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Empatia

Cap 1: Definizioni di empatia

Empatia tra cognizione e affettività

Lo studio dell’empatia in psicologia è caratterizzato da due differenti modi di concettualizzarla: uno che considera l’esperienza di condivisione delle emozioni (natura affettiva) e un altro che considera la capacità di comprendere il punto di vista dell’altro (natura cognitiva).

  • Empatia come partecipazione/condivisione emotiva. L’attenzione di psicoanalisti, psicoterapeuti e psicologi sociali è concentrata sulla sua dimensione affettiva. Tale costrutto può essere descritto come un processo di attivazione emotiva, più o meno volontario, per molti innato. Significa provare la stessa emozione dell’altro in modo vicario.
  • Empatia come comprensione del punto di vista dell’altro. Dagli anni ’60 in poi l’attenzione si è spostata sul ruolo che svolgono i processi di pensiero e la cognizione nelle risposte empatiche. L’empatia è la capacità di sapersi decentrare per “mettersi nei panni degli altri”, in modo da comprendere il loro modo di valutare e vivere una certa situazione. L’esperienza affettiva è subordinata a quella cognitiva.

Empatia come comprensione e condivisione

Dagli anni ’80 l’empatia è considerata un’esperienza primariamente affettiva in cui i processi cognitivi giocano un ruolo altrettanto importante. La dimensione di condivisione emotiva e di comprensione del vissuto dell’altro non sono più considerate giustapposte ma co-occorenti per generare una risposta empatica. Per descrivere tale approccio si parla di modelli multifattoriali o multidimensionali.

Feshbach è la prima a proporre un modello di questo genere, secondo cui provare empatia significa provare esattamente la stessa emozione di chi stiamo osservando (concordanza affettiva/affect match) in cui vi è presente la piena consapevolezza che l’emozione condivisa derivi dall’altro (condivisione vicaria). Secondo Hoffman, l’empatia può essere definita in termini funzionali come “la scintilla che fa scaturire la preoccupazione umana per gli altri, la colla che rende possibile la vita sociale”, mentre in termini fenomenologici come “una risposta affettiva più appropriata alla situazione di un altro che alla propria”.

Secondo Hoffman, per poter parlare di empatia non è necessario mettersi nei panni dell’altro, dal momento che la compartecipazione può avvenire attraverso diversi processi il cui fondamento è lo sviluppo della capacità di differenziare il sé dall’altro. Secondo lui, si può essere empatici già dai primi anni di vita.

Empatia tra fattori individuali e interpersonali

Davis descrive l’empatia come una serie di fenomeni che entrano in gioco ogni volta che si assiste all’esperienza emotiva di qualcuno. Comprende processi affettivi e cognitivi. Per introdurre i punti chiave dell’approccio integrato, Davis parte dalla descrizione dell’episodio prototipico. Questo è specificato da quattro costrutti:

  • Caratteristiche dell’osservatore, dell’osservato e della situazione
  • I processi cognitivi dell’osservatore (che permettono la conoscenza dello stato d’animo dell’osservato)
  • La risposta dell’osservatore di fronte alla situazione emotiva dell’osservato (può essere affettiva - partecipazione vicaria - o cognitiva - accuratezza nel comprendere i pensieri e i sentimenti altrui)
  • Comportamenti interpersonali che derivano dall’esposizione agli stati d’animo dell’osservato.

Secondo Davis, le componenti affettive e cognitive dell’empatia che caratterizzano le risposte empatiche dell’osservatore sono quattro: le prime due concernono le abilità cognitive e sono l’abilità di adottare il punto di vista di un’altra persona (perspective taking) e la tendenza a immaginarsi in situazioni fittizie (fantasia); le altre due concernono la reazione emotiva che può essere orientata verso la condivisione dell’esperienza emotiva dell’altro (considerazione empatica) oppure verso la comprensione dei propri stati d’ansia e di preoccupazione in situazioni relazionali (disagio personale).

Vreeke e Van der Mark propongono una definizione di empatia che interessa anche il contesto comunicativo in cui la risposta empatica si origina: l’empatia è identificabile come una risposta comportamentale ed emotiva a una richiesta specifica dell’altro —> capire il bisogno e rispondere in modo adeguato.

