Introduzione alla vita etica – Giuseppe Capograssi
Premessa
Stiamo vivendo le grandi capacità distruttive dell’uomo, che è ora rimasto solo. L’autore ha cercato di vedere, che cosa questa vita significa per il nostro destino. In questo testo sono presenti impressioni, constatazioni e riflessioni intorno al mondo umano della storia. È stato scritto per l’autore, affinché questo meditare gli è servito di conforto.
L'azione
L'aurora dell'azione
L'azione sorella del sogno
Quando l’individuo inizia ad agire, gli sembra tutto più facile. Questo perché, nel momento in cui agisce, obbedisce alle sue inclinazioni, fa quello che vuole fare, cioè segue quello che la sua personalità richiede. Di tutte le cose che valgono nella vita, cioè che fanno sì che la vita valga la pena di essere vissuta, ogni individuo ne sente qualcuna più delle altre: le sente tutte e perciò vive, ma qualcuna più delle altre e perciò si differenzia dall’altro. Così tutte le azioni seguono questa corrente.
L’azione è facile in quanto l’azione è dapprima un abbandono, se così non fosse l’uomo non agirebbe. Non è spinto dalla necessità, ma dalla sua profonda vocazione di seguire quell’interesse a cui lui dà più valore. A differenza degli animali, per i quali l’azione sembra un peso, una necessità fatale, per l’uomo l’azione inizia col riso e col giuoco: risu cognoscere matrem. I fini, le idee, i valori e gli interessi danno questa natura di gioco all’azione che inizia. L’uomo agisce per realizzare i suoi interessi e quindi gode nel farlo: godere vuol dire vivere facendo quello che si vuol fare, quello che la propria natura profonda, le proprie esigenze profonde portano a fare.
Tuttavia, l’azione comporta comunque sforzo e sacrificio, ma questi sono compensati dal trasporto con cui l’individuo persegue i suoi obiettivi. Sotto questi sforzi c’è un tacito godimento, rappresentato dal sogno della profonda coincidenza tra volontà di vita e vita vissuta. Quando un’azione comincia, essa è sorella del sogno (per poi divergere), e in questo sogno, l’individuo quasi non si accorge dei suoi sacrifici, perché sta seguendo la sua passione, il suo vizio (parole che meglio esprimono qualcosa che è “più forte di te”) – da qui nasce il mondo: le istituzioni, le forme sociali ecc.
Come queste idee, fini, valori o interessi abbiano una così profonda rilevanza per gli individui, lo si può capire solo dopo che si percorra o ripercorra tutta la storia dell’individuo. Il non pensare dell’individuo a costruire il mondo e intanto questo mondo con la sua azione si costruisce, segna l’aurora dell’azione: è lo stato di rapimento e di godimento in cui l’azione è sorella del sogno. Da questa libertà nasce il mondo umano nella sua diversità.
Tuttavia, il velo dell’abitudine non ci permette di cogliere la bellezza di questo mondo umano e sociale. Questo mondo non nasce dal piano, perché tutti i piani dell’individuo suppongono questo mondo già creato e cercano di portarvi qualche variazione. Nasce fuori da ogni intenzione, nasce dalla libera ebbrezza dell’individuo, gli individui che seguendo i loro sogni cercano di assimilare la realtà alle loro idee e danno vita alle forme sociali con le quali l’individuo provvede ai suoi scopi di vita, e la volontà di creare le forme del mondo sociale resta lontano dalla sua volontà.
In questa aurora dell’azione, vi è l’assoluta purezza che mira verso la realizzazione del suo scopo di vita. I singoli fini sono occasione di soddisfacimento del loro interesse puro. Così, ogni azione è scomponibile in due parti:
- L’azione immediata, che lavora per i fini immediati.
- L’azione segreta, quella nella quale è impegnato profondamente l’individuo, tutta la sua vita. Lavorando per questo interesse, lavora per organizzare la realtà secondo questo interesse, per formare una realtà omogenea a questo interesse.
Dietro l’azione e il suo fine immediato, l’individuo creava un mondo che conferiva il vero valore permanente a questi fini immediati, creando il mercato, il tribunale, il mondo dell’arte ecc.
