Cap. 1. Modelli e sistemi di comunicazione
La nozione di comunicazione
La comunicazione è un comportamento connaturato all’idea stessa di natura umana. Come afferma Paul Watzlavich, “non esiste qualcosa che sia non comportamento […] Se si accetta che l’intero comportamento in una situazione di interazione ha valore di messaggio, vale a dire è comunicazione, e consegue che […] non si può non comunicare.” La parola comunicazione rimanda al latino (comune a molti) e comunicare (mettere in comune, condividere), nozioni che presuppongono una relazione, una condivisione. Oggi non esiste una definizione unitaria di comunicazione e le diverse concezioni dipendono dal quadro teorico di riferimento in cui sono state elaborate.
Il modello ingegneristico della comunicazione
Questa prospettiva trova la sua più ampia espressione nella teoria matematica dell'informazione, elaborata dagli ingegneri statunitensi Shannon e Weaver. In questa prospettiva, il problema fondamentale della comunicazione è capire come sia possibile ricostruire, in modo più o meno esatto, un messaggio prodotto in un determinato punto in un altro. La nozione di messaggio assume un’accezione quantitativa, in quanto viene fatta coincidere con la quantità di segnale necessaria a consentire la comunicazione. Uno dei prodromi della teoria è stato il rumore, il lavoro svolto sul quale non interferisce mai alla stessa maniera, anzi, interferisce maggiormente quando l’informazione è meno prevedibile (ad es. può impedire il buon andamento di una comunicazione quando l’interferenza si colloca nel mezzo dell’interazione).
La quantità di informazione non è da confondersi col significato, legato all’intenzione del parlante e ad un oggetto esterno alla comunicazione. Perché vi sia un messaggio, occorre che vi sia nel segnale almeno una differenza, un punto in cui il messaggio è diverso da tutti gli altri punti. Per fare un esempio di come viene calcolata la quantità di informazione insita in un messaggio, consideriamo il lancio di una moneta. La probabilità che esca una delle due facce piuttosto che l’altra è del 50% per entrambe, quindi il contenuto informativo del messaggio sarà uno, in quanto conterrà tutta l’informazione utile. Per individuare tali unità di informazione, la teoria ingegneristica ricorre ad una misura specifica, che riguarda appunto la probabilità che un evento si verifichi.
Un evento che accade molto spesso è da considerarsi poco significativo e conterrà una piccola quantità di informazioni, differentemente da un evento improbabile che porta con sé un grande potenziale informativo (entropia alta = maggiore quantità di informazione). I segnali trasmessi, generalmente, sono sempre ridondanti, ossia utilizzano una maggiore quantità di informazione rispetto a quella necessaria, per ridurre l’incidenza del rumore, massimizzando la probabilità che la comunicazione vada a buon fine.
Nella teoria matematica dell'informazione il sistema comunicativo è costituito da sei elementi: la fonte, da cui nasce il messaggio; il messaggio, cioè la ragion d’essere della comunicazione (≠ dal significato) che riguarda la possibilità di preservare una quantità di informazione sufficiente a consentirne la ricostruzione; il trasmettitore, un dispositivo di codifica che restituisce in output il messaggio sotto forma di segnale che dev’essere trasmesso (ad es. il telefono che traduce i suoni in impulsi elettrici); il medium, cioè il canale di comunicazione (nel passaggio attraverso il canale può verificarsi il rumore, cioè una distorsione del messaggio - il mismatch); il ricevitore, analogo del trasmettitore, solo che si occupa della decodifica; il destinatario, cioè colui che fruisce il messaggio, l’elemento con cui la comunicazione termina.
Uno dei limiti del modello ingegneristico è la sua linearità (one-way process) che assegnava ruoli separati a mittente e destinatario. La comunicazione implica simultaneità, perciò, molto importante è il concetto di feedback, introdotto da Shramm, una retroazione del destinatario nei confronti del mittente. Il feedback può essere negativo, tendendo alla stabilità (nel caso di un termostato, l’accensione della pompa di calore stabilizza la temperatura della stanza) o positivo, quando i risultati del comportamento di un sistema amplificano il funzionamento del sistema stesso (la vibrazione dell’altoparlante quando il suono amplificato ritorna al microfono).
