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sorveglianza riguardanti i cittadini stranieri dei paesi amici o neutrali si affiancano le misure

nei confronti dei cittadini dei paesi nemici che furono dichiarati passibili di internamento

amministrativo nei campi di internamento per nemici non combattenti . Nel primo dopoguerra

e all’indomani della grave crisi economica che investì l’Europa vennero applicate ulteriori

misure restrittive come le quote di lavoratori stranieri che potevano essere impiegati in alcuni

settori di lavoro.

In inghilterra fu approvato un provvedimento che attribuiva al governo il potere di disciplinare

le condizioni di ingresso e soggiorno degli stranieri attraverso ordinanze che non avrebbero

dovuto passare il vaglio parlamentare. Gli stranieri dovevano registrarsi, non potevano

risiedere in aree del paese considerate strategiche ed erano limitati nei movimenti, oltre a

poter essere espulsi o internati senza mandato di un giudice.

Negli usa vennero approvate riforme restrittive in materia di poteri di espulsione.

Lo straniero può essere considerato soggetto portatore di rischi che lo Stato deve cercare di

governare. Lo straniero non è considerato pericoloso come individuo ma come appartenente

ad un gruppo più ampio, gli immigrati, il cui ingresso incontrollato sul territorio dello Stato può

rappresentare una fonte di problemi ed essere fonte di disordine sociale e degrado. Motivo per

cui la detenzione amministrativa assume i caratteri tipici di una misura di controllo del rischio,

utile a gestire la pericolosità di fenomeni sociali o di alcune categorie di persone. Nella

moderna politica migratoria si diffusero nuove misure restrittive della libertà personale degli

stranieri, come filtrarli all’ingresso,

selezionando gli elementi pericolosi da tenere a distanza attraverso un dispositivo

amministrativo affidato alle nascenti burocrazie dell’immigrazione che filtravano gli immigrati

indesiderabili per ragioni economiche e sociali, politiche e di sicurezza nazionale (potenziali

criminali, sospette prostitute, idioti, lunatici o futuri pesi per la società), per prevenire la

diffusione di crimine, malattia, povertà e devianza in genere. L’uso della detenzione

amministrativa conobbe uno sviluppo senza precedenti.

La Francia privilegiò le misure di controllo successive all’attraversamento della frontiera da

parte dello straniero. Le autorità furono ossessionate dalla necessità di registrare e sorvegliare

gli stranieri presenti, i loro spostamenti, puntando sull’espulsione degli indesiderabili piuttosto

che sul respingimento alla frontiera. Nel decretare l’espulsione, l’autorità competente

concedeva un margine di tempo allo straniero per lasciare autonomamente il territorio dello

stato oppure disporre l’accompagnamento forzato alla frontiera . in questo caso il

provvedimento implicava l’arresto dello straniero e la sua consegna alle autorità penitenziarie

del luogo in attesa del passaggio della vettura. La durata del provvedimento di detenzione in

attesa del passaggio della vettura era variabile. All’epoca della Terza Repubblica gli stranieri

vennero accusati di concorrenza sleale sul mercato del lavoro e di godere di vantaggi

dell’esenzione dai dover che la cittadinanza francese implicava (es servizio militare). La legge

del 1893 riteneva che gli stranieri che intendessero svolgere un’attività lucrativa sul suolo

francese avrebbero dovuto presentare un certificato di nascita rilasciato dalle autorità del

proprio paese (legge rivolta solo a chi voleva fissare la propria residenza in Francia). Tutte le

persone senza domicilio dovevano procurarsi un documento in cui sarebbero state annotate

tutte le loro caratteristiche antropometriche; le autorità potevano rifiutarsi di rilasciare il

documento, imponendo agli stranieri di lasciare il territorio. L’espulsione degli stranieri

rientrava nei diritti di polizia dello stato ed era considerata una precauzione assunta dagli

organi amministrativi, senza dover rispettare le formalità tipiche del diritto penale.

