch e post moderno ancora molto poco sfruttato nel linguaggio dell'arte. Tramutava le scenette teatrali che faceva recitare in casa propria in vere e proprie performance che il mezzo fotografico avvalora e mantiene.
Quando la fotografia diventa grande fotografia e poi assurgere alla dignità dell'arte? Quando gareggia con la pittura, quando ne imita i principi, quando con tutti quei limiti che deve deludere riesce a fare qualcosa di simile, qualcosa di artistico nel senso di una esibita capacità e abilità tecnica.
Alice Liddell come Alethia: Uno dei più riusciti lavori della fotografa grazie alla corrispondenza tra le parti del corpo della bambina, il fiore sulla cuffia e il fogliame che le fa da sfondo. È la magistrale orchestrazione delle forme e si avvicina moltissimo all'abilità di George Watts in "scelta".
Ma non si deve pensare che l'unico talento della Cameron sia stata la sua precisione nel realizzare raffigurazioni perfettamente aderenti alle composizioni pittoriche a cui si ispirava o rigorosamente corrette nel tradurre immagini e versi in composizioni. Non si deve parlare di illustrazioni, ma piuttosto di invenzioni.
La fotografia permette di ricreare un mondo che non esiste se non nella mente dei poeti, nei sogni dei tutori. Non si tratta allora di imitare le altre arti, riportare semplicemente e visivamente in copia fedele, ma si tratta di funzionare in modo omologo a loro, al fianco di esse e non dietro di esse; esplorando territori che solo la mente può contenere e la fotografia mantenere in modo vivido e tangibile.
Secondo i critici che valutarono gli idilli del re, la Cameron si salverebbe in queste costruzioni letterarie quando limita al dramma e contiene la fantasia (l'addio di Lancillotto a Ginevra viene reputato migliore della morte di re Artù): lo sforzo scenografico teatrale ed immaginario viene criticato e liquidato come se fosse un incidente di percorso della grande ritrattista degli uomini illustri.
Helmut Gernsheim: ritiene questo ciclo praticamente ridicolo, insomma il ciclo rappresenta un errore in cui la fotografa inglese era caduta e che doveva servire a mettere in guardia chiunque pensasse di affrontare inesplorati territori dell'irreale con l'ausilio della fotografia: "la fotografia è il mezzo più difficile per rappresentare soggetti immaginari". Tesi che si rivelerà sbagliata nell'era della tecnologia digitale. E mentre Baudelaire vissuto molto prima si può scusare, G cancella semplicemente l'anima nera della fotografia. Inoltre dirà che il problema della Cameron è stato quello di voler essere pittrice in fotografia, ma G cade in errore nel momento in cui crede che la pittura sia l'unica via possibile all'arte.
Le lunghe sedute ne denunciano l'aspetto estetico e concettuale: forse ancora più che nell'immagine che andava a realizzare la vera fonte di eccitazione stava in quei lunghi minuti di attesa, di atteggiamenti cristallizzati, di studio dei particolari. Il tutto inoltre avviene in spazi molto limitati e connotati in senso domestico—quello dell'interno è un classico il topo se hai delle tocche vittoriane e della borghesia di fine secolo.
Le donne fotografo svilupparono un'innata affinità con le tematiche del corpo e del travestimento fantastico grazie forse alla loro libertà di agire rispetto agli ambienti ufficiali, tra queste però la Cameron è stata colei che è riuscita di più a farsi storicizzare ed è stata anche presente in molte esposizioni fotografiche del tempo. Già dal 1875 fece registrare il suo copyright delle sue immagini, organizzò e incentivò la vendita delle sue fotografie, allestendo delle personali nelle gallerie londinesi nella seconda metà degli anni '60 dell'800. Quindi ebbe notevoli riconoscimenti in vita.
Se si divide nuovamente tramite un'ulteriore semplificazione il lavoro complessivo della Cameron in due grandi gruppi, quello dei ritratti dei personaggi illustri (ritrattistica pittoricista) e quello che chiamerò della concretizzazione dell'immaginario (esclusivo dal 1870 in poi), allora si potrà ribadire che è questo ultimo che l'ha resa famosa. Vi sono quindi due piani distinti: mentre nei ritratti la scenografia era ridotta al minimo, come anche gli accessori, al fine di non distrarre l'occhio dalla grandezza intellettuale; mentre, nel gruppo dei tableaux vivants, i costumi, le acconciature, gli oggetti divengono grandi protagonisti.
Isola dei corpi tra vestiti e truccati sono una delle prime e più suggestive simbiosi di realtà e artificio che l'arte abbia mai saputo inventare.
Madame Yevonde (1893-1975)
Yevonde Cumbers nasce nel sobborgo londinese di Streatham nel 1893. Cresce a ritmi calibrati in partiti da una famiglia borghese. Viene poi trasferita a Parigi dove entra in contatto con il movimento delle suffragette. Tornata in Inghilterra, partecipa poi direttamente al movimento "vote for women". Nella sua autobiografia racconta di avere sempre ammirato il coraggio delle suffragette, qualità che però sentì ad un certo punto di non saper mantenere. Spiegherà nella sua autobiografia che l'orrore per la prigione e per gli scioperi della fame l'abbia allontanata dall'"andare fino in fondo". Ma organizzò incontri in cui incoraggiava ragazze dei quartieri popolari ad abbracciare la causa delle suffragette.
A soli 17 anni decise di impegnarsi nel campo professionale della tecnica fotografica. La fotografia era già, del resto, uno degli strumenti di comunicazione del movimento delle suffragette.
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