L'autore, l'opera e il suo contesto
Le Misanthrope
Si considera che Le Misanthrope, creata nel 1666, sia la più rilevante e la più enigmatica tra le commedie di Molière. Di sicuro, l'autore ci si svela e esprime dolorosamente i suoi dispiaceri personali. Per altri, però, denuncia violentemente le menzogne/imposture della Corte e dei saloni, e si pone come campione della sincerità. La corrente romantica, al XIX secolo, ha fatto del personaggio principale uno spellato vivo, irritabile e infelice, la cui collera nasconde l'empatia e la compassione che suscitano gli accenti piuttosto tragici. Questa tradizione è perdurata. Oggi, si trova nelle proposte del misantropo degli ideali che si condividono e delle indignazioni molto attuali.
Per questo, al suo tempo, Le Misanthrope faceva realmente ridere. Alceste, atipico, era un personaggio ridicolo perché realmente “stravagante”. Autore moderno e ispirato dalle teorie mediche del suo tempo, Molière ne ha fatto un bisbetico e testardo, bizzoso e ostinato, determinato a battersi per fatti senza importanza e principi futili. Indossando il costume dell'“uomo dai nastri verdi”, l'attore Molière le giocò magistralmente, senza risparmiare gli effetti comici in cui eccelleva.
In effetti, in questa seconda metà del XVII secolo, non era molto del buon gusto malinconico. In una società affabile, cortese e colta, bisognava piacere essendo un “uomo onesto” e “bello spirito”. Louis XIV, al potere da dopo il 1654, aveva organizzato a Corte un sistema sociale complesso, retto da regole della buona educazione e del saper vivere, dove ciascuno si posizionava secondo la propria volontà. I personaggi del Misanthrope, tutti nobili, sembra ci si conformassero con la felicità, tranne Alceste, che pretende di disturbare questa società sottilmente organizzata. Volendo trasformare il mondo pacifico della Corte e dei saloni, dove ciascuno si aiuta reciprocamente e si fa delle grazie, Alceste cammina quindi in contro corrente e si esaurisce in una missione inutile poiché grottesco e maldestro. Con ragione, nulla può e nulla vuole quindi lo segue. Per lui, non esiste che una soluzione, quella che il re ordina abitualmente ma che si impone alla fine lui stesso: l'esilio e la solitudine.
La commedia viene rappresentata per la prima volta a Parigi nel teatro del Palais-Royal il 4 Giugno 1666 dalla Troupe du Roi.
Ai tempi di Louis XIV
- Dopo le rivolte dell'inizio del secolo (la Fronda, la guerra dei Trent'anni, le rivolte religiose e contadine) e nella continuità del governo di Richelieu, Louis XIV mantiene la società francese sotto il controllo permanente e stabilisce la monarchia assoluta di diritto divino.
- Accresce la sua potenza anche nelle province francesi e nelle colonie d'oltre mare, così come nei paesi d'Europa. Sottomette la nobiltà e impone un'etichetta molto elaborata.
- Edifica uno Stato centralizzato in cui tutto è ordinato e verificato, comprese le opinioni religiose e i movimenti letterari e artistici.
- Grazie ai mecenati, si circonda di numerosi artisti, drammaturghi e scrittori:
- Molière
- Racine
- Boileau
- Il musicista Lully
- L'architetto e paesaggista Hardouin-Mansart
- Vauben
- Le Vau e Le Nôtre
- I pittori e decoratori Mignard e Le Brun
- La Fontaine
- Perrault
- Il marchese di Sévigné, più indipendenti ma comunque presenti nel suo regno
- La Bruyère
- Saint-Simon
Personaggi
- Alceste, pretendente di Célimène
- Philinte, amico di Alceste
- Oronte, pretendente di Célimène
- Célimène, promessa sposa di Alceste
- Eliante, cugina di Célimène
- Arsinoé, amica di Célimène
- Clitandre, marchese
- Basque, cameriere di Célimène
- Une garde, dei Marescialli di Francia
- Du Bois, cameriere di Alceste
La scena è a Parigi
Atto primo
Alceste non si presenta di buon umore, non vuol più che Phinite lo consideri suo amico siccome egli è sempre stato un uomo benevolo, disponibile, dai grandi giuramenti e dalle grandi promesse, un uomo d'onore che, però, nel momento in Alceste ha domandato chi fosse una tal persona, Philinte ha spento l'entusiasmo, mostrando quasi indifferenza; per Alceste questo è un motivo degno perché Philinte si impicchi e non lo consideri più un amico. Philinte cerca un modo per scusarsi, Alceste gli dice solo di esser sempre sincero e di parlar con il cuore. Alceste spiega di odiare la gente che ostenta la moda, gli inchini, coloro che dicono futili parole, che danno frivole carezze. Non si può festeggiare, elogiare, affidare la propria fiducia e amicizia ad un uomo che dice le stesse cose anche ad un facchino. Se si stimano tutti, è come se non si stimasse nessuno, coloro che si abbandonano ai vizi non possono far parte del mondo di Alceste. Per quest'ultimo bisognerebbe punire che propone finte amicizie, l'uomo deve mostrare nei propri discorsi, il proprio cuore; bisogna dire ciò che si pensa alle persone, che siano cose belle o che siano cose brutte. La gente che si comporta in questo modo gli da rabbia, vi sono solo lusinghe, ingiustizie, interessi, tradimenti.