L’inghilterra, dopo l’abrogazione dell’Alien act, rimase libera per tutto l’800. Nel 1905 vi fu la

prima compiuta legge sull’immigrazione dell’inghilterra. Essa stabiliva l’installazione di posti di

frontiera presidiati dagli uffici d’immigrazione che dovevano respingere gli appartenenti alle

categorie indesiderabili (lunatici, idioti, pregiudicati e chi era già stato espulso dal paese). La

norma non si rivolgeva a tutti in generale ma solo a chi doveva essere sottoposto ai controlli

di polizia in ingresso: solo il passeggero di terza classe e a bordo di un’imbarcazione per

immigrati (che trasporta più di 20 passeggeri di terza classe). Tutti gli altri avrebbero potuto

aggirare i controlli poiché in possesso di un biglietto di classe superiore. Gli stranieri soggetti

ai controlli dovevano essere trattenuti a bordo delle navi per tutto il tempo necessario; uno

straniero lasciato sbarcare doveva essere sotto controllo del capitano fino all’autorizzazione

all’ingresso nel territorio o al respingimento. La legge non prevedeva la creazione di strutture

in cui accogliere gli stranieri. L’alien act del 1905 disciplinava per la prima volta anche

l’espulsione che poteva essere decretata dal segretario di stato secondo due procedure

differenti: una entro 12 mesi dall’ingresso dello straniero oppure dopo i 12 mesi, decretata

previa proposta della corte penale che lo avesse condannato per un grave reato o se fosse

accusato di essere una prostituta.

Negli USA non è stata semplice la creazione di un sistema federale di controllo

dell’immigrazione. Innanzitutto furono delineate le categorie di straniero indesiderabile: per

ragioni economiche, per qualità morali, per stato di salute fisico e mentale, analfabeti e

anarchici. L’Immigration act del 1882 disponeva inoltre che il rimpatrio delle persone respinte

alla frontiera fosse a carico della compagni di navigazione con cui questi erano giunti sul suolo

statunitense. Parallelamente alla nascita della disciplina in materia d’immigrazione veniva

approvata una serie di provvedimenti speciali volta a regolare l’immigrazione asiatica. Nella

prima fase le riforme in materia di controllo d’immigrazione si concentrarono sul

respingimento alla frontiera e l’espulsione si configurava come controllo alla frontiera differito:

era passibile di espulsone chi, entro un anno dal suo ingresso, era stato denunciato per essere

entrato in violazione della legge o per essere alle dipendenze dell’assistenza pubblica per

cause già presenti al momento dell’ingresso. Il periodo di prova fu poi esteso a 3 anni, fino alla

svolta del 1910 quando fu resa possibile la deportazione in qualsiasi momento, indipendente

dalla data d’ingresso, la deportazione delle donne dedite alla prostituzione. L’immigration act

del 1917 estese il periodo di prova a 5 anni e stabilì che fosse possibile deportare in qualsiasi

momento non solo le prostitute ma anche coloro che erano stati condannati all’estero per un

reato che testimoniava la turpitudine morale del suo autore, gli anarchici e gli stranieri recidivi

condannati negli USA ad una pensa superiore ad un anno ri reclusione o per un reato che

implicava la turpitudine morale. Anche chi aveva fatto ingresso sul suolo americano in

assenza del necessario visto consolare o aggirando i controlli alla frontiera, poteva essere

espulso senza limiti di tempo. Nel 1891 la legge disciplinò la creazione di un deposito

d’immigrati (Ellis Island il più famoso) in cui ospitare gli immigrati in attesa di essere ammessi

sul territorio. Nel 1893 la detenzione in ingresso venne resa obbligatoria nei casi in cui gli

ispettori non fossero convinti dei requisiti di ammissibilità dello straniero.

La detenzione in ingresso aveva durata limitata, giusto il tempo di fare in modo che i parenti

del detenuto fossero in grado di prestare le garanzie necessarie ad ottenere il rilascio su

cauzione e il diritto provvisorio d’ingresso sul suolo americano. Nel 1917 la legge introdusse

una novità: gli stranieri colpiti da un provvedimento di espulsione dovevano essere presi in

custodia e deportati dai funzionari dell’immigrazione; non specificava i casi in cui si doveva

ricorrere al provvedimento detentivo ne i locali in cui svolgere la detenzione amministrativa.