Il mondo umano come idillio
Ora ogni momento è l’aurora dell’azione, in ogni momento l’individuo è in questo stato di poesia; in ogni momento egli trova gli altri individui per partecipare con lui alle stesse idee, agli stessi interessi, allo stesso valore e si unisce ad essi. Perciò a ogni momento si forma il mondo umano. Seguendo il suo sogno, l’individuo trova l’altro individuo che segue lo stesso sogno e si uniscono, uniscono i loro sforzi, che hanno la stessa direzione, e si mettono d’accordo per il fatto di sentire lo stesso interesse.
Si mettono d’accordo con l’unirsi o con lo scontrarsi: sia l’unione che il contrasto rappresentano un rapporto, il rapporto tra gli individui che scoprono di essere uguali. Contrasto e unione sono modi con cui l’individuo scopre la prossimità dell’altro individuo, come qualcosa che vale per sé, che dà valore alla vita. In questo primo momento dell’azione, l’individuo parte lieto alla creazione del suo mondo in quanto costruisce la sua vita in funzione del suo interesse, ma crea questo mondo facendo la scoperta della sua parentela con gli altri individui.
C’è un implicito amarsi per volere lo stesso bene, lo stesso interesse. Accanto all’amore indiretto per gli individui che condividono con noi gli stessi valori, c’è anche un amore diretto verso altri individui, non perché questi vogliono la stessa cosa con la stessa idea, ma per amore verso l’altro: famiglia, amicizia, amore sono esperienze in cui l’individuo sente il valore dell’altro come valore per sé.
Tutti questi tipi di amore formano il mondo umano, cioè il mondo nel quale l’individuo si mette in comunicazione vitale con tutti gli altri individui. La tendenza del mondo umano in questo suo primo nascere è unità perfetta. Nasce come tentativo di congiungersi con tutta la vita delle cose, con tutta la vita degli altri; tendenza all’accordo con tutti gli altri individui. L’individuo si adegua alla vita totale e la vita totale diventa viva vita individuale → in questo primo slancio dell’azione, l’individuo e mondo sociale sono fusi: il mondo sociale nasce dall’individuo che cerca di dare contenuto alla sua vita, l’individuo trova nel mondo sociale la sua perfetta vita individuale.
In questo primo momento dell’azione l’individuo non conosce sé stesso né il mondo sociale nel quale esso si realizza; e il mondo sociale non si conosce come tale; l’azione opera la creazione della vita, gli individui operano in un’adesione alle idee umane in un puro oblio, agiscono in uno stato di idillio e di poesia, nel quale quasi per miracolo nasce il mondo umano. L’azione è un vero e proprio “rapimento”, uno stato di oblio, di abbandono ai fini che danno valore alla vita dell’individuo.
Questo rapimento non si vede solo nelle grandi personalità di pensiero, di arte, scienza e azione, ma anche nelle vite più umili come quella di un artigiano per il quale lavorare il legno è la poesia che dà valore alla sua vita. Nella società contemporanea questo rapimento è sempre più difficile, e sempre più difficile è coglierlo, ma esiste nascosto e ad esso è affidato il fluire del mondo umano e la sua indistruttibile novità.
La fine dell'incanto
L'azione come fatica e sforzo
Succede però che l’individuo poco dopo lo slancio, non regge a questo e l’idillio si spezza. La vita non è più godimento ma calcolo, nel mondo appaiono contrasto e divisione; il mondo umano è in preda a forze di distruzione e l’individuo, allo stesso tempo, si accascia ed è debole. Appena partito, infatti, l’individuo si accascia; ha la forza di cominciare, ma non quella di continuare. Nel suo rapimento, l’individuo non sente l’agire come peso, tutti gli sforzi sono fusi nell’unico impeto; ora invece avverte l’agire come fatica e percepisce tutti gli sforzi tappa per tappa. Scopro l’azione come lavoro, il lavoro non fatto mi rende più pesante il lavoro già fatto, e il lavoro stesso si trasforma in un peso. Inoltre, il tempo segna questa condanna: esso rappresenta la lontananza dal fine, esso scandisce tutti i punti autonomi che debbo passare uno per uno.