Philinte trova la visione dell'amico rozza, per lui ci sono situazioni in cui la totale franchezza potrebbe non esser tollerata o risultare buffa, lui vede in lui stesso e in Alceste il ritratto dei fratelli presentati nella Ecole des maris. La franchezza che per Alceste è tanto un pregio, Philinte la vede come una malattia oggetto di commedia, una collera così aspra verso i vizi del tempo è ragione di risate per molte persone.
Alceste ha un odio verso tutta la natura umana, non c'è nessuno che possa salvarsi: chi malvagi e di cattive azioni, chi malvagi ma che mostrano compiacenza. Sotto la superficie si intravede l'imbroglione, con sguardi imploranti e il tono dolce; l'impostore si è fatto strada con azioni nefande, ha ottenuto la propria fortuna a discapito dei meriti e delle virtù, gli si affibbiano titoli disonorevoli ma viene comunque ben accettato, avendo la meglio su ogni galantuomo.
Per Philinte non bisogna osservare la virtù dei tempi antichi, contrapposta agli usi quotidiani; nonostante ci siano cose che potrebbero andar meglio, non sarà mai in collera come Alceste. Sopporta ciò che fanno presentando il propria controllo così filosofico quanto la collera di Alceste.
Alceste chiede, allora, se mai dovesse essere ingannato da un amico che, architettando una frode, gli tolga i beni o lo diffami, come reagirebbe. Per Philinte questi sono difetti legati alla natura umana, per lui è come vedere avvoltoi affamanti di carne, scimmie che compiono cattive azioni o lupi iracondi. Alceste vuole comunque affermare la propria concezione della natura umana, senza cercar giudice, avendo dalla parte solo la propria ragione, la propria giustizia e il proprio diritto. Vuol constatare se tutto questo imbroglio è reale, se gli uomini sono capaci di tali sfrontatezze sperando di perdere la propria causa.
Philinte si meraviglia che nonostante Eliante, donna sincera con un debole per Alceste, lui la rifiuti così come Arisnoé, aspirando invece a Célimène, donna vanitosa. Odia gli uomini maligni ma sopporta i loro difetti se risiedono in una donna. Alceste spiega di esser innamorato di questa vedova, ma di esser a conoscenza dei suoi difetti ma ne è stato sconfitto poiché lei sa farsi amare. Philinte si chiede allora come possa Alceste credere che Célimène lo ami realmente, sarebbe più sicuro riporre il proprio amore e la propria fiducia in Eliante. Alceste è convinto che lei lo ami e non può far altro che seguire il suo amore per Célimène.
Oronte parlando con Alceste gli dice di voler esser suo amico, anche perché sono dello stesso ceto sociale. Alceste non si aspettava di ricevere questo onore (il fatto che Oronte gli volesse esser amico), Oronte nutre una forte stima nei suoi confronti, una stima che chiunque dovrebbe avere nei confronti di Alceste per i suoi meriti. Oronte vorrebbe fortemente abbracciare Alceste, come segno di amicizia; il secondo gli spiega che l'amicizia non può essere invocata in ogni circostanza, necessita una chiara scelta e bisognerebbe conoscersi meglio, potrebbero poi pentirsi di esser diventati amici senza questi preliminari. Oronte comprende e condivide il pensiero di Alceste, accrescendo la propria stima nei suoi confronti; egli accetta dunque di conoscersi prima, mostrandosi sempre disposto per qualsiasi necessità, soprattutto a Corte siccome il Sovrano ha un occhio di riguardo per Oronte. Quest'ultimo chiede dunque di potergli esporre un suo nuovo sonetto, per sapere se sarà degno di esser pubblicato, Alceste spiega di esser molto sincero nel dare giudizi, Oronte sarebbe lieto di ricevere un opinione sincera. Il titolo è “La Speranza”, dedicato a una donzella di nome Fillide che ha destato in lui la speranza stessa, Oronte è preoccupato che lo stile possa non piacere, che i versi non siano solenni, che il tempo da lui occupato (un quarto d'ora) sia troppo poco. La speranza da conforto e culla i tormenti, ma Fillide si è mostrata a lui sin troppo compiacente, non doveva prodigarsi a tal punto per poi destare in lui solo speranza e non il resto; ma lui vuol raggiungere il proprio intento, perché disperare vuol dire sperare.
Philinte trova le parole molto belle, il concetto è ben espresso e la fine oltre ad esser spiritosa è molto graziosa. Alceste esprime il proprio parere sottovoce, reputando il sonetto una lode alle sciocchezze. Oronte chiede un parere al suo nuovo amico, Alceste spiega che a parer suo l'argomento è delicato ma uno scritto fiacco può annoiare e questo basta a screditare un uomo, per quante doti un uomo possa avere viene comunque giudicato dagli aspetti peggiori. Alceste crede che lo scrivere possa distruggere molta gente perbene, se un brutto libro viene pubblicato lo si perdona credendo che sia stato scritto solo per necessità. Gli consiglia di abbandonare la scrittura, di non rovinare il buon nome che si è creato a Corte assumendo il titolo di miserabile e ridicolo autore.
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