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Riassunto esame Tecnologie Didattiche, prof. Ercolani, libro consigliato Contro le donne, Ercolani

Riassunto per l'esame di Tecnologie didattiche, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Ercolani: "Contro le donne", Paolo Ercolani, dell'università degli Studi Carlo Bo - Uniurb. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Tecnologie didattiche docente Prof. P. Ercolani

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Sant’Agostino non manca di considerazioni benevole nei confronti della donna

( diversa nel corpo ma in possesso di un’anima razionale ) ma, come per Platone,

le cose cambiano quando dalle considerazioni idealistiche si passa a quelle

maggiormente concrete e terrene. Scopriamo quindi che alla donna viene

riconosciuta una ragione di tipo inferiore rispetto a quella maschile che è l’unico in

grado di occuparsi di questioni trascendenti ed eterne. La donna in fin dei conti,

può aspirare all’intelligenza superiore solo in quanto collegata all’uomo.

Significativa l’idea di resurrezione.

A differenza di San Paolo ( tutte le persone in gloria di Dio sarebbero risorte col

sesso maschie ) Sant’Agostino ritiene che la resurrezione riguardi entrambi i sessi.

Sembra un’apertura per la donna ma nasconde qualcosa. Nell’aldilà non vi saranno

più passioni, turbamenti, la femmina diverrà “immune” dall’unione sessuale e dalla

procreazione, avrà quindi “una dignità nuova”.

Quindi come in Platone le donne potevano essere ammesse ai medesimi ruoli

politici soltanto nello stato ideale, così in Sant’Agostino le donne vedranno

riconosciuta la propria “dignità nuova” solo nell’aldilà dove sessualità e passioni

non troverai spazio.

Entrambi con le dovute differenze ritengono che le caratteristiche più marcatamente

denotanti le donne ( corpo, emozioni, procreazione ) sono le stesse che produco in

essa una ragione meno degna e meno efficace rispetto a quella dell’uomo.

L’ORDINE GERARCHICO DELLA NATURA: ARISTOTELE E SAN TOMMASO

A partire da Aristotele, invece, il pregiudizio misogino si struttura su argomentazioni

di tipo fisiologico ( generazioni degli animali ) in cui il filosofo greco esplicita le

funzioni e la gerarchia dei due sessi.

La femmina è ridotta al rango di “materia fecondabile”. Il corpo ha origine dalla

femmina mentre l’anima che è l’essenza di un certo corpo, ha origine dal maschio.

Nella procreazione è quindi l’uomo a ricoprire ed avere il ruolo più potente

riducendo la donna ad una sorta di “uomo sterile” con ruolo passivo.

Aristotele pone la conformazione fisica e i processi biologici alla base dell’inferiorità

della condizione della donna. Questa inferiorità ha ripercussioni su etica, morale e

politica anche se viene dichiarata incolpevole dato che è stata la natura a

concepirla come “passiva” già a partire dall’atto sessuale.

Anche senza colpa la donna comunque paga dazio.

Nel momento in cui Aristotele rimprovera Platone per la proposta di far assumere

ad alcune donne il ruolo di custode e governanti, dà per scontato che alla donna

non possa spettare alcun ruolo pubblico in quanto essa deve provvedere

all’amministrazione della casa.

Se anche Aristotele non fa riattivare la donna nella categoria degli schiavi ritiene

però che la “libertà concessa loro è dannosa alla felicità dello stato” ( vedi Sparta )

in quanto tendono, se non regolate, a vivere senza freno abbandonandosi alla

dissolutezza.

Queste considerazioni hanno sempre una base teorica che poggia su differenze

fisiologiche tra uomo e donna che vedono l’uomo portatore delle virtù del coraggio

e della moderazione mentre la donna vede le proprie virtù nella bellezza e nella

magnificenza del corpo.

Quella di Aristotele è un’operazione culturale che partendo da una “deficienza”

fisica ed organica rispetto all’uomo rende questo dato influente rispetto anche

all’organizzazione della società.

L’inferiorità deriva quindi sia dall’insieme delle sue caratteristiche fisiche ed

organiche sia dalla sua inferiore capacità razionale, soggetta com’è al dominio delle

passioni.

Un percorso molto simile è quello compiuto da Tommaso d’Aquino che trae

ispirazione da Aristotele come Agostino da Platone.

La posizione di Tommaso appare ancora più significativa perché partendo da un

dato di ordine biologico finisce con lo sviluppare un discorso dal quale emerge la

presunta inferiorità della donna nella sua interezza.

Tanto significativa da rappresentare una “sintesi del pensiero antico e medioevale”

di impronta aristotelica. Prima di tutto Tommaso riprende da Aristotele l’idea della

donna partner passivo creata all’unico scopo di generare figli.

Il maschio generato per funzioni più nobili rappresenta la perfezione; tanto è vero

che Tommaso vede la donna come prodotto di una natura che devia dalla

perfezione, una degenerazione.

La “sudditanza naturale” della donna, dovuta al fatto che nell’uomo è maggiore il

“discernimento nazionale” ha i suoi effetti anche nella vita domestica. In

quest’ambito infatti, vista la natura di entrambi, è lei ad aver bisogno che lui la

governi essendo più intelligente e valoroso.

Tommaso, così come Aristotele, precisa che la donna non è stata data all’uomo

come schiava ( non essendo stata formata dai suoi piedi ) ma, proprio come gli

schiavi, non può ricevere il sacramento dell’ordine sacerdotale.

In sintesi, se nelle questioni che riguardano l’anima la donna non differisce in

nessun modo dall’uomo, per quel che riguarda gli altri aspetti della vita essendo

concepita per un ruolo minore, essa è destinata ad una posizione di sudditanza.

La donna di Tommaso d’Aquino se pur potenzialmente creata con tutte le

caratteristiche che connotano gli esseri superiori, all’atto pratico della realtà terrena

si rivela incapace di superare il dato fisiologico e fisico che la relega in una

condizione di inferiorità questo principalmente in virtù del compito originario che le

è stato assegnato.

Compito che non stimola le sue potenzialità intellettive, le chiede di mettere a

disposizione il pario corpo in vista del concepimento di occuparsi di faccende

inferiori ( gestione della casa ) e di relazionarsi con esseri irrazionali ( i bambini ). E’

quindi incolpevole ma impossibilitata ad emanciparsi. E’ comunque evidente che

non si tratta di una questione strettamente religiosa e filosofica, bensì in un vero e

proprio pregiudizio misogino di chi considera la donna “ sottomessa per natura

all’uomo” sia per “vigore dell’animo” che per la “forza del corpo”.

La questione affonda le proprie radici in un dato: “ l’immagine di Dio è nell’uomo e

non nella donna” poiché l’uomo è principio e scopo della donna così come Dio è

principio e fine di tutte le creature ( Tommaso d’Aquino santo, Summa Theologica ).

Sia che l’origine di tutto sia da ricondurre alla divinità o all’evoluzione naturale, il

dato di fatto è che il mondo umano e i soggetti che lo abitano risultatino ordinati

secondo una scala gerarchica nella quale la donna occupa una posizione di

inferiorità e subordinazione rispetto all’uomo.

Questo è vero tanto per Platone che rietine le posizioni e le funzioni delle classi

sociali innate e quindi immutabili ( in base al fatto che l’anima contenga ferro,

argento o oro) e che sminuisce il “potere” della funzione materna, quanto per

Aristotele, teorico di un mondo “gerarchicamente strutturato” in base al quale esiste

un superiore e un inferiore, un padrone e uno schiavo, un uomo ed una donna ed il

maschio è naturalmente più adatto a comandare della femmina.

NIETZSCHE ED EVOLA: IL “SUPERUOMO” NON E’ DONNA

Nietzsche, celebre pensatore tedesco, è considerato un distruttore dei valori morali

e filosofici della tradizione occidentale. Nonostante questo, è con lui, che le

argomentazioni raggiungono il culmine della violenza.

