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Fatto da Francesca Avietti: Il gioco in occidente

Per una storia del gioco

La dimensione ludica nella società romana antica

Premessa. La storia dei modi e dei tempi del gioco nell’antica Roma porta un’analisi rigorosa del concetto di ludus, concetto che va oltre l’ambito del gioco infantile o quello di istruzione strettamente scolastico perché è uno scenario che “chiama in gioco” l’individuo di tutte le età in una gamma amplissima di modi e di luoghi del suo “mettersi in gioco”.

Il ludus come gioco sociale

Il ludus costituiva la legittimità statuaria di una istituzione scolastica che implicava una sua analisi sociologica: infatti, a prescindere dalla qualità e quantità degli insegnamenti impartiti, esso segnava e insegnava il senso del rango. Marco Porcio Catone il Censore organizzò l’educazione del figlio in un coinvolgimento diretto per renderlo istruito nella lettura, scrittura, computo, storia della patria e della famiglia, caccia e arti del corpo.

Agì in piena conformità con il rango socio-culturale di appartenenza, vale a dire quello di un gentiluomo di campagna. La forza cui egli rivendicava il diritto/dovere del pater di occuparsi dell’educazione ludica del figlio era da lui motivato dalla considerazione che non era dignitoso per il proprio figlio che fosse rimproverato da uno schiavo, che va tradotto nella mentalità del Romanus civis, propria di quell’epoca e di quella cultura.

Tale mentalità rimase immutata anche con il trascorrere dei secoli di storia di Roma e la familia finì per assicurare un principio di solidarietà radicata nell’adesione all’immagine del gruppo socialmente costruito come “essenza superiore” che si costituisce attraverso l’habitus e il ludus.

Il ludus appare dunque come il luogo e lo strumento di legame tra la trasmissione di teorizzazioni (sull’educazione, sull’esecuzione di compiti e professioni). Esso è il modello di riferimento e la palestra di esercitazione di regole socialmente codificate e condivise. Tali regole erano insegnate nel ludus, che diveniva palestra e metafora del gioco sociale: come regolatore di artes, divenne egli stesso una ars.

Significato di ludus

Azione mirante al divertimento, al diletto e alla ricreazione ma l’analogia con i termini greci diatribe e paideia è assai riduttiva. Per avere un’idea della sua polisemia, straordinaria quanto a varietà e vastità di portata all’interno del contesto socio-culturale romano, occorrerebbe una lettura “contestualizzata” del suo uso che proceda per schemi ispirati a quelli seguiti nella compilazione dei repertori lessicali.

Gli usi nelle questioni pubbliche

Essi riguardano prevalentemente spettacoli celebrati con rito solenne. Qui ludus è espressione di gioco che prescinde dal pur presente divertimento per contestualizzarsi in una dimensione liturgica, sia in senso religioso che laico. È un’esperienza fortemente socializzante e così diviene espressione di un meccanismo capace di trasformare la gente in corpo sociale.

Panem et circenses

In questo ambito il ludus indica giochi pubblici e spettacolari denominati scaenici e circenses. Di questi spettacoli si hanno 3 tipologie: gli scaenici (danze, rappresentazioni, esibizioni musicali), circenses (spettacoli da circo di varia natura) e i venatorii (cacce); ad essi vanno aggiunti poi i ludi athletici (lotta, salto, corsa, lancio del disco).

La loro istituzione risale a epoca antichissima precedente l’età repubblicana. Tito Livio fa risalire la loro origine agli Etruschi. Inizialmente nacquero come manifestazione religiosa, legata a divinità autoctone, che solo in seguito subirono l’influenza di infiltrazioni greche e orientali: il Sole, la Luna e Ercole sono i principali dedicatari dei ludi circensi. In seguito i ludi ebbero luogo anche in occasione di vittorie militari, matrimoni, nascite, morti e quindi i motivi potevano essere privati o pubblici.

La posizione di spicco che questi ludi ebbero tra le occasioni che oggi definiremmo mediatiche di tipo spettacolare, si mantenne alta durante l’età repubblicana e per buona parte di quella imperiale, nonostante i periodici attacchi degli opinionisti.