Gli immigrati rimanevano in custodia sino all’esecuzione dell’ordine di espulsione, sino alla

loro imbarcazione in vecchie strutture ricettive presenti nei principali porti del paese. Non

furono stabiliti i termini entro cui l’espulsione avrebbe dovuto concludersi. Anche negli usa

l’amministrativatizzazione dei diritti degli immigrati si basava sull’dea che le misure di

controllo loro rivolte non avessero carattere penale e che quindi non necessitassero di

garanzie giuridiche. Le procedure di respingimento ed espulsione non avevano lo scopo di

reprimere i reati ma di tutelre il benessere pubblico, eliminando gli stranieri indesiderati.

Gli stranieri non sono trattati né come nemici né come portatori di rischi sociali, ma devono

essere sottoposti al regime giuridico delle emergenze umanitarie. Un regime attivato in caso

di crisi sociali o politiche che innescano processi migratori dii massa che gli stati sono costretti

a gestire con dispositivi di controllo fuori dall’ordinario e che implicano il ricorso a misure

restrittive di vario genere. Prospettiva che richiama alla mente le misure di accoglienza e

controllo adottate da molte democrazie occidentali nella stagione a cavallo tra i due conflitti

mondiali, quando migliaia di persone in fuga dalla guerra e dalle persecuzioni furono costrette

nei campi profughi e nei centri di raccolta che fiorirono su tutto il continente. In questa fase

non esisteva una definizione di rifugiato che fosse condivisibile a livello internazionale; solo

successivamente i rifugiati furono assoggettati ad un regime giuridico particolare e trattati

come categoria di persone rispetto a cui i governi si riservavano un certo margine di

discrezionalità, sospendendo le misure sui controlli in ingresso ed espulsione. La legislazione

più liberale in materia fu quella dell’Inghilterra: la legge non specificava quali prove il rifugiato

dovesse addure, sicchè una circolare ministeriale impose il beneficio del dubbio verso chi

proveniva da un paese in cui vi era disordine politico. A seguito delle crisi politiche del 900,

con il primo conflitto mondiale, il crollo degli imperi continentali e la nascita dei regimi

totalitari, vi furono grandi esodi di massa che portarono all’esplosione delle contraddizioni del

regime giuridico che governava il movimento delle persone tra le frontiere. Gli stati

introdussero l’obbligo di possedere un passaporto; i rifugiati ed apolidi, avendo perso contatti

con il loro paese d’origine, non potevano ottenere i documenti richiesti per l’attraversamento

delle frontiere o la certificazione del loro status di rifugiato. Nel 1921 venne creato un organo

temporaneo che si occupava dei rifugiati in fuga dalla Russia, finanziato dalla Società delle

Nazioni. Ma l’assenza di Stati uniti ed Unione sovietica ne minava la capacità d’azione. Con

l’esplosione della crisi economica nessuno stato europeo si sentiva vincolato dalle decisioni

prese dalla Società delle Nazioni, adottando misure di controllo ed esclusioni più congeniali

per gestire l’afflusso di rifugiati. I rifugiati in fuga dalle dittature e persecuzioni dovettero far

fronte alla chiusura delle frontiere, ritrovandosi ad essere respinti da un paese all’altro.

In Francia i rifugiati erano assoggettai alle misure di polizia concepite per il controllo degli

stranieri e obbligati a richiedere la carta di soggiorno entro 48 ore dall’ingresso sul territorio. Il

rifugiato doveva provare il suo stato civile e la nazionalità, ma non le persecuzioni subite,

principio introdotto dalle autorità francesi a partire dagli anni 30. Ed esempio nella prima fase,

gli ebrei vennero considerati falsi rifugiati.

L’inghilterra aveva confermato molte misure di controllo approvate allo scoppio della prima

guerra mondiale, tra cui la negazione dell’ingresso sul territorio inglese ai richiedenti asilo

indesiderabili o per i rifugiati privi di sufficienti mezzi di sussistenza.

Gli Usa non conoscevano una disciplina speciale del diritto d’asilo e i rifugiati dovevano

ottenere preventivamente un visto d’ingresso.

In questo clima molte associazioni di tutela degli stranieri richiedere l’istituzione di campi o

centri di accoglienza da affidare alla gestione di organizzazioni non governative. Si trattò di

strutture che offrivano accoglienza, ma in condizioni inadeguate. Vigeva una rigida disciplina,

filo spinato, guardie armate per la gestione della disciplina interna, divieto di uscita, appelli

continui che facevano somigliare tali centri a strutture la cui funzione era la sorveglianza di

una popolazione percepita come pericolosa o che non doveva disperdersi sul territorio.