La sua visione gerarchica ed aristocratica del mondo arriva alla condanna

dell’essere femminile sia sulla base di una natura debole ed inferiori sia su quella di

una ragione incapace di raggiungere profondità.

Il pensiero del filosofo radicalmente aristocratico, lo porta a dividere il genere

umano nella minoranza “superuomini” e in una maggioranza “sottouomini” ed ad

asserire che l’essenza dell’uomo coincida con la “volontà” quella della donna nella

“docilità”.

Per il filosofo poi, il matrimonio danneggia il maschio costretto ad una vicinanza

stretta con un essere così debole come la donna e di contro, eleva quest’ultima.

Argomentazione curiosamente presente anche in Sant’Agostino che asserisce che

nulla è più da evitare del prendere moglie poiché nulla è in grado di far regredire un

“animo virile” come le lusinghe di una donna.

Anche per Nietzsche la condizione di inferiorità della donna attiene alla sua natura

profonda. Essa è stata concepita per le faccende amorose o comunque dove sia

centrale il ruolo dell’amore ( o dell’odio ). In tutti gli altri ambiti è destinata alla

mediocrità.

Schopenhauer (autore molto significativo per Nietzsche) vedeva la donna come

una figura non destinata a grandi lavori, ne spirituali ne fisici ma piuttosto alla

sottomissione all'uomo e alla cura di bambini (sono puerili, sciocche, in altre parole

dei grandi bambini, il gradino intermedio tra bambini e uomo, che il vero essere

umano).

Sulla base di questi pregiudizi Schopenhauer ricorda con rimpianto i geni antichi

che “non davano alle donne il permesso di assistere agli spettacoli teatrali”.

Nietzsche, autore indubbiamente anti-cristiano finisce per utilizzare a vario titolo

proprio il cristianesimo e la sua morale fino al punto di riprendere argomenti

letteralmente ripresi dai padri della Chiesa.

Partendo dalla condanna della donna come essere inferiore e mal riuscito, il

filosofo tedesco invoca l’utilità della religione nel tenere la donna al proprio posto

riprendendo il decreto MULIER TACEAT IN ECCLESIA ed allargandone il concetto

anche alla vita civile ed alla famiglia.

D’altra parte egli denuncia una sorta di alleanza fra cristianesimo e donna poiché il

cristianesimo ha preso le parti di ciò che è debole e mal riuscito e promuove ciò

che è “idiota”, “decadente” e “menzognero” come lo sono “i preti e le donne

isteriche”.

Questa alleanza era per Nietzsche uno dei tanti pilastri portanti della moderna

morale della debolezza che, attraverso le parole d’ordine dell’uguaglianza, della

democrazia intendeva soppiantare il vecchio regime fondato sui valori

dell’aristocrazia, della gerarchia e della schiavitù.

Uno scontro di potere all’interno del quale si esprime anche il conflitto uomo-donna

(maschio=virilità, aristocrazia/ donna=infauste pretese di uguaglianza e

democrazia).

Una lotta che non è quindi solo filosofica ma anche politica. Uno scontro fra i

gradini più alti di una gerarchia naturale e quelli più bassi mossi dal risentimento.

La visione gerarchica di Nietzsche è propria anche del pensiero religioso.

Nella Summae Theologica, San Tommaso d’Aquino afferma che “ Dio ama alcune

cose più di altre” e nel Corano si esulicita che gli uomini occupano una scala

gerarchica più alta rispetto alle donne in quanto Dio ha fatto delle scelte.

Nel ‘900 è il filosofo italiano Evola a fondere le tesi di Nietzsche con quelle dei padri

del cristianesimo per ribadire la posizione di subordinazione della donna (non

inferiorità).

Per Evola i due sessi avevano semplicemente compiti differenti: guerriero lui,

madre e amante lei. Rifiutare per lei la propria natura significherebbe smarrire la

propria identità.

In questo quadro appare innaturale e funesta l’emancipazione femminile.

Naturalmente la battaglia dei difensori della tradizione contro l’emancipazione

appare destinata ad una sconfitta cocente anche se le condizioni della donna

patiscono ancora oggi dei retaggi del passato.

Ancora oggi, infatti, la forza del pregiudizio misogino è così grande da essersi

affermato nel senso comune anche dalle stesse donne che si auto-qualificano

come “stupide”, “imbecilli”, incoerenti”…..

Si tratta della miglior prova del risultato di una secolare propaganda contro le

donne.

IL MEDIOEVO INFINITO: DA MARSILIO AL LIBERISMO

il pregiudizio misogino di cui e ricca la tradizione di pensiero cristiana, che

raggiunge il culmine nel medioevo vede le sue “basi” nei testi e negli autori della

tradizione pagana.

Detto questo bisogna però aggiungere che l’uscita dal medioevo è stata

caratterizzata dal mantenimento della condanna e della discriminazione della

donna.

Analizzando gli autori protagonista dell’uscita dal medioevo risulta evidente il

contrasto fra la modernità di certe affermazioni ed il ripresentarsi di anatemi,

condonane o discriminatori contro la donna.

prendiamo ad esempio Marsilio da Padova, filosofo del XIV secolo, inserito fra

coloro che hanno contribuito a superare le forse universalisti che dei poteri

medioevali (papato e impero).

nonostante la sua opera si distingua per la modernità di certe affermazioni (il potere

delle leggi spetta al popolo, il potere legislativo possiede il diritto di deporre il

governo per il bene comune), egli sostiene che le donne insieme a schiavi, stranieri

e bambini debbano essere escluse dai ruoli di governo.

Non si tratta di un caso isolato.

Due secoli dopo Martin Lutero, grande rivoluzionario del mondo cristiano e padre

della riforma protestante, sconvolge la visione rigidamente gerarchica della Chiesa

di Roma affermando che tutti i cristiani, in virtù del battesimo e della fede, sono

sacerdoti di Dio senza che sia necessaria la casta sacerdotale (nel tempo

tramutatasi in una concentrazione di potenza, mondanità e fasto).

Alla base di queste parole vi è uno spirito egualitario che, anche in questo caso,

prende una clausola di esclusione che colpisce le donne. Rimane quindi, anche per

Lutero, una visione della donna come essere inferiore, il cui primo scopo resta la

riproduzione.

Significativo il fatto che il rivoluzionario Lutero fortemente critico nei confronti della

Chiesa giungesse alle medesime conclusioni di Bodin, teorico francese

dell’assolutismo, che subiva invece la forte influenza di Roma.

Bodin teorizzava la legittimità del potere assoluto del re per diritto divino e ,come

Lutero distingueva cristiano donna e cristiano uomo, così bodoni escludeva

categoricamente la sovranità femminile.

Per lui, infatti, una simile ipotesi era incompatibile addirittura, non solo con il diritto

naturale, ma anche con quello canonico e con quello civile, che proclamavano la

sottomissione della donna al marito. In questo quadro è impossibile che un essere

per natura sottomesso possa aspirare alla sovranità.

Sempre nel XVI sec. da tutta l’opera di Macchiavelli emerge una visione del potere

che è buono ed efficace soltanto se improntato ai valori di una morale maschia e

dominatrice, contrapposta ai sotterfugi, ai tentennamenti ed alle debolezze

dell’agire femminile.

Il filosofo inglese bacon, fondatore delle scienze moderne aveva proclamato due

“imperativi” rivoluzionari rispetto alle scienze medioevali: abbandonare le opinioni e

le nozioni fin li considerate ed impedire alla mente per un certo periodo di rivolgerei

a principi più generali. In pratica pensava ad una analisi con metodo sperimentale

caso per caso.

Evoluzione che avrebbe potuto far pensare a degli sviluppi positivi nei confronti del

pregiudizio misogino. In realtà ciò non avviene neonche in questo caso.

Addirittura la natura viene equiparata alla donna quando si parla di dominarla,

schiavizzarla per spingerla ai propri voleri.

In sostanza religione, politica, scienze e filosofia, pur in un’epoca che stava

superando le ideologoie dominano del medioevo continuavano a portare avanti la

discriminazione nei confronti della donna.

