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Prima lezione sul teatro

Il primo decennio del secolo scorso è stato innovativo, pieno di fermenti e di proposte rivoluzionarie, che hanno cambiato le prospettive critiche e la storia del teatro. Il teatro era in una fase espansiva, al centro di un universo culturale in movimento, di cui era parte attiva e propulsiva. Oggi il teatro è alle prese con la cultura del XX secolo. È diverso il contesto, oggi la creatività si spende in altri ambiti, il teatro vive una situazione di marginalità, nei meccanismi della produzione culturale. Questa nuova creatività sono le forme dell’immagine veloce, i videoclip, i “corti” autoprodotti e soprattutto il web. Quella attuale è la società dello spettacolo, allora come mai il teatro soffre di questa marginalizzazione?

Si devono valutare le modificazioni che le nuove tecnologie hanno indotto nei processi della percezione e nelle modalità di fruizione dei fenomeni culturali. È così che si vede come il teatro è del tutto alternativo e irriducibile a questa cultura dell’infinita riproducibilità. Il teatro è il luogo in cui la riproduzione è impossibile, «il teatro è il solo luogo al mondo dove un gesto fatto non si ricomincia due volte». Il teatro è il luogo in cui le cose accadono in presenza, in un incontro-confronto tra persone. In una società dove il valore primario è la velocità, il teatro è il luogo in cui il tempo è durata esistenziale, irriducibile a ogni compressione. È il luogo dell’approfondimento problematico, della complessità, di un’artigianalità antica fatta di spazi, corpi, oggetti, parole, silenzi.

Hatsune Miku, nelle sue esibizioni ci sono tutte le condizioni del teatro e della musica dal vivo, ma la particolarità è che Hatsune Miku non è una persona, è un ologramma. Si tratta di spettacolo allo stato puro, totalmente artificiale, prodotto con un lavoro tecnologico che non ha più nulla a che fare col lavoro teatrale. Nella nostra società, il teatro è il luogo della resistenza, dove coltivare l’idea e la pratica di una cultura diversa, più profonda, più vera, alla fine più umana.

La prima lezione di teatro

Il teatro è alla fine un’arte antica, povera, artigianale, in qualche modo primordiale. Sulla scena il grado zero della significazione non esiste, ogni segno (o anche ogni mancanza di segno) è significante, ogni gesto o ogni immobilità lo è, ogni parola, ogni suono, ogni silenzio. Si ha uno spazio delimitato e qualche omino, anche uno solo, dentro ad esso. Si aggiunge ciò che ancora non c’è, il tempo, la durata dell’azione. Altro punto fermo: non si dà teatro senza uno spazio, un tempo e un’azione (che può essere anche una immobilità silenziosa). Il teatro può darsi ovunque, in ogni luogo e in ogni condizione, perché a definire l’evento è l’azione che si compie.

Un altro punto fermo: l’idea di teatro che abbiamo in testa, non è l’unica forma possibile di teatro, perché la magia del teatro si esplica in mille modi diversi, assolutamente non riconducibili a uno. Se parliamo di teatro, parliamo di un evento, quello che comunemente viene chiamato spettacolo, e non di un testo letterario. Il teatro è continuamente mutevole. Il teatro è «opera d’arte vivente», assolutamente non riconducibile ad alcuna trasposizione o trascrizione cinematografica o elettronica. Perché il teatro crea il proprio senso in maniera effimera: appena creati, quel gesto, quell’espressione di un sentimento, svaniscono e lasciano dietro di sé solo il ricordo e l’emozione. Per questo al teatro è essenziale la compresenza, tra chi agisce e chi partecipa all’evento. Perché si crei un contatto e attraverso di esso passi un’emozione. Perché il “teatro” o è emozione o non è.

Il teatro che abbiamo in testa

1. Il teatro come istituzione

Quali delle componenti teatrali sono contingenti, e dunque risultano inessenziali a definire lo statuto generale del teatro, e quali invece sono necessarie e ineliminabili? Può esistere un teatro che non usa la scenografia, intesa nel senso ristretto di apparato; anche la scena non è necessaria, intesa in senso specifico come luogo attrezzato e precostruito, come palcoscenico, quinte e fondali. Non è necessario l’edificio teatrale, nella storia occidentale è più lungo il periodo in cui l’evento teatrale si è svolto al di fuori di un edificio. Togliamo anche il regista che è una figura molto moderna, ma si può eliminare anche la figura del capocomico.

