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Immagini coinvolte: conflitti, media, guerre, spazi

Introduzione: Le immagini contro e fra di noi

Ci chiediamo come pensare alla questione del conflitto che riguarda le immagini, i media, la comunicazione e le forme discorsive che circolano all'interno degli stessi media, vecchi e nuovi. È un tema molto vasto, di attualità, ma difficile da affrontare. Non si intende che non ne valga la pena, ma che quando si esprime una riflessione o si attua un'elaborazione bisogna sempre inserire delle critiche, aggiustamenti e discussioni aggiuntive. Se prendiamo per esempio gli ultimi attacchi terroristici a Bagdad, Parigi, Bruxelles, bisognerebbe approfondire ulteriormente ogni evento. Se pensiamo alla questione dell'“eurocentrismo” o dell'“occidentalismo”, ovvero che si tende a parlare più delle stragi che si verificano in Europa e negli Stati Uniti rispetto a quelle che si verificano in Iraq o Siria quotidianamente.

Il punto fondamentale è che è necessario un lavoro di critica: analisi critica alle immagini e alla comunicazione in rapporto ai media, nuovi e vecchi, mainstream o di nicchia. Non bisogna lavorare solo sulle immagini in sé, ma anche sulle loro connessioni, nessi e concatenamenti.

Questo libro tenta di utilizzare strumenti provenienti da diverse discipline, quali media studies, sociologia, socio-semiotica, studi culturali, che ci permettono di approfondire il rapporto fra la dimensione narrativa, discorsiva e tematica (per dimostrare i sistemi di valori e ideologie delle immagini) e la dimensione visivo-plastica (componenti interne alle immagini, meccanismi e ossatura di base). Dobbiamo smontare e rimontare le immagini adottando uno sguardo critico.

Ma non si tratta solo di immagini, anche del nesso fra le immagini e le organizzazioni discorsive che le collegano: prendiamo come esempio i commenti, conversazioni e discussioni che troviamo sotto le immagini sui social media: dai commenti sotto un video su YouTube ai commenti su un'immagine su Facebook. Li vediamo sia negli hate speeches, nei trolls, nei commenti di compiacimento, ironici, di approvazione o disapprovazione, nelle “reactions” di Facebook (introdotte sia per far sì che gli utenti possano esprimere le proprie emozioni, sia a fini di marketing e di pubblicità). Ecco, questi rappresentano una grande rete di forme discorsive che circondano e collegano fra loro le immagini.

Noi cerchiamo di valutare il rapporto fra il dicibile e il visibile in un continuo interscambio fra le due dimensioni (dotate di una reciproca reversibilità). Le forme discorsive offrono un fondo connettivo alle immagini e queste propongono i materiali espressivi e di contenuto alle forme discorsive.

Vi è un problema sorto soprattutto con l'utilizzo dei social media, vale a dire il problema della quantità, dell'enorme massa di immagini che riempie i media e sembra circondare il nostro mondo. Soprattutto ora che i media si ritengono come media e canali specializzati in immagini e pretendono di dire la loro, con i loro esperti e i loro approfondimenti. (come esempi prendiamo Instagram, Pinterest e la trasformazione di Facebook, nato solo come album fotografico dei compagni di scuola).

Manovich (studioso dei media digitali) ha condotto uno studio sul problema dell'accumulo, delle masse di immagini che devono essere analizzate con categorie qualitativo-semiotiche e da software che possono analizzare grandi quantitativi di eventi-immagine per ricavarne parametri e costanti.

Possiamo parlare di inflazione delle immagini (incremento esponenziale), perciò, dobbiamo capire come trattare questa massa crescente nel rapporto fra dimensione qualitativa e dimensione quantitativa.

Il tentativo del libro è quello di raccogliere dei saggi sul tema del rapporto fra immagini, comunicazione, conflitto incrociando diversi approcci (socio-semiotico, sociologia, teoria culturale dei conflitti e della guerra, metodo dell'analisi delle immagini). Inoltre, nell'ultimo capitolo si propone una questione più distante: lo studio degli spazi urbani e di un possibile modello di analisi. Questa questione si lega sia con le immagini sia con il campo di indagine che lega lo studio degli spazi urbani con la comunicazione attraverso la questione delle mappe e dei locative media, ovvero, indaghiamo i rapporti fra gli spazi a cui i media localizzati si agganciano e i conflitti che li possono attraversare. Lo scopo del libro è quindi quello di creare una mappa di possibili percorsi di analisi, fuori, dentro e attorno ai media, fuori e dentro i conflitti.