Alla centralità di Dio si sostituiva la centralità dell’uomo ma non riguardava la

donna.

L’illustre umanista Montaigne nel XVI sec., quando si cominciava ad affermare la

dominazione coloniale contestava le basi ideologiche su cui si fondava.

Contestava quindi la ritenuta inferiorità culturale dei popoli conquistati. Formulava

un elogio delle differenze, smontando la pretesa di superiorità degli europei sulle

altre etnie.

Ad una simile presa di posizione e difesa si accompagnano una considerazione

dell’individuo donna così bassa da farne sconsigliare agli uomini perfino un

rapporto di amicizia.

All’epoca di Montaigne e degli altri autori fin qui citati non era ancora emersa una

teoria che valorizzasse l’individuo come tale.

L’Umanesimo era portatore di una rivalutazione del mondo terreno rispetto a quello

trascendente, rivalutazione improntata sulla centralità dell’uomo nei suoi valori e

bissone (uomo non donna).

Con la fine del XVII sec. , emerge la teoria liberale, fondata sulla libertà

dell’individuo non più sottomesso ad alcun potere assoluto (Chiesa, principe o

Stato) ne a quello di un altro o più individui come lui.

L’indipendenza diventa un bisogno, la libertà individuale rappresenta l’occasione di

riscatto e pari dignità che la donna tanto attendeva.

Locke, padre fondatore del liberismo, sembra andare in questa direzione. La sua

posizioneriguardo la donna all’interno della chiesa, la visione del matrimonio come

contratto consensuale, la proprietà privata autonoma dal marito rappresentano un

riconoscimento importante.

Emergono però delle problematiche quando lo stesso Locke precisa nei suoi scritti

che: “la decisione ultima è naturale ricada sull’uomo in quanto più abile e più forte”.

Da questa contraddizione nascono le problematiche che hanno contraddistinto per

oltre due secoli le prassi dei governi liberali disarmiinadno le donne.

Il liberismo, a cui spetta il merito oggettivo di avere teorizzato e praticato alcune

delle conquiste più importanti che hanno plasmato le democrazie occidentali

moderne e contemporanee, come appunto la libertà individuale e la difesa di essa

di fronte ai tentativi di coercizione da parte di altri indiviadui o di un potere esterno,

ha convissuto con dei gravi distingue che hanno finito con l’escludere e colpire

proprio le donne, oltre alle razze non bianche e alle classi non proprietarie.

non è possibile registrare un miglioramento della condizione della donna nemmeno

se parliamo di Rivoluzione Francese e di Illuminismo.

C’è chi distingue (sieyes) fra “diritti passivi” (naturali e civili, validi per tutti e tesi a

difendere la proprietà e la libertà di ogni individuo) e “diritti attivi” (politici) da cui

sono escluse donne, bambini e stranieri.

La Rivoluzione Francese fu la prima a decretare il suffragio universale, ma soltanto

maschile.

Veniva osteggiato qualsiasi progetto di potenziamento dell’educazione femminile,

escludendole da ogni attività politica.

Tali misure vengano, ancora una volta, giustificate incolpando la natura della

donna considerata inferiore perché non adatta a certi ruoli e a certi ambiti.

ROSSEAU, KANT E L’INDIVIDUALITA’ NEGATA DI SOFIA

Il pensiero illuminista nei suoi rappresentanti più illustri discrimina la donna quanto

la tradizione culturale che gli è stata contrapposta, quella liberale.

In quest’ultima risultava forte il contrasto fra la proclamazione della libertà

dell’individuo e l’esclusione della donna da aspetti sostanziali della libertà stessa.

Nel pensiero illuministico si evidenzia il contrasto fra la tensione democratica e

rivoluzionaria da una parte (con tanto di insistenza sull’emancipazione

dell’individuo) e il riproporsi dei pregiudizi anti-femminili.

prendiamo il caso di Jean Jacques Rousseau, filosofo ispiratore della Rivoluzione

Francese e teorico della piena legittimità del governo di origine popolare e

democratica .

E’ il primo ad affermare che la “sovranità” risiede sempre e comuneue nel “popolo”

perché “ogni governo legittimo è repubblicano”, e il governo repubblicano è quello

in cui il popolo è sottomesso a quelle leggi di cui esso stesso è l’autore.

Le norme devono tendere a conservare la medesima libertà individuale dello stato

di natura, una libertà piena che ristabilisca, nello stato di diritto “l’uguaglianza

naturale fra gli uomini”.

il disegno democratico di Rousseau concepisce un governo con pieni poteri, ma

all’interno di un contesto di norme che salvaguardino i cittadini, garantendo la

libertà individuale che consiste nel “non essere soggetti alla volontà altrui e non

sottomettere la volontà altrui alla nostra” (Rousseau 1764).

bisogna però chiederci se tutto questo valga effettivamente per tutti gli individui o

escluda la popolazione femminile.

Naturalmente la risposta è negativa.

Se all’interno della “grande famiglia”che è lo Stato sussiste secondo Rousseau un’

“eguaglianza naturale”(che esclude comunque un ruolo paritario della donna), nella

“piccola famiglia” composta da genitori e figli, il filosofo precisa l’esistenza di una

“autorità paterna” superiore a quella materna.

La giustificazione di tale argomentazione è di tipo fisiologico. Con riferimento al

ciclo mestruale , sostiene che esso le causi sempre “un’interruzione dell’attività” e

ritiene questa una “ragione sufficiente” per escluderla dal primato del governo della

famiglia.

E’ evidentemente edifici pensare che Rousseau contemplasse un ruolo attivo della

donna nella dimensione pubblica.

Rousseau arriva a scrivere che il regno della donna è l’amore e a rimpiangere gli

antichi che “rispettavano le donne “ tenendole lontane dalle questioni sociali”.

Critica le donne che presiedono i salotti e che fanno parlare di sé ed è favorevole ai

“circoli maschili” in cui gli uomini non “debbano abbassare le loro idee al livello delle

donne”:

Ben vengano i circoli femminile dove le donne possano essere libere di

spettegolare.

Rousseau tira in ballo la natura per dire che “essa conferisce gusti diversi ai due

sessi perché vivano separati, ciascuno a proprio modo”.

Rousseau ha dedicato un’intera opera all’educazione , l’Emilio o dell’educazione, in

cui afferma che la prima educazione appartiene alle donne e per questo vanno

biasimati quei figli che dovessero mancare di rispetto alle proprie madri.

A questo iniziale riconoscimento della funzione materna, seguono una serie di

considerazioni volte a mettere in evidenza l’inferiorità femminile e la necessità che

riceva un’educazione adatta al contesto chiuso della casa e della famiglia.

Per Rousseau la donna, per tutto ciò che non attiene al sesso, è uomo ma questa

affermazione comporta delle implicazioni. L’uomo, infatti, è “attivo e forte”, la donna

“passiva e debole”(la donna è fatta per piacere e per essere soggiogata).

A conseguenza di questo è necessario che non ricevano la stessa educazione.

Donne e uomini sono fatti per stare insieme ma sono questi ultimi, secondo

Rousseau, ad essere maggiormente in grado di sopravvivere senza l’altro, essendo

dipendenti dalle donne solo per i desideri ma non peer i bisogni (al contrario delle

donne).

In conseguenza di tutto ciò l’educazione femminile deve essere in relazione alle

esigenze dell’uomo.I loro compiti: piacere loro, essergli utili, farsi amare, crescerli,

curarli, consigliarli…..

In fin dei conti si tratta di indottrinare la donna, di renderla idonea ad una certa idea

di società, domando la sua indole che viene considerata irrazionale , ribelle,

inadatta ad una società che le vede sottomesse agli uomini o al loro giudizio.

Esposto il pensiero di Rousseau, appare privo di fondamento, la conclusione a cui

è arrivato Nietzsche, secondo il quale la Rivoluzione francese e in particolare modo

Rousseau avevano “tolto le catene alle donne”.

