Crisi, transizioni e strategie per il passaggio al futuro
Idee alla ricerca di definizioni
Le definizioni complesse
Adottando l’analisi etimologica la crisi si definisce come “scelta, decisione”, inducendo ancor più convintamente verso una prospettiva interpretativa che vede in questa situazione di forte scossa la causa o l’effetto di un processo di mutamento sociale al quale si accompagna solitamente un cambiamento culturale.
In termini sociologici si definisce crisi un periodo della dinamica di un sistema sociale caratterizzata da un’accumulazione accentuata di difficoltà, presenza di tensioni, con conseguenze conflittuali che inducono complessità nel normale funzionamento del sistema, scatenando forti pressioni verso il cambiamento.
La crisi, dunque, in prospettiva sociologica, coincide con la causa stessa del cambiamento. Se la metamorfosi non è possibile, la crisi può portare alla disgregazione del sistema. Una delle cause ricorrenti in tutte le crisi sono gli eccessi che creano un’eccessiva discrasia tra ciò che è e ciò che sarà.
Stando al significato etimologico, un momento apparentemente positivo per rilanciare un sistema, scelta, decisione, appunto; d’altra parte una scelta così precipitosa che implica l’assunzione del rischio e dello squilibrio nel modello organizzativo.
Crisi e transizioni nella storia italiana della comunicazione
Ai fini di questo contributo, la crisi sarà trattata come occasione per fare il punto sullo stato delle cose, sul funzionamento delle organizzazioni complesse e soprattutto quale opportunità per sostituire soluzioni organizzative che si sono dimostrate nel tempo poco efficienti.
Già la veloce ricostruzione degli scenari sociali e comunicativi a partire dal secondo Novecento, basta per far emergere che, tutte quelle che all’inizio sembravano rivoluzioni, in realtà si sono ripetutamente configurate come faticose transizioni.
- Quello che dal 1946/1950 alla fine degli anni Settanta si è configurato come un Mega-scenario di Protoindustria culturale, si conclude con un periodo di transizione ’75-’79, dovuto alla prima riforma del sistema radiotelevisivo italiano.
- Il quindicennio dal 1980 al 1995, il cosiddetto MediaEvo, che porta con sé la stabilizzazione delle principali industrie mediali, si conclude, a sua volta, con una fase di forte critica ai media tradizionali e con un avanzamento del mercato delle telecomunicazioni.
- Il decennio successivo (1996-2005), il Tardo MediaEvo, rappresenta l’inizio della diversificazione culturale e si conclude con un periodo di transizione verso un graduale superamento del generalismo.
- Dal 2005 in poi - dentro il TecnoEvo - continua la fase di ridefinizione del rapporto con i media tradizionali e diventa più decisa la transizione al digitale.
Cos’è, dunque, la transizione? In primo luogo, la transizione si presenta come processo di passaggio da uno stato a un altro, da un tipo d’organizzazione sociale ad un altro. Implica, dunque, progettualità e razionalità.
La crisi economica: il recupero del common sense come risposta alla complessità
Per l’imprenditore e opinionista americano Peter Barnes, il capitalismo riformato passa per i commons, i beni comuni, che tutti possono utilizzare ma su cui nessuno può reclamare un diritto esclusivo.
La soluzione di Barnes di affidare la gestione di tali beni a Fondazioni istituite ad hoc mantiene la sua forza persuasiva anche quando si affronta la questione della comunicazione e della cultura come risorsa comune. Tra stato e mercato, i commons si candidano a diventare in questo inizio di millennio la vera terza via, più resistente ai tempi e ai fallimenti economici.
Non a caso, nella stagione comunicativa dominata dalla retorica della rete e del declino dei media mainstream riemerge paradossalmente il bisogno di common sense e di mezzi per l’accesso alla conoscenza e ai valori condivisi.
In risposta alla crisi: cultura, comunicazione e comportamenti giovanili
È più che mai interessante ricordare la singolare coerenza e il trend positivo della fruizione di quei spettacoli e intrattenimenti outdoor che a lungo sono stati considerati d’élite.
Nella nuova modernità di linguaggi, la parola, scritta o messa in scena, si riveste di significati profondamente trasversali alle varie evoluzioni dei mezzi di comunicazione, riacquisendo il suo grande valore di depositario di forme organizzate di memoria individuale e collettiva.
La cultura, anche nella sua manifestazione televisiva, in un’epoca di crisi, può diventare, per i soggetti che vivono la lacerante esperienza della messa in dubbio degli elementi di identificazione e riconoscimento, uno spazio legittimo di nuovi momenti di riferimento, di confronto, di omogeneizzazione ma anche di differenziazione sociale.
La comunicazione si presenta, quindi, come territorio naturale di rivoluzioni. In questo contesto, il mondo dei giovani diventa un serbatoio di conoscenza ed ispirazione, un territorio spesso inevaso di sapere anticipatorio sulle dinamiche socio-culturali ed economiche del nostro mondo.
