Capitolo uno: dal trauma relazionale al trauma sociale massivo
Le attuali teorie del trauma
Accanto alla concezione psicoanalitica tradizionale di trauma come “rottura di una barriera protettiva”, come evento insopportabile che fa irruzione nella mente del soggetto, come spiegava Freud, oggi si accosta la visione di una condizione traumatica come disturbo precoce della relazione di attaccamento tra madre e bambino (trauma relazionale precoce).
Studiosi come Bessel van der Kolk parlano di “atmosfera traumatica” per definire il clima quotidiano, che può danneggiare il sé, dove il bambino trascurato o maltrattato si trova a vivere.
Lenore Terr preferisce invece distinguere tra traumi di I tipo, dovuti ad una singola esperienza traumatica non ripetuta, e traumi di II tipo, che si consumano lentamente, spesso nel silenzio della famiglia o della società (violenze, incesto).
È bene precisare che non si può parlare di eventi traumatici in modo assoluto, senza considerare la sensibilità del soggetto; come sostiene Anna Freud, una teoria del trauma troppo ampia corre il rischio di rendere il concetto vago e generico, appannandone il significato.
Vogliamo capire cosa accade quando la violenza è stata reale, in che modo rimane impressa nella mente e nel corpo del soggetto e quanto i suoi effetti influenzano non solo la generazione colpita, ma le successive, in una trasmissione traumatica senza fine (se non intervengono modalità di recupero).
Trauma relazionale infantile e teorie dell’attaccamento
La qualità traumatica della relazione precoce sembra essere alla base di patologie future come il disturbo borderline, la depressione, dipendenze varie.
I disturbi di attaccamento (in particolare quello disorganizzato), indicano una vulnerabilità a patologie future. L’attaccamento disorganizzato include una varietà di comportamenti contraddittori.
Un esperimento di laboratorio, la Strange Situation, consiste in una sequenza standard di tre minuti dove madre e bambino giocano e poi sono raggiunti da una donna sconosciuta. La madre lascia la stanza per due volte e poi torna; i bambini che hanno madri sensibili e attente ai loro segnali di pianto, accolgono con gioia il ritorno della madre. Cercano l’interazione, si avvicinano e sono classificati come “sicuri” (GRUPPO B, madri autonome).
I bambini la cui madre è insensibile reagiscono evitandola al ritorno, rimproverandola, oppure guardando lontano (GRUPPO A, madri distanzianti).
Altri bambini sono invece ambivalenti al ritorno della madre, cercano il contatto e allo stesso tempo lo rifiutano con rabbia (GRUPPO C, madri preoccupate).
Bowlby notò come gli atteggiamenti contraddittori dei bambini ambivalenti indicassero rabbia, ansia e timore verso l’adulto. Questi atteggiamenti però non venivano espressi per il timore di isolarsi dalla figura di attaccamento e sembrano il segnale di difese attivate sia per evitare il dolore legato all’allontanamento del caregiver, sia per escludere rappresentazioni dolorose di sé e dell’oggetto.
Se un attaccamento disorganizzato definisce una vulnerabilità per il soggetto, allo stesso tempo possono intervenire fattori riparativi (altro caregiver disponibile di fianco alla madre evitante). In assenza di altri fattori patogeni e/o in presenza di fattori protettivi, l’esperienza precoce di stati alterati di coscienza dovuti all’attaccamento non porta ad alcun disturbo psicopatologico clinicamente significativo.
La teoria dell’attaccamento comincia a essere vista come indispensabile modo per studiare le prime forme del sé.
Adriana Cupelli S.T.P Uniurb
Infatti in natura non esiste un bambino, ma esistono una madre e un bambino, uniti da un legame che si stabilisce per ragioni biologiche. I punti fondamentali enunciati da Mary Main riguardo alla teoria dell’attaccamento sono:
- Le prime relazioni di attaccamento si formano entro il settimo mese di vita.
- Quasi tutti i bambini sviluppano processi di attaccamento.
- Le relazioni di attaccamento si sviluppano solo nei confronti di un numero ristretto di persone.
