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I fondamenti della morale cristiana

Introduzione

Natura della teologia morale

Il compito della teologia morale è illustrare ciò che fonda e rende possibile l’esperienza morale dell’uomo chiamato in Cristo, definendo i doveri e le caratteristiche fondamentali che trovano applicazione nei diversi contesti: bioetica, morale della vita fisica, familiare e sociale.

Il cap.1 parte con l’illustrare i principali insegnamenti morali della Sacra scrittura; il cap.2 spiega perché la teologia morale si fonda sulla rivelazione di Dio espressa nella Bibbia e sulla rielaborazione dei contenuti biblici nelle diverse realtà storiche e nel contatto con la tradizione filosofica; la trattazione del cap.3 prende avvio dallo studio della libertà, presupposto dell’agire morale e della felicità, specificando come l’agire sia orientato al perfezionamento morale. Il cap.4 definisce le virtù, vertice dell’agire buono in quanto capacità di riconoscere il bene e perseguirlo in ogni circostanza. Il cap.5 evidenzia come la legge costituisca il fondamento dell’oggettività del ragionamento e dell’esperienza morale. Al cap.6 si spiega come tale esperienza si attui nella coscienza, dove risuona la legge di Dio. Il cap.7 presenta il peccato come tradimento della vocazione in Cristo e il rinnegamento della stessa libertà; tale peccato, spiega il cap.8, diviene occasione per l’intervento misericordioso di Dio, attualizzato nella storia dalla Chiesa. Per comprendere questi contenuti è necessario avere una conoscenza generale della natura, metodologia e finalità della teologia morale. Questi aspetti sono oggetto di trattazione dell’introduzione.

Compito e metodo della teologia morale

La morale si interessa dei comportamenti umani non per descriverli ma per indagare sulla responsabilità ad essi legata e definire i doveri che accompagnano l’esistenza umana. Il suo compito specifico non è tanto descrittivo quanto prescrittivo, orientato all’agire buono. La teologia morale sviluppa un discorso su Dio in quanto creatore dell’uomo e principio del suo libero agire; essa studia il piano salvifico di Dio dalla prospettiva della persona umana in quanto l’uomo è, come Dio, capace di discernere il bene dal male (= la vocazione ricevuta in Cristo).

Essa si rivolge ai credenti ma anche a chi non crede per motivare le sue posizioni; pertanto deve assumere un carattere di scientificità. Perché il credente risponda al compito che gli è stato affidato, è necessario che abbia coscienza della sua vocazione. La teologia morale assolve a questo compito facendo appello alla fede, in quanto annuncio della chiamata in Cristo, e appello alla carità, in quanto invito a camminare in maniera degna della chiamata ricevuta.

Essa non può fare a meno dell’etica che studia il comportamento dal punto di vista dell’agente e del fine che persegue, e delle scienze (psicologia, antropologia, sociologia) per comprendere la struttura del pensiero umano e gli elementi che stanno alla base delle relazioni. La teologia morale assurge, oggi, al compito di fronteggiare la sfida del relativismo morale che rischia la deriva dell’amoralismo: la perdita di coscienza del male per cui si crea il vuoto etico.

La Scrittura come fonte della teologia morale

In un approccio alla Scrittura bisogna evitare due errori: a. la visione letteralista delle prescrizioni bibliche in quanto dimentica il carattere storico della rivelazione e b. la tendenza a considerare in termini generali le indicazioni per la condotta umana trascurando l’intenzione della Scrittura a stabilire l’inadeguatezza di certi comportamenti. La morale cristiana è un’etica rivelata, non naturale. I criteri fondamentali per un riferimento alla Bibbia da parte della teologia morale sono:

  • Il discernimento: i precetti biblici non vanno posti tutti sullo stesso piano, bisogna comprendere l’evoluzione storica per capire che alcuni di essi sono superati (la schiavitù e il divorzio, ad es.).
  • La convergenza: è riscontrabile una similitudine, se non un’identità, tra precetti biblici e codici comportamentali di certi popoli; questo è una conferma del valore della Scrittura e predispone al dialogo tra culture e tradizioni.
  • La contrapposizione: mette in evidenza la peculiarità delle Scritture che tendono a differenziarsi dalle altre normative.
  • La progressione: riconosce lo sviluppo interno alla Scrittura sulla base dell’evoluzione storica del popolo d’Israele e del suo riscatto.
  • La finalità: dimostra il progressivo svelarsi del piano di Dio che favorisce nel credente la comprensione del volere divino.
  • La dimensione comunitaria del messaggio biblico che non si rivolge ai singoli ma alle persone che formano un popolo.
  • La compatibilità con la visione biblica.
  • Il confronto con l’esempio di Gesù, sono i parametri utili a verificare l’interpretazione di un giudizio o di una pratica morale.

