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Luigino Bruni Economia con l'anima

Introduzione

Con questo libro L. Bruni propone, attraverso i suoi editoriali apparsi sull'Avvenire, una guida che, affrontando i temi della crisi, porti alla speranza e al cambiamento. Il percorso non è segnato da statistiche, dati o percentuali, ma da riflessioni di senso che recuperano la dimensione “umana” dell'economia. Ci sono, da un lato, la crisi, le cattive pratiche e un modello di sviluppo non più sostenibile, un senso di smarrimento collettivo e individuale (di fronte a: perdita del posto di lavoro e disoccupazione; sperequazione e ingiustizia); dall'altro, si trovano parole per credere e per crescere: lavoro non solo come mezzo per vivere ma come condizione che dà senso e direzione alla vita; imprenditoria concepita non tanto alla luce del profitto quanto sulla base di ideali e valori; rispetto e valorizzazione della terra e del territorio; nuovi modelli di sviluppo e stili di vita; solidarietà, servizio, gratuità e merito; beni (ridotti a mezzo di consumo, comprese le persone) e bene, fondativo della comunità e, quindi, principalmente inteso in senso relazionale.

La comunità è, infatti, il luogo privilegiato in cui possono prendere forma nuove strutture di finanza popolare, di impresa sociale, che valorizzano il territorio, la cultura, l'arte. Altre parole che compaiono e che possono apparire anacronistiche, sono: dono, perdono, cura, festa, umanità e dignità: il dono richiama la gratuità, il servizio e la cura in opposizione al freddo calcolo basato sul principio del do ut des. Il donarsi agli altri implica il perdono quale strumento di riconciliazione e umanizzazione. Solo alla luce di questi assunti è possibile dare origine alla communitas (munus + cum: dono + reciproco).

Festa e libertà: quanto più c'è crisi, tanto più si deve “festeggiare”. Non è un paradosso se la festa è pensata non come divertimento fine a se stesso ma come occasione di socialità, comunione, relazione: essere solidali per affrontare insieme le difficoltà. La libertà, infine, si lega a responsabilità e la condizione per conquistarla è migliorare la cultura economica.

Capitolo 1: Crisi

Tre messaggi

La crisi, cominciata nel 2008-'09, invia tre messaggi. Il primo messaggio riguarda la necessità di ridurre la distanza tra i luoghi delle decisioni e i luoghi di vita delle persone: dopo il 15 settembre 2008 le banche hanno ridotto i crediti alle imprese affidando tale decisione a indicatori oggettivi che fanno perdere di vista i contesti dove le aziende e, quindi, le persone, operano. Non a caso le banche territoriali stanno reggendo meglio la crisi. Bisogna, allora, dare diritto di cittadinanza alle piccole crisi e fragilità la gestione delle quali, rafforza le istituzioni in vista delle grandi crisi.

Il secondo messaggio riguarda l'Europa: senza una vera unità politica, essa non potrà reggere a lungo. Mancando, però, grandi statisti, dipenderà dai cittadini, dalla voce che viene dal basso, pretendere una politica e una finanza più regolamentate.

Il terzo messaggio riguarda, infine, il capitalismo e la sua inadeguatezza. Esso non ha tanto a che fare con la finanza, piuttosto con la mentalità. Due sono le patologie da curare: il rapporto sbagliato con la terra e la natura e la crescente diseguaglianza economica. L'assenza di rispetto nei confronti dell'ambiente alimenta, inevitabilmente, la compromissione dei rapporti tra le persone: cresce l'intolleranza e, con essa, la solitudine delle persone. Senza uguaglianza, poi, sono compromesse anche la libertà e la fraternità. Uguaglianza, libertà e fraternità rappresentano l'Umanesimo a tre dimensioni, il solo che possa far ritrovare il senso autentico dell'Europa: “è legge dell'universo che non possiamo far la nostra felicità senzafar anche quella degli altri” (Antonio Genovesi, economista napoletano del '700).

Rispondere alla vera crisi

Sì che si parla di spread, Borse, finanza nazionale ed europea, si continua a far riferimento solo a una parte della crisi; per parlare di Crisi con la C maiuscola, bisogna rivolgersi alla situazione ambientale, alla crescita delle rendite, al deterioramento dei rapporti sociali, al venir meno dell'amicizia civile, al problema del lavoro e dell'occupazione. Tra le possibili soluzioni alcune riguardano:

  • Agricoltura e cibo: guardare al territorio e alle sue risorse come fonte di sostentamento e lavoro.
  • Energia: non perseverare sul combustibile fossile ma promuovere fonti di energia ecosostenibili.
  • La gestione di scuole, ospedali, immobili, terreni sta diventando, oggi, per molti ordini religiosi un serio problema con il rischio che questi luoghi cadano nelle mani di speculatori che possono farli strumento di lauti guadagni.