Gli usi nelle questioni private

È in questo ambito che, oltre a mantenere il significato generico di passatempo, ricreazione, ludus sfoggia la propria polisemia prestando usi più vari. Eccone alcuni:

  • Dicendo, scribendo, legendo luditur: è nella commedia che ne troviamo di più ricche, soprattutto in quella di Plauto, dove la giocosità è l’impianto teatrale e la comicità delle situazioni rappresentate si avvale anche del gioco come mezzo espressivo verbale. Qui ludus è scherzo, in cui ludere è anche ludificare, cioè prendersi gioco di qualcuno.
  • Amando luditur: Ovidio è il maestro dell’arte di amare, essa stessa un gioco; la dimensione ludica dell’amore, sia esso sentimento profondo o un semplice incontro, è sottolineato nella letteratura come elemento facente parte tanto dell’atteggiamento con cui lo si vive che delle tecniche necessarie per porlo in atto.
  • Corpore movendo luditur: il ludus diviene di volta in volta ars saltandi (in riferimento ai balli di varia natura) o ars gladiatoria. Ecco alcuni esempi: balli rituali dei Salii, danza pirrica e il ludus troianus, i quali sono situazioni sociali e socializzanti in cui viene esibita e testata la capacità del singolo di mettersi in gioco all’interno dei meccanismi societari.
  • Convivando luditur: nell’occasione conviviale costituita dal pasto serale, la ricerca della sfera giocosa era affidata, oltre che alla conversazione, alla presenza di donne di piacere, mimi, lettori, musici; ecco allora che il convivio è un gioco di suo, perché è contenitore spazio/temporale per svolgere svariati giochi: da quelli d’osteria come i dadi a quelli che danno sfogo alle espressività umane.
  • Pila luditur: le terme erano teatro di giochi.
  • Pueri ludunt: mentre la dimensione ludica risulta essere propria della mentalità e del costume dei romani in tutte le epoche della loro vita, nessun adulto di condizione elevata sarebbe stato ritenuto assennato se si fosse dedicato ai giochi considerati di pertinenza esclusivamente infantile. Per i maschietti c’erano: astragali, carrettini, noci, dadi, cavallini di legno e spadini mentre per le femmine c’erano le bambole o riproduzioni di oggetti relativi alle mansioni domestiche.

Gli adulti incoraggiavano il gioco infantile, da consumarsi all’interno delle mura domestiche e negli spazi all’aperto a quelle limitrofi. Si credeva che tali giochi definissero e ribadissero sul piano culturale contemporaneamente l’appartenenza di genere e di status. Eppure, sebbene la mentalità pedagogica fosse allora assai lontana da quella odierna, che considera il gioco attribuendo ad esso diverse valenze, già allora si elevavano voci di dissenso nei confronti di un’educazione troppo rigida.

Conclusione

Con il medesimo nome ludus venivano indicati il corso scolastico (che si può distinguere in 3 livelli: ludus primi magistri, ludus del grammaticus e ludus del rhetor) e la scuola come istituzione e anche il locale in cui avveniva l’insegnamento. La scuola a Roma non era divertente, era l’opposto della ricreazione e del divertimento! Il ludus era visto come l’interiorizzazione e il rispetto delle regole!

Tra medioevo e Rinascimento: storia sociale del gioco

Homo faber o ludens?

Solo dopo il 1938 l’uomo ludens non è stato più escluso dallo studio del passato. Da quando il gioco è diventato una costante antropologica, da quando si è adattato a divenire storico e si è trasformato in uno strumento di interpretazione del processo di civilizzazione e delle attività umane, è stato riesaminato il suo ruolo.

Elias è stato colui che ha fornito alla sociologia e alle scienze umanistiche nuove modalità di rappresentazione e di interpretazione del gioco e ha cercato di sfuggire alle ferree regole che avevano difeso la superiorità intellettuale e civile dell’homo faber.

La convinzione della superiorità del dovere sul piacere era per incoraggiare la serietà degli studiosi che non si sono lasciati attrarre dalla storia del mondo ludico; piuttosto, il gioco poteva ispirare i dilettanti ma non i professionisti conquistati dalla serietà della storiografia, che da tempo aveva meritato un posto sicuro all’interno della ricerca.

L’attenzione degli studiosi dell’ambito storico-educativo, è stata poi catturata da determinati periodi storici: dall’età classica, cioè dalle civiltà dell’otium; dagli ideali ludici letterari del Rinascimento; dalle teorie educative di Locke, fermo sostenitore del binomio gioco-istruzione; dall’immaginazione creativa di Schiller, che aveva elevato il gioco a principio motore dell’umanità; e dall’800 riconosciuto come il secolo che si era impadronito del gioco, considerandolo l’impegno principale dell’infanzia.