-Il filosofo francese chiama Sofia la donna-

Le uniche conquiste a cui poteva aspirare Sofia potevano essere ottenute se essa

avesse capito la propria natura e avesse risvolto la propria esistenza e lo

svolgimento del proprio ruolo sociale all’interno della famiglia e del focolare

domestico.

Desta un certo stupore la constatazione che è proprio Rousseau pensatore

rivoluzionario a far nascere, o almeno a dare forma, a quella che , nella metà del

‘900, la psicologa americana Friedan avrebbe chiamato “mistica femminile “.

Si tratta di una sorta di pensiero unico dominante volto a convincere uomini e

donne che “il più alto valore e l’unica occupazione per la donna sta nella

realizzazione della sua femminilità”.

Secondo la “mistica femminile” esse non dovrebbero invidiare gli uomini o cercare

di essere come loro ma accettare la “propria natura”, che si realizza pienamente

solo nella “passività sessuale” e nell’ “amore materno”. La donna si deve

convincere che i suoi figli subirebbero una privazione tragica se essa non fosse li

accanto a loro ogni minuto. Attribuendo alla donna un ruolo così specifico e al

tempo stesso glorificando tale ruolo, non le si permette di partecipare alle faccende

del mondo in qualità di individui.

L’IRONIA FEMMINILE CONTRO L’ARMONIA DELLA SOCIETA’

Fatta eccezione per la questione femminile, il Settecento è stato il momento in cui

pensatori e uomini politici hanno tentato di scardinare l’antico regime fondato su

antiche tradizioni e nobiltà di natali.L’obiettivo è quello di permettere la

realizzazione dei propri scopi a prescindere dalla condizione di nascita.

il Settecento ha visto la caccia alle streghe ma anche l’abolizione di tortura e

schiavitù .

La spinta a questi cambiamenti veniva da uomini nuovi che, sotto la spinta della

filosofia illuminista volevano far valere i propri meriti sostituendoli al privilegio di

nascita. Funzionale a ciò appare il mondo borghese e capitalistico.

E’ stato un secolo ricco di conquiste ma non priva di contraddizioni.

Se torniamo per un momento alla caccia alle streghe, condannate a morte per

buona parte del secolo notiamo che le ”streghe” appartenevano naturalmente al

genere femminile ma anche a quello degli esclusi dai benefici del mercato, i poveri.

Erano quindi i soggetti più adatti su cui riversare frustrazioni, rabbia e colpe in un

momento in cui si stava aggravando e diffondendo la povertà.

Il capitalismo borghese che da una parte ha comportato l’emancipazione e

l’arricchimento di alcuni individui, dall’altra ha colpito la maggioranza della

popolazione ed in modo particolare le donne che sono diventate le vittime

designate.

Unica ancora di salvezza il matrimonio che la inquadrava in una occupazione,

quella della famiglia che insieme al lavoro fondava la base della nascente società

borghese e che le permetteva di evitare la condanna morale, l’emarginazione

sociale e, in molti casi, perfino la reclusione negli istituti adibiti ai “folli”.

Emerge quindi tutta la complessità di un epoca , quella a cavallo fra il XVIII e il XIX

sec. costellato di rivoluzioni fondamentali per l’identità dell’occidente ma anche di

contraddizioni all’interno delle quali il pregiudizio misogino e la conseguente

discriminazione politica e sociale nei confronti delle donne ha continuato a

manifestarsi appieno.

HEGEL, IL LIBERISMO E LA DONNA

Hegel, grande filosofo dell’epoca, rappresenta la conflittualità del suo tempo.

E’ stato il primo pensatore ad elaborare una critica sistematica delle contraddizioni

insite nel sistema capitalistico e borghese, rappresentando una base per l’opera di

Marx.

Hegel fa propria l’identità della Rivoluzione francese, sia sul piano concettuale

(illuminismo) che su quello politico (diritti universali dell’uomo).

Fin dai suoi scritti giovanili si staglia contro ogni forma di superstizione che

considera contraria ad ogni umana ragione.

Anche nelle opere più mature ribadisce che la lotta alla superstizione deve avvenire

per prima cosa attraverso la conoscenza e lo scetticismo.

Sul piano politico il debito di Hegel nei confronti della Rivoluzione francese appare

ancora più evidente nonostante il pensiero di chi vuole ascrivere alla sola tradizione

liberale la lotta per l’uguaglianza e per l’affermazione dei diritti universali dell’uomo.

(Betham liberale, commentando la Dichiarazione dei diritti del 1791, si stagliava

contro i “diritti naturali” definendoli un “non senso”. Arriva a dire che “l’ineguaglianza

è la condizione naturale dell’umanità” e la “subordinazione è lo stato naturale

dell’uomo”. Betham contesta quindi i diritti universali dell’uomo e l’idea di

uguaglianza. Burke, anch’esso liberale, si scagliò con l’idea stessa universale di

uomo sulla quale i rivoluzionari francesi basavano il riconoscimento di pari dignità e

diritti a tutti gli individui.)

Hegel, invece, fa propria una concezione di uomo che comporta il godimento di

diritti imprescrittibili da cui nessuno può essere escluso. Rende universale quella

libertà individuale che la tradizione liberale, fino a quel momento, aveva declinato in

maniera tale che fosse fruibile solo da un ristretto gruppo di individui. Emerge tutta

la modernità di una posizione (l’uomo ha valore così, perché è uomo, non perché è

ebreo, cattolico, protestante, tedesco, italiano ecc) che si fa erede delle conquiste e

dei diritti teorizzati e attuati dalla Rivoluzione francese. Se ci spostiamo però sulla

considerazione della donna anche Hegel sembra volerla escludere da quella idea

universale di uomo da lui teorizzata e, così facendo finisce con l’inserirsi all’interno

di una tradizione conservatrice da cui fino a quel punto si era tenuto ben distante.

Nell’ Enciclopedia sostiene che la differenza fra i sessi sia di ordine intellettuale ed

etico intendendo così porla in una posizione di subordinazione rispetto all’uomo

nella sfera etica, cioè pubblica.

L’uomo è il soggetto “potente” e “attivo”, mentre la donna è quello “passivo” e

“soggettivo” (ossia confinato alla dimensione privata).L’uomo realizza la sua vita

nello stato, nella scienza, nella dimensione pubblica, mentre la donna ha la sua

destinazione nella famiglia. Famiglia nella quale l’uomo riveste comunque una

funzione di “capo” e al cui interno l’educazione dei figli deve essere differenziata:

per i maschi un’educazione che li prepari ad essere “capi”, per le femmine future

“mogli”.

Per Hegel la donna è confinata ala sfera del sentimento e, anche per questo

inadatta, dannosa e pericolosa per la sfera pubblica. L’essere femminile,

concentrato nella sfera famigliare, rappresenta l’elemento limitante che mette

l’interesse ristretto della famiglia davanti a quello universale.

Hegel definisce la donna “eterna ironia della comunità”. il filosofo definiva l’ironia

come quel momento che rende vana ogni cosa concreta ed etica tanto che l’Io che

si arresta a questo stadio, è quello a cui tutto appare nullo e vano. Per deduzione

significa definire la donna nulla e vana, quindi dannosa per la comunità.

E’ curioso che Hegel, il primo pensatore a criticare in maniera organica il sistema

capitalistico, si trovasse perfettamente d’accordo sul tema delle donne con il suo

quasi contemporaneo Adam Smith considerato invece il padre del liberismo

economico.

Smith distingueva fra “umanità”e “generosità” e concludeva che quest’ultima è virtù

della donna mentre la prima appartiene all’uomo. La donna ha maggiore sensibilità

ed umanità risate al maschio ma utilizza queste doti nella sfera privata, famigliare.

Nel più ampio ambito sociale la donna è meno generosa e meno disposta a

impiegare i propri beni o della propria famiglia per il vantaggio della comunità.

La donna è quindi in possesso di virtù umane ed affettive spendibili solo all’interno

della cerchia ristretta (ed egoistica) della famiglia.

