Luca Bandirali, Enrico Terrone – Il sistema sceneggiatura
Nello studio delle storie per il cinema inizialmente si faceva
riferimento più a una teoria della letteratura che del cinema e quindi
spiccavano nomi di teorici come i formalisti russi (Propp, Jakobson)
e i narratologi francesi (Greimas, Genette). Successivamente, sono
nate le figure degli story analyst e degli script consultant
americani, chiamati «neoaristotelici», come Syd Field, Robert
McKee, Linda Seger.
Ciò ha due conseguenze, una positiva e una negativa: quella
positiva è che gli story analyst operano empiricamente, sono
professionisti che lavorano direttamente nel settore delle produzioni
hollywoodiane; quella negativa è che non c’è rigore, universalità e
sistematicità nel loro lavoro, che quindi si basa più sui trucchi per
scrivere un film che sullo studio dei film che già esistono.
Il narrare preesiste al cinema: il teatro, la letteratura e alcuni generi
storia della poesia sono antecedenti al cinema stesso. Seymour Chatman
struttura governata da sostiene che «le narrative sono strutture indipendenti da qualsiasi
un’intenzionalità medium» perché una stessa storia può essere raccontata in molti
discorsiva e costituita da modi diversi. Il narrare è un atto di comunicazione in cui ciò che
una concatenazione di viene comunicato è la storia. Ci si è interrogati spesso su quale sia
eventi con aspetti il grado minimo necessario per parlare di storia. Secondo alcuni
problematici e conflittuali, narratologi, come Genette e Gaudreault, la cellula minima di un
che accadono in un racconto è formata da una «successione» che indica una
determinato spazio-tempo «trasformazione», ovvero una qualsiasi azione che possa succedere
ad alcune forme di vita nell’inquadratura. Questo porta il numero di racconti ad essere pari
al numero di inquadrature e ciò è ovviamente falso. Roger Odin
sostiene che i fondamentali siano: un soggetto che compie
esistenti un’azione, la sua motivazione e i suoi obiettivi, le relazioni con altri
gli ambienti e le forme di soggetti, il contesto. Chatman afferma che una storia è una struttura,
vita ovvero un sistema di elementi in che hanno relazioni tra loro: essi
sono gli esistenti e gli eventi. Le relazioni tra gli elementi di una
eventi struttura sono sorvegliate dalla logica. Una storia ha una sua
ciò che accade negli articolazione in inizio, metà e fine, il che la rende un insieme chiuso
ambienti e alle forme di e finito. Tutte le trasformazioni narrative si svolgono all’interno
vita della storia e tutto ciò che si genera al suo interno deve appartenerle
e obbedire di conseguenza alle sue leggi. Un’impostazione analoga
teoria della chiusura si trova nella teoria della chiusura proposta da Carroll. In
quando il film finisce, ogni conclusione, la storia non è solo una concatenazione di eventi, ma è
cosa deve essere stata un racconto, quindi deve avere un’intenzionalità discorsiva; gli
sistemata eventi devono avere natura conflittuale e porre alle forme di vita dei
problemi da risolvere.
La storia come catena di eventi è lo scheletro, la trama di base.
Infatti, si è giunti alla teoria che in epoca postmoderna ormai tutte le
storie sono già state scritte. Esiste, in effetti, una struttura primaria
che fa da base a tutte le storie, che Campbell chiama «monomito»,
setting ma che è solo la dorsale dell’intera storia che si colloca all’interno
determinazione degli di un dominio molto più ampio e dettagliato, che si chiama mondo
aspetti spaziali, temporali narrativo. McKee sostiene che la sceneggiatura si riduce a una
e sociali serie di situazioni convenzionali quando manca il «setting».
Narrare significa quindi non solo costruire una storia di base, ma
anche allestire tutto il mondo narrativo che la circonda.
Pavel individuò una regola basilare nella costruzione del mondo
narrativo, che chiamò «principio di scostamento minimo» e che poi
Carroll ribattezzò «principio di completamento realistico-
euristico», che si basa sul fatto che in quanto spettatori,
immaginiamo ciò che è implicato nella narrazione e senza
indicazioni precise, supponiamo che il mondo narrativo funzioni
come il nostro e quindi immaginiamo di conseguenza.
