Il sistema Pixar
Introduzione
I Pixar Animation Studios sono molto più di una semplice società di produzione di cinema d'animazione computerizzato: nel giro di pochi anni si sono conquistati lo statuto di un vero e proprio marchio, un sistema integrato capace di fornire ad ognuno dei film un'impronta specifica che lo rendono un'opera unica e, al tempo stesso, un prodotto standardizzato con parametri industriali. La Pixar corrisponde ad un brand capace di sintetizzare, un solido e corposo immaginario.
Il sistema Pixar è dunque uno degli orizzonti maggiormente indicativi delle anime e degli umori che contraddistinguono la cultura americana contemporanea, considerando che la sua natura è come un microcosmo costituito dai miti e dalle tecniche della vita moderna adulta. Profondamente eterogenea è innanzitutto la visione del mondo che sostiene e alimenta il sistema Pixar e che a sua volta si radica in una filosofia politica ed economica straordinariamente ambivalente nella quale è proprio la suddetta tecnologia a rivestire un ruolo centrale.
Questa ricopre la nevralgica funzione di ponte verso il futuro e il passato contemporaneamente, costituendosi quale sentiero che conduce verso una nuova forma di società tornando simultaneamente a valorizzare l'America primigenia dei padri fondatori. Da un lato c'è dunque il portato delle sfide sociali e politiche rivolte alla rilevanza dell'identità nazionale americana a partire perlomeno dagli anni '60, dall'altro l'accelerazione dello sviluppo tecnologico e quindi della globalizzazione economica che negli anni '90 incoraggia rapidamente la nascita di nuove corporation transnazionali.
Proprio per questo la compagnia californiana si sente così chiamata alla missione di elaborare un sistema culturale composito ed ecumenico in cui vecchio e nuovo, locale e globale, nazionale e post-nazionale trovino un'idea le sintesi. Per fornire una risposta a quell’ansia generalizzata e consentire agli USA di rinsaldare il primato di burattinai del sistema mondiale delle immagini; l'idea è pertanto quella di riconfigurare sul piano dell'immaginario di massa un nuovo senso dell'identità nazionale americana che sfrutti proprio il potere della globalizzazione per puntare su un'audience diversificata non solo in termini generazionali, ma anche etnici e culturali.
Una storia americana
1. Nuovi miti, antiche identità
Le vicende raccontate nei film della Pixar sono il riflesso, l'emanazione, la continuazione di una storia che è prima di tutto quella dello studio di animazione da cui nascono: una realtà produttiva diventata in pochi anni qualcosa che va oltre il semplice studio hollywoodiano per assumere le fattezze di un vero e proprio sistema culturale fondato su un calibratissimo intreccio tra dinamiche di diversa matrice.
Lo studio californiano si creò dall’unione di un figlio di Disneyland, John Lasseter, di un apostolo della “californian ideology”, Steve Jobs, di un hippy della West Coast, Alvy Ray Smith e di un mormone cresciuto a Salt Lake City, Edwin Catmull. In queste quattro figure si incarnano motivi ideologici e culturali, stili di vita, visioni del mondo che connotano un momento storico di grandi trasformazioni per gli Stati Uniti.
Da una parte negli anni '50 c'è la rivoluzione tecnologica e dall'altra vi sono rivolgimenti sociali che determinano una sfida all’identità nazionale americana tradizionale promuovendo nuove identità, extra nazionali, sub nazionali e transnazionali. Gli anni in cui nascono o cominciano a formarsi i protagonisti di questa storia sono i mitici anni '50 che, in seguito alla grande depressione, alla seconda guerra mondiale e al conflitto di Corea, con l'inizio degli anni '60 coincidono per gli Stati Uniti con la quiete dopo la tempesta, ma soprattutto con l'inizio di una fase di grande prosperità economica ed industriale, pervasa da un'energia ottimistica e un diffuso entusiasmo per le nuove tecnologie.
La svolta corrisponde con quello che viene inizialmente percepito come un vero e proprio trauma, il lancio nello spazio del satellite sovietico Sputnik nel '57 che obbligò gli Stati Uniti a rispondere sullo stesso terreno secondo le logiche della guerra fredda, portando alla creazione nel '58 dell’ARPA, un'istituzione governativa incaricata dello sviluppo di nuove tecnologie per uso militare che saranno alla base della computer evolution. Senza la guerra, insomma, non ci sarebbe la Pixar e nemmeno tutta l'industria dell'intrattenimento americano che oggi combatte con nuove armi la disputa per il controllo dell'immaginario globale.