Ancora una volta emerge una natura che ci presenta la donna come un essere

irrimediabilmente anti-sociale.

TOCQUEVILLE E L’AMERICA

La relegazione della donna alla sfera domestica prosegue indisturbata anche

all’inizio del XIX sec.

Tocqueville, in una posizione intermedia fra quelle dei difensori dell’antico regime e

i pensatori illuministi, opera una critica su quelli che, secondo lui, ero stati gli

eccessi della Rivoluzione francese e si scagliava contro le forme radicali del

pensiero egualitario.

Convinto sostenitore della libertà individuale e della democrazia riserva comunque

alla donna una posizione di subordinazione.

Nelle sue opere la libertà viene definita una ”cosa santa” e, nonostante provenisse

da un ambiente aristocratico, teneva a precisare che la libertà si sarebbe realizzata

solo presso quei popoli che l’avessero declinata in maniera egualitaria, mentre

quelli che avessero deciso di fondarla sull’aristocrazia si sarebbero condannati al

fallimento.

Se però si analizzano i suoi testi con un occhio alle questioni di genere ecco che

emergono delle “problematiche”. Innanzi tutto la libertà viene definita la più feconda

delle virtù maschie e, in fondo, non ritiene che le donne debbano godere della

stessa libertà riservata al maschio, visto che esse, secondo quanto l‘autore

francese scriveva alla sorella, realizzano la propria esistenza nell’ambito ristretto

della famiglia.

L’autore aveva criticato ferocemente la regione induista e quella islamica riguardo

alle condizioni generali di inferiorità della donna.

Nel Corano emerge effettivamente una posizione della donna inferiore all’uomo

(minore eredità, pene più dure) anche se non mancano passi in cui è riconosciuto

alla donna il diritto di separarsi e risposarsi o in cui l’uomo viene ammonito di

trattarla con gentilezza (in caso non si ribelli!).

(Un quadro condannabile ma, nella sostanza, non così difforme da quello che

emerge nei testi sacri alla religione cristiana.)

Nelle considerazioni di Tocqueville lui sembra ignorare la storia recente del suo

paese, la Francia.

Ad esempio basti considerare il comportamento dei funzionari napoleonici francesi

durante la campagna in Egitto, a cavallo fra ‘700e ‘800.

Teniamo presente che la Francia aveva intrapreso questa operazione di conquista

delle terre islamiche in nome della “campagna di civilizzazione” che, fra le altre

cose, pretendeva di fondarsi e giustificarsi sull’abolizione della schiavitù e, in

generale, sul biasimo per il modo in cui i paesi mediorientali trattavano le donne.

Bene, alcuni funzionari e capi militari non si erano fatti remore nell’acquistare

schiave poco più che bambine (pare che lo avesse fatto anche lo stesso

Napoleone)

In uno schema Oriente/Occidente si può scorgere un destino di condanna da

entrambe le parti: l’oriente condanna le donne occidentali per i loro costumi ritenuti

licenziosi, l’occidente condannava il trattamento che esse subivano in nome del

Corano ma non si fa alcuno scrupolo nello schiavizzare e sfruttare sessualmente

quelle stesse donne che sostenevano di voler salvare.

Malgrado tutto questo Tocqueville non cedeva mai all’autocritica

Nella Democrazia in America egli esaltava la posizione della donna in Occidente

alternativa a quella delle altre civiltà da lui fermamente criticate, contestando però

coloro che in Europa, pretendevano di fare dell’uomo e della donna esseri uguali. Il

modello di riferimento diventa per lui quello Americano che considerava, le donne

“uguali ma differenti” applicando il principio della divisione del lavoro non

permettendo alle donne di occuparsi degli affari sociali né di quelli politici.

Tocqueville sottolineava come non vi fossero cittadine americane che dirigessero

gli affari esteriori della famiglia o che si occupassero d questioni politiche. In

America, sempre secondo Tocqueville, non erano arrivate le conseguenze dei

principi democratici a provocare “confusione delle autorità” all’interno delle famiglie.

Essi sapevano benissimo che, ogni associazione, per essere efficace, dovesse

avere un capo, e che nell’associazione famigliare il capo naturale era l’uomo. Le

donne americane venivano considerate sagge perché non si sottraevano a questa

autorità. Saggezza che veniva ripagata dagli uomini che mostravano un grande

rispetto per le proprie compagne e per la loro libertà (!).

Concludeva che gli americani avevano lasciato sussistere nella società “l’inferiorità

delle loro donne”, è vero che essa non usciva mai dalla sfera domestica ma è

altrettanto vero che in nessun posto la donna era stata tanto elevata nel mondo

intellettuale e morale a livello dell’uomo. Ne era convinto a tal punto che attribuiva

la prosperità e la forza letterale alla superiorità delle sue donne. Due sono i punti

del pensiero di Tocqueville che ci sembrano rilevanti per comprendere appieno il

momento storico. Il primo punto è la divisione del lavoro fra uomo e donna, il

secondo l’apparente accondiscendenza con cui le donne accettavano una

situazione sociale e famigliare che le vedeva asservite all’uomo.

In realtà proprio negli stessi anni Margaret Fuller pubblicava un testo destinato a

diventare il manifesto programmatico per le generazioni femminili di quel tempo.

Tempre in quel anni Elisabeth Cady Stanton e Lucretia Mott, biasimando quel

senso comune secondo cui “una donna non è nessuno, una moglie è tutto”

organizzarono a New York (1848) un convegno i cui interventi rappresentarono

una sorta di faro ideologico per tutte quelle donne che, negli anni a venire,

avrebbero preso parte ai più vari movimenti in difesa dei carcerati, dei malati, degli

schiavi neri e di tutele stesse donne. In testa alle rivendicazioni vi era naturalmente

il diritto al voto e la richiesta affinché le donne americane si vedessero riconosciuti

tutti quei diritti e privilegi che le dovevano appartenere in quanto cittadine

americane.

Questo percorso sarebbe culminato tra gli anni sessanta e settanta dell’ottocento

nella National Woman Suffrage Association che sotto la leadership della Stanton

era destinata a svolgere un ruolo importante nell’ottenimento della parità dei diritti

politici delle donne.

IL CONTRADDITTORIO CAMPIONE DELLA CAUSA FEMMINILE:JOHN STUART

MILL

Per quanto riguarda la divisione del lavoro a cui accennava Tocqueville, nonché più

in generale la divisione fra servi e padroni, facciamo riferimento alle opere di John

Stuart Mill, in quanto autore di un famoso libro a favore della causa femminile e

contemporaneamente filosofo ed economista di spicco dell’epoca in cui il

capitalismo borghese si rivela dominante in tutto il mondo occidentale.

Siamo in un’epoca caratterizzata da un capitalismo imperante nel quale emerge

una lotta di classe che comprendeva lotta di classe, questione sessuale, conflitto

fra capitalisti e proletari e fra popoli colonizzatori e popoli conquistati e schiavizzati.

Mill descrive le donne come “schiavi domestici”, che impiegano la propria vita non

alla realizzazione della propria felicità ma di quella dell’altro sesso. il suo impegno

nei confronti della condizione femminile anche se emergeranno delle

contraddizioni in altri aspetti della lotta di classe.

Mill criticava “gli attuali rapporti fra i due sessi” che si andava comunque ad

intrecciare con altri elementi di conflitto sociale in un’epoca in cui appariva naturale

anche alle menti più evolute che l’umanità si dividesse in due classi: una più piccola

di padroni e l’altra più numerosa, di schiavi.

Fra queste menti il filosofo cita Aristotele. All’epoca del filosofo greco erano Traci e

Asiatici a possedere la natura di schiavi, nel periodo storico in cui viveva Mill erano

gli schiavi negli Stati Uniti e, naturalmente, le donne.

A chi riteneva naturale il dominio del più forte sul più debole, Mill replicava che si

trattava di una situazione usuale ma non “naturale”.

