L’Italia dei consumi
Capitolo primo: l’Italia liberale.
1. La società italiana dall’unifi cazione alla Belle époque
1.1. Un paese dai mille volti
Periodo della grande trasformazione (1870 – 1913), ma lenta: in Italia rispetto
ad inizio secolo ci fu una discreta progressione, ma sempre al di sotto dei livelli
nordeuropei.
Aspetto demografico: XIX secolo, fine dell’Ancien Regime (alti tassi di natalità e
mortalità) e inizio di un nuovo equilibrio, con meno nascite e aspettativa di vita
più lunga (vita media da 35 anni nel 1880 a 47 anni nel 1910). Forte aumento
della popolazione e cambiamento nelle classi d’età.
Perché?
Crescente pressione demografica spinge all’esodo verso i nuovi centri
- industriali tradizionali modelli di consumo vengono rivoluzionati;
L’individuo ha maggior possibilità di scelta per il proprio destino / stile di
- vita;
Cosa si consumava in quegli anni?
La maggior parte delle spese era riservata all’alimentazione. È difficile fare un
quadro generico se si parla delle spese per famiglia/per individuo, a causa delle
differenze territoriali e di contesto storico e delle differenziazioni per classe
sociale.
1.2. I contadini
Nel 1911 il 62% della popolazione era impiegato nell’agricoltura. La vita dei
contadini era generalmente dura: i loro guadagni erano assorbiti totalmente da
alimentazione, casa e vestiario. La situazione era leggermente migliore per
contadini autonomi, fittavoli e coloni, e drammatica per i braccianti, che
costituivano la stragrande maggioranza (più di 5 milioni e mezzo a fine
Ottocento).
Esempi di pasti contadini:
- Nelle Langhe: polenta di granturco, legumi, patate, castagne;
- Sardegna: pane di frumento, minestra di legumi;
- Puglia: pane “nerastro e schiacciato” per il giorno, zuppa “acqua-sale” la sera.
Vino durante la mietitura per dare più energia;
Complessivo basso apporto calorico: solo carboidrati, pochissime vitamine e
proteine malattie.
Significato simbolico del cibo: cibi associati a privilegi, rituali, distinzioni
sociali, specie nelle culture contadine. Nel tempo della festa il cibo era più
abbondante, si mangiavano anche i dolci; nel tempo della malattia o per
ricorrenze religiose si mangiava in modo diverso rispetto alla quotidianità
(calendario liturgico che impone l’astensione da cibi “grassi” – paradosso per i
contadini che non ne avevano mai accesso).
Tutto ciò che è “grasso” assume valore positivo (privilegio), così come tutto ciò
che cresce “in alto” (uccelli o frutta); pane bianco (lusso) contrapposto al pane
nero (dei contadini).
Il grano era un alimento fondamentale per l’autoconsumo, veniva addirittura
personificato (Frazer racconta della leggenda del “lupo del grano”: se passando
in un campo teneva la coda bassa era di buon auspicio poiché concimava, gli si
offriva addirittura del cibo; se invece la coda era alta veniva maledetto e
preferibilmente ucciso).
Sebbene accomunate da alcuni tratti, le culture contadine del cibo variavano
da zona a zona: non esisteva un comune “spazio del consumo”, al massimo
macroaree regionali. Prevalenza di prodotti locali con alcuni apporti esterni
(piante “americane” – patate, pomodori, peperoni ecc.).
Importanti anche le modalità di consumo dei cibi: mangiare era un atto
collettivo, introdotto da preghiere; seguiva le differenziazioni di status e di
genere (il capofamiglia veniva servito per primo e più abbondantemente, le
donne spesso nemmeno sedevano a tavola); era un momento di
socializzazione.
Spese per la casa. Com’erano le abitazioni? Due elementi costanti:
Riferimento all’ambiente circostante (uso di materiali locali);
- Legame con il sistema di organizzazione produttiva (case padronali con
- aree riservate ai contadini – dimore plurifamiliari, in Padania; “masserie”
al Sud e “casali” nel Lazio).
In altri casi abbiamo abitazioni poverissime unifamiliari, realizzate con pietra e
legno, simbolo di agricoltura poco redditizia.