Empatia culturale ed etnoculturale

Solo di recente lo sguardo degli studiosi si è rivolto allo studio delle forme che l’empatia può assumere in contesti specifici e delle relazioni che si instaurano in specifici contesti lavorativi e organizzativi, culturali ed etnici. Questo ha portato all’individuazione di particolari forme di sentire vicario come l’empatia culturale (dimensione dell’“efficacia multiculturale” = capacità di trovare interesse nei confronti di altre persone e avere accurata percezione dei loro comportamenti) ed etnoculturale. L’empatia culturale ha a che fare con la disponibilità ad accettare modi di fare ed abitudini diversi dai propri. Se l’empatia è rivolta a persone che non appartengono alla stessa etnia prende il nome di empatia etnoculturale. In questa forma di empatia, oltre alla componente affettiva e cognitiva, riveste grande importanza la componente comunicativa (capacità di comunicare agli altri i propri stati d’animo e sentimenti).

Terre di confine

  • Empatia e role taking. In alcuni casi la definizione di empatia è stata sovrapposta a quella di role taking. Il role taking è la capacità di mettersi nei panni dell’altro assumendone il ruolo anche se diverso dal nostro, senza che questo processo ottunda la consapevolezza del nostro punto di vista. Ha tre dimensioni: emozionale, percettiva e cognitiva. Il role taking emozionale è la capacità di riconoscere le emozioni dell’altro e rispondere affettivamente in modo appropriato (coincide con una sorta di preoccupazione empatica); il role taking cognitivo è un processo attraverso cui un individuo abbandona il proprio punto di vista e prova a comprendere gli stati interni e i pensieri dell’altro (mettersi cognitivamente nei panni dell’altro) ed è l’accezione a cui faremo riferimento —> forme di empatia più mature, non implica il coinvolgimento affettivo; il role taking percettivo è comprendere come un oggetto è visto da un altro che non occupa la nostra stessa posizione nello spazio (coincide con il perspective taking).
  • Empatia, simpatia, disagio personale e contagio emotivo. Risposta empatica: il focus attentivo dell’osservatore è rivolto al vissuto dell’altro e l’emozione provata dall’osservatore è uguale o congruente a quella sperimentata da chi viene osservato (e da essa è originata). Risposta simpatetica o simpatica: modalità di risposta affettiva orientata al vissuto dell’altro, che si esplicita nel provare dispiacere, preoccupazione, interesse per qualcuno e si traduce nell’urgenza di agire per intervenire a favore della persona per cui si prova simpatia (empatia = “sentire COME”, simpatia “sentire PER”). Si traduce spesso in un comportamento di tipo prosociale, che rende la risposta simpatetica fondamentale per lo sviluppo morale. L’emozione sperimentata dall’osservatore non è necessariamente simile a quella provata dall’altro, ma è più un’apprensione per il vissuto e la situazione dell’altro. Risposta di disagio personale (personal distress): esperienza di stato emotivo negativo (ansia/preoccupazione) che porta a una reazione orientata su di sé, egoistica (Batson). La conseguenza comportamentale sarà quella di cercare di allontanarsi dall’altro (fisicamente e/o psicologicamente) e dal malessere che esso prova. Hoffman chiama il disagio personale overarousal empatico e lo descrive come sentimento involontario che occorre quando il sentimento condiviso dall’osservatore diventa così insopportabile che si trasforma in disagio. Se l’osservatore ha un legame affettivo con l’altro, dopo il disagio possono seguire comportamenti di aiuto/atti eroici. Contagio emotivo: prima forma di condivisione affettiva che i bambini manifestano già nelle prime ore di vita (piange uno -> piangono tutti). Nel momento in cui un bambino percepisce l’emozione di qualcuno non è in grado di capire che l’emozione ha una causa esterna e la attribuisce ad una causa interna (non è ancora in grado di distinguere il sé dall’altro). È una reazione di tipo automatico e innato.