La mitologia del progresso tecnologico che va edificandosi in questi anni deriva da alcuni archetipi originari dell'immaginario degli Stati Uniti e si fonda su due principali componenti profondamente americani: da una parte l'idea che la ricerca scientifica sia soltanto un'altra modalità per perseguire il percorso di conquista di quel fondamento dello spirito americano costituito dalla frontiera, dall'altra la dialettica tra individuo e collettività, tra singolo e comunità. L’invenzione tecnologica e mediale risponde dunque all’ancestrale urgenza, tutta americana, di creare nuove dimensioni spaziali vergini.
Parallelamente, il tipo di creatività che va delineandosi in questi anni si fonda rigorosamente sull'individualismo comunitario costituendosi come una dimensione molto precisa, dotata e disciplinata scientificamente. Questo è il primo passo verso quell’ epocale mutamento di paradigma, culturale, economico e politico che coinciderà con l'avvento della globalizzazione del mercato, che avrà profonde ricadute sulla nozione di identità e porterà alcuni strenui difensori del credo americano a considerare gli scienziati e i tecnocrati dell'informazione tre principali responsabili dello snaturamento dello stesso immaginario degli USA.
Sarà proprio la Pixar che rappresenterà con le proprie storie una risposta a tali questioni, dando vita a una nuova narrazione americana in grado di rafforzare e reinterpretare in maniera inedita il mito e l'immaginario degli Stati Uniti.
2. Hippy e mormoni tra passato e futuro
Perché tutto questo possa realizzarsi è necessario che venga rifondata la materia di base su cui tale immaginario dovrà edificarsi e quindi trovare grazie alla tecnologia immagini diverse da quelle del cinema tradizionale, non più fondate cioè su una dipendenza diretta della realtà, bensì affidata esclusivamente alle potenzialità inventive dei computer. Inizierà così la corsa al silicio in cui si impegna in prima linea il pioniere Catmull, affiancato dalla metà degli anni '70 da Alvy Ray Smith.
Non ci sarà più la pellicola tradizionale, quindi creare immagini corrisponderà allo scrivere sulla sabbia: il silicio appunto dei cervelli elettronici che a sua volta evoca la sabbia della regione desertica dello Utah in cui si formano questi uomini. Umanizzare la tecnologia è lo scopo di chi all'epoca, come Smith e tutta la cultura hippie che lo rappresenta, intende trasformare i computer da simboli della razionalizzazione della vita sociale a immagine di pace capaci di alimentare la comunicazione tra gli individui e di supportarne la creatività.
Se spetta alla figura dell'ingegnere informatico interpretare il ruolo del novello pioniere significa che il vecchio cowboy deve allontanarsi dall'immaginario che si era creato. In questo quadro la Pixar saprà fare tesoro di questo retroterra, che nel caso di Catmull, assume una valenza di carattere persino religioso. E infatti è un mormone, una religione che usa ampiamente la tecnologia per indagare, certificare e fissare la genealogia: da più di mezzo secolo essi compiono ricognizioni di archivi civili ed ecclesiastici sparsi in tutto il mondo, spedendoli alla propria casa madre situata a Salt Lake City nello Utah.
In questo caso dunque la tecnologia diventa un formidabile strumento per salvaguardare quel medesimo genere umano, configurandosi anzi come l'unico mezzo realmente in grado di tramandare il sapere, la memoria, gli affetti. E Catmull sarà la personificazione di tutto ciò, ovvero quella parte sostanziale dell'identità culturale della Pixar in cui si travasa il contrasto violento fra astrazione e vitalità primordiale proprio di un paese primitivo come gli Stati Uniti, privo di un vero passato e per questo ossessionato dal tema dell'origine.
Quest'uomo quindi rappresenta la felice quanto produttiva convivenza tra passato e futuro visto che nei suoi intenti l'applicazione dell'informatica è finalizzata alla rifondazione di un immaginario saldamente legato allo storytelling e ai valori tradizionali americani. La nuova immagine informatica non deve essere intesa come puro calcolo autoreferenziale, bensì come calco della realtà, quella vera, concreta ed autentica. Sembra essere proprio questo lo spirito da cui nasce uno degli esperimenti che hanno reso celebre Catmull quale pioniere dell'animazione in computer grafica: il riferimento va ad una breve clip intitolata “A computer animated hand”, una delle prime forme di computer Animation tridimensionale realizzata nel '72.