La stalla era considerato uno spazio sociale, luogo di molteplici attività, specie
d’inverno.
La cucina era l’ambiente centrale della casa (unico riscaldato), spesso unico
spazio in cui oltre a cucinare si accudivano i bambini, si creavano oggetti
artigianali: spazio plurifunzionale (produzione + consumo).
Al tempo in Italia esistevano principalmente famiglie nucleari, con 4-5 membri
in media, organizzate secondo una rigida gerarchia: uomini si occupavano di
lavori agricoli, donne di crescere i figli e di badare alla casa, bambini di
contribuire al sostentamento della famiglia, anche nel loro piccolo. Nella stanza
da letto spesso dormivano più persone, e anche l’armadio era uno per tutti.
Tuttavia, l’abbigliamento svolgeva una funzione di distinzione sociale: anche i
contadini badavano al loro aspetto nelle ricorrenze.
I consumi materiali per i contadini erano ridottissimi, specie per il cibo: essi
erano attanagliati da una fame atavica (da qui i numerosi detti contadini a
sfondo “fame”. Es. “pane e coltello non empie mai budello”, “in corpo c’è buio”
ecc.).
Solo a Carnevale (festa della trasgressione per antonomasia) la privazione si
trasformava in abbondanza, per poi ripiombare nel digiuno quaresimale.
1.3. Gli operai
La differenza tra contadini e operai era nella fonte di reddito (salario) e nel
fatto che l’autoconsumo fosse molto più basso. Il cibo costituisce ancora la
prima fonte di spesa, la spesa per l’abitazione sale considerevolmente, gli extra
sono minimi, MA in qualche caso spunta anche un piccolo risparmio (Nord
Italia).
Alimentazione. Gli operai del nord Italia consumavano poca carne, molto
latte, ma soprattutto mais (polenta).
Anche al Sud carne e pesce scarseggiavano, latte e uova erano troppo costosi,
perciò si ricorreva a verdure e cereali. Dieta insufficiente e monotona.
Esiste però una specifica cultura operaia del consumo. Differenze coi contadini:
In campo demografico: natalità più bassa e mortalità più alta; matrimoni
- meno frequenti ed elevata natalità illegittima. Segnale di precarie
condizioni igienico-sanitaria e di maggiore spazio per consumi individuali.
Mobilità spaziale: costretti a continui spostamenti per lavoro e a frequenti
- traslochi. Conseguenza: rapporto più flessibile con gli spazi domestici e
meno attaccato alla cultura materiale.
Maggior contatto con altre classi sociali e mobilità sociale: un abitante
- della città svolgeva diversi lavori nel corso della sua vita. Conseguenza:
fluidità nella formazione e gran numero di operai non specializzati.
Problema della casa operaia. La popolazione operaia costituiva una
percentuale ridotta rispetto a quella complessiva, e si raggruppava in
determinati luoghi: quartieri degradati di periferia, in cui le famiglie nucleari si
adattavano a spazi angusti. A Milano c’erano le “case di ringhiera”: dimore
periferiche a più piani con un lungo ballatoio continuo orientato su un cortile
interno, senza illuminazione o fognature, con una latrina comune.
In Italia non c’era edilizia operaia (come in UK e Francia), e nemmeno
un’architettura dedicata ai lavoratori urbani, tranne qualche eccezione
(villaggio operaio “Nuova Schio” del vicentino Alessandro Rossi, che sperava di
superare le contrapposizioni classiste attraverso un villaggio ideale con scuole
e giardini), sempre nelle grandi città.
La caratteristica principale della classe operaia era la sociabilità, cioè la
tendenza a sviluppare strategie relazionali e solidaristiche.
Cultura operaia, emersa dopo studi sull’iconografia delle manifestazioni
collettive, i significati attribuiti al cibo, i canti popolari. La cultura materiale fu
rilevante, basti pensare alla funzione social dei vestiti da lavoro, che
identificavano immediatamente gli operai come un gruppo (“tute blu”).
Frequente idealizzazione della sociabilità operaia, dovuta al solidarismo
scaturito dalle idee socialiste. Testimonianza delle case operaie costruite a
Milano dalla Società Umanitaria: edifici a 3-4 piani, distanziati tra loro (più
privacy), con ingressi indipendenti e molti servizi comuni (bagni, lavanderie,
spacci alimentari). Un quadro di vita apparentemente decoroso, ma con alcuni
difetti: non c’erano fognature né illuminazione pubblica, frequenti schiamazzi e
risse, inquinamento.
