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Discussioni linguistiche – il ‘500

Il ‘500 è il secolo della diffusione unitaria di un tipo linguistico La questione della lingua

Avviene la diffusione di un idioma comune di matrice toscana che si espande nelle varie regioni ma NON

in tutte le classi sociali le scritture volgari innovative si rivolgono ai DOTTI = non si tratta di una vera e

propria unificazione ma nonostante ciò si tratta di una tappa importantissima e fondamentale.

Cambia la prospettiva di analisi e di studio dello storico della lingua = fino al ‘500 si studiavano le

tradizioni municipali, le tradizioni scrittorio - linguistiche locali.

Quando si vogliono prendere in esame le diverse scriptae volgari, nelle regioni italiane, alla base ci sono i

volgari locali, fondamentali anche per le koinè cancelleresche regionali o sovra regionali. Assolutamente

necessario aver presente le tradizioni linguistiche locali e i volgari municipali trattati da Dante.

IL TOSCANO

Nei primi secoli la sua influenza fuori dalla Toscana è legata ai generi letterari elevati, diventa presto uno

dei volgari con maggior prestigio ma fino al ‘500 è solo uno fra i volgari; inoltre i dotti guardavano ancora

esclusivamente al latino.

● Lirica posto di prestigio fin dal ‘200 = i poeti usavano prevalentemente questa varietà con tracce

linguistiche locali Veneto ed Emilia accolgono e diffondono la tradizione poetica toscana.

● Prosa continuano a essere utilizzati i volgari locali = il fiorentino è un volgare come un altro

Chronica dell’anonimo romano = scritta da un chierico in romanesco, senza accenni toscani

moltissimi prose di questo genere = monumenti linguistici per lo studio delle varietà.

● Laudi contribuiscono all’espansione del toscano poiché poemetti religiosi.

LA QUESTIONE DELLA LINGUA

Nel ‘500 il MODELLO LINGUISTICO COMUNE viene cercato nel volgare deve avere autonomia ed essere

lingua di cultura per essere una valida alternativa al latino = consapevolezza che giunge al culmine

dell’Umanesimo gli elementi a favore vengono dalla filologia umanista e dalla retorica = CULTURA.

Nel ‘400 il volgare era stato denigrato e non ritenuto all’altezza di una lingua d’arte e cultura dagli

Umanisti scomparsa del volgare dalla letteratura. All’inizio del ‘500 grazie ad opere come gli Asolani e

l’Arcadia, entrambe stampate in volgare la questione si sposta sulla qualità del volgare da adottare e

quale nome dargli ricerca di una NORMA = grammatica per fissare struttura, retorica e stile. Il dibattito

linguistico del ‘500 è una questione di carattere normativo PROPOSITIVO che accomuna le tesi.

QUESTIONE della LINGUA = insieme delle proposte e delle polemiche linguistiche che animano il

dibattito culturale dell’Italia del ‘500. Vi partecipano letterati, filologi (Bembo, Trissino, Salviati),

intellettuali e personalità politiche (Machiavelli e Guicciardini).

I progressi del volgare hanno diversi ambiti d’uso: dalle scritture pratiche a quelle scientifiche. 1

IL LATINO

Il latino resisteva ancora in determinati ambiti: notai, avvocati, medici; nell’ambiente universitario

l’insegnamento avveniva tramite un latino impuro (misto a volgarismi), come nota Speroni nel Dialogo

delle lingue. L’insegnamento della lingua e letteratura volgare faticava ad affermarsi.

Nell’ambiente ECCLESIASTICO il latino primeggiava per intraprendere una carriera nella Chiesa

occorreva una formazione umanista = Bembo che aspirava a una carriera ecclesiastica, ad alto livello,

scrisse varie opere, fra cui una dedicata al Papa, in latino. La curia romana era un ambiente di cultura

classica.

La Questione della Traduzione delle Sacre Scritture : ancor prima della Riforma protestate circolava

l’opinione che fosse giusto poter leggere la Bibbia in volgare. Brucioli si rende conto che il popolo

bisbigliava i salmi senza comprenderli decide di tradurre le scritture in volgare aggiornato.

Lo sforzo del popolo a ripetere e comprendere le preghiere porta a celebri storpiature = da nobis hodie <

Donna Bisodia, conosciuta popolarmente come madre di San Pietro. Riguardo al ruolo del latino nella

Chiesa, il Concilio di Trento ribadì la sua posizione = latino come lingua ufficiale e sacra delle liturgie!

Aprire al volgare comportava il rischio di analisi individuali, atteggiamenti pericolosi ed eretici. Il latino

garantiva alla Chiesa una posizione mediatrice e di interprete venne PROIBITO il possesso di Bibbie in

volgare senza autorizzazione. Il volgare venne concesso solo durante la predica e l’insegnamento.