Cap 2: Sviluppo dell'empatia

Neuroni specchio ed empatia

  • Sviluppo filogenetico dell’empatia. Nelle specie meno evolute si rilevano comportamenti empatici rudimentali, che negli uomini sono presenti nelle prime fasi di vita; mentre nelle specie filogeneticamente più evolute (scimmie rhesus e antropomorfe) si trovano forme di empatia che nell’uomo sono presenti in fasi successive dello sviluppo. Dagli studi di Hoffman e De Waal si evince che nei primati l’empatia aumenta al crescere della familiarità con l’altro, della similarità percepita tra sé e altro, dell’esperienza passata (un evento che generi o meno distress), degli insegnamenti ricevuti e della salienza dei segnali percepiti, come nell’uomo.
  • Neuroni a specchio nei primati. Date le somiglianze genotipiche e fenotipiche tra primati e specie umana, alcuni sperimentatori hanno indagato i substrati neurali delle funzioni psichiche nei primi per poi estendere le sperimentazioni ai secondi. Il team di ricercatori del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Parma individuò nel cervello dei macachi un’area chiamata F5 (corteccia premotoria ventromediale) in cui una particolare classe di neuroni promotori si attiva quando le scimmie eseguono una specifica azione ma anche quando osservano un altro individuo compiere la stessa azione. Hanno chiamato quel tipo di neuroni “neuroni specchio” (mirror neurons). Il nucleo centrale di questa scoperta sarebbe il fatto che, quando si assiste ad un’azione, si mette in moto lo stesso sistema neurale che si attiva quando la si esegue —> l’osservatore comprende le azioni degli altri perché le “mima” dentro di sé (e automaticamente le esperisce).
  • Neuroni a specchio negli esseri umani. Recenti studi hanno messo in luce che anche negli esseri umani sono presenti questi neuroni specchio, più precisamente il “sistema dei neuroni specchio” è formato da una rete neurale corticale che coinvolge la parte mostrale del lobo parietale inferiore, la sezione caudale del giro frontale inferiore e la parte a essa adiacente della corteccia premotoria. Comprensione azioni sociali: il sistema dei neuroni specchio degli umani risponde in modo più intenso e ad un insieme più ampio di azioni rispetto a quello dei primati. Risponde anche alle azioni intransitive, cioè ai gesti che non sono diretti ad un oggetto concreto come mimare gesti o sillabare parole. Questo sistema ci aiuta dunque a comprendere le azioni degli altri (codificare l’intenzione comunicativa). Per la prima volta si può definire una base neuropsicologica per la capacità di comprendere le azioni altrui, abilità fondamentale nelle interazioni sociali. Condivisione stati emotivi: alcuni studiosi dell’università di Parma hanno sperimentato (con FMRI) che, sia quando si annusano odori nauseabondi, sia quando si osserva un filmato in cui qualcuno esprime un’espressione di disgusto, si attivano la parte anteriore dell’insula, la corteccia singolare anteriore (espressione emozioni) e i gangli della base (controllo motorio). vedi pg 28 perché boh. Questioni ancora aperte: questo meccanismo può spiegare solo un livello basilare che sottostà alla componente affettiva dell’esperienza empatica.