Mill, da bravo economista tirava poi in ballo la “vecchia regola” per cui la società ha

tutto da guadagnare lasciando liberi gli individui di seguire le proprie attitudini e i

propri scopi seguendo le leggi della “libertà” e della “competizione”

Nel caso specifico del genere femminile suggerisce di affidarsi al “libero gioco della

concorrenza” senza proibirle nulla per legge o per costrizione sociale.

Mill quindi va al cuore del problema mettendo in discussione direttamente il

paradigma naturalistico. Non si è tirato indietro dal rimarcare quelle che, secondo

lui, sono le differenze sostanziali tra uomo e donna.

Mill sosteneva che pensieri femminili e maschili finissero per completarsi a vicenda.

Sbagliato anche prendersela con la “maggiore suscettibilità nervosa delle donne “

che la renderebbero inadatte ad occupazioni più impegnative, per Mill il problema

risiede nell’educazione e nella formazione che è stata loro impartita. Stesso

discorso per la presunta minore propensione femminile ad interessarsi alle

questioni pubbliche.

Per risolvere la situazione di disparità fra uomo e donna si trattava di stabilire le

giuste proporzioni sia nella sfera domestica quanto in quella sociale.

In ambito domestico é necessario tendere alla parità dei poteri e di capacità.

Nella sfera pubblica è necessario garantire alle donne il diritto di voto che le

permetta di liberarsi dall’anacronistica condizione di “schiavi domestici dei mariti,

dei padri, dei fratelli”.

Per Mill non è opportuno separare il tema dei diritti individuali dalla questione

sessuale, razziale o sociale in genere.

Emergono però elementi di contraddizione all’interno del suo pensiero.

Nel testo Sulla libertà il filosofo precisa che tutto il suo ragionamento volto ad

affermare i pieni poteri individuali di libertà ed autonomia, vale solo per queili

“esseri umani nel pieno delle loro facoltà”

In questa categoria lui farà ricadere coloro che necessitano della tutela di qualcun

altro.

A chi si riferisce? A quelle società arretrate in cui la razza stessa può essere

considerata come minorenne e quindi, in vista del suo progresso, necessiti di

essere governata.

Si apprende quindi con un certo stupore che la libertà non vale per tutte le persone.

A tal proposito un autrice di riferimento della galassia femminile come Simone de

Beauvoir che descrive con estrema lucidità la condizione della donna in un mondo

pensato, strutturato e governato dagli uomini, ci ricorda che la donna veniva

raffigurata come un’eterna bambina che necessita del potere tutelare dell’uomo.

(stessa cosa toccava agli operai, agli schiavi neri e agli indigeni colonizzati).

Per quel che riguarda il diritto di voto le battaglie condotte da Mill per riconoscere il

diritto di voto alle donne sono note a tutti ma bisogna registrare l’esistenza di

clausole di esclusione piuttosto severe.

Cominciamo con indicare quelli che, secondo lui, erano i due pericoli principali di

una democrazia elettiva: basso grado di intelligenza dell’opinione pubblica che

dovrebbe votare il corpo rappresentativo e il pericolo di una legislazione di classe

imposta da una maggioranza numerica che sia espressione di una sola classe

sociale. (Mill temeva, in un epoca in cui si andavano formando le classi lavoratrici,

che l’estensione del diritto di voto anche ai ceti meglio ambienti avrebbe portato

con se l’inevitabile conseguenza di un governo espressione proprio di quei ceti. ES:

socialisti )

Riportiamo ora alcune clausole di esclusione considerate da Mill:

- saper leggere e scrivere e far di conto ( prima l’insegnamento aperto a tutti poi il

suffragio universale )

- il pagare le tasse

- chi non si mantiene con il proprio lavoro.

Anche nel caso in cui tutti gli individui si trovassero nella possibilità di votare il

filosofo pensava a persone dotate di superiore qualità mentale e intellettuale

andasse concessa una voce in capitolo maggiore quindi un voto “plurale”, per cui il

consenso espresso dai cittadini migliori dovrebbe avere un valore maggiore rispetto

a quello degli individui ritenuti normali o inferiori. Precisava però che la ricchezza

non potesse rappresentare il metro con cui selezionare questi cittadini migliori

arrivando a concludere che l’occupazione svolta potesse costituire un valido test

( datore di lavoro più intelligente del lavoratore, poiché lavorare con la testa e non

solo con le mani ).

Superfluo precisare che, in un epoca senza scuola pubblica, e in cui la

maggioranza delle persone era costretta a lavori umili, queste distinzioni proposte

da Mill favorivano la permanenza dello status quo ( le classi deboli venivano

escluse da libertà e diritti.

Nonostante Mill sia considerato un campione della causa femminile da queste

contraddizioni non è esclusa neppure la donna anche se i suoi meriti sono

comunque indiscutibili.

Prima di tutto non menzionava a riguardo della completa uguaglianza fra i sessi la

sfera economica.

Il pensiero di Mill rappresenta senza dubbio un impegno sincero nei confronti

dell’emancipazione della donna ma la sua visione appare ancora ristretta.

MARX, ENGELS, PROUDHON: IL SOCIALISMO DI FRONTE ALLA DONNA

Siamo negli anni in cui si affermava fortemente il contrasto tra liberismo che

teorizzava la libertà e i diritti degli individui, e un socialismo che promuoveva

universalizzazione di quegli stessi diritti a tutte le categorie umane e sociali. Anni di

conflitti sociali che non riguardavano solo le donne ma anche le altre categorie

umane più deboli come, ad esempio, i proletari.

Nel caso delle donne, esse si potevano trovare nello stesso momento ad occupare

una posizione privilegiata e dominatrice rispetto all’eventuale servitù domestica ed

una subordinata rispetto agli uomini del suo paese e della sua stessa classe

sociale.

Marx ed Engels avevano compreso che non è possibile nessuna libertà sociale e

morale per l’individuo che non possieda una propria libertà economica

Marx, prima ancora di Mill, nel Manifesto, aveva denunciato la condizione di

asservimento delle donne all’Interno della famiglia borghese, in cui la donna era

trattata come un “semplice strumento di produzione”

Engels circa 40 anni dopo si sarebbe spunto ancora più in là, dedicando un’opera

specifica alla connessione stretta che lega l’economia, la politica e il rapporto fra i

sessi.

Per Engels, il rapporto sessuale monogamico e la stessa istituzione del matrimonio

non sono altro che un prodotto del sistema capitalistico. Il predominio riconosciuto

all’uomo non è altro che la conseguenza del suo predominio economico e cadrà da

se con la scomparsa di questo.

L’essere socialista non è di per se garanzia di una visione ampia.

Prendiamo il caso di Proudhon, socialista a cui va riconosciuto il merito di essere

fra i primi a denunciare le contraddizioni dell’economia capitalista e le forme di

ingiustizia sociale a esse connesse. In tema di condizione della donna la sua

visione e invece moralistica e bigotta tanto da definire i primi tentativi di

emancipazione “pornocrazia”

Il francese partiva dalla constatazione dell’inferiorità fisica, intellettuale e morale

della donna per arrivare a negarle ogni ruolo e possibilità nella sfera pubblica,

condannata a essere uno “strumento di riproduzione”

UNA STORIA COMPLESSA, CON IL MEDESIMO ESITO:

HILL GREEN-NIETZSCHE, COMUNISMO-NAZISMO

Alle affermazione di Proudhon, obiettivamente sorprendenti in un autore anarchico

e socialista, si contrapponevano quelle di tutt’altro tenore del liberale inglese

Thomas Hill Green.

Hill Green parlava di un diritto di famiglia che stabilisse la monogamia, abolisse la

patria podestà e soprattutto garantisse l’ emancipazione delle donne. Matrimonio e

famiglia non dovevano prevedere differenza fra uomini e donne: l’ “infedeltà”

coniugale doveva rappresentare una violazione del diritto del coniuge sia per il

marito che per la moglie.

Hill Green fa propria l’idea universale di uomo elaborata da Hegel, ma

comprendendo anche l’essere femminile.