- Questi attaccamenti selettivi derivano da interazioni sociali con figure di attaccamento.
- Queste relazioni hanno effetti speciali sul comportamento del bambino.
Si può ora elencare la qualità della relazione madre-bambino:
- Attaccamento sicuro (GRUPPO B). Correlato alla sensibilità materna.
- Attaccamento evitante (GRUPPO A). I bambini sono indifferenti o ostili e reagiscono evitando l’interazione.
- Attaccamento ambivalente (GRUPPO C). I bambini cercano il contatto e allo stesso tempo lo rifiutano.
- Attaccamento disorganizzato (GRUPPO D). Il bambino è in una posizione paradossale, in quanto è posto in una situazione stressante proprio dal genitore.
L’effetto negativo del trauma relazionale infantile genera un attaccamento disorganizzato che persiste nell’adolescenza e nell’età adulta, agendo come fattore di rischio per possibili disturbi psichiatrici futuri. La psicoanalisi relazionale sostiene che esista un sistema motivazionale primario volto a stabilire relazioni. Il bisogno del bambino non è quello del piacere o della gratificazione, ma quello di una relazione intensa con un’altra persona. Quindi, è la rottura del legame io-tu che costituisce l’effetto traumatico, per cui i bambini disorganizzati reagiranno a traumi futuri in modo più forte.
Possiamo ipotizzare che anche il genitore a sua volta traumatizzato non è in grado di prendersi cura nel modo migliore del bambino, causando attaccamento insicuro o disorganizzato (l’attaccamento disorganizzato causa spesso disturbi dissociativi).
Il modello neurobiologico e psicoanalitico di Allan Schore: l’attaccamento/regolazione
Schore ha sottolineato il ruolo dell’attaccamento nella regolazione degli affetti e nello sviluppo emotivo e ha affermato come il compito essenziale del primo anno di vita sia la creazione di un legame di attaccamento che assicuri la comunicazione emotiva e la regolazione interattiva tra infante e caregiver. L’attaccamento sicuro dipende non tanto dalla sintonizzazione psicobiologica della madre con gli elementi cognitivi e il comportamento del bambino, ma piuttosto dalla sua regolazione degli stati interni dell’arousal del piccolo, dai suoi stati affettivi.
Esperienze positive nell’attaccamento hanno effetti a lungo termine sull’asse ipotalamo-ipofisario-adrenocorticale (con conseguente rilascio di noradrenalina) che gioca un ruolo importante per la regolazione tra un organismo e l’altro e nel singolo organismo. Altre ricerche confermano poi che le relazioni di attaccamento hanno un forte impatto sulle aree limbiche e corticali dell’emisfero destro.
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Il modello, quindi, sembra suggerire che gli attaccamenti traumatici creeranno una vulnerabilità durevole alla disfunzione e, in periodi di stress, una predisposizione al disturbo post-traumatico da stress.
Neurobiologia dell’attaccamento insicuro e trauma relazionale infantile
Le reazioni psicobiologiche del bambino a gravi stressor interpersonali comprendono due diversi tipi di risposte: l’iperarousal e la dissociazione.
Consideriamo in dettaglio cosa accade quando la relazione madre-bambino porta a un attaccamento insicuro o disorganizzato. Il caregiver che non è in grado di svolgere la funzione regolatoria in modo appropriato a causa delle sue problematiche o che trascura il bambino induce effetti negativi perché:
- Non è in grado di proteggere il bambino da altri elementi ambientali abusanti.
- È emotivamente inaccessibile.
- Induce livelli estremi di stimolazione o arousal.
- Non è in grado di riparare alle stimolazioni indebite della interazione.
- Nei momenti di stress del bambino, le madri sono più insensibili, irritate, critiche.
La mente si forma nell’ambito delle interazioni fra processi neurofisiologici interni ed esperienze interpersonali e i collegamenti umani plasmano lo sviluppo delle connessioni nervose che sono alla base dell’attività del cervello. Alla nascita, il cervello è un organo poco differenziato e le esperienze precoci determinano come i neuroni si collegano tra loro, creando circuiti specifici che danno origine a processi mentali diversi. Le strutture cerebrali si sviluppano in modo diverso a seconda degli stimoli che ricevono, influenzando:
- La crescita dei neuriti (le terminazioni nervose delle cellule).
