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Origini e storia della psicologia

La prima necessità per lo studio della psicologia è cercare di capirne le origini e la storia. Il primo capitolo del libro di Luccio ha il titolo: perché studiare la storia della psicologia? La prima risposta che si dà a questa domanda è quella data dalla storica gestaltista Mary Hanle: la storia della psicologia va studiata per non ripeterne gli errori. Anche altri autori danno questa risposta come Hearst e Viney. In realtà, non c’è niente di più sbagliato perché si cade nell’errore del presentismo, cioè si assume che nel presente si possano ripresentare gli stessi problemi di ieri. Allora, qual è la risposta giusta da dare? La storia della psicologia si studia per capire come si sono determinati storicamente i concetti che sono impiegati all’interno di questa disciplina e qual è il modo appropriato di utilizzare il lessico psicologico. Capire una disciplina è anche capire i rapporti che essa ha con il mondo scientifico a essa contemporaneo, con la cultura e con la società.

Il termine psicologia deriva dal greco psychè e logos (scienza dell’anima), di fatto non si tratta di un termine greco ma di un neologismo coniato nel Rinascimento non si sa da chi. È noto che il primo a usare questo termine con un significato simile a quello da noi attribuito oggi sia stato il filosofo Wolff che distingueva una psicologia razionale (puramente filosofica) e una psicologia empirica (che si occupava dei fatti psichici fondati sull’esperienza). Solo nella seconda metà dell’800 il termine si utilizzerà per indicare una disciplina completamente autonoma dalla filosofia. Per comprendere come la psicologia si sia sviluppata in termini scientifici bisogna mutare il modo di concepire la storia della scienza. Non più in termini evoluzionistici di accumulo progressivo di conoscenze ma in termini di rotture epistemologiche o di cambiamenti di paradigmi (Kuhn), cioè cambiamenti nel modo di interpretare determinati concetti noti. La storia delle origini è una storia di cambiamenti, di qualcosa che prima non c’era e poi inizia ad esistere, ciò non avviene di colpo ma è accompagnato da una serie di avvenimenti.

Il contributo della filosofia alla nascita della psicologia

La scienza dell’uomo si è sviluppata con ritardo rispetto alle altre scienze perché per molto tempo l’uomo non è potuto essere oggetto di indagine scientifica. Di fatto questa è una concezione cristiana per cui non è stato sempre così, in particolare lo ha dimostrato la cultura greca. In Grecia ci sono state le premesse per una nascita della scienza sull’uomo, per come erano concepiti i rapporti tra corpo e attività mentale. Si ricordino Alcmeone e Aristotele. Alcmeone pose nel cervello la sede centrale del pensiero. Aristotele fu il primo a dare una teoria psicologica dell’antichità (trattato De anima), ma a differenza del primo pose la sede delle funzioni psichiche nel cuore e l’intervento del cervello è solo indiretto. Aristotele fu comunque importante perché fu il primo ad affermare che l’uomo fa parte della natura (uomo – animale) e pertanto può essere studiato con i metodi delle scienze della natura.

La cultura greca aveva posto le basi per uno studio dell’uomo che poi di colpo vennero spazzate via dall’avvento del cristianesimo. Il cristianesimo durante il Medioevo non ammetteva lo studio dell’uomo né dal punto di vista naturale, l’uomo non fa parte della natura e qualsiasi studio di anatomia è giudicato empio e punibile, né dal punto di vista psichico perché l’anima discende direttamente da Dio e qualsiasi comportamento fa parte di un disegno divino. Nel Medioevo era stato ripreso Aristotele grazie agli studi di Tommaso D’Aquino, ma si tratta di un Aristotele diverso, il cui pensiero è stato svuotato e di cui viene preso in considerazione solo la metafisica.

Intanto, cominciava a penetrare in Occidente il pensiero arabo che non aveva subito questa interdizione. L’esempio è dato da Alhazen, studioso della percezione visiva, conosciuto in occidente grazie all’opera del monaco polacco Vitellione, cui si rifece Keplero preparando la strada alla svolta del Rinascimento.

