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Modelli e strumenti di prevenzione del disagio in adolescenza

Life skills e area sociale

Lo/a studente/essa, dopo aver dato una definizione di life skills, definisca nello specifico quelle appartenenti all’area sociale. Lo/a studente/essa scelga poi un’abilità appartenente all’area sociale e descriva una possibile attività mirata alla sua promozione da svolgere con un gruppo di (pre)adolescenti.

Le life skills definite dall’OMS, sono le 10 capacità che ci permettono di adattarci e di muoverci al meglio nel contesto in cui siamo. Si tratta di abilità che consentono all’individuo di fronteggiare in modo efficace ed efficiente le sfide e le difficoltà della vita. Possiamo suddividere le life skills in 3 macrocategorie: le abilità cognitive, le abilità emotive e le abilità sociali.

Abilità cognitive

Tra le abilità cognitive troviamo: decision making, che ci permette di valutare le alternative a un problema per poter prendere la decisione migliore (varia in base a come viene analizzato il problema), inoltre ci permette anche di valutare le conseguenze delle decisioni nelle diverse situazioni e nei differenti contesti. Poi abbiamo il problem solving, che è strettamente legata alla presa di decisioni, perché nel momento in cui prendiamo una decisione dobbiamo anche considerare eventuali imprevisti che si nascondono lungo il cammino. Il problem solving ci permette di affrontare le problematiche che si presentano lungo il percorso. Abbiamo poi il pensiero creativo, che ci permette di pensare fuori dagli schemi, parliamo di creatività anche in termini di flessibilità e di adattabilità ed è collegata sia al decision making che al problem solving. È il pensiero divergente che ci permette di pensare fuori dai canoni a cui siamo abituati. In ultima, come abilità cognitiva abbiamo il pensiero critico, che ci permette di analizzare le informazioni in modo oggettivo e di capire anche tutte le variabili che influenzano le nostre scelte.

Abilità emotive

Tra le abilità emotive abbiamo, la gestione delle emozioni, ossia la capacità di riconoscere le nostre emozioni e quelle dell’altro. Questo è essenziale per riuscire a gestire anche il nostro comportamento e non prendere decisioni avventate. Oltre la gestione delle nostre emozioni abbiamo anche la gestione dello stress, che ci permette non solo di gestire le situazioni stressanti o vissute come problematiche, ma anche di riconoscere quali sono le situazioni che ci provocano stress e la capacità di tenerle sotto controllo. In ultimo, tra le abilità emotive abbiamo l’autocoscienza, ossia la capacità di essere consapevoli di quali sono i nostri punti di forza e quali i nostri punti di debolezza. Possiamo pensarlo anche come una sorta di prerequisito per le altre competenze, per capire cosa sappiamo fare meglio rispetto a cosa no.

Abilità sociali

In ultimo, ma non per importanza, abbiamo le competenze sociali, che sono: la comunicazione efficace, che non include solo la capacità di comunicare ed esprimersi in modo appropriato sia con il linguaggio verbale che non verbale (esprimere emozioni, desideri e bisogni e la capacità di chiedere aiuto), ma include anche una buona capacità di ascolto attivo. Oltre a questo abbiamo la capacità di gestire le relazioni interpersonali, che non significa andare d’accordo sempre con tutti, ma anche riuscire a gestire le relazioni in maniera adeguata e di interromperle in modo costruttivo quando necessario. Oltre a questo abbiamo l’empatia, che si suddivide in due componenti, quella cognitiva (la capacità di capire cosa prova l’altro) e quella affettiva (la capacità di sentire, anche un’emozione differente dall’altro, ma coerente con l’accaduto). Tutte queste competenze ci permettono di muoverci nel mondo, ci permettono di imparare a sapere, di imparare ad essere e di imparare a stare con gli altri.