- La creazione di nuove o più estese aree sinaptiche.
- La formazione lungo gli assoni della guaina mielinica che accelera la conduzione di segnali elettrici.
- Cambiamenti a livello delle membrane post-sinaptiche delle cellule riceventi.
- Fenomeni di morte cellulare.
Dunque, pur rimanendo fondamentale la componente genetica, l’esperienza diventa decisiva per lo sviluppo del cervello.
Genetica e sviluppo
Anche se i fattori genetici possono portare a una predisposizione o a una vulnerabilità nei confronti di un dato disturbo psichiatrico, i fattori ambientali giocano un ruolo cruciale nel determinare le modalità con cui si manifestano i sintomi della malattia. L’impatto ambientale sul cervello ha mostrato come gli eventi traumatici dell’infanzia cambino la biologia cerebrale.
Trauma intergenerazionale e cervello
Al di là della componente genetica, è importante considerare che molte madri soffrono di trauma non risolto, o di lutto, depressione, dipendenze, per cui trasmettono le loro alterazioni di stato caotico e disregolato al cervello in via di sviluppo del bambino influenzando il sistema del sé in formazione attraverso gli scambi della funzione regolatoria.
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Inoltre, le esperienze traumatiche relazionali vengono immagazzinate nella memoria procedurale dell’emisfero destro visivo-spaziale.
Trauma irrisolto nel caregiver e fattori che influenzano negativamente la relazione
I traumi irrisolti nel caregiver causano alterazioni nell’umore e nella gestione dello stress con il bambino. Cercare di aiutare questi genitori a riconoscere e ad affrontare la presenza di esperienze traumatiche non risolte diventa quindi cruciale non solo per loro, ma anche per le generazioni future. Quando memorie traumatiche irrisolte affiorano alla mente dei genitori, la sofferenza mentale legata a queste memorie attiva il sistema di attaccamento della figura di attaccamento, proprio mentre il sistema di accudimento è attivo. Se non c’è conforto per la figura di attaccamento sofferente da parte di altri significativi, il sistema di attaccamento tende a evocare emozioni di paura o collera.
Trauma e dissociazione
Gli elementi che ci permettono di affermare una eziopatogenesi dei disturbi dissociativi, riassumendo, sono:
- Un’esperienza precoce di attaccamento disorganizzato con almeno uno dei genitori.
- Una costruzione precoce nel bambino di modelli cognitivi multipli del sé .
- La predisposizione alla dissociazione.
- L’uso della dissociazione come meccanismo di difesa di fronte a traumi.
- Susseguirsi di episodi di maltrattamento o violenza negli anni di formazione della personalità.
- Creazione di identità e mondi immaginari.
- Impossibilità di integrare le memorie di queste identità fantastiche con i ricordi del trauma.
- Riemergere in età adulta della modalità dissociativa come strategia difensiva di fronte alla difficoltà della vita di relazione.
Attaccamento disorganizzato, sviluppi successivi e formazione dei modelli operativi interni come rappresentazioni di sé e dell’altro
L’attaccamento disorganizzato precoce ha tra le sue conseguenze difficoltà nelle relazioni interpersonali, una scarsa capacità di regolare le emozioni collegate allo stress, una difficoltà cognitiva generale e in particolare nelle capacità metacognitive e di mentalizzazione. Nel corso dell’interazione con il proprio ambiente gli individui costruiscono quelli che Bowlby chiama modelli operativi interni del mondo fisico e sociale che comprendono i modelli operativi del sé e delle figure di attaccamento. In altre parole, il sé in via di sviluppo rifletterà la qualità delle relazioni tra il bambino e chi si prende cura di lui.