Il modello semiotico della comunicazione
Un modello che supera ed accoglie quello matematico è stato elaborato da Jakobson alla fine degli anni '50. L’idea che sta alla base di questo modello è che un processo comunicativo si ha quando un messaggio viene trasmesso da un mittente ad un destinatario, in un contesto determinato e attraverso un canale. Inoltre, affinché la comunicazione vada a buon fine, è necessario che chi comunica condivida gli stessi codici (interamente o parzialmente). A ciascuno dei sei elementi che costituiscono il circuito della comunicazione, Jakobson attribuisce una funzione, cioè lo scopo, il senso verso cui muove un testo.
La funzione associata al messaggio è quella poetica (poïesis, fare) che riguarda la forma assunta dal messaggio, che viene elaborato sul piano del contenuto per valorizzare il discorso e trattenere l’attenzione del destinatario. La funzione associata al mittente, un essere umano, è quella espressiva ed è relativa a tutti gli aspetti legati ai suoi atteggiamenti e alle sue emozioni. La funzione associata al destinatario è quella conativa (conor, obbligo), che prevale quando si fa riferimento esplicito al destinatario, ad esempio dandogli ordini.
La funzione del contesto è quella referenziale, cioè parla di qualcosa su cui il parlante intende trasmettere l’informazione (ad es. i libri di geografia). La funzione del canale, in ultimo, è quella fàtica, che si esplica in messaggi che servono a stabilire, prolungare o interrompere la comunicazione o nella comunicazione scritta l’uso dei caratteri maiuscoli, di simboli o immagini.
Questa teoria si presta a molti fraintendimenti e limiti, evidenziati, ad esempio, nel modello postale prodotto da Cimatti. Secondo questo modello, nella testa del parlante ci sono pensieri, sensazioni e intenzioni che, quando intende comunicarle, egli inserisce in una busta (le parole) e le spedisce al destinatario. Quest’ultimo apre le buste, estrae i pensieri e li assembla nell’ordine stabilito dal mittente. Una richiesta come “Per cortesia, mi passerebbe la brocca laggiù dietro il sale?” ha dietro sé molteplici presupposizioni non esplicitate: il fatto che a servire non è la brocca ma l’acqua, il fatto che il destinatario sappia che il bere è un atto fondamentale della vita, il fatto che la brocca si trovi in una determinata posizione. Quindi è la capacità percettiva del destinatario che gli consente di comprendere la richiesta. Una prima critica a questo modello, infatti, riguarda il fatto che esso rimanga centrato sul mittente, che il codice sia considerato come un rivestimento esterno di un messaggio che rimane lo stesso al di là di come viene codificato e decodificato, e che il contesto giochi, di fatto, un ruolo marginale.
Il modello relazionale della comunicazione
Gli studiosi della Scuola di Palo Alto, Watzlawick, Beavin e Jackson, si sono occupati degli effetti pragmatici della comunicazione, concentrando l’attenzione sul contesto comunicativo e sulla rete di relazioni in cui l’individuo si trova immerso. I loro studi hanno avuto origine dall’interesse per la psicopatologia comportamentale e in seguito si sono estesi agli effetti che il comportamento disturbato ha sugli altri e al contesto in cui si è sviluppato. Il ruolo del contesto, secondo gli studiosi, è quello di assegnare un comportamento al significato degli individui, permettendo la comprensione di un fenomeno. Ma ciò che conta non è l’individuo preso singolarmente, quanto la rete di relazioni che instaura con gli altri. Il concetto fondamentale su cui si basa la teoria di questi studiosi è che la comunicazione non dev’essere intesa come un processo unidirezionale, ma come un processo bidirezionale e circolare.
