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Manuale di geografia

Bonazzi nella metà del XX secolo

Nella metà del XX secolo in California, Sauer e i suoi allievi iniziano a studiare il rapporto che esiste tra uomo e ambiente, gli aspetti materiali della cultura, le forme del paesaggio e la loro diffusione. Nel 1980, Sauer istituisce la New Cultural Geography; ciononostante non tutti seguono questo filone teoretico e qualcuno si discosta. I geografi inglesi, per esempio, si schierano con la Cultural History.

Punti principali dei Cultural Studies

  • Esaminare ogni oggetto secondo i termini delle pratiche culturali;
  • Capire la cultura nella complessità delle sue forme;
  • Cultura = oggetto di studio e luogo di critica;
  • Si mira a superare la divisione tra forme del sapere tacite e oggettive;
  • Valutazione morale della società moderna.

Il rapido cambiamento in geografia è suggellato dall'etichetta “svolta culturale” (cultural turn). I temi diventano lo spazio del potere, il significato e la forma dei paesaggi delle aree metropolitane, la produzione delle pratiche discorsive, la natura politica e ideologica del sapere scientifico, la rappresentazione dei corpi, la questione della differenza, il trans-nazionalismo e la diaspora, le pratiche di trasgressione e di resistenza, il femminismo e l'impresa coloniale. Il compito della geografia è spiegare l'insieme delle relazioni politiche, economiche, e materiali responsabili della costruzione dei paesaggi culturali in cui si collocano, si rafforzano e si legittimano tali definizioni.

Prima parte: Tradizioni culturali

Una mappa per orientarsi tra direzioni, cultura e punti di vista

Nei primi anni Ottanta, Peter Jackson e Denis Cosgrove lanciano un appello; la questione è porre al centro della riflessione critica il funzionamento della cultura: capire il ruolo della “produzione simbolica” nella costruzione e nell'ordinamento dello spazio. La natura e la forma di questa “chiamata” mettono in rilievo i tre temi:

  • Rendere futile ogni tentativo di concettualizzare il nuovo ambito disciplinare come unitario, coerente e bene definito;
  • Pone in primo piano (per mano di Duncan) l'urgenza di una riflessione avvertita e aggiornata su che cosa si debba intendere con il termine cultura, concetto dato per scontato nella geografia saueriana, ma inutile come elemento di spiegazione dei fatti e spesso pericoloso come supporto ideologico;
  • Il rimando a Williams e alla sua idea di cultura mette in primo piano la questione del punto di vista delle rappresentazioni geografiche e cartografiche.

Ogni punto è determinato da coordinate geografiche, ideologiche, politiche, economiche: così ciò che si vede dipende dal “dove” si guarda. Alcuni punti hanno più autorevolezza rispetto ad altri.

Indicazioni sulle direzioni della Cultural Geography

Negli anni '60 – la New Cultural Geography intraprende un progressivo allontanamento dai temi più tradizionali della disciplina accademica.

Anni '70 – trasformazione economica con la Thatcher (Inghilterra), Reagan (USA). Sono gli anni in cui afferma la libertà di mercato e prende il via la globalizzazione. Si allarga la differenza tra ricchi e poveri.

Anni '80 – dissoluzione dell'Unione Sovietica, un evento politico che determina un cambiamento radicale nella divisione e nella rappresentazione del mondo. Secondo Cosgrove si attende un nuovo ordine mondiale nel quale l'Est potrebbe diventare Ovest e Nord, Ovest. Il particolare diventa la novità (nuovo confine); e le persone si muovono.

L'attenzione dei geografi si concentra sulle aree metropolitane dell'Occidente, spazi dove sono più evidenti le battaglie sociali e politiche. Si apre un ambito di ricerca sugli spazi e sui paesaggi urbani che privilegia lo studio dei differenti stili di vita e la costruzione sociale del “gender” e “razza”. La premessa comune è molto semplice: ogni categoria è costruita socialmente, la stessa realtà è una costruzione sociale.

