Incontro e dialogo: prospettive della pedagogia interculturale
Prefazione
L’intercultura è oggi un compito che sfida abiti mentali, pregiudizi e canoni cognitivi e ci conduce oltre le identità, non giudicandole, e verso un universo costruito sull’incontro e il dialogo. Ci conduce verso un nuovo orizzonte di vita, di relazione e di scambio in cui la regola è porsi con gli altri, accordarsi insieme e far maturare spazi comuni, rispettosi delle differenze e del loro valore.
Tale orizzonte dell’intercultura ci è imposto dalla società globalizzata e dalla sua multiculturalità. I segnali dell’intercultura sono il pluralismo come risorsa e occasione di crescita in direzione di valori di pace, di legalità, di diritti umani, di solidarietà e di laicità. L’intercultura, attraverso delle vie pedagogiche, vuole cambiare la mentalità, le relazioni…, vuole agire nella collettività e nei singoli, vuole proclamare valori e comportamenti e abiti mentali da evidenziare e assimilare nel corso del tempo, vuole vigilare su possibili pessimismi o scetticismi di ritorno e vuole rilanciare un’idea alta di pedagogia, capace di smascherare e contrapporsi ad ogni pedagogia adattiva e conformatrice. L’intercultura è uno dei dispositivi pedagogici chiave del nostro tempo del pluralismo, della differenza e della globalizzazione. L’intercultura è una sfida e un compito pedagogico che ci è rilanciato dai nuovi canoni di cui la pedagogia è alla ricerca e che sta faticosamente trovando. I fattori della pedagogia sono l’intercultura, l’ecologia e la solidarietà.
Percorsi dell'intercultura
L’intercultura viene sviluppata secondo quattro percorsi:
- La teorizzazione dell’incontro come spazio fisico e mentale che apre al riconoscimento reciproco e alla convalida dei diritti umani.
- L’individuazione del dialogo come tecnica principe dello spazio dell’incontro e di un dialogo aperto critico e autocritico, che sia conversazione, stipulazione e porsi in dono e che fondi l’idea di una cittadinanza planetaria dei soggetti e delle culture.
- Il riconoscimento della dimensione mondiale della cultura più avanzata e di formazione dell’“uomo planetario” che riguarda l’intercultura e la sua educazione. Un’intercultura che si nutre di solidarietà, di valori, di diritti umani e di laicità.
- L’importanza della scuola per costruire intercultura è decisiva, prioritaria e irrinunciabile. Poiché nella scuola si vive per apprendere e per formarsi, si è chiamati a confrontarsi col nuovo e a darsi regole costruttive. La scuola può fare intercultura nelle relazioni e negli apprendimenti esercitando il ruolo di mediazione e di ridefinizione delle regole e dei saperi.
Capitolo 1: La costruzione dell'incontro
Nelle società globalizzate in cui viviamo oggi, l’idea di appartenenza è diventato un problema. Il legame con la propria terra come patria è diventato secondario rispetto all’emergenza della società multietnica e multiculturale che si sta diffondendo in ogni paese. Si affermano la capacità di abitare il pluralismo, la disponibilità al confronto, la volontà d’incontro e di dialogo, l’ottica di ricostruzione delle identità e di ricostruzione costantemente aperta. È necessario acquisire una mentalità nuova, aperta al valore del confronto, del dialogo e dell’intesa.
L’educazione e la formazione sono il solo mezzo per oltrepassare l’appartenenza, i suoi pregiudizi, le sue autosufficienze e le sue chiusure per inoltrarci nel pluralismo. La multiculturalità però non è solo un’emergenza, ma anche un’occasione di ripensamento delle culture occidentali, della loro identità e della loro egemonia. Collocarsi oltre l’appartenenza significa ripensare insieme e differenze. Le differenze esplodono, si legittimano e si espandono nelle società. Le identità si complicano, si sfumano e si dialettizzano. C’è quindi bisogno dell’integrazione teorica, cioè collegare identità e differenza dando vita a una cultura del pluralismo come un “io multiplo”, culturale, cioè dare vita a modelli di incontro e di collaborazione capaci di produrre intesa reciproca nel rispetto delle diversità e delle autonomie, e politico-sociale, cioè elaborare modelli capaci di estendersi nel mondo e incentrati su diritti comuni e universalmente riconosciuti, su strategie condivise di reciproca accoglienza e su principi e norme relative a una neo-cittadinanza costruita sulla reciprocità, sull’integrazione, sul pluralismo e sulle diversità.