Esempi di intervento sulle abilità sociali

Un esempio di intervento con le abilità sociali: empatia. Si possono fare diversi interventi sull’empatia, essendo una competenza che è suddivisibile in due componenti, una cognitiva (che ci permette di comprendere cosa sta provando l’altro) e una affettiva (che ci permette provare ciò che prova l’altro o provare un’emozione affine allo stato dell’altro). Possiamo lavorare singolarmente con questi aspetti, quindi cercare di fare degli esercizi sul riconoscimento delle emozioni dell’altro con dei filmati e farci poi dire da loro che tipo di emozione predominava, cosa hanno sentito anche loro, per provare a mettere in evidenza il lato emotivo espresso in maniera verbale e non verbale. Un'altra possibilità può essere chiedere cosa farebbero vedendo un amico in difficoltà o qualcuno a cui tengono, in modo da creare una discussione tale da fargli capire che "se si piange in due non si risolve nulla" – mi scuso per l’esempio banale ma credo renda l’idea – e dare modo ai ragazzi di pensare diversi interventi che potrebbero fare per aiutare l’altro (per sviluppare anche delle reazioni empatiche legate al comportamento prosociale, come la rabbia empatica dell’aiutante in caso di bullismo).

Altri approcci per allenare l’empatia

  • Counselor peer counseling: La specificità del modello consiste nel fatto che il counselor non è un adulto, ma uno studente della scuola appositamente formato tramite un training mirato. Il training per chi partecipa a questi progetti include l'insegnamento di abilità di ascolto, comunicazione efficace, empatia, problem solving. I peer counselors nel corso del processo sono costantemente supervisionati da un adulto esperto.
  • La mediazione tra pari: viene comunque fatto un training.

Esempi di intervento sulle abilità sociali: comunicazione efficace

A ogni studente verrà consegnato un foglietto sul quale è segnato un messaggio e una modalità comunicativa in contraddizione. A turno ogni studente comunicherà quanto scritto sul foglietto a lui consegnato e qualcuno del gruppo rimanderà quale messaggio ha percepito. Lo scopo di questa attività di riscaldamento è quello di far riflettere gli studenti sull'impatto e l'importanza della concordanza dei diversi elementi attivi nel messaggio comunicativo. – far capire ai ragazzi che una comunicazione efficace è caratterizzata non solo dal messaggio ma dobbiamo capire anche cosa percepisce l’altro mentre ci ascolta.

Esempi di consegne per gli studenti

  • Dire urlando che oggi ti senti tranquillo.
  • Dire sottovoce che sei molto arrabbiato.
  • Dire allegramente che sei in punizione.
  • Dire sottovoce che hai appena ricevuto una bella notizia.

Esempi di intervento sulle abilità cognitive

  • Un esempio di intervento abilità cognitive, il decision making – i Sei cappelli per pensare.
  • Un esempio di intervento abilità cognitive problem solving – circoli di qualità.

Esempi di intervento sulle abilità emotive

Un esempio di intervento con le abilità emotive, la gestione delle emozioni. Mostrare ai ragazzi delle scene contrapposte, una in cui ci sono dei personaggi che non sanno gestire le proprie emozioni e non sanno bene esprimerle, mentre un’altra in cui l’interpretazione è mirata a ricalcare come si possono gestire le emozioni e come si fanno ad esprimerle. Quindi presentare un primo esempio di mal gestione delle emozioni e poi di buona gestione della stessa situazione.

Successivamente, per far esercitare i ragazzi in maniera più interattiva, far vedere un’altra scena in cui i personaggi non sanno gestire le emozioni e chiedere direttamente a loro cosa potrebbero fare, come potrebbero cambiare la scena in maniera costruttiva, cosa farebbero al posto della persona che non si sa esprimere e come si potrebbe invece intervenire esternamente per cercare di aiutare l’altro ad esprimersi. – si tratta di portare una discussione attiva e cercare anche di capire qual è il punto di vista dei ragazzi, mettendo in gioco le loro emozioni senza che si sentano toccati in prima persona, quindi riferendosi a dei personaggi in una serie o altri spezzoni di film che possono aiutarci nell’immedesimazione. Possiamo svolgere l’attività anche in piccoli gruppi, per evitare che i ragazzi si sentano in imbarazzo a parlare per sé stessi. Il nostro ruolo come psicologi è quello di guidare una riflessione quanto più libera possibile, con assenza di giudizio o di commenti negativi, per poter far capire i ragazzi che anche la comunicazione permette di veicolare significati per gestire le proprie emozioni.