Trauma infantile, abuso e sviluppo neurobiologico
Considereremo ora il trauma come abuso vero e proprio, dal maltrattamento psicologico e fisico all’abuso sessuale e all’incesto. La maggior parte di ciò a cui pensiamo come “psicopatologia adulta” riflette in realtà reazioni a lungo termine dell’abuso infantile; per aiutare quell’adulto bisogna immaginare e raccogliere dati su come quel paziente è stato allevato, accudito, ascoltato, oppure sminuito, umiliato, picchiato e quindi su quali relazioni lo abbiano portato a essere quello che ci appare in questo momento.
Microstimoli ambientali anomali e modelli atipici di attività neuronale durante periodi critici e sensibili possono causare una cattiva organizzazione e una compromissione delle funzioni psicosociali mediate dal cervello.
Inoltre, si ritiene che la deprivazione di esperienze importanti durante lo sviluppo possa essere il fattore più distruttivo. Tanti bambini sono esposti a esperienze traumatiche pervasive e croniche come assistere a violenze in famiglia, essere vittima di incesto o di esperienze come la guerra, comunque dovute a trauma perpetrato dall’essere umano su un altro essere, spesso piccolo e in via di sviluppo.
Riguardo all’incesto, la ripetizione, la durata e l’impatto di questo trauma su un bambino avrà un effetto totalmente differente e devastante, perché mina la fiducia nella relazione con l’altro, un altro che, essendo anche figura di attaccamento, è necessario per la sua sopravvivenza.
Abuso infantile e disturbo post-traumatico da stress
Sicuramente i bambini sottoposti a violenza e traumi di origine umana sono più vulnerabili e più esposti al rischio di sperimentare problemi emotivi, di comportamento. Mentre bambini traumatizzati spesso presentano ansia, fobie e depressione, non è improprio pensare che perfino nei deficit di attenzione in età scolare potrebbe esserci un’eziologia traumatica.
Stress e cervello
Eventi stressanti sembrano avere un impatto più grave sul sistema limbico di destra (specie amigdala e ippocampo), un mancato controllo delle aree della corteccia prefrontale e alti livelli di cortisolo che abbassa le difese immunitarie. Va inoltre ricordato il fenomeno di kindling per cui i soggetti traumatizzati rispondono a uno stimolo sotto-soglia, cioè uno stimolo che in un sistema non sensibilizzato non sarebbe sufficiente a causare una reazione.
Disturbo borderline e abuso infantile
Il disturbo borderline spesso è stato associato al trauma relazionale precoce e al successivo sviluppo traumatico; anche in questi pazienti ci sono segni di aumento della produzione di cortisolo. È stato visto che pazienti con disturbo borderline reagiscono in modi simili alla presentazione di volti caratterizzati in modo emotivo; questi soggetti hanno la tendenza a reagire eccessivamente o attribuire caratteristiche negative a facce neutre, a differenza del gruppo di controllo. È particolarmente l’emisfero destro a essere danneggiato.
Concetto di trauma relazionale complesso
Molti autori hanno suggerito di chiamare trauma cumulativo o complesso il trauma che dipende dalla relazione protratta nel tempo e non da un singolo episodio disturbante e traumatico. Le vittime di abusi prolungati sviluppano caratteristici cambiamenti di personalità con alterazioni nella sfera delle identità e delle relazioni. Fino a quando la vittima mantiene solidi rapporti con gli altri, il potere del persecutore è limitato; di conseguenza egli cerca inevitabilmente di isolare la vittima. Il persecutore non solo tenta di impedire la comunicazione ed il sostegno, ma prova ad annientare i legami emotivi della vittima con gli altri.
Maltrattamento e abuso infantile in psicoanalisi: le realtà del trauma
Le questioni del trauma e dell’abuso sono alle origini della teoria psicoanalitica. Per Freud, dopo un primo momento dove alla base del trauma c’è una reale, indesiderata esperienza sessuale e spesso l’incesto, era subentrata una fase in cui l’elemento fantasmatico del trauma prevaleva. Ferenczi, sostenne inoltre come la violenza sessuale da extrapsichica, si trasformasse in intrapsichica. In pratica, questi pazienti non sono malati di fantasie ma di realtà e la storia stessa ha un nucleo traumatico, ovvero il nucleo di verità delle realtà risiede proprio nei traumi vissuti.
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