Nel Rinascimento cominciarono a costituirsi quelle condizioni che rendono possibile una scienza dell’uomo, anche se il processo fu abbastanza lungo e ricco di contraddizione. La condizione fondamentale consiste in una riscoperta della cultura classica che cambia il modo di vedere l’uomo, ridandogli dignità. L’uomo non è un essere trascendente ma ha alcune caratteristiche proprie della divinità. La natura stessa non ha più origini divine ma è mossa da un’energia interna. La concezione che si afferma è ancora una volta deterministica. Nel mondo e nella natura esistono delle forze che determinano tutto quanto avviene. Non a caso comincia a rivestire un’enorme importanza l’astrologia (i moti degli astri influenzano il mondo e i comportamenti umani). Siamo ancora lontani da una scienza moderna ma se ne cominciano a preparare le basi.

La svolta decisiva si ebbe nel ‘600 con Cartesio e con il suo dualismo che ammette la separazione tra mente e corpo. Per una psicologia scientifica sono due gli aspetti del pensiero di Cartesio fondamentali: il dualismo cartesiano e la dottrina delle idee innate. Cartesio distingue il corpo (la res extensa) dallo spirito che pensa (la res cogitans). Preferisce usare il termine spirito e non anima per evitare gli equivoci della filosofia precedente. La res cogitans è il pensiero puro privo di estensione capace di interagire con il corpo attraverso la ghiandola pineale o epifisi che ha sede nella scatola cranica di cui non si conosce una funzione specifica. Il corpo è considerato come un meccanismo perfetto, paragonabile a un robot idraulico (Harvey). Il fatto che il corpo sia visto come un meccanismo in grado di funzionare autonomamente dal pensiero apre la strada agli studi anatomici e fisiologici.

Il contenuto del pensiero è costituito dalle idee. Esistono tre tipi di idee per Cartesio. Le idee derivanti dai sensi (il processo sensoriale avviene su tre livelli. Il primo livello: gli oggetti esercitano una passione sugli organi di senso che sono collegati al corpo. Il secondo livello: la sensazione passiva diventa cosciente, perché si ha l’interazione tra res cogitans e res extensa attraverso la ghiandola pineale. Il terzo livello: la sensazione consapevole diventa percezione, grazie all’influenza della res extensa sugli oggetti esterni e ci formiamo un giudizio che poi costituisce una rappresentazione mentale). Le idee della memoria o dell’immaginazione. Le idee innate che sorgono direttamente nella mente (idea di Dio, di sé ecc.) di cui non si è consapevoli ma l’uomo le scopre in sé attraverso l’esperienza sensoriale. Il postulare l’esistenza di idee innate permette di affermare che anche il pensiero è un’entità autonoma dal corpo perché trova in esso stesso i principi che gli consentono di funzionare. Cartesio afferma che è possibile uno studio del pensiero non dal punto di vista della sostanza (argomento teologico) ma dal punto di vista delle sue funzioni. Le idee innate di cui siamo consapevoli ci permettono di non dubitare sull’esistenza di alcune cose come per esempio la nostra esistenza.

Il filone che prende origine da Cartesio è quello razionalista cui si contrappone il movimento empirista nato in Inghilterra e di cui i massimi rappresentanti furono Locke e Hume. Gli empiristi sostengono che non esistono idee innate, ma che la mente dell’uomo è una tabula rasa su cui l’esperienza imprime le forme di conoscenza. Il problema sull’esistenza o meno di idee innate deriva da cosa si intende per idea. Se con il termine idea si intendono anche le passioni, dice Hume, allora ve ne sono alcune innate. Se per idea si intende il pensiero, dice sempre Hume, non esiste pensiero che non possa essere fatto risalire a qualcosa di precedentemente sentito. Per la prima volta gli empiristi parleranno di intelletto per rifarsi a una facoltà e non a una sostanza, ciò non porta a una negazione dell’esistenza dell’anima ma questa deve essere studiata da un punto di vista metafisico. Ci si concentra, invece, sui prodotti e gli effetti dell’anima che possono essere così studiati scientificamente. Questo ha aperto le porte a una psicologia scientifica, perché senza questa distinzione non si sarebbe potuta studiare l’anima senza cadere nella metafisica. Gli empiristi aprono due vie di indagine: la prima è studiare i processi che si svolgono nell’intelletto, che Hume spiega attraverso le associazioni (somiglianza, contiguità e causazione) riprese poi dagli associazionisti; la seconda è studiare i rapporti tra mente e corpo, che Hartley medico spiega attraverso le teoria delle vibraziuncole.