Nota sui capitoli

Il primo capitolo è un saggio introduttivo sulla teoria del conflitto ed è una rielaborazione del saggio pubblicato in Brasile (“Abordagem sociossemiotica de conflito de guerra di Fulaneti)

Il secondo capitolo analizza le immagini della memoria e commemorazione della guerra e della violenza e riprende una testimonianza online (“La forma e l'impronta del dolore: Ritorno a Srebrenica, testimoniare la testimonianza”)

Il terzo capitolo rielabora alcuni saggi e interventi (“A partire dai diari di guerra: alcune considerazioni sui testi di memoria”; “Superfici del Sé: narrazioni, scritture e identità”) sul problema della memoria e dei diari di guerra e del loro rapporto con lo sguardo sulla guerra e immagini.

Il quarto capitolo tenta di riflettere sul rapporto fra analisi etno e socio-semiotica degli spazi urbani e luoghi di conflitto e post conflitto e unisce due saggi (“Cartographies ethno et socio-sémiotiques”; “Prijedor, Bosnia, Making sense of emptiness”)

Conflitti e guerre: una prospettiva socio-semiotica fra media e immagini

1. Il conflitto come fondamento dei fenomeni socio-culturali? Una risposta socio-semiotica

Questo capitolo propone alcune definizioni generali di conflitto, in relazione anche a questioni come le rappresentazioni dei conflitti nei media; alle immagini che circolano dentro di essi, come per le immagini legate alle forme di terrorismo. La dimensione culturale supera i suoi caratteri di scontro diretto, sociale, politico, culturale o di guerra e studiare le sue categorie aiuta a discutere le relazioni sociali, le forme e le tecnologie della comunicazione sia vecchie che nuove. Il conflitto è sempre stato visto come fondamento dei fenomeni sociali e culturali (nella filosofia e nelle scienze umane). Noi cerchiamo di confrontare alcune linee di pensiero e a delineare i tratti rilevanti per lo studio socio-semiotico, soprattutto delle attuali forme di guerre e conflitto.

Vediamo una definizione di conflitto abbastanza condivisa da una parte delle scienze sociali, dove viene visto come forma di relazione e interazione fra soggetti, attori individuali e collettivi caratterizzata dalla percezione, da parte degli attori, di una divergenza o incompatibilità di scopi -> una situazione dove gli attori usano un comportamento conflittuale l'uno contro l'altro per raggiungere scopi incompatibili e/o esprimere la loro ostilità (Bartos, Wehr). Le scienze sociali e la socio-semiotica la definiscono come la realizzazione di un'interferenza e incompatibilità fra i programmi d'azione e intenzione dei soggetti.

La semiotica strutturale-narrativa pensa che alla base dei sistemi e processi di significazione culturale ci sia una struttura, ovvero, un'organizzazione polemico-conflittuale che è alla base dell'azione stessa, del senso e della comunicazione. Le azioni, alla base, presentano strutture narrative: le azioni per la semiotica strutturale sono programmi narrativi, strutture che si organizzano come enunciati composte di “attanti”, entità astratte e vuote che rappresentano il Soggetto (S) e si congiungono con Oggetti di valore (O). I soggetti lottano per congiungersi con i valori e si scontrano con altri soggetti.

Secondo Greimas, al centro delle strutture polemico-conflittuale, vi sono figure come la “sfida”: ovvero struttura che implica una complicità oggettiva fra manipolatore e manipolato. L'analisi di queste figure di interazione e dei legami nella semiotica ha molti punti in comune con l'analisi strategica delle guerre, conflitti e relazioni internazionali.

Secondo Thomas Schelling: nel prendere i conflitti per scontati e lavorare con l'immagine dei partecipanti che cercano di vincere, una strategia teorica non nega che ci siano interessi conflittuali tra i partecipanti. Negli affari internazionali vi è una mutua dipendenza e un'opposizione. Per questa ragione, vincere in un conflitto non ha solo uno stretto significato competitivo, non è vincere rispetto all'avversario. Vuol dire guadagnare rispetto al proprio sistema di valori. (Schelling)

L'altro fa qualcosa che mi impedisce di compiere il mio progetto o che interferisce con il mio piano o programma di azione e viceversa. Però, si crea un legame e i partecipanti costruiscono immagini gli uni degli altri. Il conflitto nasce nel momento in cui vi è la percezione di un impedimento nel fare o ad una volontà di fare. Ma si tratta di una percezione o convinzione e si può trattare sia della percezione di un soggetto coinvolto sia di un soggetto terzo che osserva da lontano. Per la sociosemiotica e la semiotica vi sono due elementi fondamentali: dimensione modale e dimensione del punto di vista dell'osservatore.