Il miglioramento della formazione sacerdotale ebbe forte impatto sulla qualità della lingua usata nelle

predicazioni viene meno la tradizione dei SERMONI MESCIDATI (livello estremo di commistione fra

latino e volgare, caratteristica della predica medievale). Un esempio di latino volgare è la Chronica di

Salimbene, con uso di un latino mescidato estremo veri e propri casi di bilinguismo ma con oscillazione

CASUALE. (quaderno: Barletta e Soncino) Questa tradizione viene meno quando sorge il

problema di quale volgare adottare per rivolgersi ai fedeli (scelta che verrà fatta sulla base di Bembo).

Nel ‘500 era ancora vivissimo l’uso del latino in LETTERATURA, spesso praticato dagli stessi autori

maggiori della letteratura volgare = grande importanza alla letteratura classica. Bembo pubblica il De

Etna, racconto in latino, in forma dialogica con il padre. Un libretto che intende essere prova del bello

stile latino, sono presenti citazioni di auctores. Quest’opera venne ripubblicata lo stesso anno delle opere

volgari = immagine di autore completo.

IL VOLGARE

Mentre alcuni settori rifuggono dal volgare, altri lo accolgono più apertamente corte giudiziaria e

amministrazione = attorno alla metà del secolo abbiamo la traduzione in volgare di molti statuti comunali.

Nel ‘400 la produzione CANCELLERESCA ebbe grande evoluzione abbandono dei tratti municipali e

graduale creazione di modelli linguistici regionali o sovra regionali. Il motivo principale per questa scelta

fu la crescita degli scambi fra regioni e zone = necessità di saper comunicare e capirsi. Le componenti di

base erano 3: fondo linguistico locale + modello latino (uso giuridico) + volgare toscano letterario. Il

ruolo del latino sussisteva nelle cancellerie per la formazione classica dei notai. La scrittura cancelleresca

divenne la base per le prime esperienze di prosa d’arte nelle regioni italiane; le koinè regionali stanno

alla base delle teorie cortigiane/italianiste. Mantova e Verona già alla fine del ‘300 anticiparono l’uso del

volgare tramite i gridi = frasi pensate per il pubblico popolare. 2

I VOLGARIZZAMENTI sono visibili anche negli atti notarili fin dal ‘300 = verbalizzazione delle risposte, di

testimoni e imputati, in volgare. In ambito giudiziario comincia a emergere una certa diffidenza nei

confronti del latino si credeva venisse utilizzato per mettere in difficoltà la bona gente = emerge da

molte testimonianze, fra cui anche quella di Campanella (1599). Allo scopo di migliorare la trasparenza dei

processi, il duca di Savoia, Emanuele Filiberto, nella seconda metà del ‘500, legittima l’uso del volgare

negli ATTI NOTARILI e nelle PROCEDURE GIURIDICHE dello Stato Sabaudo. Questa introduzione è una

vera e propria innovazione ma soprattutto una scelta politica scopo di affermare l’autonomia dello

Stato Sabaudo dal regno di Francia, sotto il profilo linguistico.

Nel campo delle discipline tecniche e delle scienze applicate il volgare si afferma grazie alla terminologia

tecnica e meccanica. Molti universitari ricorsero al volgare per distanziarsi dalla norma (Bruno e

Campanella). Nella storiografia il volgare divenne lingua ufficiale (Machiavelli).

La TRADUZIONE dei CLASSICI nel primo ‘500 = palese inadeguatezza del volgare enorme sproporzione

tra le due lingue. Secondo Dionisotti il volgare dell’epoca era privo di una norma grammaticale condivisa

= strumento espressivo fragile. I volgarizzamenti non mancano ma non ci sono scrittori italiani importanti

che si dedicano a tradurre autori classici. L’atteggiamento di apertura del volare nei confronti del latino

era agli occhi di autori come Bembo una strada di corruzione che portava a un latino mescidato.

L’obiettivo era fondare un’AUTONOMIA GRAMMATICALE, RETORICA E STILISTICA volgare. Le traduzioni

del ‘400 si interrompono fino agli anni ’40 del ‘500 quando gli autori dispongono ormai di una lingua

comune, definita da una norma permette il ritorno al rapporto latino-volgare ad armi pari.

