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La nascita dello Stato moderno

Tra il XIV e il XV secolo il Medioevo può dirsi concluso ed è sostituito da quella che gli storici chiamano Età moderna. Abbiamo già visto, nelle lezioni precedenti, che in questo periodo la “Peste nera” aveva distrutto la struttura economica del Medioevo che si basava sul feudalesimo, sulla nobiltà e sul possesso della terra. Adesso vediamo quali sono i cambiamenti che si verificano negli ultimi decenni del Medioevo dal punto di vista politico.

In questo periodo entrambe le superpotenze medioevali, il Papato e l'Impero – potenze con pretese universalistiche, cioè che volevano comandare su tutto l'universo cristiano – persero gran parte del loro potere a scapito di una formazione politica nuova, le monarchie nazionali, che si diffuse in gran parte d'Europa e andò a formare il volto dell'Europa così come lo conosciamo noi oggi. Per Stato moderno, quindi, gli storici intendono una monarchia accentrata e forte, che fonda il suo potere sulla figura del re.

Unificazione territoriale

Questo processo si compì grazie a due elementi: l'unificazione territoriale e la centralizzazione del potere, già anticipate in Sicilia da Federico II di Svevia. Come tutti i grandi processi storici, è giusto sottolineare che anche la formazione dello Stato moderno è un fenomeno plurisecolare, che comincia in questi anni e, dopo aver superato un gran numero di ostacoli (crisi dinastiche, rivolte della nobiltà, ribellioni dei contadini), si conclude dopo un paio di secoli.

Come già detto, la formazione degli stati nazionali coincise con la contemporanea crisi del papato e dell'impero. Dopo Federico II di Svevia, gli imperatori non tentarono più di scendere in Italia ad imporre le loro leggi, sapendo già di essere sconfitti. Al papa andò addirittura peggio: quando il re di Francia, Filippo il Bello, decise di tassare i beni della Chiesa, il papa, Bonifacio VIII, scomunicò il sovrano il quale, per vendicarsi, con l'appoggio della nobiltà romana, scese in Italia, fece arrestare il papa e addirittura lo schiaffeggiò – episodio che in realtà non sappiamo se sia realmente accaduto.

Alla morte di Bonifacio VIII, Filippo, nel 1309, si portò il papato in Francia ad Avignone, facendo in modo che i “papi francesi” ubbidissero alla sua volontà. Quando il papato ritornò a Roma ci fu un periodo di grandissimo caos: per alcuni decenni si ebbero due papi e una volta addirittura tre, screditando definitivamente la Chiesa di Roma.

Le prime due nazioni che unificarono il proprio territorio furono la Francia e l'Inghilterra, nazioni che in seguito diventeranno modelli politici differenti: la prima divenne il modello dello stato assoluto, l'altra il modello dello stato costituzionale. Nella prima era il re a fare le leggi; nella seconda erano le leggi a fare il re.

Dopo aver ridotto il potere del papato e dell'impero, i sovrani si occuparono dell'unificazione territoriale. Ad esempio in Francia – nazione simbolo di questo processo – il re, che all'inizio controllava soltanto la zona intorno a Parigi, tramite delle vere e proprie guerre piano piano riuscì a conquistare quasi tutto il regno, così come lo conosciamo noi oggi, e a inglobare piccoli ducati e contee. Questo processo, però, subì una forte battuta d'arresto perché un pezzo del territorio francese era nelle mani del re d'Inghilterra che si oppose con ogni mezzo all'unificazione territoriale francese.

Le guerre accelerarono questo processo di unificazione territoriale perché, essendo eventi eccezionali, al re servivano poteri eccezionali, che poi, conclusa la guerra, non venivano più ceduti. Questo è ciò che accadde ad esempio nella “Guerra dei cent'anni”, combattuta da Francia e Inghilterra dal 1337 al 1453.

Questa guerra, infatti, più di tutte le altre, spinse involontariamente verso la formazione dello stato nazionale: nacque come una guerra feudale, medioevale, ma diventò una guerra nazionale, moderna. I feudatari più potenti del re di Francia erano i Plantageneti, che a loro volta erano anche re d'Inghilterra, perché discendevano dai normanni che avevano conquistato l'Inghilterra.

Nonostante fosse un sovrano, il re di Francia chiedeva al re d'Inghilterra ubbidienza, in quanto suo vassallo. Il re d'Inghilterra non volle saperne di ubbidirgli, perché anche lui era un sovrano, e quindi un pari grado.