Per evitare tutto ciò dovrebbero costituirsi nuove imprese sociali e cooperative che, con le giuste regole sulla destinazione dei profitti, concorrano alla promozione del bene comune creando nuovo lavoro.

Nuovo patto per l'Europa

L'attuale instabilità economica e finanziaria riguarda anche e soprattutto l'Europa che sta attraversando un periodo di crisi secondo al dopoguerra. Occorrerebbe che essa faccia qualcosa di analogo a quanto attuato dai suoi padri fondatori nel 1951. La finanza europea e mondiale ha bisogno di una vera e propria riforma strutturale: richiamare le banche alla loro funzione fondamentale comune per combattere la speculazione finanziaria in vista del bene comune (accesso al credito, gestione prudente dei risparmi, sostegno agli investimenti delle imprese produttive).

Serve spirito

Per attuare una riforma strutturale occorre un grande spirito come quello che ha creato le radici dell'Europa: lo spirito cattolico, socialista e liberale. Questo spirito, nel tempo, si è indebolito né si è alimentato di nuovi “spiriti”.

L'argine e la visione

Contestualmente a una politica economica e fiscale di natura europea, occorre dare regole ai mercati globali. Attuare provvedimenti di natura prima locale e, poi, globale, in tempi distinti e successivi è inutile e controproducente. Sarebbe come chi abitando in un appartamento in un condominio nei pressi di un fiume con argini inadeguati o inesistenti ed eccezionalmente in piena, pensasse di risolvere la minaccia di inondazione collocando sacchetti di sabbia alle proprie finestre (Italia) o organizzando l'unità di crisi del condominio (Europa) e non rafforzasse o creasse gli argini del fiume insieme a tutto il villaggio (Globale). Se, poi, qualcuno del villaggio o del condominio non fosse disposto a cooperare, bisogna comunque procedere con quei pochi disposti a farlo.

Liberiamoci dall'ombra

L'ombra è quello dello spread lira/marco. Bisogna tornare al modello economico italiano che ha funzionato nella misura in cui ha messo insieme le sue due grandi anime (Made in Italy e movimento cooperativo di matrice cattolica). Liberiamoci dall'ombra: è l'ombra dello spread che non riguarda solo quello finanziario; l'Italia ha accumulato altri spread nei confronti degli altri paesi: il primo è quello di carattere morale o etico (Germania, Inghilterra e Stati Uniti hanno tassi più alti di virtù civili, di lealtà con le proprie istituzioni, di onestà). I valori su cui l'Italia aveva fondato la propria identità e il successo, laboriosità, cooperazione, creatività, si sono affievoliti con il tempo e non se ne vedono di nuovi.

Cambiare per crescere

Quando si parla di crescita, il riferimento non è al PIL (Prodotto Interno Lordo) che è cresciuto troppo e male a spese dell'ambiente naturale, sociale, relazionale, spirituale, generando un aumento del debito pubblico a causa della speculazione finanziaria. Per una crescita autentica: aumento del lavoro e del benessere delle persone, occorre una riforma radicale del PIL. Il PIL è un concetto rivoluzionario nato in seno alla teoria fisiocratica del '700 in Francia. Secondo tale concetto, la ricchezza di un paese non si misura in base ai capitali o agli stock ma al reddito annuale cioè al flusso. Di fronte alla situazione attuale, invece, occorre che capitali e stock tornino ad occupare un ruolo centrale nel panorama economico e sociale. Quello ambientale, relazionale e sociale sono forme di stock e non di flussi, che si sono costituiti nell'arco di decenni , se non di millenni (ambiente), e che i flussi hanno danneggiato. Bisogna ripartire da questi capitali o meglio patrimoni (patrum manus=dono dei padri) per recuperare quel senso civico a partire dal quale sarà possibile una rinnovata crescita.