Bachtin grazie alla sua indagine, a metà degli anni ’60, si è scoperto che, nella tradizione popolare medievale e rinascimentale, si mescolava nella vita quotidiana, il mondo ufficiale e il mondo “alla rovescia” e che nelle lunghe settimane di festa e nei banchetti, i valori e le gerarchie sociali venivano sospesi e ribaltati.

La partecipazione a questi due mondi diversi faceva sì che gli appartenenti a tutte le classi sociali non assistessero da semplici passivi spettatori ma che sentissero le attività mimetiche come realtà, come vita vissuta sotto la veste del gioco.

Far buon viso a cattivo gioco: complessità del concetto di gioco

È difficile determinare con esattezza i mutamenti introdotti dal gioco. Filosofi, matematici, linguisti, psicologi, hanno studiato, con approcci disciplinari diversi, le attività ludiche, senza però trovare un vero e proprio filo conduttore. Quando si parla di gioco, non ci si trova di fronte a qualcosa di isolato ma è un termine che evoca una moltitudine di concetti.

Le culture primitive e contemporanee venivano così reinterpretate, diversamente da Huizinga, che aveva identificato la cultura come gioco, alla luce della stretta interdipendenza tra cultura e giochi in esse predominanti.

Medioevo ludico

Senza passare in rassegna gli studi dei medievisti sulle caratteristiche dei significati delle esperienze ludiche di questo periodo, vale la pena evidenziare il denominatore comune di tutte le ricerche. Una ricca documentazione, come per esempio quella fornitaci da Verdon, ci mostra tranches de vie in cui i nobili, ecclesiastici, contadini e borghesi di entrambi i sessi si dedicavano ai piaceri del corpo e dello spirito con travestimenti, bevute, canti e balli, praticavano la caccia e la pesca.

La “civiltà del lavoro” conviveva con la “civiltà degli svaghi”, i quali procuravano puro e semplice godimento. Le numerose norme religiose del primo Medioevo cercarono di contenere questa gioia di vita che invadeva anche i Carmina Burana. Del resto, il programma teologico della gioia cristiana contribuiva dal XIII sec. ad aumentare il numero dei giorni festivi, dedicati a Dio, comprese le occasioni per punire le violazioni.

Le misure prese dagli uomini di chiesa contro la diffusione dei giochi, specialmente sospetti quelli di azzardo, hanno risvegliato l’interesse degli studiosi delle ultime generazioni, decisi a rintracciare le norme giuridiche in materia, e tutte le fonti utili alla comprensione della sfera medievale della ludicità (si può rinvenire per esempio che i contadini amavano i dadi, come i nobili amavano gli scacchi!).

Erano ritenuti adatti alle classi inferiori attratte dalla possibilità di evadere dal mondo reale contando più sulla fortuna che sulle proprie capacità. In definitiva, da Hiuzinga a Bachtin, si è constatata la continuità tra secoli medievali e rinascimentali, germogliata attraverso la pluralità delle pratiche ludiche.

Adesso dobbiamo capire come è stato concettualizzato il gioco dal punto di vista pedagogico, in ambito italiano e francese, quali trasformazioni ha stimolato nelle abitudini sociali dei primi secoli e in quelli conclusivi dell’età di mezzo.

“Ma ci piaceva giocare...”

Con l’avvento del Cristianesimo inizia un lungo processo di cambiamento degli usi e delle attività ludiche. La trasformazione non avvenne dall’oggi al domani però! Le prime comunità di cristiani sotto l’Impero romano non inventarono nuovi tipi di giochi, ma continuarono a partecipare a quelli già esistenti assimilando le nuove convenzioni dettate dai primi grandi scrittori e padri della Chiesa, che elaborarono modelli esemplari dei comportamenti ludici.

Singolare è la posizione dell’ateniese Clemente Alessandrino, che fu il più convinto sostenitore dell’importanza igienica del gioco. Nel Pedagogo giustificava per il benessere quotidiano del credente la lotta, il gioco della palla piccola. Polemizzava il gioco dei dadi, le gare negli stadi e gli spettacoli dei gladiatori. Con il Pedagogo sono evidenti le prime differenze che segnano il passaggio dalla cultura classica alla nuova concezione cristiana, rispettosa degli svaghi, che portavano alla rovina famiglie e città.