Il lavoro doloroso della conoscenza
Persino la conoscenza viene percepita come un lavoro; diventa faticosa costruzione. Per renderla assimilabile, scelgo, riassumo, sintetizzo, cerco punti di riferimento per avere immagini nette delle cose. Questa riduzione al netto, senza sfumature, è un lavoro, poiché è rottura della contemplazione, uno sparire della visione naturale e spontanea. La conoscenza diviene da un lato riduzione sommaria e convenzionale della realtà, dall’altro lato un’intuizione della realtà nella sua profonda originalità (necessaria penetrazione della realtà nella sua essenza).
Poiché agiscono verso altri individui e verso le azioni di questi, devo sapere chi essi siano: altro lavoro → per orientarmi devo vedere l’essenziale, cioè capire che cosa è quell’individuo, quel piccolo mondo col quale mi trovo ad agire. Devo capire l’altro “come è per sé” per orientare la mia azione, e solo dopo capisco egli “come è per me” (ciò che giova a me).
Del mondo che mi circonda io riesco a capire per quel tanto che m’immedesimo, cioè condivido quei fini, quei valori come miei (sentirsi parte della nazione italiana come partecipazione a quell’insieme di idee, di atti di volontà, di esperienze che costituiscono la realtà della Nazione). Per agire ho bisogno di questa conoscenza e non posso averla se non ne ho esperienza, e non posso averne esperienza se non l’amo, se non la sento come parte della mia vita.
I molti fini a cui partecipo, che conoscono e mi impegnano nel profondo, sono per me un supplemento dell’esistenza, e quindi, aumentando la superficie, aumenta lo spazio su cui si può essere feriti o colpiti. Quanti più sono i fini a cui sono legato, quante più sono le persone che valgono per me, le situazioni, tante più sono le mie dipendenze dal mondo, un mondo dal quale io dipendo, ma esso non dipende da me. La mia sorte è legata alle cose che amo, e quanto più amo e tanto più sarò esposto a colpi e ferite, perché il colpo alla cosa che amo è un colpo per me, e perché mi sento impotente e quindi soffro della mia impotenza a portare la mia vita ai suoi fini. Di qui il lavoro tormentoso dell’esperienza. Di qui anche un ulteriore peso del lavoro. Il peso del continuare, del perseverare.
Le false liberazioni: l'inerzia
Di fronte a queste difficoltà, l’individuo ha intenzione di soccombere. Avviene un paradosso per cui l’individuo è stanco appena comincia. Vorrebbe riposarsi, ma ha davanti a sé tutta la giornata piena di lavoro, e ha due tentazioni: la tentazione dell’inerzia (del non fare) e la tentazione dell’arrestare la ruota dei fini (di fermarsi in un punto). Così soccombe ad entrambe le tentazioni: riesce a raggiungere il suo fine (anche cercare di sfuggire a un fine è un fine) e quindi arriva al non fare, all’inerzia.
Per conseguire il fine di non agire si riduce al minimo la necessità di agire riducendo al minimo i fini, cioè non legandosi a molti fini, valori, interessi. Quanti più valori nego, quanti più fini spengo e tante più occasioni di agire sopprimo. Rimando legato a un minimo di interessi, e sopprimo i grandi interessi. Se non posso negarli, li riporto alla misura a cui ho ridotto la mia vita: li riduco all’abitudine. Diventano abitudini e non più ostacoli alla mia inerzia: li trasformo da fonte di azione ad appoggi per fermarsi. Questo automatismo è la soluzione al problema dell’agire, alla necessità del conoscere. L’abitudine ha questo di metafisico: dispensa dalle scelte, dalle necessità delle adesioni. La vita religiosa è continua scelta, ma quanto quando la chiudo nell’automatismo, mi sottraggo all’azione, c’è quasi un sostituto che mi rappresenta, mentre io continuo a non far nulla.
La paura
La rete delle abitudini è ad ogni momento rotta dalle passioni degli altri uomini, che mettono l’automa nella necessità di scegliere. A questo punto non è più l’automa ad agire, ma il proprio io. Così, per ridurre al minimo la fatica, avviene una specie di ipnosi di sé stessi, una specie di paralisi per cui cerco di spogliarmi di tutto, di ogni interesse, di ogni scelta, di ogni fine: è la paura. La paura è la sparizione dell’automatismo e l’apparizione di me stesso (che si mostra libero dai fini, dagli interessi). Anche questa volta il problema è stato risolto perché è stato evitato il lavoro. La paura è il sentimento che rivela tutto il segreto della debolezza dell’individuo, perché rivela l’estrema miseria a cui il suo spirito è ridotto: l’infinita tela dell’esistenza si è ridotta a quel minimo frammento di essa che è lo stesso fisico. Nella paura c’è una povera apparizione dell’io: l’io si afferma e spariscono tutti gli altri fini. L’individuo rimane l’unico interesse sacro.