L’idea di fondo era che lo Stato fosse in grado di garantire a tutti i cittadini, uomini e

donne, la possibilità di beneficiare delle medesime possibilità. Sosteneva che lo

sviluppo armonioso della società non potesse avvenire se accompagnato dalla

“schiavitù della moltitudine”.

Il XIX secolo cominciato idealmente con il misogino Hegel, si chiude quindi con la

contrapposizione fra Hill Green, che promuoveva l’emancipazione delle donne e il

già citato Nietzsche.Quest’ultimo, concentrato di pregiudizio misogino fu l’ultimo tra

i grandi filosofi a scagliarsi in maniera feroce e palese contro la donna e attaccò

tutti coloro che si battevano a fianco dei movimenti femministi che nascevano in

quegli anni.

L’inizio del ‘900 porto con se delle conferme drammatiche alla confusione

ideologica che riguardava la questione femminile.

Nel 1917 in Russia sarebbe scoppiata la Rivoluzione d’Ottobre in nome di Marx ed

Engels.

Le donne contribuirono in maniera attiva combattendo nell’Armata Rossa, eppure

trionfarono le idee di Proudhon, non quelle di Marx ed Engels.

L’Unione delle Repubbliche Sovietiche riconobbe subito il diritto di voto alle donne

ed operò verso la parificazione della condizione sessuale ma per una serie di

ragioni esperimento sovietico fallì miseramente. Il paese era isolato nel contesto

internazionale, gravato da una guerra civile spesso alimentata dalle potenze

occidentali che temevano l’ideale comunista,in una condizione economica difficile

ed il marxismo non riesci a dare il giusto peso alla questione sessuale producendo

fin dagli anni 30 una società patriarcale molto simile a quella dei paesi liberali. In

sostanza era presente una propaganda della famiglia tradizionale indistinguibile da

quello delle altre nazioni occidentali, inclusa la Germania nazista.

Il nazismo non dovette neanche scomodarsi a smentire i propri pensatori di

riferimento come invece accaduto per il marxismo.

Fin dall’inizio il regime hitleriano vide nella “rivoluzione sessuale” e nel

“femminismo” (oltre che nell’omosessualità e nei comportamenti ritenuti immorali in

genere) la causa del “declino demografico” della Germania. Hitler era deciso a

combattere tale fenomeno attraverso l’eliminazione dell’ “immoralità” e la

restaurazione di un ordine morale fondato sul “patriarcato” e sulla famiglia

tradizionale.

Nell’ambito di questo programma, è evidente che la questione femminile ricopriva

un ruolo centrale, di cui il III Reich intendeva occuparsi con la massima serietà.

Vennero così smantellate quasi completamente le notevoli conquiste che il

femminismo tedesco aveva fino ad allora conseguito, vennero varati una serie di

decreti allo scopo di limitare il ruolo della donna alla “maternità” e alla

“famiglia” (limitazione del numero delle donne fra gli studenti universitari,

esclusione dalle cariche sociali e lavorative più elevate, norme contro le “famiglie a

doppio reddito”)

L’importanza della questione femminile per il regime hitleriano venne confermata

dall’immancabile relazione con la questione degli ebrei cui venne imputata

l’invenzione del femminismo stesso (bisogna quindi agire contro gli ebrei per

riconquistare la donna come badante e serva).

Nel suo libro Mein Kampf, lo stesso Hitler aveva scritto che il “piccolo mondo” della

donna (in casa) doveva essere rigorosamente separato dal “grande mondo”

dell’uomo (in società) poiché l’uomo sorgere la nazione e la donna la famiglia come

stabilito da quella “natura” che ha deciso di conferire al maschio una “ragione “

stabile e dominante.

In nazismo ha rappresentato il punto di maggior radicalizzazione e del pregiudizio

misogino e della sua traduzione in concreto.

Il punto interessante è però un altro. Analizzando obiettivamente i fatti bisogna

prendere atto che tante donne sono state vittime del nazismo ma ci sono anche

state quelle che, per convenienza, convenzione o per non scontentare gli uomini

hanno ferito un contributo fattivo e consensuale al regime stesso.

Prendere atto di questo ci permette di non generalizzare e banalizzare la presunta

natura delle donne (sia in senso negativo che positivo) tenendo conto che si sta

parlando prima di tutto di individui e non di generica natura o essenza femminile

L’INVOLUZIONE DELLA SPECIE: BIOLOGIA, PSICOLOGIA ED ECONOMIA

E’ illusione ritenere il nazifascismo un episodio funesto ma scollegato dai valori

fondamentali dell’Occidente, quasi che il periodo precedente fosse stato all’insegna

del rispetto della persona, uomo o donna che fosse.

In realtà su Hitler aveva esercitato un grande fascino il modello della purezza

bianca e ariana rappresentato dallo stato razziale in vigore negli Stati Uniti e l’idea

imperialista realizzata con successo dall’Inghilterra.

Lo stesso antisemitismo era stato ripreso sistematicamente dai nazisti leggendo gli

scritti del magnate americano Henry Ford.

Il nazismo rappresentò, per quel che riguarda la mortificazione teorica e pratica

della donna, il momento peggiore ma sempre all’interno di una tradizione secolare

che aveva visto la donna condannata ad una posizione di servilismo e

discriminazione.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, la condizione di discriminazione e

sottomissione patita dalle donne occidentali è continuata senza che vi fossero più

teorizzazioni esplicite ed estreme rispetto alla sua inferiorità ma al clima culturale

contribuirono anche autori che attengono alle principali scienza contemporanea

come la biologia, la psicologia e l’economia.

L’EVOLUZIONE DEI MASCHI: DARWIN, LE BON, LOMBROSO

Darwin fu il più importante studioso dell’evoluzione delle specie e quindi anche di

quella umana. Nelle sue opere oltre ad indicare dati piuttosto oggettivi (l’uomo è più

alto, l’uomo è più pesante), fa derivare da questi, deduzioni di ordine morale:

maggior coraggio, maggior combattività, maggior energia, maggior genio inventivo.

Darwin non rinuncia ad uno degli argomenti preferiti della retorica misogina,

affermando come nelle varie discipline si può trovare un numero notevolmente

maggiore di uomini che hanno brillato rispetto alle donne e che questo rivelerebbe

una maggiore potenza mentale.

Se dalle scienze passiamo alla psicologia le opinioni sul genere femminile

rimangono pressoché invariate.

Gustave Le Bon, psicologia francese contemporaneo di Darwin era letto con

particolare simpatia sia da Hitler che da Mussolini. Questo inseriva le donne

(insieme ai bambini, ai selvaggi, ai primitivi e alle folle) costretti per conformazione

a fidarsi completamente solo delle loro primo impressioni. Irrazionale e

manipolabile alla stessa stregua delle folle equiparandole ad esse. In Psicologia

delle folle (letta non a caso con interesse da Hitler e Mussolini) la folla è femmina

perché inferiore all’uomo isolato, facilmente impressionabile e manipolabile. Gli

oratori che sanno impressionarle fanno sempre appello al sentimento e mai al

raziocinio, perché le leggi della logica razionale non hanno alcuna presa sulle folle.

Siamo quindi a cavallo fra ‘800 e ‘900 e tanto le scienze naturali quanto quelle

umane convergevano nella certificazione dell’inferiorità femminile.

Secoli di storia sembravano essere passati inutilmente se Aristotele le qualificava

come “maschio menomato”, e il famoso e famigerato Cesare Lombroso (fine ‘800)

decretava che, nella mente e nel corpo, la donna è un uomo arrestato nel suo

sviluppo. Lombroso sosteneva che l’essere femminile sia uguale o addirittura

superiore all’uomo solo fino alla pubertà e che poi sia destinato a rimanere

“indietro”.

E’ Lombroso stesso a richiamarsi esplicitamente ad Aristotele e lo fa attraverso un

certo percorso. Secondo lo scienziato la donna, nel complesso, è più infantile

dell’uomo, la sua sensibilità più “grezza e inferiore” così come la sua vitalità erotica.

