La tecnologia che siamo
Tecnica, tecnologia, mediazione e altre etichette
La tecnologia non è da considerarsi come un semplice strumento di cui l’uomo si serve ma è un processo universale che ne accompagna la vita da sempre. Il nostro corpo è naturalmente predisposto a relazionarsi con l’ambiente ad esso circostante ed anche con le tecnologie presenti in esso. Questa relazione avviene attraverso due modalità: la retroazione, processo per cui gli strumenti tecnologici vengono usati per estendere le capacità cognitive umane; la relazione, processo per cui la tecnologia porta l’uomo a cambiare le proprie prospettive. Queste modalità possono essere definite come processi di mediazione attraverso cui l’uomo, rapportandosi con le tecnologie, ha potuto modificare la propria relazione ecologica con l’ambiente.
Corpi cognitivi
Cosa si prova a fare un certo tipo di esperienza? Questo quesito, proposto dallo studioso Thomas Nagel, può trovare una facile risposta in ambito scientifico: per capire cosa si prova compiendo una determinata esperienza, basta immedesimarsi nei soggetti che la compiono. Ad esempio, immedesimarsi in un pipistrello comporterebbe il saper volare, il saper dormire a testa in giù, il mangiare insetti e il sapersi orientare pur non avendo la vista. Ma la scienza riesce a dare solo risposte teoriche perché, in realtà, non possiamo abbandonare il nostro essere per provare esperienze diverse da quelle che possiamo provare. La nostra coscienza e il nostro essere, non riguardano solamente la sfera mentale e immateriale, ma sono legati al nostro corpo. La riflessione di Nagel prende forma negli anni ’90 del Novecento nell’ambito della teoria filosofico-scientifica dell’embodied condition, teoria secondo cui la mente non può essere concepita senza un corpo che la completi.
Ecologisti per necessità
I corpi agiscono in un ambiente; l’ambiente è mediato da una tecnologia. L’ambiente e la tecnologia non sono legati da un rapporto gerarchico bensì hanno ruoli interscambiabili: così come l’ambiente può essere mediato, anche le tecnologie possono essere ambientali (pensiamo ai clouds, dall’inglese “nuvole”, ambienti artificiali che custodiscono cose nostre). I processi di mediazione tra tecnologie e ambiente funzionano al meglio quando il medium si fonde con noi stessi e diventa quasi invisibile, diventa parte di noi. L’ambiente ecomediale ha, senza dubbio, una fondamentale importanza ma il grado di importanza che gli viene attribuito non è uguale per tutti gli scienziati. Secondo l’enactive cognition l’ambiente e i media contenuti in esso svolgono una funzione costitutiva; secondo l’embedded cognition l’ambiente funge da supporto per la cognizione che avviene unicamente nel cervello e nel corpo; secondo l’extended cognition, da considerarsi come una svolta dell’embodied cognition, la mente può estendersi dal corpo a patto che uno strumento tecnologico svolga una funzione che non avremmo problemi a definire cognitiva.
L’importanza delle cose
Questo testo, con un approccio prevalentemente materialistico e deterministico, cerca di superare sia il determinismo tecnologico sia il determinismo sociologico. Il determinismo tecnologico, tra i cui studiosi annoveriamo Jacques Ellul, afferma che i fenomeni sociali appaiono contraddittori se interpretati solo basandosi sulle dinamiche sociali e che questa contraddittorietà può essere superata solo attraverso un'analisi tecnica. Il determinismo sociologico, invece, tra i cui studiosi annoveriamo Jonathan Crary, afferma che anche la tecnologia agisce in relazione a fenomeni sociali. Il libro vuole dimostrare che, nonostante siano importanti, i processi sociali non sono sufficienti per prevedere gli sviluppi dei processi di mediazione.
Paradigmi di ricerca e temporalità
Per analizzare la relazione dell'uomo con il proprio ambiente è fondamentale assumere una prospettiva interdisciplinare. In questo testo vengono affrontati, in particolare, cinque ambiti: mediologia ed estetica; archeologia cognitiva (Malauforis); cognitivismo contemporaneo (ambito delle e-cognition); proposta filosofica (Simondon) ecologia dello sviluppo. Questi ambiti non sono subordinati ad un'analisi temporale nonostante la temporalità sia un dato importante per valutare l'evoluzione della sfera cognitiva.
Corpi, ambienti, cose
Animale sprovvisto ma non sprovveduto
L’uomo non possiede specializzazione alcuna se non si considera tale la capacità di produrre artefatti tecnici. Le mancate specializzazioni anatomiche nell’homo sapiens sono soppesate dalla capacità tecnica. Questa tesi è sostenuta da André Leroi-Gourhan che propone un parallelismo tra evoluzione biologica ed evoluzione tecnica perché nello stesso tempo in cui l’uomo si è evoluto biologicamente ha compiuto passi in avanti anche per ciò che riguarda la tecnologia. Leroi-Gourhan cerca di fornire delle spiegazioni riguardo l’origine della tecnica e afferma che gli artefatti tecnologici nascono come punto di incontro tra l’ambiente interno, cioè l’organismo, e l’ambiente esterno. In seguito a diverse analisi, lo studioso ha dimostrato come l’evoluzione tecnica si sia svincolata, nel corso del tempo, dall’evoluzione biologica: infatti, nonostante l’evoluzione cellulare ad un certo punto si arresti, il progresso tecnologico è inarrestabile. Non dissimile dal pensiero di Leroi-Gourhan è la lettura precedentemente operata dal filosofo Arnold Gehlen che afferma che, essendo sprovvisti di specializzazione, l’unica possibilità che gli uomini hanno di sopravvivere è quella di compiere un esonero dall’ambiente che lo circonda. Questo esonero consiste nel prenderne le distanze attraverso strumenti propri che hanno a che fare innanzitutto con la sfera cognitiva, esternalizzando le proprie capacità. Quanto alla tecnica, Gehlen sostiene che gli artefatti svolgano le funzioni di sostituzione, potenziamento e agevolazione delle capacità umane: essi possono facilitare lo svolgimento di un’attività apparentemente limitata, diventando quasi un tutt’uno con la percezione umana.