Evoluzione delle tecniche per benessere e salute a scuola

La scuola è un ambito perfetto per fare prevenzione, permette di raggiungere un gran numero di ragazzi, capire qual è il loro concetto di salute e benessere, e che tipo di intervento possiamo attuare. Durante il corso del tempo si sono sviluppati diversi modi di approcciarsi alla prevenzione all’interno della scuola. Il più utilizzato in passato è l’intervento con l’esperto, ossia un tipo di intervento standardizzato in cui l’esperto (che sia un professore, uno psicologo o altro) svolge una lezione frontale informativa, di cui solitamente non viene neanche valutato l’effetto che ha avuto sui partecipanti, dato che si tratta di un tipo di approccio medico-informativo. Questo approccio si è visto non funzionare, questo accade perché spesso informare non fa che scatenare nei ragazzi la curiosità nel fenomeno di cui si è parlato, inoltre, questo tipo di intervento non considera i bisogni specifici dei partecipanti che ha di fronte, essendo standardizzato.

Con il passare del tempo si sono anche sviluppate delle modalità di approccio con un docente referente, ossia una figura che si occupa di progetti di educazione di tipo socioaffettivo, in cui i ragazzi prendono parte al progetto, con dei programmi di apprendimento cooperativo. Già questo tipo di intervento permette di avere un approccio diverso con i ragazzi, che almeno possono suggerire iniziative e potersi mettere in gioco. Questo approccio, però, necessita comunque della presenza dello psicologo, per poter condurre dei progetti finalizzati ad obiettivi concreti e di poter anche valutare l’intervento successivamente.

In ultimo abbiamo un tipo di intervento più dispendioso, anche in termini di tempo, ed è il meno utilizzato, anche se si tratta di uno dei più efficaci. Sto facendo riferimento all’educazione tra pari. Si tratta di un tipo di intervento basato su dei training che vengono fatti ad alcuni componenti della classe, che andranno poi a influenzare il comportamento degli altri. Lo scopo è quello di far capire ai ragazzi che hanno un potere e un controllo sui cambiamenti che possono fare e sul loro benessere, considerandoli soggetti attivi. Sfruttare il legame che c’è tra i pari è un’ottima possibilità, dato che la fiducia che si nutre per un compagno, ma anche solo la credibilità che ha, è differente da quella che si ha con un adulto, con cui si percepisce una maggiore distanza.

Abbiamo diversi livelli di coinvolgimento dei ragazzi, da un modello puro in cui vengono loro fatti dei training, ma gli obiettivi, la progettazione e la valutazione vengono fatti da adulti, a modelli misti in cui i peer educator cominciano a prendere parte anche alla progettazione e valutazione dell’intervento, fino ad un modello empowered in cui i peer educator valutano anche gli obiettivi, anche se sempre guidati dagli adulti. In questo tipo di interventi la comunicazione è essenziale, soprattutto durante il training che forma i ragazzi per poi intervenire direttamente sui compagni.

12 barriere della comunicazione e le loro implicazioni

Gordon individua degli ostacoli, delle barriere, che in qualche modo possono impedire che la comunicazione raggiunga l’altro così come vorremo. Ci sono dei modi di comunicare che possono contenere dei significati impliciti e danneggiare la relazione con l’altro. Queste barriere non sempre devono solo essere evitate, alcune possono essere usate per poter comunicare efficacemente, ma bisogna saperne fare buon uso. Le dodici barriere comunicative ci permettono di comprendere alcuni tipi di interazione che non funzionano e potrebbero portare l’altro a farci muro, per questo si tratta di barriere comunicative, anche se non sempre portano qualcosa di sbagliato.