La superbia
Dalla paura alla superbia il passo è breve. Se la paura riduce l’esperienza a sé stessa in modo implicito e nascosto, la superbia lo fa in modo esplicito e aperto. Quello che la paura ha fatto istintivamente spinta dalle circostanze, la superbia lo fa di sua iniziativa, con perfetta razionalità. L’affermazione dell’io come valore unico superstite su tutti gli altri valori, timidamente implicita nella paura, diventa criterio etico nella superbia. La superbia è l’atteggiamento che nasce dalla visione razionale della vita per la quale l’individuo, riducendo tutti gli interessi e i fini che fanno umana la vita a elementi subordinati e dipendenti, li nega tutti e al posto di essi pone sé stesso come legge generale orientatrice e direttrice della vita.
Questa è un’altra somiglianza con la paura: anche la paura osserva le cose sotto un aspetto puramente analitico e razione, e le sottopone a un piano; i piani della paura sono occasionali ed estemporanei, i piani della superbia sono riflessi e razionali, cioè fatti con la pura ragione. La vita è sul piano della superbia un peso e un mezzo, se non si riduce a un messo è un peso, se si vuole toglierla come peso bisogna ridurla a mezzo. La superbia riduce gli interessi a dei mezzi per un’artificiale costruzione della realtà; rendendo possibile una nuda e cruda affermazione che l’individuo fa di sé stesso.
Queste due fondamentali attitudini dell’individuo, la paura e la superbia, unendosi, costruiscono la trama negativa che compone l’esperienza umana. La superbia è occupata nello sconnettere le formazioni pacifiche operate dall’esperienza; la paura è sempre pronta a dare la sua solidarietà alle sconnessioni della superbia; paura e superbia contraffanno i fini dell’individuo, fanno diventare qualunque desiderio particolare dell’individuo il centro attorno cui debbono organizzarsi tutte le formazioni della vita, ridotte a mezzi.
Caratteristica della superbia è il moltiplicarsi in infinite superbie e quindi trasformare l’esperienza in contrasto, guerra. Così, superbia e debolezza accompagnano tutta la storia dell’individuo e tutta la formazione del mondo sociale. La distruzione dell’altro individuo, dell’altra forza, dell’altra esperienza è divenuta fine costruttivo dell’esperienza, dell’azione, dell’individuo. La guerra viene a rendere chiara l’esplicita ed esplicita l’intima distruzione che è nella paura e nella superbia, che non è altro che distruzione che dell’individuo fa in sé di tutti i fini e gli interessi della vita, con la pretesa di creare nuovi fini.
L’individuo e le forze dell’esperienza non accettano la vita com’è e partono in lotta verso tutte le forze, gli individui, le esperienze, che non rientrano nello schema razionale; e danno e accettano battaglia. Solo distruggendo si può edificare ciò che si vuole, e la distruzione compie i voti della paura e della superbia: quando distruggo, elimino gli attacchi e le sorprese e calmo la mia paura e quando distruggo, la mia superbia è sazia: è la prova che io sono la legge più alta. La distruzione è la mia creazione.
"O tu che sol per cancellare scrivi"
L’individuo vuole essere sé stesso e vuole costruire il mondo nel quale vivere come sé stesso. L’individuo per la struttura stessa della sua azione è incessantemente occupato a costruire il mondo umano e a distruggerlo. Poiché il mondo umano e sociale della storia è l’unica via per la quale l’individuo riesce ad essere sé stesso, poiché l’individuo ha bisogno del mondo umano per essere sé stesso, ed arriva ad essere sé stesso costruendolo; e poiché con la sua azione esso disfa il mondo umano, ne deriva che l’individuo si trova costruito secondo una paradossale struttura per cui deve costruire il mondo per essere sé stesso, e viceversa con il suo agire rende impossibile il suo...
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