Tappe e percorsi di sviluppo dell’empatia

  • Modello Feshbach (primo modello multidimensionale): processi cognitivi e affettivi non sono contrapposti ma si integrano. Il retroterra culturale: la posizione che dà prioritaria importanza agli aspetti affettivi nel definire l’empatia è stata generalmente condivisa da psicologi sociali, della personalità e clinici; lo scenario si è modificato durante gli anni sessanta (la psicologia dello sviluppo era prevalentemente orientata sulla teoria di Piaget; cominciava a prendere piede l’Human Information Processing —> interesse per la cognizione). Il modello multidimensionale di empatia: [L’autrice ha dedicato attenzione particolare a tre aspetti: i risvolti sociali dell’empatia, gli sforzi per misurare adeguatamente il costrutto, il tentativo di elaborare programmi specifici per incrementare le capacità empatiche.] L’empatia secondo Feshbach è costituita da tre componenti/abilità: la capacità di decodificare gli stati emotivi vissuti da altre persone (utilizzare indici rilevanti per riconoscere ed etichettare le emozioni provate dagli altri); la capacità di assumere il ruolo e la prospettiva di un altro (comprendere che gli altri possono vedere e interpretare le situazioni in modo differente); capacità di rispondere affettivamente alle emozioni provate da un’altra persona (condivisione vicaria dello stato d’animo). Per mettere in atto queste capacità bisogna innanzitutto essere in grado di differenziare il sé dall’altro —> capacità che apprendiamo con il passaggio allo stadio operatorio concreto, attorno ai 6 anni (Piaget). Nel corso dello sviluppo con il progredire delle abilità cognitive anche la responsività empatica diventa sempre più accurata. Secondo questo modello l’empatia non può comparire prima del superamento dell’egocentrismo. Per Feshbach essere empatici implica la volontarietà del gesto. Pregi: ha eliminato la vaghezza intrinseca del costrutto; ha affiancato agli aspetti affettivi quelli cognitivi; ha creato il primo specifico strumento di misura (FASTE); ha dato attenzione alle relazioni interpersonali. Difetti: eccessivamente restrittivo nella definizione (esclude le risposte affettive vicarie non identiche a quelle osservate); per certi versi semplicistico poiché tratta le capacità cognitive come costrutti monodimensionali.
  • Modello Hoffman (sviluppo morale): Considera l’empatia come insieme di processi che accompagnano la percezione dello stato emotivo di chi si ha di fronte e suscitano nel soggetto una risposta affettiva più appropriata alla situazione in cui si trova l’altro che alla propria. Componente affettiva, cognitiva, motivazionale: secondo Hoffman l’empatia si manifesta già dai primi giorni di vita. L’esempio classico è il pianto reattivo neonatale. Procedendo con lo sviluppo, la componente cognitiva acquisisce un’importanza crescente. Oltre alla componente affettiva e cognitiva, secondo Hoffman entra in gioco quella motivazionale: l’esperienza di empatizzare con una persona che sta soffrendo rappresenterebbe una motivazione a mettere in atto comportamenti d’aiuto. La motivazione dipende dal fatto che alleviando la sofferenza dell’altro, chi lo aiuta prova uno stato di benessere/non soccorrerlo potrebbe provocare un senso di colpa (collegamento empatia - comportamento prosociale). L’autore inserisce l’abilità empatica nel quadro più ampio dello sviluppo morale. Lo sviluppo della responsività empatica: la reazione affettiva empatica si può attivare attraverso diverse modalità (arousal mode) che si distinguono per: tipo di stimolo da cui è eliminata (facciale, situazionale, simbolico); la profondità del processo cognitivo coinvolto; quantità e tipo di esperienza passata richiesta. Prima si sviluppano le modalità automatiche e involontarie o poco evolute (imitazione motoria, condizionamento classico, associazione diretta non mediata dal linguaggio), poi quelle che si basano su processi cognitive sofisticati (associazione diretta mediata dal linguaggio, role taking) —> i processi cognitivi verso una maggiore differenziazione tra sé e l’altro. Le modalità di attivazione vicaria si cambiano con lo sviluppo del senso cognitivo degli altri, che da una confusione iniziale raggiunge la consapevolezza della permanenza dell’oggetto (ca. 2 anni) e assume la prospettiva psicologica dell’altro (seconda infanzia) fino al formarsi del senso d’identità dell’altro. Da ciò si originano 5 ipotetiche forme di sentimento empatico: 1) distress empatico globale (nei primi mesi di vita i neonati non sono in grado di percepire se stessi e gli altri come entità distinte quindi quando percepiscono la sofferenza di qualcuno la fanno propria; l’empatia appare come una reazione affettiva automatica e involontaria che in molti autori prende il nome di contagio emotivo). 2) Distress empatico egocentrico (intorno al primo anno di vita con l'acquisizione della permanenza dell’oggetto i bambini cominciano a percepire l’...
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher denise.simionato.1996 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dello sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Padova o del prof Albiero Paolo.
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