Tobin Tax: persi dieci anni

Le tasse hanno tre principali funzioni:

  • Il finanziamento e la costruzione dei beni pubblici che richiede la fiducia e la speranza che la maggioranza dei concittadini non siano evasori.
  • La ridistribuzione del reddito: la tassazione diventa strumento di solidarietà e fraternità sociale nella misura in cui c'è l'idea di un Bene Comune da perseguire pensando che, un domani, noi o i nostri figli potremmo trovarci nel bisogno.
  • Incoraggiare i beni “meritori” (tassare poco i beni utili per la comunità come la cultura, l'educazione) e scoraggiare i beni “demeritori” (tassare di più i beni che, in realtà, sono mali come il tabacco, i superalcolici).

La Tobin Tax (proposta da Tobin, uno dei maggiori studiosi di finanza e premio Nobel) è una di quelle poche tasse che riunisce tutte e tre le funzioni: dare ordine e stabilità ai mercati finanziari significa, oggi, dar vita a una sorta di bene pubblico di grande valore economico; il suo effetto redistributivo è garantito nella misura in cui le entrate venissero impiegate per costruire infrastrutture, sanità e istruzione nei Paesi in via di sviluppo. La speculazione finanziaria, infine, rappresenta un bene “demeritorio” e una simile tassa, adottata a livello globale, sarebbe un valido strumento di lotta ai “paradisi” finanziari. La Tobin Tax applicata anche solo a livello europeo, rappresenterebbe un grande segno di civiltà contro le logiche del breve periodo e i poteri forti. L'Europa darebbe prova della sua vocazione umanistica e cristiana che rappresentano le componenti principali della stessa cultura europea.

Più democrazia e meno finanza

Contro la dittatura di finanza, mercati e spread, occorre riappropriarsi del “governare attraverso la discussione” (government by discussion, John Stuart Mill) ossia della democrazia. Per una democrazia politica e civile, è necessaria una democrazia economica: oggi la ricchezza è sempre più nelle mani di pochi. Parlare solo di “indici” di Borsa, significa riferirsi a una piccola fetta della popolazione e non saranno essi a salvare i paesi in crisi ma le buone politiche e scelte di governo ispirate a un'autentica democrazia.

Il disagio della politica

Un primo livello di disagio è che la vecchia classe politica parla, oggi, un linguaggio ormai superato e non comprensibile alle nuove generazioni e la nuova classe non è capace, comunque, di dare risposte concrete perché manca del tessuto culturale e ideologico che, in passato, veniva trasmesso dalle antiche scuole di politica e dai tradizionali luoghi vitali. Altri tipi di disagio sono tristemente noti: corruzione, rendite di posizione, ... Il compito del politico è offrire una visione sintetica dei problemi del proprio tempo per dirigere la collettività a scelte che soddisfino il bene comune. Fino a qualche tempo fa, per capire e offrire un'immagine del contesto, erano sufficienti conoscenze di diritto, filosofia e economia; oggi, invece, la centralità della finanza costituisce un serio impedimento data la complessità del suo linguaggio che gli stessi politici stentano a comprendere. Il rischio è, come ormai sta capitando sempre più spesso, di affidare ai tecnici, finanzieri ed economisti, la funzione politica dimenticando che l'economia è solo un frammento della politica e confondere la parte con il tutto mette a rischio la perdita del bene comune e, con essa, della democrazia. L'altra conseguenza del disagio è che molti, anche cattolici, che possiedono una reale vocazione politica, si stiano ritirando da questo contesto per impegnarsi sul versante civile, del volontariato. Occorre un ri-innamoramento della politica per poter avviarsi all'uscita dalla crisi.

Mercato politico

La politica ha acquisito sempre più un approccio economico-competitivo (“il mercato politico”: comprare il maggior numero di voti per ottenere il potere) e dietro questa visione si cela l'idea del mercato come luogo e strumento di libertà e uguaglianza. Il problema è quando il mercato diventa luogo di competizione dove a vincere è chi sconfigge l'avversario e non di cum petere, cercare insieme di vincere la stessa gara (soddisfare i bisogni dei consumatori) attraverso la cooperazione. Bisogna avviare una stagione cooperativa proiettata nel futuro che non vanifichi le sue energie eccedendo nel controllo del presente.

Il profitto non basta più

La crescita e lo sviluppo non dipendono principalmente dai governi e dalle grandi istituzioni, ma dai comportamenti quotidiani di milioni di cittadini che si riflettono sulle azioni sociali ed economiche.