Il paesaggio tipicamente occidentale, secondo Kay Anderson, è la Chinatown di Vancouver, dove si intercorrono processi culturali, politici ed economici. Il paesaggio racconta anche gli effetti della ricostruzione economica; un esempio è il saggio di Don Mitchell relativo a Johnstown in Pennsylvania, che si reinventa dopo la rimozione degli stabilimenti di acciaio. La città rimane centrale nella riflessione della Cultural Geography anche se la ricerca diviene eterogenea per temi e punti di vista.

Anni '90 – la geografia si occupa dei soggetti finora ignorati (handicap, bambini, donne, vecchi); a questa si affiancano gli studi sui cinque sensi per la costruzione, la comprensione e la pratica dello spazio geografico. Si assiste ad una proliferazione di ricerche: all'inizio Cosgrove, Daniels, Duncan e Barnes sottolineano la natura simbolica e testuale dei paesaggi, ma ciò che poi si avvia è una riflessione sulla natura dinamica del paesaggio che viene inteso come un processo sociale attivo.

La mobilità, per Cresswell, è ovunque, è ubiquitaria, gioca un ruolo centrale nella discussione del rapporto tra corpo e società; produce un numero di significati che circolano largamente nel mondo moderno: l'idea del progresso, di libertà, di opportunità, di modernità. Essa diventa, però, un processo dagli esiti tragici se osservata attraverso la lente della sedentarietà. Gli stati moderni non reagiscono bene alla mobilità: chi è sradicato è portatore di valori instabili, con la sua persona dichiara la perdita di legami morali e di moralità. Esempio dei beduini in Libia durante il fascismo.

Dopo l'11 settembre è arrivata in primo piano la dimensione politica e si sono tracciate le coordinate che incrociano le forme più avanzate degli studi coloniali. I concetti di “spazio dell'eccezione” e di “nuda vita” (formulati da Agamben) entrano nella riflessione geografica, che si occupa della forma, del funzionamento, della rappresentazione ideologica dei campi di detenzione. Da un lato il rischio è quello della chiusura, dall'altro si teme che i geografi trasformino il mondo in una “pesca di beneficenza”.

Cultura

La cultura è un termine centrale nella riflessione geografica, a partire da Carl Sauer. Il suo significato e il suo uso stanno alla base del dibattito disciplinare.

Don Mitchell, Williams, Herder, Ratzel, Sauer

  • La cultura non è qualcosa di solido, non esiste; esiste solo l'uso ideologico della cultura. È una parola che assume molti significati; si potrebbe dire che essa sta per: genere di vita, lingua, abbigliamento, abitudini alimentari, musica, religione, strutture famigliari e prodotti. La cultura ha a che fare con relazioni di natura simbolica. Essa è una teoria che consente di comprendere in che modo i diversi ambiti interagiscono (teoria culturale).
  • La cultura: "una nebulosa struttura del sentire" che definisce la vita delle persone o che si costruisce con essa;
  • L'insieme delle produzioni che riflettono, parlano e tentano di modellare tale "struttura del sentire" mediante diverse strategie.
  • La cultura: si deve parlare di cultura al plurale e non soltanto di culture nazionali, ma anche di culture all'interno delle nazioni. Da ciò muove l'idea che culture diverse possono coesistere nello stesso spazio.
  • La volontà di cambiamento da parte di un individuo o le abitudini possono essere trasmesse alle generazioni future. La traduzione di Ratzel permetteva la spiegazione delle differenze culturali sulla scorta dei differenti ambienti naturali.

Il paesaggio geografico diventa la prova concreta di tale connessione. Il punto debole di questa teoria sta nell'uso irriflesso del termine cultura; essendo superorganica si deduce che abbia vita propria, che sia superiore alla somma degli individui che concorrono alla sua produzione, obbediente unicamente alle leggi sue proprie che agiscono direttamente sul comportamento degli individui. Questa teoria era stata, in realtà, messa a punto da Kroeber e Lowie nel primo quarto di secolo, poi ripresa da Sauer.

Secondo Mitchell la cultura ha questi significati:

  • Legato alla produzione, che sia coltivazione, obbediente unicamente alle leggi sue proprie che agiscono direttamente sul comportamento degli individui.
  • Distinzione morale, da un lato si ha una mente coltivata (buona), dall'altro una mente priva di governo (cattiva).
  • L'Occidente ha fatto della cultura un prodotto di massa. La merce è materia infusa di significato simbolico. Si passa alla visione della cultura come qualcosa che si fa e non che si possiede.