Infatti, i giovani rappresentano i principali driver del cambiamento nelle società contemporanee. Il rinnovato paesaggio culturale vede nei giovani i protagonisti di un processo accelerato di ridefinizione degli stili di vita, di diversificazione degli interessi, di apertura della società italiana alle tecnologie.
E ai media della crisi non dovrà sfuggire quello che accade negli universi giovanili.
Tele-visioni in transizione
Uno scenario in movimento
A distanza di più di mezzo secolo dell’affermazione come nuovo mezzo di comunicazione, la televisione riesce ancora a rientrare tra le priorità nell’agenda dei media e degli studiosi.
La società post-tradizionale necessita di sistemi interpretativi che considerano l’informazione e la conoscenza quali base per la riflessività e per il superamento dell’incertezza. Il soggetto è ritornato ad impegnarsi nella costruzione della propria identità e a partecipare all’edificazione delle comunità di appartenenza.
Le tecnologie ridiventano habitat e strumenti per la valorizzazione della conoscenza e delle relazioni.
La tv nell'Italia che cambia: tra crisi, transizioni e riposizionamento
Nei suoi 56 anni di storia ufficiale, la tv ha rappresentato il volano dei cambiamenti, a volte propulsore di vere e proprie rivoluzioni nel costume, nel linguaggio e nel senso comune quotidiano, nell’espressione dei bisogni e dei gusti.
E proprio per la sua centralità si è spesso trovata al centro di controversie e aspre critiche. Scorrendo velocemente la storia dell’Italia, emergono sostanziali differenze nelle modalità con cui viene elaborato il rapporto crisi-televisione.
Le fasi evolutive del mercato televisivo si possono sintetizzare in quattro macro periodi:
- Protoindustria televisiva. Si identifica con la fase del monopolio pubblico fino la liberalizzazione delle frequenze radiotelevisive (legge n. 103/1975).
- La tv nel MediaEvo. È la fase di espansione della televisione commerciale, caratterizzata dalla convivenza tra reti pubbliche. Nascono le società di rilevazione quantitativa degli ascolti, evidente segnale per la configurazione del mercato.
- Tardo MediaEvo. Verso il TecnoEvo. Si affacciano nuovi protagonisti, in particolare le pay tv e le pay per view.
- L’età dei linguaggi e dell’accesso. La fase di predominio della tecnologia digitale, che permette la moltiplicazione dei canali, stimola l’interattività evoluta e genera profondi cambiamenti non solo negli scenari di consumo, ma anche nei modelli di business.
La prima crisi: la tv degli anni Settanta, tra rivoluzione sociale e interessi economici
Il periodo della prima riforma del sistema radiotelevisivo italiano, nel 1975-1976, corrisponde anche all’inizio di un periodo di forti critiche al mezzo che mette al centro la rivendicazione di un reale diritto d’espressione, attraverso l’appropriazione dei mezzi di comunicazione.
Se la televisione ha come obiettivo di servire gli interessi del pubblico, è il pubblico che deve stabilire i propri interessi.
Nella seconda metà degli anni Settanta il monopolio statale sulla tv inizia a incrinarsi e, in meno di un decennio, si scioglierà in quasi tutti i Paesi dell’Europa Occidentale.
Dietro il nuovo progetto di televisione della transizione c’è anche un progetto economico. Superata la fase dell’etica del risparmio, in condizioni di eccesso di produzione, per industrie e consumatori è arrivato il momento della conquista di nuovi spazi pubblicitari e di coltivazione di nuovi modelli di consumo. È la quasi naturale transizione al duopolio, con la crisi petrolifera alle spalle e una crescita economica accompagnata dall’aumento della comunicazione.
La seconda crisi: 1987/1988. La trasgressione come retorica del nuovo
Alla fine degli anni Ottanta, siamo nel pieno di un secondo momento di avvertita debolezza della tv. Come nel precedente caso si accompagna l’inizio di una nuova stagione di provvedimenti legislativi, scarsamente innovativi ma necessari. È il periodo preparatorio della Legge Mammì del 1990. A ottobre 1989 viene emanata la direttiva europea “Televisione senza frontiere” che contribuisce a risolvere alcune controversie sul piano normativo, portando verso l’approvazione della legge n. 223 del 1990.
Le novità maggiormente significative possono essere così riassunte:
- Si stabilisce la libertà d’antenna per i privati.
- Viene imposto il limite di possedimento di reti televisive, tre, e chi le detiene può possedere giornali che coprano solo fino all’8% della tiratura nazionale.
- Chi si trova ad avere una rete tv può avere giornali che coprano solo fino al 16% della tiratura nazionale, mentre chi non possiede reti televisive può possedere giornali non oltre il 20% della tiratura nazionale.
- Si stabilisce, inoltre, un tetto pubblicitario distinto per la tv pubblica e commerciale: 12% orario e 4% settimanale per la Rai, 18% orario e 15% quotidiano per le reti Fininvest.
- Viene istituito il Garante per la radiodiffusione e l’editoria.
- Si realizza il piano delle concessioni nazionali: Rai, Fininvest, Rete A, Telemontecarlo e Videomusic.
- Si espande la possibilità di diretta a tutte le emittenti.
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