Importanza degli odori: la separazione tra differenti strati sociali passa anche
per l’olfatto.
Quanto appena descritto apparteneva all’aristocrazia operaia, che poteva
permettersi un affitto. Essi erano operai specializzati in settori di punta o in
mansioni legate all’artigianato.
Svaghi. Invenzione del tempo libero dovuta alla percezione del tempo in
termini economici. Tempo libero ≠ ozio: mentalità produttivistica portava ad
impiegarlo in attività sportive o culturali.
Dall’800: industria del tempo libero. Spettacoli teatrali, libri, giornali, feste. Si
tratta di un’estensioni dei consumi tipici delle classi sociali alte? C’è
sicuramente continuità tra la classe borghese e la classe operaia, che
condividendo gli stessi spazi finivano col comportarsi in modo simile; è
rilevante però anche la spinta delle associazioni socialiste, che premevano per
la diffusione dell’istruzione. La classe operaia assorbiva dalla classe borghese
solo i contenuti che potevano adattarsi al proprio quadro di riferimento
culturale (es. la bicicletta era per gli operai un mezzo di trasporto, non un
vezzo sportivo – i borghesi invece si spostavano con treni o navi). Interessante
la reazione di un operaio davanti alla musica classica analizzata da un critico
musicale: egli tende inconsapevolmente a percepire più l’aspetto ritmico che
l’aspetto melodico della composizione, poiché la sua mente non riesce a
disgiungere la bellezza dal ritmo che ricorda tanto gli ingranaggi delle
macchine industriali che conosce.
Le differenze culturali devono essere intese in modo elastico, come un insieme
di usi legati alle pratiche quotidiane, in grado di strutturare i comportamenti
habitus
secondo l’estrazione sociale: nozione di di Pierre Bourdieu.
L’allargamento dei consumi riguardava solo una fascia ristretta di lavoratori:
molti avevano come unica preoccupazione la sopravvivenza – gerarchie
interne alla professionalità, conflitti interni al mondo operaio.
Spesso questa gerarchia era legata al concetto di genere: le donne facevano
parte della manodopera dequalificata: il loro lavoro non era considerato
fondamentale ed era pagato di meno; durava per un tempo più limitato (anche
per la maternità) ed era spesso osteggiato dai lavoratori uomini.
Le donne escluse dal mercato del lavoro però non necessariamente si
dedicavano alla cura della casa, lavorando talvolta a domicilio come
domestiche.
La vita lavorativa della donna era caratterizzata da una discontinuità relativa
alle fasi della vita; questo ha conseguenze anche in termini di consumo:
attenzione per i consumi individuali legati alla necessità di apparire
socialmente, nonché una generale sottoalimentazione.
Gerarchia legata anche alle fasce d’età: discriminati vecchi e minori. Solo dal
1886 vennero emanate leggi a tutela dei minori (no fabbrica sotto i 12 anni,
legge del 1902). I bambini lavoratori abbandonavano precocemente la sfera di
consumi familiare per abituarsi velocemente ai consumi “da adulti”.
1.4. I borghesi
La borghesia non può essere definita univocamente: è un insieme di fasce
sociali con comportamenti differenziati. Originariamente veniva identificata con
artigiani e mercanti delle città (borgo), per poi caratterizzare imprenditori e
grandi finanzieri, fino ad identificare nel XX secolo anche impiegati e
professionisti vari. Il termine resta impreciso, ma ricorrendo al concetto di
habitus si possono identificare mentalità e comportamenti collettivi.
“Borghesie” italiane (18% della popolazione attiva al 1901 – esclusa borghesia
agraria, 42%):
1) Alta borghesia: proprietari, imprenditori, dirigenti e professionisti;
2) Media borghesia: artigiani, commercianti e addetti ai servizi, più esercito
e clero;
3) Piccola borghesia: impiegati pubblici e privati ed insegnanti.