Quello che resta è la triade autore (testo)-attore-spettatore, insieme al meccanismo della rappresentazione, che costituisce il perno centrale di tutto il sistema. È da qui che si vede il fondamento e le modalità di funzionamento del teatro della cultura moderna. D’Amico tratta solo del teatro drammatico, il teatro di parola «quel Teatro, insomma, dove il Verbo prende carne. E dove, perciò madre e sovrana è la Parola».

Il teatro come testo. Dal testo alla scena. Il teatro è, prima di tutto, parola, meglio se scritta a monte dello spettacolo, che prevede un autore. Viene normale considerare il teatro come genere letterario. Ci sono delle differenze formali. Non ci sono di norma descrizioni o narrazioni o comunque interventi dell’autore a commento dell’azione dei personaggi. Un testo teatrale si definisce per una struttura che prevede solo dialogo in forma diretta dei personaggi. Il dialogo dei personaggi del testo si condenserà nelle battute degli attori, a ciascuno dei quali sarà assegnata una parte o un ruolo. Nel testo ci sono di solito alcune indicazioni sugli arredi e gli oggetti di scena, sull’intonazione con cui pronunciare le battute, queste vengono chiamate didascalie, nell’edizione stampata di solito vengono scritte in corsivo.

Nella cultura occidentale, dominata dalla parola e dalla scrittura, è inevitabile che la stesura in forma scritta dell’ossatura di azioni e dialoghi venga già considerata “il teatro”. Questa gerarchia tra testo e rappresentazione è esposta in quello che si può considerare il primo trattato di teoria del teatro, la Poetica di Aristotele, in cui si indica il primato della parola sulla vista. Questa idea della supremazia del testo, anzi della sua autosufficienza, è ancora radicata anche oggi; in questo modello non c’è alcuna differenza se uno scrittore compone un testo teatrale o un romanzo.

Quando invece il testo è scritto in vista di una realizzazione scenica si ha un altro percorso, che ha come primo passaggio la pubblicazione. Per l’epoca attuale è la pubblicazione editoriale, mentre per le epoche precedenti era la consegna del testo a un capo comico. Il testo comincia a cambiare la sua natura, non più solo opera letteraria ma acquisisce la dimensione di copione. A questo punto il testo deve incontrare chi si fa carico della sua trasposizione teatrale, a volte è lo stesso drammaturgo, che riassume in se la funzione di autore del testo e quella di allestitore (Shakespeare). Diverso è quando l’allestitore non è l’autore del testo, il rapporto è più complesso e a volte conflittuale.

Nelle epoche precedenti un capocomico acquistava o commissionava un testo e lo gestiva a suo piacere, fino a quando il “diritto d’autore” nell’Ottocento non ottiene riconoscimento giuridico. La situazione si fa complicata con la nascita del regista, figura moderna che ha circa un secolo e mezzo di storia e non è più solo colui che si incarica dell’organizzazione della compagnia. Il regista ha altre ambizioni, fornisce l’interpretazione generale del testo, sottolinea alcune suggestioni, indirizza la recitazione degli autori verso una determinata cifra stilistica. Prende la funzione di vero e proprio autore dello spettacolo, per cui ogni altra professionalità del teatro si deve assoggettare alle sue direttive. Diventa spesso una figura dittatoriale come sottolinea Visconti.

La gerarchia tra regista e attore è ben codificata verso la fine dell’Ottocento (lo si vede in una lettera di André Antoine). Quando l’allestimento è completato, è lo spettacolo e non più il testo che entra nel circuito della distribuzione e deve incontrare il suo pubblico. È con questo oggetto che entra in contatto lo spettatore che va a teatro, non interviene minimamente nel processo di costruzione organizzativa ed estetica dello spettacolo. Il rapporto fondamentale è quello virtuale e mediato tra lo scrittore teatrale, il drammaturgo, e lo spettatore. Perché in questa concezione del teatro l’origine di tutto è il testo. È un processo lineare su un piano inclinato, in cui a ogni passaggio un poco di quel senso originario va smarrito. Il drammaturgo spesso non riesce a tradurre nel testo tutta la ricchezza del mondo poetico prodotto dalla sua immaginazione. Una parte cospicua di senso si disperde nel passaggio successivo.