È semplicemente una mano fatta di pixel che agisce sullo schermo, aprendosi e chiudendosi, muovendosi fluidamente. Le metodologie impiegate per la rappresentazione tridimensionale di questo costrutto fatto di algoritmi sono il cuore delle tecniche ancora oggi utilizzate nei videogame, nei visual effect per il cinema e naturalmente nel campo dell’animazione.
La nuova animazione resa possibile dal computer sarà pertanto da intendere nei termini di una rifondazione, sotto il segno del digitale, di tutto il settore dell'audiovisivo, di cui il cinema, anche quello del vero, finirà per rappresentare solo una delle tante componenti. Non stupisce così che già nel '76, questa piccola clip insieme ad un'altra del volto della moglie di Parke, collega di Catmull, verrà inglobata in un film dal vero come “Futureworld - 2000 anni nel futuro”, aprendo ufficialmente la strada la computer grafica nel cinema mainstream.
3. L’ideologia californiana
Se Catmull e Smith sono gli scienziati creativi, Steve Jobs è il capitalista che, continuando il viaggio con la Apple, continuerà a muoversi sulla ferma convinzione che la chiave per creare valore nel XXI secolo sia la combinazione di creatività e tecnologia. Infatti, l'intuizione che lo porta al successo con la Apple è anche il cuore di quella che viene considerata comunemente la filosofia della Pixar, il connubio tra umanesimo e scienza come ricetta capace di generare economie innovative, ma anche risposte convincenti alle domande che affliggono il presente circa la sopravvivenza della specie umana in un’era ipertecnologica.
L'altro aspetto che in qualche modo Jobs riesce a travasare nella cultura della Pixar è la fondamentale idea del sistema integrato tra hardware e software. La Pixar avrà la capacità di radicarsi perfettamente in questo solco costruendo un nuovo studio system nel quale il film diventerà il prodotto di una complessa e articolata rete di saperi, professionalità, tecnologie e applicativi strettamente interconnessi.
Jobs creste nel clima culturale della bay area di San Francisco, quella che negli anni '40 aveva accolto le prime sperimentazioni visivo-cinetiche di grandi autori europei. È qui che Jobs diventa l'incarnazione della fusione tra potere dei fiori e potere dei processori: questo connubio tra controcultura e tecnologia è una peculiarità tutta californiana di cui la Pixar saprà farsi efficace rappresentazione e veicolo.
Si tratta di un fenomeno chiamato “californian ideology”, un bizzarro miscuglio di elementi apparentemente agli antipodi. Questa nuova fede emerge infatti dall'innesto della cultura bohemienne di San Francisco nelle industrie hi-tech della Silicon Valley e combina in maniera promiscua lo spirito libertario degli hippy con lo zelo imprenditoriale degli yuppie: ne deriva una visione ottimistica del futuro.
Jobs può essere considerato una personificazione di questa teologia che sembra sostenere pienamente anche il progetto della Pixar quale luogo di confluenza tra teorie e pratiche di composita provenienza, dunque un sistema in grado di rispondere efficacemente alle richieste di un pubblico estremamente eterogeneo.
L'ideologia californiana è in effetti parte fondamentale dell'antidoto delle alleanze identitarie che cominciano a diffondersi nella società americana dopo i grandi rivolgimenti sociali e politici degli anni '60 e in seguito alla stessa rivoluzione tecnologica. La Pixar è profondamente californiana e certamente la figura di Jobs può essere considerata come il filo rosso che unisce due realtà per molti aspetti analoghi: le immagini disegnate dalla Pixar sono infatti un potente strumento attraverso il quale locale e globale si fondono all'incrocio tra orizzonte umanistico e scientifico per proiettare a livello planetario un marchio fondato sull’orgogliosa nozione di eccezionalità e capace di condensare una personalità e un preciso sapere tecnologico.
La Pixar sarà una delle tappe fondamentali per la costruzione di questo nuovo panorama industriale nel quale i sacri valori americani dell'individualismo e del comunitarismo ritrovano una sintesi ideale grazie al catalizzatore della tecnologia informatica. Steve Jobs, intriso di cultura hippy e neoliberista nello stesso tempo, è pertanto uno dei maggiori artefici della creazione di una nuova tradizione culturale che trova il suo manifesto politico nella menzionata ideologia californiana e un efficace slogan nel famoso “think different” coniato nel '97.