Al centro di questo nuovo progetto di convivenza tra individui, etnie, fedi, nazioni… c’è lo “spazio dell’incontro”, che è lo spazio costruito e regolato dall’intercultura che costruisce un ambiente di dialogo, di confronto e di reciproca intesa. Lo spazio dell’incontro è carico di tensioni, contraddizioni e di problemi nuovi. L’incontro con le differenze produce spaesamento. Il confronto non è poi mai idilliaco perché attiva tensioni e scontri, incomprensioni e rifiuti. Confrontarsi significa anche aprire tra i dialoganti uno spazio in cui il dialogo diventa ascolto, comprensione e riconoscimento. La costruzione di uno spazio interculturale è faticoso e l’incontro è una sfida difficile e un compito complesso. L’intercultura e la pedagogia interculturale sono le forme specifiche per abitare e gestire questo spazio. Il nostro tempo trova nell’intercultura una delle sue promesse.
Dispositivi dello spazio dell'incontro
Callari Galli definisce il luogo dell’intercultura come uno spazio complesso e tensionale abitato da modelli culturali plurali, carico di tensioni tra identità e appartenenze, in cui ci sono identità plurali che devono incontrarsi. Inoltre, è uno spazio fisico e interiore in via di costruzione e intensamente dinamico e in cui si deve e si può programmare l’incontro. L’incrociarsi di culture non consente di vivere mondi paralleli e indipendenti e pone l’obiettivo di superare alcune autonomie, a partire da quella tra civilizzati/selvaggi. Il mondo della globalizzazione spezzerà sempre di più i monoculturalismi e la condizione multiculturale sarà sempre più diffusa e in crescita. L’integrazione si compie attraverso una scissione funzionale a modelli di società che sta mutando. L’Europa sta faticosamente elaborando un modello interculturale fondato sulla costruzione di un reciproco riconoscimento, di una reciproca integrazione e un reciproco innesto tra culture, rivolto a dare vita a una “nuova cultura meticcia” in vista di quella globalità del mondo che nessuno potrà più arrestare.
Lo spazio dell’incontro è il modello più maturo di lavoro interculturale. Esso va studiato, va posseduto nella sua complessa struttura e va posto come fattore-chiave del lavoro pedagogico/educativo dell’intercultura.
I dispositivi per stare dentro lo spazio dell’incontro sono:
- Lo sguardo da lontano, che permette di superare l’esclusività delle proprie culture d’appartenenza, per entrare in contatto con le altre culture. Il razzismo può essere decostruito e rimosso dalle culture guardandole da lontano. La struttura dello sguardo da lontano è incardinata sul relativismo, sulla tolleranza, sull’ascolto/dialogo e nasce da un distacco del proprio sé e dai propri pregiudizi per entrare nel circuito di una nuova identità dialogica e orientata all’incontro. L’ottica di questo sguardo è costruttiva perché costruisce uno spazio di vicinanza, ascolto e dialogo: d’incontro, appunto. È possibile portare questo sguardo nell’intercultura attraverso l’informazione, il contatto e il lavoro su di sé che ogni cultura deve fare: decostruirsi, rileggersi nell’identità e far affiorare il valore della differenza e dell’alterità.
- L’ottica dell’alterità, che riconosce l’alterità come valore e obiettivo. Ciò implica il declino di ogni monoculturalismo in modo tale che lo spazio dell’incontro possa diventare spazio di confronto. L’alterità è sfida, spiazzamento e integrazione. È l’occasione per guardarsi “da lontano” e leggere le dimensioni alternative delle culture che proprio da altre culture vengono proiettate, con la doppia funzione di inquietare e di promuovere.
- La decostruzione, che significa riconoscere i presupposti, smascherare i pregiudizi, porre in luce gli impensati, aprire l’identità alla differenza e affermare la possibilità della differenza e dell’incontro con essa. Si decostruisce un’identità se se ne colgono i pregiudizi. Si decostruisce un ragionamento quando si mostrano i suoi presupposti. Si decostruisce un testo se si fissano i pregiudizi da cui nasce e che esso incorpora, se si riconosce la cornice in cui si genera e si colloca e se lo si investe di uno sguardo genealogico. L’atteggiamento decostruttivo vale per tutti se si vuole costruire e abitare lo spazio dell’incontro. Certamente è più difficile decostruirsi partendo da una situazione di dominio, ma è assolutamente necessario. Lo spazio dell’incontro esige una pratica di autocritica sull’identità. Decostruirsi è difficile perché è una pratica che tocca il “profondo”, rimuove certezze, dispone all’inquietudine verso se stessi e sfida il soggetto stesso. Inoltre, produce sofferenza e inquietudine. Ma è una pratica necessaria per entrare e stare nello spazio dell’incontro e deve essere svolta da tutti i soggetti o le identità presenti in quello spazio.