1.1 Le componenti narrativo-modali e osservative nei conflitti

La dimensione modale valuta come gli attori di un'azione siano composti da diversi piani di significato: non sono entità compatte, ma sono stratificati a diversi livelli che compongono i loro ruoli. Si riempiono e arricchiscono di funzioni dette “istanze modali”- come il volere, dovere, potere, il fare, l'essere che sono suscettibili di costruirsi in diverse combinazioni. I partecipanti sono carichi di competenze modali, che definiscono i ruolo degli attanti, quindi delle funzioni che svolgono i programmi d'azione. Il confronto e lo scambio polemico non avvengono fra attori compatti e monolitici, ma fra attori suddivisi in strati o livelli. Quindi il conflitto si genera a partire da un intreccio di volontà e forze.

Dal punto di vista dell'osservatore, invece, molti studiosi di semiotica, come Fontanille, hanno dimostrato che questa funzione lavora soprattutto sul piano dell'enunciazione e della messa in discorso, valutando le funzioni del “terzo” (destinatario diretto o indiretto, della comunicazione e interazione conflittuale o osservatore “esterno” o intruso). Gli osservatori possono più o meno partecipare, prendere le distanze e a volte avvantaggiarsi del conflitto in atto. Può anche modificare la percezione del conflitto stesso: può far sì che venga percepito in maniera più forte, come in fase di accelerazione dai partecipanti. Questa funzione può essere svolta da un terzo soggetto, ma può essere assunta in parallelo anche da uno dei due antagonisti.

Se prendiamo, ad esempio, gli esempi relativi al terrorismo (Is-Isis) è evidente una forma di azione che coincide con quella del “far vedere” ovvero, agiscono sapendo che i media e l'opinione pubblica osservano, amplificano e diffondono le forme di azione e narrazione dei terroristi. Con questa funzione dell'osservatore si passa da organizzazioni di tipo narrativo a modi concreti di percepire i processi, nella loro dimensione “aspettuale”, ovvero del punto di vista. Questo gioco di triangolazione è spesso fondamentale nelle situazioni di interazione conflittuale.

Un soggetto, soggetto o individuo singolo (micro) o soggetto collettivo, come un'organizzazione, lo Stato, un'istituzione, un personaggio pubblico o politico (macro), può esprimere, durante un conflitto un “volere” qualcosa, ma anche “credere che l'altro voglia” qualcos'altro o che sappia/creda in qualcosa. Questa dimensione modale-narrativa si intreccia con quella osservativa e connette il piano delle azioni con quello delle motivazioni, credenza, speranze e aspettative.

Queste relazioni conflittuali sono collocate in una “situazione”: un “clima” e un tempo che può influenzare l'azione stessa, ma possono, allo stesso tempo, determinarle, per esempio accentuando diffidenza e tensione. I soggetti e gli attori influenzano il proprio comportamento sulla base del comportamento dell'Altro, vi è una relazione reciproca. Ma questi conflitti non sempre accadono per via di un impedimento, a partire da uno scontro di “volontà”: ovvero, al fatto che qualcuno venga impedito di raggiungere uno scopo o un oggetto di valore (materiale o immateriale).

2. Conflitto come costruzione di identità

Il conflitto può anche essere scatenato da motivi di frustrazione “da riconoscimento” legata a ruolo e identità. I soggetti lottano anche per un riconoscimento reciproco, a volte anche per uno spazio (fisico, geografico, sociale, territoriale o più astratto). L'identità non è un elemento isolato, è connessa al costituirsi di rapporti di potere. La nascita della filosofia e della teoria politica moderna riguarda questa concezione, ovvero, concezione della lotta come costruzione e gestione dei rapporti di potere: nella città, stato, fra gruppi sociali, nazioni e organizzazioni a livello internazionale. Il potere viene visto come relazione, ma soprattutto, come percezione dell'altro.