4. Un brand nel brand
A completare il quartetto dei padri fondatori della Pixar è John Lasseter, il quale, può essere considerato un leader a cavallo tra le tipologie umane e culturali incarnate dai suoi colleghi. Il suo è prima di tutto il profilo dell'artista del gruppo, ma anche quello di un capo che opta per un modello di guida partecipativo, proponendosi come grande comunicatore pronto ad esporsi in prima persona per conquistarsi la fiducia dell'ambiente.
Il suo nome è stato spesso accostato a quello di Walt Disney, poiché egli esprimeva l’autorship del suo studio offrendo di sé l'immagine pubblica di un patriarca benevolente e responsabile nei confronti della sua famiglia. A differenza del suo predecessore (Disney), egli però non è solo un manager dell'immaginario ma un vero e proprio artista che riesce a trovare nel nuovo contesto della rivoluzione informatica un ideale bilanciamento tra dimensione collettiva e individuale.
Egli diventa un frontman della propria azienda, cioè un personaggio pubblico in cui si incarna perfettamente una concezione del mondo e allo stesso tempo una precisa visione industriale. Di tutto questo la Pixar sarà pienamente consapevole nel corso degli anni, intuendo immediatamente che per commercializzare i propri prodotti dovrà impiegare la stessa metodologia utilizzata per il marketing dei film dal vero, sfruttando quindi l’aura autoriale di Lasseter quale sorta di brand nel brand, puntando in particolare sulla sua figura quale stereotipo di una certa americanità.
Come si evince ad esempio dal breve documentario “A day in the life of John Lasseter”, il suo fare informale, le immancabili camicie hawaiane e i giocattoli dei personaggi dei suoi film che lo circondano spesso, compongono un ritratto pubblico del regista che diventa presto un'icona della sua casa di produzione. Essendosi diplomato in animazione al California Institute of the Arts, creato dallo stesso Walt Disney nei primi anni '60, è qui che l'uomo compie le sue prime esperienze professionali tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli '80.
Quello che Lasseter ha intenzione di attuare è quello di sfruttare le nuove tecnologie per conferire una rinnovata dignità all'animazione, per assegnare cioè ad essa la consapevolezza di poter diventare uno dei filoni più importanti della nuova industria dell'intrattenimento. Nel DNA dell'uomo ci sono del resto almeno due dei grandi miti tradizionali dell'America del secolo scorso: l'animazione e le automobili. Questa coppia di miti americani, che convergeranno idealmente nel primo capitolo di Cars, contiene l'elemento fondamentale: l'idea di movimento, a sua volta componente basilare dell'American Way of life.
L'animazione, come quintessenza del cinema, è per eccellenza movimento di immagini cui il digitale conferisce nuova potenza e l'automobile è ovviamente sinonimo di movimento. Entrambi questi movimenti sono funzionali al mito della scoperta e della conquista. L'animazione da sempre stata uno straordinario strumento per sondare quelle terre incognite in cui il cinema dal vero spesso non ha avuto il coraggio di avventurarsi. Il ruolo fondamentale di Lasseter nella storia delle immagini in movimento è quindi quello di chi, saldando la ricerca di laboratorio con la creatività e la conoscenza profonda delle leggi della narrazione, partecipa da protagonista a quel processo di vera e propria rinascita del cinema.
Il regista americano intuisce infatti che con il computer può consentire di dare vita a immagini del tutto convincenti e credibili attraverso le quali si potranno raccontare storie profondamente innestate nello spirito del tempo e soprattutto capaci di essere attraenti per diverse fasce di età e in diversi paesi, diventando universali e mainstream. Egli vede nel computer uno straordinario strumento con cui poter realizzare più di quanto mai si sia immaginato.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame Cinema e tecnologia , prof. Uva Christian, libro consigliato Il sistema Pixar, Christian Uva
-
Riassunto esame Tecnologie multimediali per il cinema e la televisione, Prof. Morreale Domenico, libro consigliato …
-
Riassunto esame Tecnologie multimediali per il cinema e la televisione, Prof. Morreale Domenico, libro consigliato …
-
Riassunto esame Tecnologie multimediali per il cinema e la televisione, Prof. Morreale Domenico, libro consigliato …