- L’ascolto, il dialogo, la conversazione e l’etica della comunicazione. Stare faccia a faccia significa guardarsi, essere prossimi e stare di fronte soprattutto come soggetti, anche se di culture diverse. C’è in comune la stessa umanità, pur nella separazione di lingue, etnie e tradizioni. Da questa posizione di vicinanza e di reciprocità tra soggetti nasce il dialogo che è fatto di ascolto, cioè di scambio di frasi o discorsi orientati alla comunicazione, e di conversazione, che è la realizzazione del dialogo. L’ascolto riceve le ragioni dell’altro e ne coglie le radici. La conversazione è un dialogo costruttivo di spazi d’intesa comune. Nel dialogo c’è al centro l’etica della comunicazione. Dentro all’etica, la comunicazione stessa diventa fine e mezzo. L’argomentazione che guida il dialogo fonda una comunità argomentativa, che è una società-comunità di parlanti disposti ad intendersi attraverso l’uso del discorso razionale. Si crea così una “comunità ideale della comunicazione” che è la vera comunità democratica capace di dare vita a valori di giustizia, solidarietà e corresponsabilità.
Tra i quattro dispositivi dello spazio dell’incontro corre un rapporto dialettico: ogni dispositivo si integra con gli altri e tra di essi c’è costantemente tensione e integrazione. Lo spazio dell’incontro vale per l’intercultura e per la comunicazione tra soggetti in generale. Inoltre, lo spazio dell’incontro è squisitamente pedagogico, si costruisce nelle pratiche formative e si esprime nella teorizzazione educativa. Infine, è uno spazio sempre in costruzione, mai stabile, né totalmente raggiunto. Lo spazio dell’incontro è un modello nuovo e inedito rispetto al passato.
Modelli di incontro interculturale
Il primo modello è stato quello della colonizzazione che l’Occidente ha applicato nel primo contatto con “altre” culture e consiste nella sottomissione alla cultura del gruppo dominante e le altre culture vengono dichiarate inferiori, estranee e quindi vengono distrutte. Un altro modello che ha avuto risonanza mondiale è quello statunitense, fondato sul principio del “miscuglio” che demarca e separa le appartenenze nel privato e costruisce un’organizzazione e una regolamentazione comune della vita pubblica. È un modello che non crea intercultura, ma si ferma al pluralismo delle culture, che avviene collocando l’una accanto all’altra, ma senza rinnovarle o svilupparle. Dentro questa logica, apparentemente tollerante, il razzismo è sempre in agguato. Gli Stati e i popoli che per ultimi hanno dovuto affrontare il problema multiculturale si sono disposti su frontiere nuove e hanno messo in atto modelli nuovi, cioè modelli interculturali che si regolano secondo il principio dell’incontro e che legittimano e costruiscono lo “spazio dell’incontro”.
Diritti umani
I diritti umani sono stati il prodotto di una lunga, complessa e tragica storia dell’Occidente. Si sono evoluti dentro la “nicchia” di una storia carica di complotti e stermini. Essi sono il “risultato” più alto e più difficile, che oggi ci appare come un imperativo etico irrinunciabile. Nel presente, i diritti umani sono un principio, un compito e una sfida. Tale conquista è stata elaborata nel Seicento, ripresa in forma politica nel Settecento e dispiegata nel secondo dopoguerra del Novecento. La fase attuale è una fase di espansione, di riconoscimento e di rielaborazione dei diritti umani, che li pone alla base e al vertice di tutta la vita collettiva. Si tratta di fissarli, di farli rispettare e di interiorizzarli nei soggetti e nella cultura. Il giusnaturalismo fissò i “diritti naturali” dell’uomo rispetto ad uno Stato che penetrava, organizzava, disciplinava e governava la vita sociale di ogni individuo secondo le proprie finalità. Il diritto naturale precede ogni diritto civile e riguarda la vita, le proprietà e la dignità dell’uomo come singolo. Tale diritto regola anche il diritto internazionale e il diritto criminale. L’autonomia dell’uomo veniva qui radicalmente affermata, anche se poi la storia del Seicento ne negava costantemente i presupposti.
Il Settecento ha reso operativi i diritti umani perché gli emendamenti del 1789 fissarono la libertà individuale e l’indipendenza di ogni cittadino. Nell’Ottocento i liberali, i democratici e i socialisti rilanciarono questi diritti, arricchendoli e imponendoli nella società civile e nello Stato, anche se non in modo decisivo, come dimostra la storia del Novecento, aperta a totalitarismi sempre più brutali e a invadenze da parte del “pubblico” nel “privato” di ogni soggetto-cittadino, neutralizzandone i diritti. Poi siamo entrati nell’“età dei diritti” dal secondo dopoguerra, con l’ONU e la sua Dichiarazione Universale. La Dichiarazione fissa i diritti e li pone come “limiti invalicabili”. I diritti umani sono così entrati con forza nella sfera del politico, si stanno affermando nella società civile come un principio che regola ogni relazione tra individui, etnie, religioni e Stati e si pongono sempre più a cardine della vita collettiva. Dall’affermazione dei diritti umani come regola del pensare/agire politico si trasforma l’idea stessa di politico, soprattutto rispetto alla tradizione della modernità.
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