Nel 1328 il re di Francia, Carlo IV, morì senza eredi. A quel punto, Edoardo III, re d'Inghilterra, reclamò il regno di Francia per sé, perché nipote, da parte di mamma, di Filippo il Bello. Anche i Valois chiedevano il regno per sé e quindi la guerra fu inevitabile: in gioco c'era la leadership sul continente. La Francia confiscò le terre del re d'Inghilterra in Francia e l'Inghilterra, in risposta, vietò l'esportazione della lana inglese nelle Fiandre, mettendo fortemente in crisi i mercanti francesi.

Alla lunga le sorti della guerra videro in netto vantaggio l'Inghilterra fino al punto che alla morte del re di Francia, Carlo VI, nel 1422, il re d'Inghilterra Enrico VI si autoproclamò re anche di Francia. Carlo VII di Valois – figlio del re Carlo VI – però, non si arrese; si ritirò nel sud della Francia e si autoproclamò solo e unico re dei francesi, facendo leva sul sentimento nazionale e sulla lotta contro gli inglesi.

Ad un certo punto, una giovanissima contadina analfabeta, che diceva di aver avuto istruzioni direttamente da Dio, andò a parlare con Carlo VII e lo invitò a cacciare gli inglesi dal suolo della Francia. Lei stessa si mise alla testa di un esercito che, nel 1429, riprese Orleans; poco dopo Carlo VII riuscì a farsi incoronare re di Francia. Giovanna d'Arco fu catturata e mandata al rogo, ma i francesi piano piano riuscirono ugualmente a riprendere tutto il territorio perduto; agli inglesi rimase soltanto un porto in territorio francese.

La Francia usciva dalla guerra unita, forte e vittoriosa; inoltre il re non era più considerato il difensore degli interessi dinastici o nobiliari, ma il rappresentante di tutto il popolo francese. Era ormai una grande potenza anche mercantile e commerciale.

Nonostante la sconfitta, la guerra dei cento anni era riuscita a saldare anche il sentimento nazionale inglese, in funzione anti francese. La corte abbandonò il francese – fino ad allora lingua ufficiale – e usò l'inglese. Dopo la guerra dei cento anni, però, l'Inghilterra fu devastata da un'altra guerra, una guerra dinastica, tra i Lancaster e gli York; siccome entrambe le casate nobiliari avevano una rosa nello stemma, questa guerra fu chiamata “Delle due rose”. Alla fine, nel 1483, divenne re d'Inghilterra Enrico VII Tudor che era imparentato con entrambe le casate e riuscì ad unificare e a pacificare l'Inghilterra.

Anche in questo caso – così come era avvenuto in Francia, la nazione ne era uscita compatta e unita. In Inghilterra, però, i poteri del sovrano avevano un limite invalicabile, riconosciuto da tutti, la Magna Charta, una vera e propria costituzione: ad esempio il re, senza il consenso del Parlamento, non poteva arrestare nessuno oppure non poteva mettere nuove tasse.

Centralizzazione del potere

La prima tappa per la centralizzazione del potere era quella di indebolire chi minacciava la propria autorità, come ad esempio il clero e la nobiltà. Secondo la nobiltà – tesi ripresa dalla storiografia ottocentesca – il Medioevo era considerato una sorta di età dell'oro, perché era il periodo della massima libertà e della minima uguaglianza. Secondo la loro tesi, essendo gli uomini diseguali per natura, se lasciati liberi di esprimersi, avrebbero prodotto grandi disparità e i migliori avrebbero avuto il sopravvento; ciò portava a considerare la nobiltà giuridicamente diversa – quasi geneticamente – dalle altre classi sociali. Con lo Stato moderno, invece, l'età dell'oro – che la tradizione illuminista invece chiamava anarchia feudale – era finita perché la monarchia centralizzata aveva ridotto le libertà e aveva accresciuto l'uguaglianza tra le classi sociali, facendo un'operazione contro natura. La più penalizzata, di conseguenza, sarebbe stata la nobiltà; invece, in una società che favoriva l'uguaglianza tra le classi la più privilegiata sarebbe stata la borghesia, che piano piano si era impossessata delle cariche pubbliche.