I conflitti, solitamente, riguardano un contrasto di fondo fra sistemi di valori o una lotta per far prevalere un'identità (es. tra gruppi, strati e classi sociali, culture diverse e fra ambiti all'interno di una stessa cultura). Vi è un'idea di conflitto collettivo e individuale: fra gruppi o insiemi sociali. Le strutture e dinamiche di conflitti su scala diversa spesso finiscono per essere simili. Anche il tipo di conflitto di identità si ricollega al modello di interferenza fra programmi di azione, alla reciprocità, interferenza negativa. Identità e situazionalità vengono viste come parole chiave delle relazioni conflittuali.

Dall'avvento e intensificazione della Guerra Fredda, anni 50-60, con le conseguenze, si è avuta una tendenza ad avere l'idea che i conflitti (internazionali e sociali) potessero essere ricondotti a lotte fra attori, dotati sia di valore e sistemi di credenze, che utilizzano armi “virtuali”: minaccia, discussione, compellence. Utilizzano quindi una serie di pratiche e programmi di azione definite “armi semiotiche” o di “gesticolazione strategica”. Si ha quindi una preparazione in anticipo all'azione prima dell'azione vera e propria, si pensava in anticipo alle forme del conflitto che avrebbero potuto portare, attraverso un'escalation, ad un possibile scontro nucleare fatale.

3. Gli studi antropologico-culturali: dispute dentro e fra culture

Gli studi antropologico-culturali vedono il conflitto come un'interferenza, sia gli studi delle culture non Occidentali, sia delle culture Occidentali. Ogni cultura o ambito culturale sono attraversati da continue dispute e discussioni, specie nei momenti di nascita e forte crisi e di ridefinizione dei confini o delle strutture gerarchiche di una cultura o società. Avvengono sia fra culture e ambiti culturali diversi, ma anche fra sottoinsiemi culturali di una stessa cultura. (es delle lotte politiche o delle guerre scientifiche).

Queste discussioni e dispute sono incentrate sulla definizione di validità, controllo e circolazione dei significati e delle informazioni che circolano nella cultura e nel contesto sociale. Le culture e le società sono i luoghi dove avvengono queste discussioni. Nelle culture si presentano formazioni culturali che presentano forme di distacco, parziale o totale, rispetto alla cultura maggioritaria, e, a volte, anche fra di loro, accentuando un certo tipo di stili di comportamento, di abbigliamento, di gusto e di produzioni estetiche e artistiche.

Hebdige definisce l'idea di “rotture di codici” o “guerre di stile” quindi conflitti operati da alcune controculture (es. Hippie, Punk) rovesciando e rimescolando codici e regole estetiche mainstream (sia in modo esemplare amplificate dai media, sia in modo underground quindi meno evidente). Si parla perciò di “rivolta” o conflitto e di “guerra degli stili” che producono, nelle stesse formazioni culturali, effetti identitari.

3.1. Le culture fra rischio e conflitto

Mary Douglas ritiene che le società e le culture aprano discussioni su cosa sia “rischio” o “colpa” o “pericolo” per i membri della stessa società, soprattutto riguardo alle attribuzioni di blaming (colpa) e alla percezione dei rischi che possono coinvolgere la comunità. Ad esempio, contestazioni all'uso dell'energia nucleare, installazione di discariche, costruzione di opere civili e il tema dell'AIDS, giudicate pericolose per la società.

Si guarda ciò che è “opportuno”, “giusto”, “nocivo” e “prioritario” per la comunità in rapporto ad un ambito più vasto, ovvero, sociale, nazionale o internazionale. Questa valutazione può essere utile a spiegare il rapporto fra individui che vivono in culture diverse, i loro atteggiamenti e i sistemi di valori.

Mary Douglas scrive che alcune culture privilegiano un impegno pubblico da parte degli individui, mentre altre un impegno egoistico; alcune giudicano i membri in base alla purezza della motivazione; altre danno l'impressione a tutti di aver vinto, mentre altre reputano questo ambiguo. L'interrogativo sul rischio deve essere: “quanto sicuro è ciò che è abbastanza sicuro in questa cultura?”

Abbiamo quindi una nuova idea di conflitto. La disputa non avviene solo in base ai valori, che corrispondono ai modi di viverli e percepirli (paure, rischi degli individui). Non si pensa più ad una società statica e astratta (sistemi di valori, visioni del mondo ed ideologie generali), ma questi valori si ritrovano in motivazioni e percezioni.

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher chiara_galeazzi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Visual and media studies e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia o del prof Montanari Federico.
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