Gli studiosi della Scuola di Palo Alto concettualizzano il processo della comunicazione mediante cinque assiomi: il primo assioma sostiene che non sia possibile non comunicare e, di conseguenza, tanto le parole quanto il silenzio sono in grado di trasmettere un messaggio; il secondo assioma sostiene che ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno di relazione, di modo che il secondo classifica il primo ed è quindi metacomunicazione, vale a dire che ogni atto comunicativo contiene sia una notizia che un aspetto di comando, che specifica in che modo il messaggio dev’essere codificato.
Le possibili reazioni di natura relazionale sono di conferma, quando la definizione che l’individuo dà di se stesso viene accettata dalla persona con cui entra in relazione, di rifiuto, quando si verifica l’esatto opposto, o di disconferma, quando si presuppone che l’interlocutore abbia torto; il terzo assioma afferma che la natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze comunicative, vale a dire dall’organizzazione della comunicazione in base al comportamento dell’altro (alla base dei conflitti di punteggiatura c’è l’idea che il proprio punto di vista sia giusto e quello degli altri sia irrazionale); il quarto assioma afferma che gli esseri umani comunicano sia con il modulo numerico che con quello analogico, dove per modulo numerico si intende la comunicazione verbale mentre per modulo analogico la comunicazione non verbale; il quinto assioma sostiene che tutti gli scambi di comunicazione sono simmetrici o complementari, a seconda che siano basati sull’uguaglianza o sulla differenza. Un’interazione è simmetrica quando il comportamento di un individuo rispecchia quello dell’altro, mentre un’interazione complementare si ha quando il comportamento dell’uno integra quello dell’altro.
Dalla trasmissione del messaggio alla relazione comunicativa: limiti del modello matematico della comunicazione
Il modello ingegneristico, come dicevamo, è molto utile quando ci si trova dinnanzi a problemi di natura quantitativa. Nel caso della comunicazione umana, il modello mostra diversi limiti poiché non tiene in considerazione i numerosi fattori emotivi, cognitivi e socioculturali e non presta attenzione agli aspetti della comunicazione che dipendono dal canale e dal mezzo impiegati. Il modello relazionale viene incontro proprio a questa esigenza, pur lasciando in sospeso aspetti come la natura dei codici, il ruolo del contesto, le intenzioni comunicative.
Cap. 2. L’approccio semiotico alla comunicazione
La semiotica
La semiotica è lo studio della natura dei segni, della loro produzione, trasmissione ed interpretazione. Essa studia ogni fenomeno di significazione e comunicazione, cercando di applicare gli stessi concetti e gli stessi metodi di analisi a tutti i sistemi di segni (codici).
Il codice
Nel modello ingegneristico della comunicazione il codice è una modalità per rappresentare, attraverso un opportuno sistema di stringhe, un insieme di oggetti o informazioni usualmente più complesse dei simboli che li codificano. Un esempio di codice è quello Morse, costituito da un insieme di corrispondenze tra i caratteri alfabetici ed altri fondamentali (come la punteggiatura) e combinazioni di segnali lunghi e brevi (linea e punto). Un altro esempio potrebbe riguardare i sistemi di cifratura, in cui due sistemi identici di simboli assolvono da un lato alla funzione espressiva, dall’altro a quella di contenuto: un esempio di codice cifrato è l’Atbash, una delle scritture segrete del Vecchio Testamento, che consisteva nel capovolgere l’alfabeto (persona → anosrep).
In ambito semiotico e linguistico, invece, il codice è ciò che gli attori della comunicazione devono condividere tra loro.
Il segno
In una prima approssimazione, il segno può essere individuato come qualcosa che sta per qualcos’altro. Saussure afferma che il segno si articoli su due livelli, inscindibilmente connessi tra loro: il livello del significante e il livello del significato. Il livello del significante è la parte del messaggio legata alla sua manifestazione fisica, che si articola in due ulteriori livelli: la forma – cioè il principio di classificazione che ci permette di assegnare ad una stessa entità varianti diverse – e la sostanza. Il livello del significato è quello del senso del messaggio. In questo caso, la sostanza è un fatto psichico e immateriale, è una massa astratta da cui gli individui partono per attribuire un senso soggettivo.