Profughi e rifugiati furono assoggettati agli agenti umanitari e ridotti alla pura esistenza

biologica, trasformati in oggetti di assistenza deprivati di soggettività giuridica.

Un filone di letteratura ha analizzato la detenzione amministrativa degli stranieri partendo

dagli spunti teorici di Giorgio Agamben che ha ripreso e sviluppato la riflessione di Hannah

Arendt sul campo di concentramento.

Secondo questa prospettiva, la struttura legale dei centri di detenzione per migranti è uno

spazio di eccezione assimilabile alla struttura legale tipica del campo di concentramento. Lo

status giuridico dello straniero detenuto è accostato a quello di non persona, per l’assenza di

diritti politici e civili. La nozione di campo è ambigua: il termine non si riferisce

necessariamente ai campi di prigionia o internamento, dato che può essere utilizzato in

riferimento agli spazi d’accoglienza provvisori o alle assegnazioni di residenza per gruppi di

persone itineranti e senza fissa dimora. Il termine oggi è associato all’esperienza dei

totalitarismi. Alcuni hanno sostenuto che il campo di concentramento possa essere

considerato una forma istituzionale idealtipica attraverso cui analizzare i centri di detenzione

per stranieri della contemporaneità. Nei campi si veniva privati della propria libertà personale

in ragione del proprio status e non per un’infrazione della legge penale. Essi costituivano uno

spazio extragiudiziario in cui si entrava in seguito ad un provvedimento di natura

amministrativa decretato dall’organo dell’esecutivo. Al loro interno non vi erano infrattori della

legge penale ma figure sociali dell’alterità, i sospetti, gli indesiderabili, persone che pur non

avendo compiuto atti criminosi, si temeva potessero commetterli dato il carattere

potenzialmente pericoloso per la società. Il campo è una zona anomala. Si è dinanzi alla forma

campo ogni qualvolta una struttura giuridico-politica, vale a dire la creazione di uno spazio

istituzionale per il controllo e il contenimento dei soggetti privati dei loro diritti non per le loro

azioni ma in base al loro status personale, viene replicata. I centri per migranti contemporanei

replicano una struttura politico-giuridica analoga: ospitano persone private della propria

libertà personale per l’appartenenza ad una categoria generale e la non appartenenza alla

comunità nazionale. La forma campo è quindi l’idealtipo di un luogo dedicato ad accogliere

non persone giuridiche, soggetti deprivati di qualsiasi personalità giuridica dalle istituzioni che

li prendono in carico, le cui ragioni di diffusione sono da imputarsi alla crisi del principio di

cittadinanza come principio di localizzazione giuridica e criterio d’attribuzione dei diritti.

Cap 2 LA DETENZIONE AMMINISTRATIVA NEL DIRITTO INTERNAZIONALE E DELL’UE

I diritti dei migranti e i movimenti delle persone attraverso le frontiere sono regolati da regimi

giuridici differenti che affondano le loro radici in epoche storiche caratterizzate da una diversa

attitudine degli stati nei confronti delle migrazioni. L’unico diritto attribuito ai migranti è quello

di lasciare il proprio paese, cui non corrisponde un diritto di essere ammessi sul territorio di un

altro. Il diritto internazionale esistente sembra legittimare l’uso della detenzione

amministrativa nelle politiche migratorie. La detenzione degli stranieri è considerata alla

stregua di un accessorio naturale della prerogativa sovrana in materia d’immigrazione, una

misura amministrativa che non necessita di particolari legittimazioni. Il giudizio di

bilanciamento tra la tutela dei diritti fondamentali degli stranieri e la sicurezza dello Stato di

fronte al rischio di intrusioni indesiderate ha finito per privilegiare le esigenze di sicurezza

nazionale, equiparando ogni straniero non autorizzato presente sul territorio a un pericolo per

l’ordine pubblico, da tenere sotto stretta sorveglianza di polizia. Nel caso del diritto dell’Ue, in

cui i movimenti transfrontalieri dei cittadini di paesi terzi non autorizzati all’ingresso sono

trattati alla stregua di minacce alla sicurezza al cospetto delle quali anche il ricorso alla

detenzione amministrativa a lungo termine diviene legittimo. Il diritto alla sicurezza dei

cittadini europei giustifica l’insicurezza dei diritti degli stranieri extracomunitari.