La centralità di Cristo

L’incontro personale con Cristo permette di comprendere la grandezza della vocazione dell’uomo e la meta a cui è destinato. La vita di Levi, di Maria Maddalena, di Zaccheo, viene trasformata dall’incontro con Gesù. Ne esce trasformato anche chi finisce per non seguirlo com’è accaduto al giovane ricco che non seguendo Gesù, va comunque via rattristato. Cristo è la norma concreta personale.

L’approccio antropologico personalista

“Ecco l’uomo!”: Cristo manifesta all’uomo la sua dignità; egli scopre di essere libero dalla contingenza perché destinato alla trascendenza. L’uomo diventa così il parametro del bene. La visione personalista (filosofia del XX sec. ispirata da Emmanuel Mounier) mette in evidenza la grandezza e la trascendenza dell’uomo rispetto al mondo sensibile e lo riconosce interlocutore privilegiato di Dio. Supera inoltre il dualismo anima-corpo restituendo dignità al corpo e riconoscendo il valore positivo anche delle emozioni. Il corpo è lo spazio dove si manifesta la vocazione umana: accoglienza e dono.

La lettura ecclesiale

La teologia morale non può prescindere dal contesto al quale fanno riferimento e al quale appartengono le Sacre Scritture: la Chiesa. Essa deve attingere anche all’insegnamento del magistero, dal quale non può prescindere neppure il singolo credente. Oggi si tende a distinguere tra la fede (ortodossia) e l’azione (ortoprassi) riducendo il compito del magistero a semplici suggerimenti ed esortazioni. Il rischio è la caduta nell’individualismo e nelle logiche utilitaristiche.

Capitolo primo

L’insegnamento morale della Scrittura

Vengono qui presentati i principali insegnamenti morali della Sacra Scrittura; essi scaturiscono da una particolare concezione dell’uomo. Ciò a cui viene richiamato il popolo d’Israele, non è un’obbedienza formale ai comandamenti ma un’obbedienza sostanziale.

Il messaggio morale dell’Antico Testamento

Il racconto della creazione e della caduta

Il libro della Genesi che narra della creazione, colloca quella dell’uomo al sesto giorno e ne sottolinea la grandezza precisando che Dio lo creò a sua immagine e somiglianza: “immagine” indica la dimensione ontologica (la natura) dell’uomo che è dotato di ragione e libero arbitrio; “somiglianza” indica, invece, il piano etico dell’uomo, la veste ricevuta dallo Spirito Santo che l’uomo ha perso in seguito al peccato, ma che può riacquistare assimilandosi progressivamente a Dio. I due caratteri rimandano l’uno a una dimensione di staticità, l’altro di dinamicità.

L’uomo creato a immagine di Dio si realizza nella diversità e nella complementarietà tra l’uomo e la donna. La vocazione alla relazione e al dono di sé si realizza nel completamento con l’altro da sé. Altra caratteristica dell’essere immagine è il compito affidato all’uomo di soggiogare la terra e di dominare sulle altre creature nel senso di curare e custodire. Il male non esiste nel mondo ma è conseguente alla caduta (il peccato originale) che deriva dalla libertà che Dio ha donato all’uomo. Il male, come elemento esterno, è rappresentato dal serpente. La conseguenza del peccato è la perdita della confidenza e della trasparenza nella relazione con Dio: ci si vergogna della propria nudità e la donna diventa motivo di scandalo.

La legge come dono e impegno nel contesto dell’alleanza

La vicenda del diluvio, la chiamata di Abramo, l’episodio di Mosè e del roveto ardente, sono i nuovi modi di Dio di rivelarsi agli uomini e farsi prossimo al suo popolo. Il nome rivelato a Mosè: “Io Sono” è il nome scelto da Dio per farsi presente e assicurare di essere prossimo al popolo che si è scelto. È un Dio vicino ma, ad un tempo, trascendente, inafferrabile; per questo si manifesta in forma di lingue di fuoco.