Punti di vista

La questione metodologica diventa centrale e si assiste allo spostamento teorico dai temi legati alla rappresentazione verso quelli legati alla prassi. Nasce la “non-representational theory” [non-representational theory focuses upon practices– how human and nonhuman formations are enacted or performed– not simply on what is produced. "First, it valorises those processes that operate before … conscious, reflective thought …[and] second, it insists on the necessity of not prioritizing representations as the primary epistemological vehicles through which knowledge is extracted from the world’ (McCormack 2005).].

La teoria culturale è inoltre chiamata a decifrare gli effetti del capitalismo globale; questi avvengono entro dei confini e la trasgressione di questi confini assume una valenza strategica.

Duncan e Ley chiamano in causa la tradizionale forma di rappresentazione geografica: la mappa. La topografia è una scienza e come tale si dichiara libera da interessi culturali e politici; ma è anche una pratica al servizio del potere e dell'organizzazione sociale: il suo scopo è descrivere le forme visibili. È una pratica che ha rilevato il mondo, è una scienza che mette al sicuro i confini e le norme.

Il rilevamento è l'atto di guardare qualcosa da una posizione di comando, questo implica decidere cosa rilevare e cosa escludere. Lo sguardo che comanda definisce le regole della rappresentazione. Nella geografia umana anglosassone si possono distinguere 4 modalità di rappresentazione:

  • Culturale-tradizionale (1950) un'osservazione diretta e una trascrizione sarebbero state sufficienti a garantire una comprensione e una rappresentazione del mondo;
  • Dopo il 1950 si basa sul positivismo scientifico e sull'astrazione → ricorre a modelli positivi e si prefigge la costruzione di una teoria dello spazio;
  • Postmoderna nega il progetto illuminista;
  • Ha come base l'ermeneutica; ogni conoscenza è un'interpretazione che dipende dal rapporto tra le posizioni occupate dal rappresentante e dal rappresentato.

Per l'ermeneutica ogni rappresentazione è composta da tre elementi:

  • Il testo che l'accademia produce;
  • I dati utilizzati per tale testo;
  • Elementi presi da altri testi.

La rappresentazione testuale rimanda perciò a qualcosa che nel mondo esterno non esiste.

Definizioni militanti: Peter Jackson, James Duncan, Denis Cosgrove

Cultural Geography della Berkeley School: istituzione accademica deputata alla salvaguardia di una disciplina rimasta uguale a se stessa dai tempi della sua fondazione, nel 1925, per mano di Carl Sauer. Da qui nasce una sistematica revisione critica di questa geografia.

Peter Jackson e l'inutile ricerca

Nell'articolo del 1980, in Gran Bretagna, Jackson denuncia l'assenza di produzione scientifica nell'ambito della geografia culturale britannica. Secondo lui ciò dipende dalla divisione dell'Accademia Inglese che separa la geografia e l'antropologia (in America invece condividono). Sauer dichiara che la geografia è l'articolazione regionale della storia culturale.

Il corso della geografia americana è dipeso, secondo Jackson, da contiguità disciplinari, dalla personalità intellettuale di Sauer e da particolari circostanze geografiche: il Nuovo Mondo era una sorta di laboratorio. Gli inglesi erano lontani dai paesaggi culturali americani. La prima critica di Jackson riguarda l'introduzione di Philip Wagner e Marvin Mickesell: il geografo si occupa di valutare la capacità tecnica delle comunità umane.

La critica di Jackson è quella che secondo lui ci dovrebbe essere un avvicinamento con la geografia sociale per studiare gli aspetti spaziali dell'organizzazione sociale e della cultura, non limitandosi a ciò che è direttamente osservabile nel paesaggio. Affermazione che va contro i principi di Sauer; si elimina l'elemento che aiuta a spiegare e non si tiene conto che il lavoro interno ha esiti spaziali, la cui descrizione è uno dei primi compiti della geo.

Conclusioni e proposte

Si può sottolineare l'atteggiamento culturale di Sauer e ciò va riconosciuto e appreso. Poi i geografi possono cercare ispirazione dagli antropologi sociali.