Cap 3 LA DETENZIONE AMMINISTRATIVA DEGLI STRANIERI NEGLI USA

Un caposaldo della politica migratoria statunitense sin dalla creazione di una serie di

immigration stations in servizio per gestire l’afflusso d’immigrati fino all’adozione della

normativa delle quote e i visti d’ingresso nel 1929. Dagli anni 30 in poi Ellis Island e altre

strutture analoghe funzionarono come centri di deportazione cadendo in disuso negli anni 50,

quando il numero di deportazioni verso l’Europa si ridusse. Il diritto dell’immigrazione è stato

trasformato nel dopoguerra con l’approvazione nel 1951 dell’Immigration and Nationality act

che ha ridefinito le condizioni per l’ammissione sul suolo americano, elencando i casi che

espongono lo straniero al respingimento ed espulsione. Prevedeva la possibilità di ricorrere

alla detenzione amministrativa dello straniero sia in ingresso che in via di respingimento che

espulsione. Quest’ultima doveva essere eseguita entro 6 mesi, trascorsi i quali lo straniero

sarebbe stato assoggettato a misure di sorveglianza di polizia. Negli anni 50 il governo di

polizia fece uso dei poteri detentivi concessi dalla norma sull’immigrazione: questa conteneva

clausole di esclusione rivolte contro sospetti anarchici o militanti comunisti, dando la

possibilità all’autorità amministrativa di ricorrere a strumenti di controllo dl dissenso politico

sottratti alle garanzie dello Stato di diritto. L’uso dell’espulsione per controllare i dissidenti fu

legittimato dalla Corte suprema che autorizzava l’uso di poteri detentivi per garantire la

sicurezza nazionale, senza particolari prove da parte del Governo, come la detenzione

prolungata senza possibilità di ricorso al giudice di uno straniero respinto alla frontiera. Tali

condizioni portarono alla revisione della politica in materia di detenzione degli stranieri: il

ricorso alla detenzione sarebbe avvenuto solo se lo straniero avesse presentato un alto rischio

di fuga o

una minaccia per la sicurezza nazionale, mentre negli altri casi il rilascio dietro prestazione di

una garanzia pecuniaria

o in libertà condizionata avrebbe dovuto considerarsi la regola. Passi verso un modello di

gestione dell’immigrazione più umano. La prima svolta nel regime liberale si ebbe negli anni

80, quando 125.000 profughi cubani arrivarono negli USA su imbarcazioni di fortuna. Il

presidente Carter annunciò la disponibilità ad accogliere i fuggitivi. L’approccio fu però

piuttosto confuso: dapprima furono ammessi sotto condizione molti arrivati, in seguito si

aprirono le prime strutture ricettive in cui trattenere gli stranieri, in attesa dei controlli in

ingresso. Molti furono rilasciati sul territorio americano e regolarizzati. Il candidato presidente

Reagan accusò il predecessore di incapacità nella gestione della crisi e, non appena al potere,

rilanciò il ruolo della detenzione amministrativa per fronteggiare i massicci afflussi di profughi

da altri paesi caraibici. Fece ricorso all’apertura di centri di detenzione in terra e in mare (fuori

dalla giurisdizione domestica). Dal 1981 tutti i rifugiati privi di documenti in arrivo vennero

trattenuti, in attesa di una valutazione sulla loro ammissibilità nel territorio, nelle strutture

aperte. Parallelamente il governo sviluppò un programma volto ad impedire l’arrivo sul suolo

americano di natanti sospettati di trasportare immigrati illegali. Questa politica di interdizione

in alto mare venne rilanciata da Bush che impose il respingimento di tutte le navi che

trasportavano immigrati. A seguito delle proteste e l’accusa di violare il diritto internazionale e

le norme a tutela dei rifugiati, il governo istituì un centro, che si trovava nella base americana

in cuba, che accolse 30000 profughi. La collocazione fuori dal territorio statunitense consentì

al governo di sostenere l’extraterritorialità della struttura detentiva, negando ai profughi e