I costituenti basilari del mondo narrativo sono lo spazio, il tempo e
le forme di vita. Per fare una storia servono riferimenti spaziali e
temporali, anche per quanto riguarda i racconti ambientati in luoghi
indeterminati (un bosco, una casa) e in tempi a-storici (c’era una
volta), e un personaggio, che deve percepire come problematici gli
eventi che accadono, e per questo deve essere un essere umano o
una forma di vita a lui assimilabile, come un animale
antropomorfizzato. Perché si identifichi un problema come tale,
devono esserci almeno due individui che attribuiscono di comune
accordo dei significati, quindi può avvenire solo in presenza di un
linguaggio e di una società (un leone che insegue una gazzella non è
un evento problematico, ma lo diventa nel caso in cui quella
gazzella abbia una figlia da proteggere).
Sin dalle origini, non si può avere il cinema senza un preliminare
lavoro di sceneggiatura, compiuto perfino dalla produzione
Lumière, che privilegia la presa della realtà, e dalla produzione
argomento Méliès, che predilige il teatro di posa. I Lumière spesso si limitano
tema della ripresa all’indicazione dell’argomento, mentre Méliès lavora sulla
divisione della trama in quadri numerati.
sceneggiatura Negli anni ’60 Pasolini diede una definizione di sceneggiatura
è una tecnica narrativa nella quale sottolineava l’aspetto di tecnica narrativa autonoma per
autonoma il cui elemento contrasto alla matrice letteraria che le associava il contesto culturale
strutturale primo è il del tempo.
riferimento a un’opera Secondo alcuni teorici, Metz primo tra tutti, il cinema è il prodotto
cinematografica da farsi dell’interazione fra un mezzo (la macchina da presa) e una finalità
(Pasolini, 1972) (il racconto). Il cinema è fortemente individuato dalla narratività, al
punto che definirlo «narrativo» è superfluo, mentre il «cinema non
narrativo» costituisce una minoranza d’eccezione. Ad alcune opere
del cinema moderno si cercò di applicare il termine «disnarrativo»,
che però di fatto non era un cinema astratto privo di mondo, ma
continuava a raccontare storie (come nel caso de La cinese di
opera cinematografica Godard).
è un discorso che L’opera cinematografica si basa quindi sull’esistenza del mondo
attraverso suoni e narrativo, che ha due presupposti fondamentali: lo spettatore e la
immagini in movimento sceneggiatura. La teoria del cinema le ha a lungo trascurate
allestisce un mondo entrambe; negli ultimi anni l’attenzione si è spostata sullo
possibile in cui si svolge spettatore, mentre la sceneggiatura continua ad essere ignorata. Il
una storia film non è di per sé un mondo: è lo spettatore che lo crea nei termini
che il film stabilisce, quindi tutti gli spettatori immaginano quasi
allo stesso modo il mondo narrativo. Nella maggioranza delle
sceneggiature il mandato che edifica il mondo narrativo è scritto; in
alcuni casi, è solo nella testa del regista; in altri, gli attori possono
perfino improvvisare le scene, ma seguendo sempre uno schema che
si basa sull’entrare, sviluppare un conflitto e uscire. La
sceneggiatura è quindi il progetto del mondo narrativo e della
storia che vi si svolge; è un testo che presenta la storia in vista della
sua realizzazione cinematografica ed è occasionalmente
modificabile.
Nella Poetica, Aristotele teorizzò il principio di mesoscopia alla
base della realizzazione delle storie per il cinema. Un film non può
durare tre secondi e nemmeno cinquecento anni, perché nel primo
caso non lo capirebbe nessuno, nel secondo nessuno potrebbe
vederlo per intero. Nel caso specifico del film, la sua mesoscopia
era chiara già a uno dei primi grandi teorici del cinema, Béla
Balàzs. Il tempo minimo necessario ad un film è almeno quello che
serve ad una persona immaginando punto per punto tutti i passaggi
necessari, come l’edificazione dello spazio tempo, la presentazione
delle forme di vita e così via. La sua lunghezza massima è
determinata dalla consapevolezza che il conflitto non può durare
all’infinito e che il film è concepito per essere visto tutto insieme,
quindi la concezione sociale vuole che la durata media di un film sia
story concept intorno alle due ore.