James Duncan e il “ripieno” della cultura

Nello stesso anno, alla British Columbia (Vancouver), Duncan scrive un articolo che si distacca dalla Berkeley School e dal superorganicismo. La questione che solleva è radicale poiché assegnare alla cultura il modello superorganico equivale ad assegnarle un valore che non le spetta e che lei stessa non esercita. L'esito è la sospensione di ogni interrogazione relativa all'organizzazione sociale, al genere di vita, alle abitudini.

Duncan offre un modesto contributo all'impresa di ripensare al concetto di cultura. Si entra nel determinismo culturale. I passaggi sono:

  • Kroeber sviluppa la sua tesi del super-organicismo avviando la stagione del determinismo culturale nell'antropologia americana. La realtà si compone di livelli differenti:
    • Quello più basso è inorganico;
    • Quello mediano è psicologico o bio-psicologico;
    • Quello più elevato è superorganico, sociale o culturale.
  • Questi livelli sono collegati tra loro ma allo stesso tempo ognuno prende in considerazione materie distinte.
  • Kroeber e Lowie erano interessati al rapporto tra individuo e milieu super-organico. Era importante tener separati l'antropologia dalla psicologia, per Sauer era necessario ridare credibilità.

La posizione di Duncan è che esista una sorta di colpa condivisa da tutti quei geografi che, nei loro scritti, hanno dato per scontati gli strumenti concettuali.

Inizia a prendere forma una dimensione fin qui estranea allo spazio della disciplina: quella dell'etica e della responsabilità.

  • Il primo passaggio è relativo a una serie di complesse relazioni sociali e politiche che rimangono implicitamente ignorate. La cultura diventa un oggetto ripieno di valori, interiorizzabile dagli individui;
  • Il secondo passaggio riguarda il funzionamento del modello culturale. Cultura = oggetto trascendentale, capace di tradursi in una forma che gli individui interiorizzano; la cultura agisce secondo leggi sue.

Zelinsky, seguendo Kroeber, distingue tra causa formale e causa efficiente: gli uomini agiscono come causa efficiente, meri “agenti” della cultura. Questa diviene la forza che ha il potere di agire nella società. L'espressione radicale è: configurazione, che Zelinsky descrive e che si compone di 4 temi (o valori) incorporati dal popolo statunitense:

  • Un estremo individualismo ai limiti dell'anarchia;
  • Il valore assegnato alla mobilità e allo spostamento;
  • La visione meccanicistica del mondo;
  • Un perfezionismo messianico.

L'assorbimento di questi valori determina atteggiamenti culturali ben precisi. Secondo Zelinsky, il pregiudizio dell'omogeneità rafforza l'unità di rappresentazione. La strategia di Duncan è: attaccare l'idea di omogeneità significa colpire al cuore la teoria superorganica della cultura. Le critiche verso la Berkeley school gli consentono di proporre un viatico per un concetto non reitificato di cultura.

Imprinting pavloviano – ultimo tassello d'aggiungere. Sauer definisce la sua idea di Cultural Geography: possiamo ridefinire il rapporto uomo-ambiente come la relazione tra abitudine e habitat. La cultura è l'attività convenzionale e appresa di un gruppo che occupa un'area. Sauer, Wagner, Mikesell e Zelinsky definiscono la cultura come un comportamento abituale appreso.

Zelinsky si rifà (per la definizione) a Kroeber: ogni gruppo culturale ha un fondo comune di tratti che è acquisito durante i primi mesi o anni di vita del bambino. L'uomo superorganicista è privo di ogni inventiva e il suo comportamento è in gran parte spiegato dal condizionamento dell'abitudine.

La lettura critica della Berkley School consente a Duncan di proporre un viatico per un concetto non reificato di cultura, per la definizione di una geografia che superi un isolamento teorico e concettuale che sfiora ormai l'incredibile, la non credibilità.

Conclusioni e proposte

Bisogna abbandonare la teoria superorganica di cultura che impedisce di comprendere e spiegare.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-GGR/01 Geografia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher toni.jacopo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Geografia della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Bonazzi Alessandra.
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