Gli invisibili e tutti noi

Agli inizi del Novecento la società veniva descritta (dall'economista Achille Loria) come divisa in due classi distinte: l'una vive senza lavorare, l'altra lavora senza vivere umanamente. Oggi persevera questa divisione ma con qualche novità: se in passato i ricchi e i potenti erano individuabili e presenti (padroni, nobili, patrizi, ...) oggi non sono identificabili e questo ha portato molti a negar ne l'esistenza. C'è un élite senza volto che, oggi, vuole evitare il default del sistema senza mettere in discussione i propri privilegi, ricchezza, potere ma solo la democrazia “commissariando” (con liste di “compiti a casa”) le stesse democrazie incapaci di opporre resistenza perché fragili e spesso colluse.

Tra rendite e perfettismo

Oggi il grande capitale è in mano ai finanzieri e agli speculatori che dominano l'intera economia pertanto non si parla più di conflitto imprenditore-lavoratori ma tra rendite e mondo delle imprese. Già David Ricardo, nell'Ottocento, aveva dimostrato che la crescita della quota di valore economico assegnato alle rendite caratterizzasse il capitalismo. La finanza speculativa tende a considerare il lavoratore sempre più un costo e non un investimento. Non considerare il lavoratore un capitale, compromette la crescita e l'evoluzione dell'impresa. Un altro aspetto riguarda l'idea di creare aziende abitate dalle sole virtù (merito, efficienza, flessibilità) escludendo i difetti che si trovano ovunque anche nelle famiglie. Tagliare fuori dal lavoro alcune fragilità sta generando un esercito di vinti privati della loro dignità perché costretti a vivere in luoghi senza umanità. È il rischio di chi rincorre il perfettismo.

La sfida della diseguaglianza

La diseguaglianza di opportunità, diritti e libertà non genera lavoro, al contrario. Se in passato la demarcazione ricchi e poveri aveva un carattere geografico (Nord-Sud), oggi, con la globalizzazione, la discriminazione è sempre più spostata all'interno di ogni Paese. Per questo motivo il rapporto tra PIL di diversi paesi non costituisce più un indicatore di benessere e di malessere. Se si considerano, invece, gli indicatori di diseguaglianza (aspettative di vita, salute, capitale umano) si scoprono grandi differenze all'interno di ciascun Paese.

Noi e le mucche della finanza

Se la diseguaglianza ha continuato a crescere e non a ridursi, è perché il timone del sistema economico ma anche politico, è passato nelle mani della finanza speculativa. Questo ha compromesso la capacità del mercato di assicurare la crescita economica per almeno tre motivi. La ricchezza che si crea con le speculazioni finanziarie dipende dalla regola del “gioco a somma zero” (come il poker): le vincite degli uni corrispondono alle perdite degli altri. La regola aurea di un mercato “normale”, invece, è il mutuo vantaggio dei soggetti che scambiano.

Il secondo motivo riguarda un fenomeno che si verifica sempre nell'ambito della speculazione finanziaria, in tutto simile al calcio-scommesse: grandi fondi scommettono sul valore futuro dei titoli e poi giocano in modo che le loro previsioni si avverino.

Il terzo motivo ha a che fare con la diseguaglianza. Il capitalismo turbo-finanziario produce diseguaglianza perché con la globalizzazione della tecnologia e della forza lavoro paga sempre meno gli operai di media abilità mentre strapaga i pochissimi iper-specialisti (tecnici e manager) capaci di far aumentare i profitti. La crescente disuguaglianza è frutto di una mungitura eccessiva delle mucche della finanza che rischia di uccidere le bestie per sfinimento.

Doping evasione

In ambito sportivo gli atleti che ricorrono al doping lo possono fare per due ragioni: per vincere o per non perdere (nella convinzione che gli avversari più forti si dopano). L'evasione fiscale è una forma simile al doping: l'imprenditore che evade le tasse lo fa principalmente per la seconda ragione ovvero per non perdere e fallire. All'inizio l'imprenditore non evade il fisco perché sa che i soldi che entrano in nero non possono essere usati produttivamente e per l'investimento dell'impresa. Quando si inizia a pensare che i propri concorrenti di successo evadono, allora si insinua il tarlo e comincia ad evadere anche lui.

Il tutto non è suffragato da dati oggettivi ed è quindi una mera ipotesi che viene, successivamente, convertita in teoria quando si comincia a pensare che i giudici sono corrotti, che i controlli non ci sono o sono iniqui, che l

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher albazio96 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Bonelli Massimo.
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