o «idea drammaturgica» è Se la sceneggiatura è un progetto, lo story concept ne è il nucleo
la più semplice embrionale. Per Syd Field, lo story concept deve rispondere alle
presentazione della storia domande "A chi si riferisce la storia?", mettendo così a fuoco il
nei suoi elementi personaggio, e "Che cosa racconta?", che è un'idea drammatizzata,
essenziali articolata come una storia, che individua la linea principale
dell'azione. Per Dara Marks, i tre elementi-chiave sono il conflitto,
l'azione e l'obiettivo. Ammesso che ciò sia giusto, c'è comunque un
elemento ancora più essenziale del conflitto, che è il problema. La
storia è un problema da risolvere ed è solo a partire da questo
problema che può generarsi l'obiettivo (la soluzione del problema),
l'azione (che punta alla risoluzione del problema), l'ostacolo (che si
oppone alla risoluzione del problema) e il conflitto (l'attrito fra
l'azione e l'ostacolo). Lo story concept si riduce quindi alla sua
domanda versione più elementare, la domanda drammaturgica.
drammaturgica Il conflitto scaturisce dal problema ed è individuato
"Riuscirà il protagonista a dall'antagonismo fra l'azione e gli ostacoli. È quindi essenzialmente
risolvere il problema?" un'azione conflittuale.
(Lavandier, 2001) L'obiettivo è spesso una conseguenza immediata del problema: se il
problema di Eliza de La forma dell'acqua sono gli scienziati che
vogliono uccidere la creatura, l'obiettivo sarà salvare la creatura. A
volte l'obiettivo non è direttamente legato al problema della storia,
ma si riferisce a un problema di sfondo, un disquilibrio iniziale: in
Seven Sisters il problema di sfondo è la situazione distopica in cui si
trovano i personaggi, dalla quale scaturisce il problema principale,
ovvero ritrovare Lunedì, la sorella scomparsa.
Il personaggio, il problema, il conflitto e l'obiettivo possono essere
integrati in opportune coordinate spazio-temporali e dall'eventuale
precisazione della dimensione relazionale e sociale. In Harry
Potter, la storia si colloca a Hogwarts, nel presente (spazio-tempo);
il personaggio principale è Harry, che aiutato dai suoi amici e
compagni di scuola (relazione) deve trovare gli Horcrux (conflitto)
per uccidere Voldemort (obiettivo) che minaccia la pace (problema).
Questo schema può essere un buon compromesso tra le due linee di
pensiero che descrivono lo story concept. La prima è la linea della
linea della completezza completezza, che per Dwight Swain è composta da due fasi: la
intende l'idea prima contiene una premessa, un personaggio, un antagonista, un
drammaturgica come una obiettivo e una crisi; la seconda contiene lo scioglimento della
sequenza sintetica di vicenda. Per l'altra linea di pensiero, la struttura portante è tutta
enunciati elementari che nella premessa, nell'impostazione: la storia sullo schermo comincia
comprende tutti gli dal dilemma del personaggio principale, che innesca un conflitto. In
elementi della storia Tallulah, la protagonista si chiede se sia giusto che una madre
menefreghista come quella che le ha chiesto di fare da babysitter
alla figlia tenga una bambina; quando lei ritorna ubriaca dalla serata
senza preoccuparsi delle condizioni della bambina, Tallulah decide
di rapirla. Sempre nella linea della premessa è importante l'ipotesi:
"Cosa succederebbe se Tallulah decidesse di rapire la bambina?"
Da una parte la domanda drammaturgica rimanda al «modello
erotetico» (dal greco erotao, domandare) che concepisce la storia
come una concatenazione di domande poste allo spettatore;
dall'altra lo story concept rimanda a un «modello algoritmico» che
concepisce la storia come una concatenazione di problemi posti al
personaggio.
A priori, lo story concept è fondamentale per la stesura della
sceneggiatura; a posteriori, può essere lo strumento a partire del
quale si scrive la sinossi di un film per una sua recensione. Mentre
la linea della completezza può portare ad un'analisi ampia e
articolata, la linea della premessa è più adatta a un lettore che
potrebbe non aver ancora visto il film.
tema Il legame tra le condizioni necessarie per una storia (il racconto di
denominatore comune, eventi e la loro natura problematica) è il tema. Van Dijk, che studia
risposta unitaria ed le strutture del discorso verbale, teorizza il tema o topic come
essenziale alle domande l'argomento principale di una conversazione che si sviluppa secondo
"da cosa dipende il un principio di coerenza. La struttura generale del discorso possiede
problema?" e "di cosa un'unitarietà tematica implicita (il tema non si ripete in tutte le frasi)
tratta il discorso?" e una serie di frasi «topiche». Così avviene nei film: tutte le scene
sono implicitamente tematiche, se sono delle buone scene; poi una
serie di scene topiche esplorano il tema esplicitamente. La
differenza tra lo studio linguistico e cinematografico è che in campo
linguistico il t
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