Questa classe astratta, nell’ambito delle lingue naturali, è definita langue, che non è da considerarsi come la totalità del linguaggio, ma come una determinata parte di esso. L’atto comunicativo è definito, invece, dal termine parole (francese). Mentre la langue non è una funzione del soggetto parlante, tant’è che la si può studiare anche quando non è più in uso, la “parole” è l’esecuzione individuale di un atto linguistico.
La linguistica strutturale e la semiotica affermano che il legame fra significante e significato sia arbitrario, dove per arbitrarietà non si intende una scelta arbitraria del soggetto ma come l’assenza di un legame di causa-effetto tra le parti in gioco. In una prima accezione, l’arbitrarietà caratterizza la relazione tra significante e significato ed è verticale (non c’è nessun motivo per cui il significato sedia venga espresso con suoni diversi nelle diverse lingue); in una seconda accezione, nota come arbitrarietà radicale, sono arbitrari i rapporti tra un significante e gli altri e tra un significato e gli altri (non c’è nessun motivo per cui l’italiano abbia instaurato un certo rapporto tra i breve e i lunga – il cui utilizzo non cambia il significato – mentre l’inglese no). Per quanto riguarda i significati, i campi semantici variano di cultura in cultura e ciò è dovuto ad un modo diverso di concettualizzare la realtà (il termine piove, in inglese ha corrispondenza in rain, shower e drizzle, di quest’ultimo in italiano non si conosce neanche il concetto).
Secondo Peirce il segno è “un veicolo che convoglia nella mente qualcosa dal di fuori; ciò per cui sta è detto oggetto; ciò che veicola il suo significato; e l’idea cui dà origine, il suo interpretante.” A tal proposito, è necessario distinguere tra l’oggetto dinamico – cioè il referente, che corrisponde allo stato di cose al quale il segno si riferisce – e l’oggetto immediato – cioè l’oggetto come il segno lo rappresenta. Il segno vero e proprio nasce come trait d’union tra representamen e oggetto immediato. Quanto esso è l'interpretante, è la rappresentazione mentale legata al segno, il modo in cui esso viene compreso dall’interprete. Essendo, a sua volta, un segno, l’interpretante dev’essere interpretato da un altro segno ad infinitum. Il passaggio da un interpretante all’altro (semiosi) coincide con il processo di comprensione, in cui viene operata una continua riformulazione del segno che si muove verso l’oggetto dinamico.
I segni si presentano sotto diversissime forme: immagini, parole, suoni, azioni. Ma una primissima distinzione è quella tra segni naturali e segni artificiali. I segni naturali hanno la natura di indizi e non sono intenzionali; i segni artificiali, invece, sono prodotti intenzionalmente. Questa distinzione, ripresa anche da Peirce, è stata tenuta in ampia considerazione, e tutt’oggi lo è. Egli, in particolare, opera una distinzione importante tra indici, icone e simboli. L’indice presenta un legame non arbitrario tra significante e significato, in quanto è manifestazione di una relazione causale che può essere osservata (sono indici i sintomi medici, i segni naturali, gli strumenti di misura, i segnali – come bussare alla porta, gli indelessicali – come questo, quello, le registrazioni – come foto e video). L’icona presenta un legame non arbitrario tra significante e significato, in quanto si percepisce la similarità tra essi (sono icone le mappe, i modelli in scala, le caricature, i suoni realistici, i gesti imitativi). Il simbolo presenta, invece, un legame arbitrario tra significante e significato in quanto tra essi non vi è alcun tipo di relazione (sono simboli i codici numerici, i codici convenzionali, le lettere dell’alfabeto).
Proprietà e classificazione dei codici
I segni organizzati in sistemi sono codici, e questi ultimi si configurano come una classe vastissima, se non illimitata. La proprietà più importante dei codici, dal punto di vista dell’espressione, è l’articolazione, cioè la possibilità del significante di essere scomposto in unità più piccole. Infatti, definiamo un codice non articolato che non può essere ulteriormente scomposto – ad esempio le spie acceso/spento non possono funzionare a metà, mentre definiamo un codice articolato...
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