La scienza moderna del ‘600 e Cartesio avevano chiuso le porte a uno studio del mentale su basi scientifiche relegandolo alla soggettività. Nel corso del ‘700 alcuni studiosi cominciano a sentire come un impaccio il dualismo cartesiano per cui se ne discostano. Due sono i filoni che si originano. Il materialismo che riduce tutto alla res extensa compreso il mentale tra questi La Mattrie. L’idealismo che riduce tutto alla res cogitans e nega uno studio scientifico del pensiero. In Francia nel corso del ‘700 si sviluppa la corrente degli idealogues che si pongono l’obiettivo di studiare come si formano le idee e soprattutto con Cabanis mostrano come sia possibile uno studio scientifico dell’uomo sia biologico che mentale. Il mutato clima politico e culturale della Francia di fine ‘700 tuttavia non permetterà lo sviluppo di questa corrente sul piano pratico.

Contemporaneamente agli idealogues francesi e agli empiristi inglesi, troviamo il pensiero del massimo filosofo dell’età moderna: Kant, il quale rimetterà nella pattumiera quel mentale che invece le due correnti di cui sopra avevano cercato di tirare fuori. Procediamo con ordine, schematizzando la parte del pensiero di Kant che ci interessa. Kant distingueva tra grandezze estensive e intensive. Le prime sono un aggregato di parti per cui aumentano in grandezza e di conseguenze sono misurabili con i principi matematici (es. linea o il tempo). Le seconde sono un grado e possono aumentare come intensità passando dall’esistenza alla negazione (es. sensazione, la percezione o il colore) e pertanto non sono misurabili. Se la psicologia si occupa di grandezze intensive non misurabile, di conseguenza non è possibile matematizzare la psicologia e uno suo studio scientifico è impossibile. Questa concezione è conosciuta come interdizione Kantiana alla psicologia scientifica.

Le basi di una psicologia scientifica

Nell’ 800 la Germania attraversa un rinnovamento culturale, socio-politico e scientifico che ne farà la culla della psicologia scientifica. I precursori sono Herbart e Fechner. Herbart è il primo ad affermare che la psicologia è una scienza autonoma dalla filosofia e dalla fisiologia, non si tratta tuttavia di una scienza sperimentale (è analitica e la mente per sua natura non può essere scomposta in parti) ma di una scienza metafisica fondata sulla matematica e sull’esperienza. Il concetto chiave è quello di rappresentazione. La vita mentale avviene attraverso rappresentazioni che si presentano a un Io-cità (che permane sempre perché unitario) fondendosi in un’unità più complessa se sono omogenee oppure inibendosi se sono diverse. Nell’ultimo caso le rappresentazioni più forti rimarranno a livello della consapevolezza quelle più deboli scenderanno sotto la soglia di consapevolezza rimanendo comunque entro i confini pronte a riaffiorare. In questo caso Herbart può essere considerato un precursore di alcuni concetti psicologici come l’inconscio. Herbart cercherà di misurare la forza di queste rappresentazioni utilizzando gli strumenti di calcolo differenziale e integrale.

Fechner porterà agli estremi l’applicazione della matematica alla psicologia. Per Fechner l’anima esiste come proprietà della materia, per cui anche gli esseri non viventi sono dotati di un’anima, la differenza tra uomo e un oggetto sta nella complessità dell’anima dovuta a una maggiore complessità della materia. Lo spirito, come lui chiama l’anima, e la materia sono due aspetti dello stesso essere ontologicamente determinato. Quindi auto osservandoci possiamo entrare in contatto con il nostro spirito il cui prodotto non è altro che il processo che avviene nel nostro sistema nervoso. Ora la scienza moderna ci permette di conoscere il nostro sistema nervoso attraverso la fisica e la chimica ma ci sfugge la costituzione dell’anima. Allo stesso modo se conosciamo lo spirito attraverso l’introspezione ci sfuggono i processi nervosi. Fechner cerca allora di trovare un ponte tra spirito e materia attraverso la psicofisica. La psicofisica permette di determinare attraverso una relazione matematica il rapporto tra spirito e corpo. Tale relazione matematica è conosciuta come legge di Weber-Fechner che afferma che la sensazione è proporzionale al logaritmo dello stimolo ( S k log R + C). La psicofisica avrà successo nel corso dell’800 e persiste tutt’oggi.