In realtà la borghesia – laica, pacifista e lavoratrice (per la nobiltà lavorare era vergognoso) – dopo essersi arricchita e aver conquistato i principali ruoli dello stato, si era comportata in due modi: in Francia aveva approfittato della perenne necessità di denaro della corona, per le spese militari e della corte, e aveva acquistato le cariche pubbliche messe in vendita, come quelle di giudice nei Parlamenti provinciali. In questo modo aveva preferito non lavorare e vivere alla maniera della nobiltà, come aveva fatto la noblesse de robe, cioè nobiltà di toga. In Inghilterra, invece, la ricca borghesia aveva preferito non snaturarsi e aveva continuato a lavorare e ad arricchirsi. In questo caso era stata la nobiltà a copiare il modello borghese – e non il contrario – e si era messa a lavorare.

Quindi nella centralizzazione del potere è importante questa alleanza involontaria tra la corona e la borghesia, alleate contro la nobiltà. Anche la centralizzazione del potere fu accelerata dalla guerra, perché, a causa dei conflitti, i re avevano bisogno di un esercito quasi permanente, ma non potevano aspettare che glielo fornissero i nobili. Per far questo non chiedevano più alla nobiltà – di cui non si fidavano – truppe, ma denaro.

Il processo di unificazione territoriale e di formazione di uno “stato moderno” si attuò anche in Spagna, dove Isabella di Castiglia e Ferdinando d'Aragona, nel 1469, sposandosi, unificarono i regni. Prima dell'unificazione nazionale i musulmani avevano approfittato degli scontri interni ai regni cristiani ed erano riusciti a resistere il più possibile. Dopo l'unificazione nazionale tutto cambiò e le forze furono indirizzate nella guerra contro i musulmani, considerata una sorta di guerra epica di popolo tra i regni del nord e il califfato musulmano del sud, chiamata Reconquista.

In Spagna il sentimento nazionale fu creato proprio da questa lotta contro il nemico comune, che si concluse nel 1492 con la sconfitta e la cacciata dei musulmani.

L'Italia nel Quattrocento: la fine della leadership

Come abbiamo visto nelle lezioni precedenti, gli stati europei – la Francia, l'Inghilterra, la Spagna – attraverso quel fenomeno che è stato definito “Formazione dello Stato moderno”, si erano fortemente rafforzati e avevano accentrato il potere nella figura del re, inteso non più come rappresentante della nobiltà (primus inter pares, come avveniva nel Medioevo) ma come rappresentante di tutto il popolo. Da stati regionali e feudali, infatti, sconfiggendo gli altri signori feudali, erano diventati stati nazionali, più forti e più uniti di prima.

Questo processo in Italia non era avvenuto soprattutto a causa della presenza del papa nel territorio italiano, così come avevano già capito sia Machiavelli sia Guicciardini. Il papa, infatti, non voleva correre il rischio di avere uno stato potente e minaccioso vicino casa e quindi, ogni qual volta uno stato regionale riusciva ad avere il sopravvento, organizzava una lega insieme a tutti gli altri stati italiani per contrastarlo. Per questo motivo in Italia si crearono, oltre allo Stato della Chiesa, altri quattro stati regionali di pari livello – Milano, Venezia, Firenze e Napoli – senza che nessuno fosse mai riuscito ad avere la meglio sugli altri.

Nonostante tutto, anche in Italia vi fu un fenomeno di formazione dello stato moderno, ma soltanto su base regionale; negli altri paesi europei la crescita avvenne attorno alla figura di un re, nell'Italia del nord, invece, attorno ad una città oppure alla ricca borghesia in fortissima ascesa. In questo modo si crearono delle vere e proprie Signorie, cioè dei territori gestiti da un Signore in maniera fortemente accentrata, come se fossero delle vere e proprie monarchie. In un secondo momento questo signore, dopo aver reso ufficiale il proprio potere grazie al riconoscimento da parte del papa o dell'imperatore, divenne un Principe; in questo modo dalle Signorie si passò ai Principati.

Gli Stati regionali italiani, credendo di essere migliori degli altri, erano fieri delle loro differenze, non comprendendo però che la difesa estenuante delle loro autonomie, li avrebbe condotto a diventare periferici. Soltanto quando arrivò una serissima minaccia dall'esterno, come i turchi ottomani, capirono che avrebbero dovuto accordarsi tra di loro, per porre fine alle continue e inutili guerre tra di loro.

I turchi erano usciti vincitori dalle Crociate le quali, fatte per indebolirli, in realtà ebbero l'effetto contrario: infatti, mettendo in crisi ancor di più l'impero bizantino, che perse territori e rotte commerciali, i turchi – chiamati ottomani dal loro fondatore Otman – ebbero vita facile nei confronti dell'impero bizantino, tanto che, nel 1453, Maometto II riuscì a conquistare Costantinopoli, dando un duro colpo anche ai traffici commerciali degli stati italiani. Gli ottomani nei primi decenni del XV secolo, con Maometto II, erano riusciti ad entrare nel cuore dell'Europa: avevano occupato la Grecia, quasi tutti i Balcani e avevano strappato molte colonie ai genovesi.