Chi si occupa della messa in scena, sceglie solo una tra le tante interpretazioni possibili. Soprattutto perché il regista o l’allestitore è costretto a trasportare i contenuti e le suggestioni del testo in un linguaggio diverso, quello della scena, che ha spesso parametri molto più costrittivi. Per comprendere vediamo il ragionamento di Luigi Pirandello, l’esito finale del processo sfugge al controllo del drammaturgo, e risulta alla fine inquinato dalla materialità volgare della scena e degli attori. Anche le traduzioni sceniche dell’attore, più o meno “fedeli” che siano, non potranno che essere inferiori all’originale iscritto nel testo. Anche il metteur en scène, a sua volta, non riuscirà mai a rendere pienamente l’idea di spettacolo. Anche in questo passaggio poco o tanto del senso originario va perduto.

Forse la parte più cospicua di questa dispersione di senso si trova nell’ultimo passaggio, quando lo spettacolo incontra concretamente lo spettatore. Perché nessuno spettatore, riuscirà mai a cogliere tutte le sfumature del testo che gli viene proposto e tutti i significati che il regista e gli attori hanno immesso nella costruzione dello spettacolo. Questo descrive il teatro come una catena di atti successivi di comunicazione, che a un certo punto del percorso prevede anche una sorta di «traduzione», e ogni traduzione è anche una forma di tradimento. Se il teatro si riducesse a questa concezione, si determinerebbe l’incontro tra uno spettatore concreto e uno spettacolo particolare, che in realtà è solo la fine di un processo di progressivi adattamenti e traduzioni che il testo originario ha subito, con progressiva perdita di senso che il drammaturgo aveva racchiuso nel testo.

2. Il teatro come luogo della rappresentazione della realtà in presenza

Il teatro, quando è un evento concreto, che instaura una relazione tra attore e spettatore, viene inteso come uno strumento per rappresentare la realtà quotidiana nella maniera più “realistica” possibile. Si suppone che gli attori cerchino di rappresentare, ossia di imitare il più fedelmente possibile, i caratteri, i gesti, i sentimenti dei loro personaggi, assunti come rappresentanti esemplari delle persone reali che abitano la quotidianità. È da più di un secolo, che è quasi automatico ritenere che l’agire dell’attore sia il mezzo espressivo e comunicativo destinato più di ogni altro a rappresentare la realtà, poiché più di ogni altro è in grado di farlo. È la cultura realista e naturalista di fine Ottocento che porta all’estremo questo processo, producendo una mutazione della modalità di percezione dell’evento teatrale. È l’eredità lasciata dalla cultura ottocentesca, che determina l’orizzonte di aspettative dello spettatore verso il teatro come luogo di rappresentazione verosimile della realtà quotidiana.

Ma per le sue caratteristiche e per la sua funzione, il teatro è un fenomeno molto più complesso e per certi versi misterioso. Non è solo un’espressione artistica, e a differenza di ogni altra espressione artistica è fatto della stessa materia di cui è fatta la realtà quotidiana. Materia reale, perché reali e concreti sono i corpi e gli oggetti, i suoni e i silenzi di cui il teatro si compone, ma deve trasportare lo spettatore nell’universo della fantasia, del gioco, del mito, del sogno, insomma della non-realtà. Proprio questo intreccio tra realtà e finzione, costituisce del resto la magia stessa del teatro.

3. Il teatro come luogo della finzione

«Che cos’è un palcoscenico? Mah, vedi? un luogo dove si giuoca a fare sul serio» (Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore). Davvero il palcoscenico è un luogo dove si gioca a fare sul serio o dove si fa sul serio giocando. È nel rapporto di incontro-scontro tra gioco e serietà, tra finzione e verità che si può collocare il primo punto di approccio all’universo del teatro, in cui la finzione si maschera da verità ma, la verità usa la finzione per sfuggire la superficialità del quotidiano.