Il legame tra Dio e il suo popolo è garantito dall’osservanza dei precetti: il Decalogo, il Codice dell’Alleanza, la Legge della Santità e il Codice deuteronomico. Questi testi contengono diverse norme: giuridiche, culturali, religiose ed etiche. I comandamenti sono espressi al futuro perché sono legati a una promessa. Sono in forma negativa per non sembrare restrittivi; al contrario, essi presuppongono la libertà. La legge esprime un’esigenza sociale: evitare le ingiustizie in particolare nei confronti dei più deboli (la vedova e lo straniero).

La predicazione dei profeti: il richiamo alla fedeltà all’alleanza e alla legge di Dio

Per comprendere il compito affidato ai profeti da Dio, bisogna partire dalla loro esperienza. I tre profeti maggiori, Isaia, Geremia ed Ezechiele, fanno la comune esperienza di inadeguatezza e ad essi Dio assicura la sua protezione. I falsi profeti, di contro, non parlano in nome di Dio ma per interesse personale e, in genere, cercano il consenso dei re e del popolo.

I profeti condannano le diseguaglianze, la corruzione delle classi dirigenti, le ingiustizie dei giudici a danno dei più poveri, perché non è possibile disattendere alle norme di giustizia, senza, allo stesso tempo, mostrarsi infedeli al patto con Dio. Condizione di fedeltà è, infatti, il rispetto dei precetti.

L’insegnamento sapienziale

La letteratura sapienziale si interroga sui comportamenti da tenere per essere più graditi a Dio e avere una vita felice. Essa parte da esperienze di vita concreta e raccoglie i detti della tradizione. Presuppone la fede nella creazione di Dio e la certezza che quanto esiste è stato ordinato da Lui. Principio della sapienza è il “timore di Dio” che non è una condizione psicologica di paura, ma un atteggiamento positivo di fiducia che dispone ad acquisire la sapienza.

Il libro di Giobbe mette in evidenza i limiti dell’uomo la cui esistenza è attraversata dalla sofferenza. Se gli amici di Giobbe interpretano le sventure come conseguenza del peccato e punizione divina, il testo vuole condurre ad una lettura opposta: è il superamento della visione semplicistica di chi mette in relazione la rettitudine con la ricompensa per le buone azioni. Il libro di Qoelet sostiene la vanità di quanto l’uomo compie nella sua esistenza; paragonabile a un soffio, la vita offre all’uomo quelli che sono i doni che provengono da Dio; egli deve accettarli e rallegrarsi delle opportunità che gli vengono offerte.

Il libro del Siracide è un manuale di condotta morale e presenta istruzioni, esortazioni e massime su tutta la condotta umana. In esso rivelazione ed esperienza, fonti di sapienza, si integrano.

L’etica del Nuovo Testamento

Le esigenze radicali di Gesù, nuova legge

Con l’avvento di Gesù e la sua predicazione, il tempo degli uomini è divenuto un tempo nuovo. L’annuncio di tale avvento è annuncio di salvezza da cui scaturisce l’imperativo morale che invita al cambiamento. L’obbedienza alla legge di Dio esige, prima di tutto, umiltà e gratuità; sarebbe errato pensare che per ogni nostro retto agire, Dio sia poi in debito con noi (l’invidia del figlio maggiore per il fratello pentito e ritrovato; il rifiuto da parte dei vignaioli di attribuire a chi ha lavorato un’ora soltanto, la stessa paga di chi ha faticato per l’intera giornata). Gesù si rivolge duramente a scribi e farisei per il rimprovero mosso ai suoi discepoli della mancata osservanza di certe pratiche. Tale osservanza distrae dall’obbedienza a Dio.

Il regno di Dio interpella l’uomo esigendo un coinvolgimento profondo, non solo formale. In Gesù si compie la promessa di Dio, si rende attiva e operante la sua potenza. Per questo il quarto Vangelo usa immagini varie per Gesù: verbo, luce, agnello, sposo, pane, porta, pastore, vita, resurrezione, verità, via, vite. La condotta e la parola di Gesù diventano criterio di giudizio e norma di condotta morale.

Nel Discorso della Montagna Gesù è presentato dall’evangelista Matteo come la Sapienza e come Mosè che si reca sul Sinai per ricevere le tavole dell’alleanza. Gesù riprende i precetti del Decalogo e li rovescia: l’invito ad amare il prossimo contiene implicitamente l’odio per il nemico; Gesù, invece, invita ad amare anche i propri nemici. Sant’Agostino definisce il Discorso della Montagna la “norma definitiva della vita cristiana”. Nel medioevo esso assume i tratti di un comportamento perfetto applicabile solo da chi si dedica alla totale imitazione di Cristo (i monaci per es.); per questo fu considerato inapplicabile come stile di vita concreto. Lutero insiste sulla perfezione irraggiungibile e considera il discorso un invito alla conversione e al pentimento.