AVVIO DELLA SOLUZIONE

Prima della composizione delle Prose di Bembo, il problema della lingua italiana e dell’identificazione del

modello linguistico era già avviato a soluzione, tramite fattori oggettivi:

1. Italianizzazione della koinè cancelleresca = importanza della componente toscana

2. Richiesta di standardizzazione linguistica in seguito alla diffusione della stampa

3. Progressiva decadenza degli Stati Regionali

Il successo della posizione fiorentinista arcaizzante di Bembo è dovuto al fatto che trovò accoglienza in

opere importanti ma soprattutto incontrò un clima favorevole si avvertiva il problema e ci si era già

orientati verso la soluzione = la questione della lingua non fu l’unico fattore a determinare la scelta.

LA SCELTA DÌ BEMBO

Opere come gli Asolani e le Prose erano estremamente raffinate e complesse si rivolgevano a uno

stretto pubblico di letterati. La proposta implicita di queste opere era una lingua difficile e ricercata

(come il latino umanistico), quindi per nulla facile e aperta a tutti. Per Bembo l’unica maniera per far

accettare il volgare come lingua di CULTURA e affermare la sua dignità era respingere ogni compromesso

cortigiano/cancelleresco, rifiutare l’unificazione fra lingua letteraria e parlata.

La soluzione era il recupero filologico dei CLASSICI TRECENTESCHI le opere maggiori del secolo aureo =

lingua poetica Petrarca prosa Boccaccio 3

Oltre che per convincere gli umanisti, Bembo optò per il fiorentino trecentesco, anche per la

consapevolezza della crisi che gli Stati signorili stavano attraversando. Bembo era affascinato dalle corti

(gli consentivano di dedicarsi alle attività letterarie) ma allo stesso tempo era consapevole della fragilità

di quel mondo, rispetto alle potenze europee che cominciavano a minacciarlo.

Il dialogo delle Prose è ambientato a Venezia, nella casa di Bembo Venezia era sopravvissuta alla

disfatta di Agnadello nel 1509 = rappresentava per Bembo una realtà solida, rispetto alle corti destinate a

soccombere. L’ambientazione non è dunque un caso, come non lo è il fatto che si cercasse di mantenere

al sicuro, il patrimonio comune della lingua italiana, la sua tradizione linguistica e letteraria necessita

di unità contro gli stranieri.

Nelle Prose compare un riferimento politico alle vicende del tempo Giuliano de’ Medici si augura che

l’Italia non torni più a “servilmente ragionare” (parlare in modo servile la lingua dei dominatori)

questo rischio derivava dalla propensione dei signori italiani a chiedere aiuto a Francia e Spagna. Ciò

comportava il rischio di perdere autonomia politica con annessa perdita del patrimonio culturale e

linguistico - letterario (già molto fragile per la frammentazione dialettale).

Le basi di una lingua unitaria e di una letteratura riconosciuta come patrimonio comune dovevano

basarsi sulla stabilità trecentesca, la cui grandezza era ampiamente riconosciuta. La proposta era una

rigorosa IMITAZIONE di Petrarca e Boccaccio rifiutava Dante per il suo pluristilismo. Risolve il problema

della complessità della prosa boccacciana, fortemente popolare dividendo il corpo delle composizioni

da ciò che si trova nei dialoghi = modello grammaticale e stilistico basato sulla CORNICE del Decameron.

Avviene una frattura fra lingua letteraria che si cristallizza e lingua parlata che evolve nel tempo.

LETTERATURA DIALETTALE

Nel ‘400 esisteva un continuum fra lingua letteraria e varietà locali = Boiardo; con la diffusione della

norma fondata sul toscano arcaizzante trecentesco, avviene la frattura del continuum le varietà locali

vengono declassate a dialetti nasce una nuova diglossia = toscano letterario – dialetti. Fiorisce la

letteratura dialettale riflessa.

Benedetto Croce formula la letteratura dialettale riflessa e la distinzione fra uso spontaneo e riflesso del

dialetto saggio del 1926 : La letteratura dialettale riflessa, la sua origine nel Seicento e il suo riflesso

storico. Discute una vecchia tesi federalista di Ferrari riconoscimento della reazione dello spirito

popolare contro la letteratura aulica nazionale = Ferrari aveva censito opere dialettali italiane in cui

vedeva una verifica della sua tesi federalista/antiunitaria. Croce dimostra il rapporto stretto fra

letteratura dialettale e nazionale (in lingua) la letteratura dialettale prende quella nazionale come

punto di partenza e la completa nella rappresentazione di toni minori, che potevano esprimersi solo

tramite il dialetto = COLLABORAZIONE fra le 2 letterature per arrivare oltre ai confini delle singole.

Caratteri fondamentali del saggio:

1. Distinzione fra letteratura dialettale riflessa e spontanea riflessa = nel caso l’autore ne faccia

uso per scelta; spontanea = nel caso l’autore ne faccia uso perché conosce solo il dialetto

2. Chiarisce il carattere dialettico della letteratura riflessa presuppone la letteratura in lingua

come valida alternativa. Esibisce tratti linguistici locali in antitesi dialettica al modello linguistico

di prestigio.