Sant’Agostino: modellava un altro atteggiamento verso il gioco con un tono serio. Non aveva difficoltà ad ammettere i piaceri provati nella vita: dal gioco con le noci, con le palline e i passeri. Rimpiangeva però di essersi esaltato alle gare, all’ascolto delle storie fantastiche! Per amore del gioco, trascurava lo studio delle lettere! L’aver assecondato questi impulsi ludici costituiva la prova della colpevolezza dell’età bambina e dell’imperfezione della natura umana. Secondo questa interpretazione, il gioco veniva assimilato a un’azione corporea negativa che offendeva l’anima.

Girolamo: legittimava fin dai primi anni di vita il gioco come mezzo per l’apprendimento e come ricompensa per gli esercizi spirituali svolti; però squalificava i giochi in comune con l’altro sesso, proibiva alle nobili bambine romane, destinate al monastero, di partecipare ai divertimenti chiassosi della servitù e delle feste di famiglia.

I toni cambiarono con la legislazione monastica occidentale: San Benedetto: nella Regola non compare il termine ludere; un capitolo si preoccupava di mettere al bando i giochi di gruppo e il riso individuale; il tempo del riposo era dedicato alla lectio divina, alla riflessione, alla contemplazione, allo studio, al canto e alle preghiere. Questa forma di evasione sarà il tratto distintivo delle generazioni italiche e della convinzione dell’imminente fine del mondo.

L’epigrafe funeraria rispecchia questi mutamenti, le pareti tombali non accoglieranno più scene che evocano bambini che giocano, come testimoniano le tombe del II sec. d.C a Roma.

Giochi della narrazione

Fiorirono nel XIII sec. nuove forme di evasione, grazie allo sviluppo delle lingue volgari. Con i romanzi cavallereschi, le novelle, le ballate, l’Occidente evadeva dalla routine e dal lavoro con altre immagini e con altre parole. La lettura e l’ascolto rientravano fra i passatempi comuni, fra i privilegi quasi esclusivi dell’aristocrazia e dell’alta borghesia urbana a lieto fine, che fecero sognare fino al XVIII sec anche chi non era destinato a tenere la penna in mano.

Dal XI sec i modesti giullari intrattenevano anche il folto pubblico degli illetterati e degli analfabeti nelle fiere, nei mercati e nelle piazze memorizzando recite e canti! Se nei monasteri la lettura a tavola prescritta da San Benedetto serviva a distogliere dalle tentazioni della carne ed era un esercizio spirituale, nelle sale dei castelli, nelle locande, regalava momenti ameni e mondani partecipanti a queste riunioni conviviali evadevano dalla routine quotidiana, coltivando con gioviale abbandono i piaceri del corpo e della mente.

Dal XIII sec, in molti cominciarono a credere che il miglior modo per passare il tempo fosse quello di leggere e di ascoltare storie, di istruirsi ai loro ideali e di immergersi nelle favole. In Italia inoltre circolavano nei dialetti umbro, toscano, siciliano componenti giocosi, poesie burlesche, che seducevano l’immaginazione collettiva!

L’intrattenimento letterario ed edonistico era nato con Il Decameron, rapidamente diffuso e tradotto in tutta Europa. In quest’opera l’evasione ha funzione vitale. In questa opera non c’è spazio per gli scacchi e le carte, accusati di incoraggiare i sentimenti astiosi dei partecipanti e di seminare il malcontento nella compagnia. Gli aneddoti, i motti, gli scherzi sconci aiutavano i fiorentini a migliorare la loro coscienza etica e civile, a mantenere in vita le libertà comunali.

Giochi all’aperto

La giostra, i tornei, l’arco, la balestra e la caccia erano passatempi aristocratici e signorili; infatti i signori non amavano le comodità e si cimentavano così negli esercizi fisici con fierezza e orgoglio. La più specializzata e aristocratica forma ludica era quella venatoria, come nel XIII sec scriveva Federico II di Svevia, che nel suo De arte venandi cum avibus mostrava la sua passione per la caccia; sarà proprio lui che trasformerà questo svago, emblematico del potere, a strumento di conosc...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher FranciFirenze92 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia dell'educazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Mariani Alessandro.
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