Il termine attore è sempre vagamente spregiativo. Anche teatrale e teatralità sono sempre sinonimi di artificio e artificiosità. La teatralità quando non è qualità dell’inganno, è sempre almeno qualità dell’artificio e dell’ostinazione. Più neutra è la nozione di spettatore, che non è negativa, ma contiene comunque una connotazione di passività. Essere spettatore di un avvenimento è essere “fuori” da quell’avvenimento. Lo spettacolo è infatti qualcosa che si può solo guardare, ma che non ha in sé valori né positivi né negative. Anche il termine regista acquisisce connotazioni negative, si colloca in una posizione simile a quella del burattinaio o del puparo.

La scena, o palcoscenico, è comunque un luogo fortemente illuminato, un luogo privilegiato in cui si compiono azioni che sono sempre pubbliche. Questo fa della scena un luogo intermedio tra due altri spazi che illuminati non sono, come il retroscena, che lo determina, e la platea che lo guarda. La scena è, ancora, un luogo fittizio, artificiale, illusorio. Così il colpo di scena è un effetto a sorpresa. La messinscena designa un’operazione artificiosa e falsante. Con le espressioni retroscena e dietro le quinte assume l’idea di un teatro che è apparato e finzione, l’idea della duplicità del teatro, che non è mai ciò che sembra. Quel che avviene sulla scena non possiede mai il proprio senso ultimo in sé, senso che è invece determinato da ciò che avviene o da chi sta dietro le quinte.

Il retroscena è il luogo oscuro, in cui sta l’effettivo centro del potere, di cui ciò che avviene sotto le luci del palcoscenico non è che l’effetto preordinato. Anche il termine generale teatro indica sempre un luogo, uno spazio preesistente all’azione e indipendente da essa. Le connotazioni di teatro non sarebbero dunque molto diverse da quelle di scena, se non fosse che in questo caso emerge il tema del rapporto con lo spettatore. Spesso in questo spazio non sono previsti spettatori, se non come osservatori che stanno fuori dal perimetro del teatro. Tutte queste espressioni sembrano disegnare un’idea di teatro che è prima di tutto uno spazio, tendenzialmente chiuso e definito, preesistente a ogni evento che si manifesta e da questo assolutamente non modificato. Un puro contenitore, che ha tuttavia il potere di enfatizzare le azioni che vi si svolgono.

In ogni caso il teatro e la scena sono spazi fittizi, illusori. Il teatro risulta il luogo e il momento dell’artificio, del non naturale e dell’insincero, il luogo che cambia la natura di tutto quanto trova collocazione al suo interno, a cominciare dall’uomo che assume appunto la duplicità dell’attore e non è mai solo se stesso, è anche altro e rappresenta sempre qualcosa di diverso da quel che appare.

Teatro e spettacolo: ipotesi di definizione

Cos’è il teatro? «Possiamo […] definire il teatro come “ciò che avviene tra lo spettatore e l’attore”» (Jerzy Grotowski). Il teatro è in fondo un fenomeno difficilmente definibile, che implica come condizione necessaria una relazione, un passaggio di energia tra chi fa un’azione teatrale e chi vi assiste. Nelle parole di Grotowski, il teatro assume quasi la dimensione di un’esperienza esistenziale, ma il teatro è anche un luogo di aggregazione sociale e di divertimento. Teniamo come punto acquisito che il testo letterario non è “il teatro”. È del tutto legittimo ipotizzare eventi teatrali che non abbiano alla base un testo scritto.

Il teatro come evento

1. Dall’evento alla scrittura

«Teatro» dal greco théatron e «spettacolo» dal latino spectare, vocaboli che rimandano sempre al «guardare». Sia il greco théatron che il latino spectaculum designano anche l’insieme delle persone che guardano, la comunità riunita per partecipare all’evento teatrale.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/05 Discipline dello spettacolo

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher eli_999 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di lineamenti di teatro contemporaneo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Parma o del prof Allegri Luigi.
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