richiedenti asilo in essa ospitati l’accesso alle garanzie giuridiche previste dalla legge

americana e del diritto internazionale in tema d’asilo. I profughi furono così abbandonati in

una zona anomala di sospensione del diritto. La nuova politica aveva la finalità di scoraggiare

l’afflusso di nuovi profughi e richiedenti asilo: lo straniero rischiava di permanere in stato di

detenzione per tutta la durata della procedura di determinazione del suo status giuridico ed

erano proprio i richiedenti asilo a rischiare di subire più pesantemente le conseguenze. Infatti

le procedure d’asilo richiedono più tempo per essere espletate e il governo non ha previsto

procedure accelerate, almeno fino agli anni 90. Fu realizzata una vasta rete di centri di

detenzione amministrativa.

Il consolidamento del sistema detentivo vi è stato tra fine anni 80 e inizi 90, quando le

preoccupazioni rispetto all’aumento dell’immigrazione illegale negli USA avevano raggiunto il

livello di un’isteria collettiva. La prima svolta in senso restrittivo risale al provvedimento per

l’inserimento delle sanzioni nei confronti dei datori di lavoro che impiegavano immigrati

illegali e alle misure rivolte agli immigrati irregolari o autori di reati. La riforma eliminava il

vincolo di 5 anni entro cui decretare l’espulsione, esponendo anche i residenti da lungo tempo

a tale rischio, per essere stati condannati ad uno dei reati elencati dalla legge. Questi

venivano presi in custodia una volta scontata la pena ed erano soggetti ad espulsione con

accompagnamento alla frontiera, senza possibilità di rilascio in libertà o partenza volontaria

dal paese. Le leggi della metà degli anni 90 hanno poi previsto una procedura di

respingimento accelerato per chi giungeva alla frontiera senza documenti o con documenti

falsi, a meno che non dimostrino il fondato timore di subire persecuzioni nel paese di

provenienza. Questa procedura consente alle guardie di frontiera di allontanare dal territorio

gli inammissibili all’esito di un procedimento informale svolto senza che lo straniero possa

comunicare con parenti, amici o un avvocato. Tale procedura è stata estesa a tutti gli stranieri

intercettati sul territorio, laddove non possano dimostrare di essere stati ammessi legalmente

o di essere presenti da almeno 14 giorni (in questo caso sarebbero assoggettati alla procedura

di espulsione ordinaria). Chi riesce ad accedere alla procedura d’asilo dimostrano una prova

credibile è trattenuto in stato di detenzione in attesa della decisione circa la loro domanda di

protezione internazionale. Il piano strategico decennale elaborato nel 2003 ha annunciato

l’obiettivo di aumentare ulteriormente il numero di espulsioni ogni anno con attenzione agli

autori di reati e altri soggetti considerati pericolosi a prescindere dalla commissione del reato.

L’attuale disciplina della detenzione differisce a seconda del luogo in cui lo straniero viene

intercettato dalle autorità.

La detenzione in ingresso. Nel caso in cui lo straniero sia intercettato nell’atto di attraversare

la frontiera, viene arrestato e, se privo di documenti di identità o di un valido documento per

l’ingresso, è assoggettato alla procedura di respingimento. Questa decisione è

immediatamente esecutiva e lo straniero permane in stato di detenzione per tutta la durata

della procedura. Solo i richiedenti asilo non vengono immediatamente respinti ma trattenuti in

custodia, in attesa che un ufficiale della polizia di frontiera valuti la credibilità della richiesta di

protezione internazionale. Superato questo passaggio, lo straniero invia la sua richiesta d’asilo

su cauzione a un giudice. Anche se tale possibilità è stata concessa solo a chi è stato

intercettato nel territorio e non alla frontiera. In assenza dell’intervento del giudice, l’unica

possibilità per i richiedenti asilo arrestati in ingresso di essere rilasciati , risiede nel potere

dell’autorità di frontiera che rilascia l’individuo che non presenta un rischio per la sicurezza e

che non fugga. La valutazione per il rilascio non avviene automaticamente ma deve essere

richiesta dallo straniero, derivandone che chi è privo di assistenza legale, rischia di essere

detenuto a lungo. Le persone ammesse alla procedura d’asilo posson

essere rilasciate il libertà condizionale solo se rientrano in una delle 5 categorie: per seri

problemi di salute o gravi disabilità, donne in gravidanza, minori, testimoni in procedimenti

penali, persone la cui detenzione non è di interesse pubblico.