Alla nascita della psicologia scientifica non ha contribuito solo la filosofia ma anche altre discipline scientifiche (astronomia, fisiologia, biologia ed evoluzionismo). Il contributo dell’astronomia è estremamente rilevante. Tutto parte da un aneddoto particolare. Nel 1796 l’astronomo di Greenwich, Maskelyne licenziò il suo assistente perché ritenne che avesse effettuato una rilevazione sbagliata del passaggio degli astri. All’epoca si ricordi che la velocità del passaggio degli astri era misurata attraverso il metodo occhio – orecchio; sul telescopio veniva posto un reticolo e quando il corpo celeste entrava nel reticolo, l’astronomo iniziava a contare i battiti di un pendolo fino a quanto l’astro usciva dal reticolo. Maskelyne si accorse che tra le sue misurazioni e quelle compiute dal suo allievo vi era troppa differenza e come detto lo licenziò. Tale episodio destò l’interesse, circa 20 anni dopo, di un altro astronomo importante, Bessel, il quale sostenne che non si trattava di semplice negligenza, ma queste differenze di misurazione erano dovute a differenze individuali, cioè vi era una componente soggettiva (come la stanchezza, l’attenzione o particolari condizioni psicofisiche) a influire sulla misurazione. Questo fattore soggettivo fu definito Equazione personale. Il problema delle misurazioni venne poi risolto introducendo altri meccanismi. Ma di fatto l’introduzione di questo concetto fu fondamentale per la psicologia, perché si era tentato di misurare un fatto psichico. Nasceva così la problematica dello studio sui tempi di reazione, lo studio del tempo necessario perché una persona risponda a uno stimolo.

Il concetto di equazione personale viene ripreso tra il 1850 e il 1860 dal fisiologo Donders. Questi si pose l’obiettivo di studiare i tempi di reazione impiegati dall’uomo durante lo svolgimento delle sue attività. In questo suo obiettivo fu influenzato dalle ricerche di Helmholtz sulla velocità dell’impulso nervoso (H. stimolava il nervo a diverse distanze, e misurava il tempo che intercorreva tra la stimolazione e la contrazione, la differenza dei tempi di reazione misurava la velocità dell’impulso nervoso). Per fondare una psicologia scientifica per Donders era necessaria una misurazione dei processi mentali infatti il suo ambito di indagine è chiamato cronometria mentale. Il metodo usato da Donders fu definito sottrattivo. Egli fece un esperimento. Indicò tre condizioni in cui rilevare i tempi di reazione. La prima condizione A comprendeva uno stimolo cui doveva essere data una risposta; la seconda condizione B comprendeva più stimoli a ognuno dei quali corrispondeva una risposta diversa; la terza condizione C comprendeva più stimoli ma solo a uno di essi doveva essere data una risposta. I tempi A sono più brevi, a seguire i tempi C e infine i tempi B sono i più lunghi. Applicando il metodo sottrattivo, la differenza di c – a è il tempo necessario a un soggetto per elaborare una scelta tra stimoli e dare una risposta; la differenza di b – a è il tempo necessario per una scelta semplice; la differenza di C – b indica la differenza tra processi mentali semplici e complessi. Attraverso questo metodo Donders ritiene di poter dare una misura oggettiva e quantitativa dei processi mentali, la cui lunghezza nel dare una risposta a uno stimolo dipende dalla complessità di quest’ultimo. Il metodo sottrattivo di Donders ebbe grande successo e fu impiegato da Wundt nel suo laboratorio a Lipsia che facendone uno uso scorretto lo portò all’oblio. Solo nel secondo dopoguerra è stato ripreso dalla psicologia cognitiva.

Anche la fisiologia diede un notevole contributo allo sviluppo della psicologia scientifica. Nel 1751 Whytt dimostrò che asportando il cervello di una rana permanevo i movimenti riflessi, che invece cessavano quando veniva asportato il midollo spinale. Con ciò si dimostrava che il substrato nervoso è composto da un ramo afferente (il recettore sensoriale e il nervo sensoriale) e da un ramo efferente (la fibra motoria che dal centro porta alla periferia), questi due rami si integrano tra di loro nel sistema nervoso centrale e non periferico.

Nel 1811 e nel 1822 Bell e Mangendie scoprirono che nei nervi periferici le vie sensoriali sono staccate da quelle motorie, infatti ogni nervo che origina dal midollo spinale ha due radici una anteriore e una posteriore che si uniscono in un tronco.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/01 Psicologia generale

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