La conquista di Costantinopoli e la presenza minacciosa dei Turchi nel Mediterraneo spinse finalmente gli stati regionali italiani a non farsi più guerre tra di loro i quali, nel 1454, firmarono la pace di Lodi, promossa dal papa, terrorizzato dall'avanzata dei musulmani nel Mediterraneo. Questo accordo, però, stipulato per garantire un equilibrio, alla fine ostacolò ancor di più la formazione di uno stato nazionale.

In realtà la pace di Lodi non riuscì nemmeno a garantire la pace in Italia, perché le Signorie furono scosse da una lunga serie di rivolte interne – a Firenze, come a Napoli, vi furono delle congiure contro i Signori. L'unico che cercò in qualche modo di non far precipitare ancor di più la situazione fu Lorenzo de' Medici, detto il Magnifico, che resse Firenze dal 1469 al 1492, convinto che la pace fosse il mezzo migliore per proteggere gli affari degli stati italiani.

In una di queste crisi tra gli stati – in questo caso tra Milano e Napoli – il nuovo signore di Milano, Ludovico il Moro, chiamò in suo aiuto il re di Francia, Carlo VIII di Valois che, insieme alla Spagna, aveva messo gli occhi sull'Italia. La Francia, però, non era uno staterello italiano, ma il più potente regno d'Europa e questa mossa inaugurò quello che gli storici definiscono “guerre d'Italia”.

Nel 1494, infatti, Carlo VIII scese in Italia, portando con sé i cannoni di bronzo, armi mai viste prima nei territori italiani. Non dovette nemmeno usarli, visto che Milano – suo alleato – lo accolse festosamente, Firenze gli aprì le porte e lo lasciò passare indisturbato e addirittura il re di Napoli, Ferdinando d'Aragona, fuggì. In quattro mesi Carlo VIII passeggiò indisturbato per l'Italia, come se fosse un turista: aveva dimostrato che, dal punto di vista militare, l'Italia era debolissima.

Quando gli stati italiani capirono il rischio che stavano correndo, si allearono in una lega antifrancese che fu appoggiata anche dalla Spagna; a quel punto Carlo VIII preferì tornarsene in Francia, ma ormai era troppo tardi.

Anche se Carlo VIII non dovette sparare nemmeno una cannonata, l'Italia ne uscì distrutta: si era definitivamente capito che era una facile preda. Quando Carlo VIII rientrò in Francia, gli aragonesi tornarono a Napoli e a Firenze ci fu un'insurrezione popolare che proclamò la repubblica, guidata da Savonarola, fino al 1498.

Il nuovo re di Francia, Luigi XII, qualche anno dopo tornò di nuovo in Italia e, dopo una serie di accordi preventivi con Venezia e con il papa, si prese Milano. Dopo Milano puntava al possesso del Regno di Napoli, ma la Spagna non lo permise. Scoppiò allora una lunga guerra tra le due potenze europee – chiamata “Guerra d'Italia” – che alla fine si spartirono il territorio italiano e, nel 1516, firmarono la pace di Noyon: la Spagna si prese Napoli e la Francia Milano. La pace avrebbe dovuto mettere fine alle guerre nel territorio italiano ma non fu così, perché le potenze straniere si riorganizzarono e poco dopo dopo intervennero nuovamente: la preda era troppo ghiotta.

La Francia, però, non era ancora soddisfatta e mise gli occhi su Venezia; in poco tempo organizzò una lega antiveneziana, che fu addirittura appoggiata dagli altri stati italiani che ancora non aveva capito il pericolo che stavano correndo. Venezia fu sconfitta pesantemente e rischiò la totale distruzione, evitata soltanto dalla reazione delle masse contadine.

In ultima analisi, l'intervento delle potenze straniere aveva messo in luce la debolezza degli stati italiani che ancora non avevano compreso che stavano perdendo la leadership europea dei traffici commerciali e anche la propria indipendenza. L'Italia aveva perso una grande occasione e Machiavelli lo aveva capito prima di tutti gli altri. La follia di difendere quello che loro definivano le libertà e le autonomie, l'aveva consegnata nelle mani dello straniero.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/02 Storia moderna

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