La detenzione in uscita. Gli stranieri già presenti sul territorio possono essere arrestati e

detenuti solo se sottoposti a procedimento di espulsione; essi hanno diritto al rilascio su

cauzione o alla liberazione condizionale se non sono soggetti a provvedimento di espulsione

che prevede l’arresto obbligatorio. Quando è consentito il rilascio, lo straniero deve dimostrare

di non essere un pericolo per l’ordine pubblico e garantire la sua presenza per tutta la durata

del procedimento di espulsione. La detenzione obbligatoria è prevista in caso di provvedimenti

di espulsione per aver commesso un reato o per esigenza di sicurezza nazionale. La legge

vigente stabilisce che una volta esecutivo il procedimento di espulsione, lo straniero deve

essere espulso entro 90 giorni prorogabili di altri 90 in caso di non collaborazione da parte di

quest’ultimo. Trascorsi questi 6 mesi, nell’impossibilità di eseguire l’espulsione, si può

rimettere in libertà lo straniero sottoponendolo alla sorveglianza di polizia. Nel caso di

stranieri espulsi perché inammissibili, condannati o pericoli, il termine dei 6 mesi può essere

disatteso ma restano in stato di detenzione anche per un tempo indefinito. La legge prevede

la possibilità di ricorrere a misure alternative alla detenzione, come indossare braccialetti

elettronici. Queste misure non sono state attivate su tutto il territorio e spesso sono usati

come alternativa al rilascio delle persone che altrimenti non avrebbero subito nessun

provvedimento detentivo, producendo una espansione del controllo, anziché la sua riduzione.

l’attuale sistema detentivo è composto da 350 strutture suddivise in 3 categorie principali:

1) SPC: gestite direttamente dall’ICE, ospitano il 13% dei detenuti e sono di medie

dimensioni

2) CDF: gestite da compagnie private e sono di grandi dimensioni

3) ISAF: prigioni statali o di contea in cui l’ICE affitta posti letto per i suoi detenuti. Accoglie

il 70% dei detenuti, per cui spesso gli stranieri si ritrovano a convivere con criminali e

detenuti comuni, a meno che non si trovino in prigioni interamente affittate all’ICE.

Non a caso si è diffuso il concetto di crimmigration: la politica migratoria che converge nella

politica criminale. I detenuti ospitati nei centri di detenzione sono viste come persone che

abusano della procedura d’asilo per accedere ai benefici del welfare o come delinquenti che

hanno tentato di sottrarsi al controllo delle autorità di frontiera per portare a termine i loro

disegni criminali nel territorio statunitense.

Cap 4 LA DETENZIONE AMMINISTRATIVA DEGLI STRANIERI IN INGHILTERRA

Le politiche migratorie nell’Inghilterra del secondo dopoguerra mostrarono una grande

apertura nei confronti degli immigrati provenienti dalle ex colonie dell’impero; tutti i soggetti

nati nei paesi del Commonwealth britannico avevano il diritto di entrare e risiedere in

Inghilterra. Tali diritti vennero erosi a fine anni 60,quando una serie di provvedimenti espanse

il numero di persone che potevano essere assoggettate al respingimento e all’espulsione,

compresi i cittadini del Commonwealth che videro distinto il loro status giuridico rispetto ai

cittadini britannici in senso pieno. Potevano essere detenuti sia gli stranieri in ingresso che

quelli colpiti da un provvedimento di respingimento o espulsione, in attesa dell’esecuzione

dello stesso. La politica in materia di detenzione degli stranieri restò invariata fino alla fine

degli anni 90 quando hanno cominciato a costruire i primi centri di detenzione dedicati agli

stranieri. Il governo di Tony Blair pubblicò un white paper per creare gli strumenti giuridici più

efficaci alla gestione della mole di domande d’asilo ricevute dall’Inghilterra, per individuare

quelle infondate o pretestuose. La proposta era istituire una procedura accelerata che si


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze del servizio sociale
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Felistor95 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teoria del controllo sociale e della pena e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Campesi Giuseppe.

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