Il suo istinto sessuale è solamente strumentale all’istinto materno e al bisogno di

protezione e da ciò ne deduceva il “livello inferiore” dell’amore femminile e di

conseguenza del suo “senso morale”.

Tutti questi elementi non fanno che certificare l’inferiorità della donna ed essa è

confermata dallo scarso numero di donne che hanno eccelsa nelle varie arti e nei

mestieri (inferiorità che non può, per lui essere giustificata dalle “condizioni sociali”,

o con l’argomento dell’ignoranza in cui essa è tenuta).

Anche nel caso di Lombroso darebbe la natura ad aver determinato l’inferiorità

della donna esistendo sostanzialmente un antagonismo fra le funzioni di

riproduzione e le intellettuali

L’INDIVIDUO CASTRATO: FREUD E LA PSICOANALISI

Sigmund Freud, padre della psicoanalisi, per più di una generazione venne

considerato il nemico numero uno del pensiero femminista anche se in realtà può

essere considerato uno dei più acuti dinesori della donna dai pregiudizi misogini.

Detto questo dalle sue opere emergono degli elementi oggettivamente maschilisti

fondati su argomentazioni anatomiche e maschiliste.

Quando Freud si interrogava sul luogo comune che attribuiva alla donna

un’intelligenza inferiore ne parlava in termini di “fatto controverso” o “dubbio”

innescando elementi polemici e contestabili.

Una delle scoperte principali della teoria psicoanalisiica sta nella cruciali dei crimini

mesi e anni di vita e, secondo Freud, tutto lo sviluppo della bambina si compie sotto

il segno “dell’invidia del pene”, per cui ella fin dall’inizio tenta di uguagliare il

maschio per “colmare” questo suo difetto fisico originario, accumulando però una

serie di nevrosi. La collera per la consapevolezza di questa inferiorità le farà

superare il grande amore iniziale che essa nutre per la madre e a rivolgere il

proprio amore incondizionato nei confronti del padre.

Inizialmente vorrebbe disporre del pene del padre, ma nel corso dell’evoluzione

questo suo rapporto si trasforma nel desiderio di ottenere da lui un figlio (equivale

alla fase edipica maschile). La donna superando questa fase tenderà comunque a

scegliere come marito un uomo che presenta le “caratteristiche paterne” e per

questa ragione, sarà disposta a riconoscerne l’autorità.

Da questa “originaria inferiorità sessuale”, deriva quel “narcisismo” che la qualifica

come un essere in cui a dominare è il desiderio di essere amata, assai più del

bisogno di amare.

Da queste ed altre caratteristiche dell’essere femminile Freud deduceva tutta una

serie di questioni, sul piano morale e sociale, che poco o nulla differiscono dalla

lunga tradizione del pensiero misogino (nulla è cambiato, qualunque sia il punto di

“partenza”, l’ “arrivo” è il medesimo )

Freud parlava anche di uno “scarso senso di giustizia” presente nella donna e

derivante dal prevalere dell’ “invidia” (del pene e della superiorità maschile in

genere), di “interessi sociali più deboli” e di ridotta capacità di sublimare le passioni

(pulsionalità incontrollata e quindi irrazionalità di fondo).

Queste considerazioni del padre della psicoanalisi avrebbero suscitato forti reazioni

in particolare modo nella psicanalista femminista Luce Irigaray criticando l’impianto

stesso della visione freudiana, in cui la sessualità femminile è pensata come “una

sessualità maschile di ordine inferiore”. Secondo lei questo avrebbe condotto a

ritenere l’inferiorità sociale della donna come una conseguenza della sua inferiorità

sessuale.

Freud teorizzava inoltre un’ostilità di fondo che le donne coltivavano nei confronti

della società, nella quale si trovavano a disagio in un ambiente nel quale gli uomini

impiegavano molto del loro tempo e della loro cura (sottraendolo alle donne e al

loro bisogno di essere amate e coperte di attenzioni).

Jung, allievo ribelle di Freud, non arriverà a considerazioni molto difformi.

Da un’intervistata del 1955, l’ottantenne Jung condensa buona parte dei pregiudizi

misogini visti finora: alla donna spetta il ruolo di occuparsi del “nido”, “le donne che

parlano molto pensano poco”, le donne al contrario degli uomini tendono alla

monogamia, “una donna è al massimo della sua forma soltanto quando ama un

uomo”

DIRITTI UNIVERSALI DEL MASCHIO: L’INDIVIDUALISMO PER SOLI UOMINI DI

MISES E HAYEK

L’assunto che vuole la donna fisiologicamente, e quindi socialmente, inferiore e

subordinata all’uomo si afferma ben oltre l’inizio del XX secolo, anche in aree molto

diverse da quelle della biologia o della psicologia.

E’ il caso degli economisti liberali.

Si tratta di autori considerati mostri sacri e di una teoria, quella politico-economica

che, caduta in disgrazia con la grande crisi economica del 1929, a partire dagli anni

’70 è tornata prepotentemente dominante fino a permeare questa nostra epoca

caratterizzata dalla globalizzazione.

Questa teoria pone al centro la libertà economica degli individui, la libera

concorrenza in un mercato che deve essere lasciato libero di funzionare senza che

politica e Stato ne intralcino lo sviluppo.

Fra i capostipiti del liberismo economico del novecento troviamo Ludvig von Mises

che nel’ 27 scrive una sorta di manifesto ideologico (Liberism) in cui , fra le altre

cose, polemizzava con il comunismo e socialismo.

Polemica che, purtroppo non si estendeva al fascismo ma anzi (pur con le critiche

del caso) gli attribuiva anche dei meriti ( il contenimento delle insurrezioni operaie e

del comunismo tutto).

Mises contestava fortemente l’ideale moderno di democrazia soprattutto quando

questo veniva preso a pretesto dai governi per attuare delle politiche ispirate alla

giustizia sociale e all’ “uguaglianza”.

Per Mises democrazia non significava affatto che tutti dovessero collaborare in

maniera uguale alla legislazione e all’amministrazione perché “la natura ha dotato

in maniera differente gli uomini”.

Da questi presupposti derivano direttamente le considerazioni di Mises intorno alla

donna e al suo ruolo nella società con alcuni aspetti anche “comici”

Secondo Mises con l’”idea del contratto” che è stata introdotta nel “diritto

matrimoniale” si è superato il dominio del maschio e la moglie è stata innalzata al

ruolo di “partner con uguali diritti”.

A ben vedere, e qui arriva la parte comica, esistono ancora delle piccole differenze

di “poca importanza “ : la moglie deve seguire il marito, ha diritti politici limitati, non

può votare ne assumere cariche pubbliche.

Per Mises si tratta però di “questioni insignificanti” che non va spiegata con la

volontà di limitarne legalmente i diritti ma piuttosto per le “peculiarità della loro

appartenenza sessuale”.

Ancora una volta torna il discorso sulla “natura delle donne”. Mises conclude infatti

dicendo che abolendo il matrimonio non si renderebbe la donna più felice ma la

priverebbe del contenuto essenziale della sua esistenza.

Naturalmente siamo su una linea diametralmente opposta rispetto al femminismo e

che, ancora una volta, trova il sistema di giustificare le discriminazioni che

vengono imposte alle donne anche nei paesi liberali con l’argomentazione

paradossale di venire incontro alle loro esigenze biologiche ed esistenziali.

Prendiamo ora in esame Friedrich von Hayek, continuatore dell’opera di Mises,

premio Nobel nel ’74, ideologo ufficiale dei governi Thatcher e Reagan e soprattutto

punto di riferimento per molti autori sociali e politici attivi ancora oggi.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienza della formazione primaria (laurea a ciclo unico - 4 anni)
SSD:
Università: Carlo Bo - Uniurb
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Thomas Shape di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Tecnologie didattiche e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Carlo Bo - Uniurb o del prof Ercolani Paolo.

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