3. Supera l’origine nel Seicento = il fenomeno si afferma in pieno Rinascimento, in parallelo alla

norma nazionale di base toscana arcaizzante. 4

Nel ‘500 si hanno veri e propri capolavori in dialetto a Venezia hanno grande fortuna le commedie

plurilingui del Ruzante grazie all’ambiente cosmopolita. Il fenomeno non nasce in quest’epoca, ha origine

fin dal primo secolo della nostra letteratura Contini individua, fin dalle origini una tensione fra lingua

colta e dialetto usata come strumento espressivo (= FUNZIONE GADDA: riconosce in Gadda un

esponente della letteratura dialettale riflessa), che si ripresenta più volte nel corso della letteratura.

Avviene a livello letterario ogni volta che si verifica una chiara contrapposizione fra lingua colta e dialetto,

nella quale le due varietà vengono percepite come distinte. Prima dell’elaborazione della norma, poteva

verificarsi anche nella letteratura dialettale spontanea (improperium).

Contini mette in luce come nelle prime manifestazioni della poesia dialettale, si preferisse optare per

dialetti rustici e marginali, come varietà dialettale riflessa. (quaderno epistola napoletana)

Grammatichetta Vaticana

Di Alberti = miniera di caratteristiche del fiorentino quattrocentesco codificate come norme. L’opera

non ebbe grande successo e non suscitò dibattito linguistico. Lo sfondo è quello della questione fra latino

e volgare.

La sua composizione avvenne fra 1435 e 1441, opera breve di 50 pagine. Già dalle prime righe si

presuppone il dibattito linguistico avviato nel 1435 a Firenze, nell’anticamera di Papa Eugenio IV = la

natura della lingua nella Roma antica. Due furono gli interventi principali = Biondo Flavio e Leonardo

Bruni la discussione si protrò per secoli. La domanda fondamentale era: Nella Roma antica i letterati e

gli indotti, parlavano una lingua unica (con differenza fra registri e stili), oppure si aveva una diglossia

(volgare privo di grammatica e latino)?

Biondo Flavio lingua unica, espone la sua tesi per iscritto nell’epistola De verbis Romanae locutionis;

ascrive a Bruni la tesi secondo la quale il popolo romano parlasse lo stesso volgare in uso in età

moderna. Sosteneva che il volgare avesse una sua grammaticalità, seppur fragile. Per dimostrare che il

volgare moderno non esisteva nell’antica Roma, cerca di individuarne la nascita invasioni barbariche = il

latino viene corrotto da una contaminazione linguistica fra esso e le lingue barbare. Il volgare nasce da

un cattivo apprendimento del latino da parte dei barbari, combinato a un apprendimento imperfetto

delle lingue barbare da parte delle popolazioni sottomesse. MESCOLANZA LINGUISTICA = VOLGARE

Leonardo Bruni sosteneva che il popolo romano parlasse una sorta di volgare come latino scorretto,

non sgrammaticato. MAI aveva sostenuto che nell’antica Roma, si parlasse il volgare moderno = la

diglossia era LATINO CORRETTO – LATINO SCORRETTO registro alto e basso. Argomentava la sua tesi

sull’impossibilità che nell’antichità, il popolo utilizzasse il latino alla maniera degli umanisti gli

analfabeti ignorano la grammatica = non potevano dominare una lingua così regolata.

La mal interpretazione di questa tesi = diffusione di una tesi pseudo-bruniana, scorretta gettava un

giudizio severissimo sul volgare = nega ogni possibilità di divenire una lingua regolata e quindi di cultura.

B. Flavio lasciava invece aperta una fessura di miglioramento riconosceva una nobile origine del volgare

= il latino. In realtà, entrambi avevano un giudizio negativo del volgare, inferiore al latino.

Alberti non prese posizione si concentra sulla grammaticalità o meno del volgare = sostiene la

grammaticalità del volgare moderno usufruisce delle tesi di B. Flavio. (analisi dei 3 brani sul quaderno).

Fin dalle prime righe, troviamo riferimenti polemici, impliciti al Bruni Alberti mira ad argomentare una

struttura grammaticale sovrapponibile, fra latino e volgare = il volgare può essere analizzato sulla base

5

delle categorie elaborate nel Medioevo per descrivere e insegnare il latino. L’intenzione è di nobilitare il

volgare tramite il ricorsi a latinismi di diverso tipo (grafici, sintattici) ma troviamo anche elementi del

fiorentino argenteo = latineggiante su molti livel

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher isabelvalline di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Trento o del prof Bertoletti Nello.
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