In tempi più recenti, al Discorso sono state date diverse interpretazioni: una rigida che richiede un’osservazione letterale delle parole di Gesù; una intenzionale secondo la quale gli insegnamenti di Gesù sono un invito alla purezza dei sentimenti; una interinale per la quale i precetti del Discorso vanno rispettati in seno alla comunità cristiana e non nel contatto con il mondo. Le diverse interpretazioni fanno comprendere che il Discorso suggerisce un nuovo stile per il credente senza, per questo, avere la pretesa di pronunciarsi su tutte le situazioni concrete. Esso è invito costante alla conversione.

L’amore è la pienezza della legge; Gesù lo afferma quando, interrogato sul precetto più grande, risponde: l’amore per Dio e per il prossimo. Il prossimo è il bisognoso. L’uomo incappato nei briganti si è fatto prossimo al Samaritano che lo ha soccorso: chi riceve amore deve essere, a sua volta, capace di amare (amarsi a vicenda come Lui ci ha amati). La vicenda terrena di Gesù è un’esaltazione della libertà umana. Se sembra subire le angherie che gli vengono inflitte, in realtà le cose si evolvono secondo la sua disposizione.

La vita in Cristo secondo l’apostolo Paolo

In Cristo il credente guadagna la dignità e la libertà filiale; la dignità di figlio rappresenta il nuovo principio del pensare e dell’agire alla luce del rapporto che si stabilisce con Dio, non più giudice severo ma Padre. Quando Paolo dice che la salvezza è un dono di grazia e non il frutto dell’agire umano, insegna l’umiltà di riconoscersi peccatori. Questo non significa che le opere siano inutili perché anche la fede si rende operosa attraverso la carità. Fede e Carità sono due aspetti inscindibili della verità dell’uomo.

La conformazione a Cristo avviene per mezzo dello Spirito che tiene tutti uniti nell’unico corpo della Chiesa. Essere rigenerati in Cristo comporta la partecipazione alla vita, morte e resurrezione di Gesù. Questo però non autorizza a comportarsi in modo immorale (il rimprovero di Paolo alla comunità di Corinto) ma invita a salvaguardare la salvezza ottenuta tenendosi lontani dal peccato. Paolo invita poi alla pazienza e alla costanza perché la forza non dipende da noi ma da Cristo e la debolezza diventa per lui vanto perché è nella debolezza che si attinge la forza. La virtù più richiamata è la sottomissione. Dalle azioni e dalla condotta morale non può separarsi la pietà.

Capitolo secondo

Storia della teologia morale

La storia della teologia morale comprende quattro periodi:

  • Patristico (ripresa di temi ed espressioni bibliche; spicca la dottrina di Agostino d’Ippona).
  • Scolastico (con Tommaso d’Aquino raggiunge l’espressione più alta).
  • Moderno (conosce il ribaltamento del periodo precedente ad opera della dottrina francescana con Guglielmo di Ockam).
  • Contemporaneo (ha il suo fulcro nel Concilio Vaticano II con il rinnovamento della teologia morale).

Il periodo patristico

I padri apostolici e gli apologisti

Nei testi che risalgono a questo periodo l’esortazione morale non è distinta dalla storia della salvezza. Fede e vita si coniugano armonicamente. La fonte più utilizzata è la Scrittura. I temi più importanti sono: le due vie del bene e del male, del digiuno, della preghiera e della penitenza. L’intento primario non è l’esposizione di una dottrina, ma l’esortazione e l’enunciazione di precetti che scaturiscono dal battesimo e dalla partecipazione eucaristica.

Ignazio di Antiochia in una lettera ai Romani chiede loro di non salvarlo; egli vuole farsi in tutto simile a Cristo fino alla morte. Gli apologisti (Giustino) sviluppano la difesa della dottrina e della pratica cristiana contro l’incredulità della fede. La fede cristiana è il compimento della ricerca della verità. Per gli apologisti la differenza tra i filosofi pagani e i cristiani non sta negli ideali di...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher albazio96 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teologia 3 e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Riserbato Davide.
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