Tecnoestetica
La disciplina che si occupa della percezione e della conoscenza sensibile è l’estetica. Essa studia il bello ma la sua definizione non può essere ridotta all’esperienza artistica. Il filosofo americano John Dewey afferma che l’arte non sia qualcosa di esterno all’uomo ma che sia il punto di incontro tra esso e l’ambiente esterno. Per comprendere l’arte, infatti, l’uomo deve tenere a mente la relazione che intercorre tra lui e l’ambiente che lo circonda, e l’estetico entra in relazione con il nostro corpo nel momento in cui l’esperienza con la realtà circostante diventa intensa. La conoscenza sensibile diventa tecnica nel momento in cui l’uomo crea ed usa le tecnologie. Lo studioso Gilbert Simondon usa la definizione di tecnoestetica. La tecnoestetica non si basa su un meccanismo di contemplazione bensì su un meccanismo di azione: l’approccio all’arte non è un approccio passivo; l’arte è una vera e propria azione. Pietro Montani ha rilevato una certa continuità fra il pensiero di Dewey e quello di Simondon, ed ha suggerito un’interpretazione dell’estetico basata sulla relazione che intercorre tra organismo e ambiente. Le tecnologie mediano questa relazione aumentando le possibilità percettive dell’uomo ed estendendone lo sguardo. Un altro approccio importante da tenere in considerazione è quello di Don Ihde dal cui pensiero emergono sia l’idea che la conoscenza è preceduta dall’azione, sia l’idea che la percezione umana aumenta in seguito ad un processo di incorporamento degli strumenti tecnici che diventano semi-invisibili. Ihde afferma che è vero che la tecnologia facilita la conoscenza permettendo l’individuazione di particolari che non sarebbero percettibili ad occhio nudo (ad es. i crateri sulla luna), ma è anche vero che la tecnologia comporta un discostamento dalla realtà circostante, cioè una percezione indiretta, nonostante lo strumento si faccia invisibile o semi-invisibile.
Ecomedia
I corpi si muovono all’interno di un ambiente e la relazione tra essi è sempre regolata da un medium. Il termine ambiente, dal francese milieu (che può essere tradotto anche con “mezzo”), ha un’accezione polivalente: non parliamo solo di ambienti naturali ma anche di ambienti mediali. Il termine ecomedia indica l’inseparabilità tra l’ambiente e i media. Tutto ciò che ci circonda è, in realtà, un medium: gli spazi che abitiamo non sono altro che degli elementi che mediano la relazione tra noi e il mondo esterno (ambienti mediali e media ambientali). La metafora teorica che unifica media e ambiente si concretizza nell’ambito della cosiddetta ecologia dei media tra i cui fondatori annoveriamo Lewis Mumford. Dalle sue riflessioni emerge la convinzione secondo cui le macchine hanno migliorato le possibilità dell’uomo ed hanno, inoltre, modificato l’esperienza ambientale. L’ecologia dei media ha come modello comparativo privilegiato le scienze biologiche. Il biologo tedesco Jakob von Uexküll con le sue teorie rivoluziona il concetto di ambiente giungendo ad affermare che l’ambiente assume caratteristiche differenti a seconda dell’animale che lo fruisce: ogni specie, infatti, possiede delle diverse capacità percettive che gli consentono di compiere esperienze differenti da quelle delle altre. Ogni organismo si “adegua” al mondo che lo circonda. La consapevolezza della relazione tra organismo e ambiente emerge anche dalle teorie di Gregory Bateson che afferma che l’evoluzione degli organismi dipenda solamente dai geni. Questa ipotesi non trova continuità in quella proposta dall’evo-devo secondo cui i geni non bastano per spiegare l’evoluzione ma l'evoluzione degli organismi dipende anche dall’ambiente. Secondo la teoria dell’evoluzione di nicchia, infatti, l’ambiente ecomediale svolge un ruolo importante nell’ambito dell’evoluzione degli organismi. Essi costruiscono delle nicchie ecologiche, ossia degli ambienti ottimizzati che gli permettono di vivere al meglio la propria vita. Per costruzione di nicchia si intende quel processo secondo cui l’organismo modifica le condizioni ambientali, rendendole a sé favorevoli. Posto ciò, possiamo parlare di eredità ecologica nel momento in cui gli individui entrano in relazione con le nicchie costruite dalle generazioni precedenti e che hanno modificato la relazione con l'ambiente circostante.
Estensione e riduzione vs esternalizzazione e interiorizzazione
Il concetto di estensione, nell’ambito degli studi sui media, è già presente nelle riflessioni dei ricercatori dell’Ottocento. Lo studioso Marshall McLuhan lo utilizza per affermare che i media non sono altro che delle estensioni dell’uomo che rimpiazzano le funzioni dell’organismo. In seguito, lo studioso Edward Hall ripropone il concetto di estensione giungendo ad affermare che esista un processo complementare all’esternalizzazione, cioè l’interiorizzazione che non è altro che il risultato di un feedback relativo alla precedente esternalizzazione. Volendo tornare alle riflessioni di Don Ihde, possiamo associare il concetto di
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