  • Dare ordini: La prima barriera ostacola una comunicazione efficace è il dare ordini, ossia la persona che si limita a comandare l’altro, senza chiedere l’opinione dell’altro e ponendolo in una posizione di inferiorità. Per evitare che si crei una situazione del genere è sempre meglio cercare dei compromessi con l’altro e comunicare attivamente, includendo l’altro nelle scelte da prendere.
  • Minacciare: La seconda barriera che non funziona è il minacciare o mettere in guardia, perché anche qui limita le scelte dell’altro, non trasmette nessuna empatia o accettazione, si tratta solo di messaggi provocatori che spesso generano le azioni stesse a cui si è stati messi in guardia. Entrambe queste barriere presuppongono una relazione asimmetrica di sottomissione, in cui l’altro non ha molta scelta. Un’azione utile che può sostituire le minacce è dare delle informazioni o delle alternative all’altro in modo che possa ragionare sulla scelta migliore per sé o nel caso creare un dialogo tra le parti in modo da poterci riflettere.
  • Moralizzare: La terza barriera, che non favorisce una buona comunicazione, è il moralizzare, o fare prediche, perché fa sentire l’altro in colpa, lo svaluta e non gli permette di prendere scelte liberamente, perché lo fa sentire incapace di giudicare adeguatamente su ciò che dovrebbe fare.
  • Offrire soluzioni: La quarta barriera non sempre è negativa, invece, ed è offrire soluzioni o dare consigli, lo diventa nel momento in cui in quel momento l’altro non ha bisogno di una soluzione. È importante considerare il bisogno dell’altro, che non sempre corrisponde a voler trovare una soluzione, ma anche a voler parlare, volersi sentire accolti e capiti, senza dover arrivare per forza ad un punto della situazione, anche perché le persone sono in grado di decidere cosa fare (noi non abbiamo la verità in mano né possiamo sapere cosa è meglio per gli altri). È bene prima ascoltare i bisogni e poi fare qualcosa.
  • Utilizzo della logica: La quinta barriera della comunicazione è l’utilizzo della logica, ossia cercare di ragionare sul comportamento dell’altro, il che mette l’altro nella posizione di doversi giustificare il proprio comportamento e si mette sulla difensiva.
  • Giudicare e criticare: La sesta barriera è giudicare e criticare, si tratta di considerare di nuovo l’altro come incapace, perché spesso anche se si critica il comportamento viene interpretata più come una critica personale, quindi è preferibile evitare perché questo tipo di comunicazione non porta a far evolvere la relazione.
  • Ridicolizzare ed etichettare: La sesta barriera, anch’essa negativa, si riferisce al ridicolizzare ed etichettare, che è esattamente il tipo di comunicazione da evitare, perché riduce l’altro alla categoria in cui l’abbiamo inserito, in modo tale da svalutarlo. Questo tipo di comunicazione può dare diverse reazioni, la prima è che l’altro cerchi di scappare dalla categoria in cui si è messi oppure che aderisca alla categoria in cui l’abbiamo messo.
  • Diagnosticare o interpretare: L’ottava barriera fa riferimento ad un possibile danneggiamento in ambito clinico quando non si sa abbastanza della persona che si ha di fronte, si tratta di diagnosticare o interpretare. Questo tipo di comunicazione può danneggiare la relazione clinica nel momento in cui viene messo in tavola qualcosa che l’altro non voleva magari esporre, mettendolo a disagio.
  • Apprezzamenti: La nona barriera fa riferimento agli apprezzamenti, che non sembra ma possono comunque essere mal interpretati questo perché fare un complimento ad una persona piuttosto che ad un’altra presuppone che l’altro non abbia fatto bene in qualche modo, e potrebbe essere intesa come una critica velata.
  • Consolare e rassicurare: La decima barriera fa riferimento al consolare e al rassicurare, che di per sé non hanno un’accezione negativa, ma dipende tutto dall’uso che ne facciamo. Se utilizzata con parsimonia e contestualizzata può essere una buona risposta al bisogno dell’altro, ma attenzione, perché potrebbe essere utilizzata anche per sminuire il vissuto dell’altro o farlo apparire esagerato, creando nell’altro l’idea di non essere stati davvero ascoltati, facendo fallire così la comunicazione. È opportuno che ci sia un tempo e un modo per rassicurare l’altro. In alcune occasioni rassicuriamo gli altri in maniera sbrigativa per evitare di entrare in contatto con il loro vissuto, come se consolare l’altro potesse evitarci di entrare in contatto con ciò che sta sentendo per non venirne assorbiti, per questo è giusto rimanere fermi e riuscire a capire il bisogno dell’altro senza avanzare prima di aver capito a pieno.
  • Indagare e mettere in dubbio: L’undicesima barriera fa riferimento all’indagare e al mettere in dubbio, che spesso non porta nulla di buono, perché crea un clima di ostilità in cui trasmettiamo mancanza di fiducia nell’altro e nelle sue capacità, e così facendo rendiamo l’altro insicuro e messo in discussione.
  • Minimizzare e ironizzare: L’ultima e dodicesima barriera comunicativa fa riferimento al minimizzare e ironizzare, una delle più negative e da evitare, questo perché non solo trasmette incomprensione, ma ridicolizza il vissuto dell’altro e lo fa sentire sminuito e ignorato, e lo porta a non condividere più con altri il suo pensiero.
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher saralove101 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Modelli e strumenti di prevenzione del disagio in adolescenza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Padova o del prof Pozzoli Tiziana.
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