Anche per questa categoria la spesa principale era per l’alimentazione
(principalmente cereali, ma anche carne e pesce, e –novità– condimenti e
bevande fermentate), seguita dalla casa (spese per riscaldamento ed
illuminazione), con una spesa abbastanza alta anche per l’abbigliamento.
Solo le famiglie più agiate riservavano circa il 32% del reddito allo svago.
La spesa per il cibo risulta più elevata grazie alla presenza di alimenti “nobili” e
più vari. L’abitazione incide molto sul reddito, ma la differenza maggiore è data
dalle spese per l’abbigliamento, che dimostra una maggior preoccupazione per
l’apparire sociale. È interessante osservare come le famiglie più abbienti
spendessero meno in alimentazione e più in “spese di rappresentanza”, con
consumi riservati al divertimento e alla vita sociale.
Studio di Halbwachs sulla Germania primo-novecentesca: le scelte d’acquisto
apparivano diverse a seconda della classe sociale, anche a parità di budget. Il
consumo appare culturalmente determinato.
Situazione in Italia. Gli operai spendevano più per la casa dei borghesi, a causa
probabilmente della difficile situazione abitativa delle città. L’alimentazione,
invece, costituiva una grossa fonte di spesa anche per la borghesia, perché il
cibo costituisce un valore comune a tutta la nazione. Da sempre la
cultura italiana ha riservato grande importanza al rituale del pasto, e ciò si
evince anche dal punto di vista iconografico da tutte le opere che ritraggono
banchetti e cene, fin dal Rinascimento (nature morte frequentissime nelle
abitazioni agiate).
dell’abbigliamento.
Ruolo Bourdieu lo ha identificato come fondamentale per
le strategie di distinzione operate da ogni classe sociale. Influente il retaggio
delle leggi suntuarie (leggi sull’abbigliamento risalenti all’epoca romana: limitavano
, così
il lusso o obbligavano determinati gruppi sociali ad indossare dei segni distintivi)
come la necessità di distinguere le professioni liberali da quelle meccaniche
(“colletti bianchi”).
La borghesia italiana sembra attribuire all’abbigliamento un peso maggiore –
anche gli strati più bassi, a costo di sacrifici economici, mantenevano la falsa
apparenza di decoro (“mezze maniche”).
Abitazione borghese. Studi di due importanti autori:
Il disagio dell’abbondanza;
Simon Schama, autore de studi sull’Olanda
- del ‘600: dicotomia tra godimento della ricchezza e vergogna per il
consumo. Ciò si traduceva nell’ossessione per pulizia e decoro domestico,
quasi a cercare un rifugio dalla “sporcizia” del mondo.
vs
Casa ≠ mondo esterno: sicurezza libertà. La casa doveva essere pulita
e sobria: regno della donna, che doveva a sua volta assumere queste
caratteristiche. Lo spazio privato assume valore centrale.
Pierre Bourdieu, che si occupò delle abitazioni berbere in Algeria: gli spazi
- abitativi fanno trasparire la visione sociale sottostante, attraverso le
dicotomie luce/ombra, interno/esterno ecc.
Analisi importanti per capire le abitazioni borghesi nell’Italia liberale.
La casa è molto più centrale nella vita dei borghesi che in quella di contadini ed
operai e la gerarchizzazione degli spazi riflette quella della famiglia. Abitazioni
funzionali e moderne, con mobili in serie.
Interno ≠ esterno: porte chiuse e tendine proteggono l’interno della casa dal
mondo esterno, infatti gli spazi di comunicazione (balconi, porticati) diventano
meno importanti. vs
Pubblico ≠ privato: spazi pensati per la vita in famiglia (camera da letto)
spazi pensati per ricevere ospiti e per la vita sociale (salotti), separati dai
corridoi. Gli arredi migliori sono nei salotti, mentre le camere da letto sono
maltenute importanza dell’apparire sociale. Oggetti simbolici:
orologio (spesso a pendolo): gusto decorativo + progresso meccanico;
- pianoforte: ruolo della musica nella vita borghese + buona educazione
- delle fanciulle;
cristalli e argenteria in vista: status sociale;
-
In generale, nei salotti non vi erano spazi vuoti. La sala da pranzo era
generalmente molto semplice, mentre nella camera coniugale potevano
trovarsi arredi prestigiosi. Per gli altri ambienti, vigeva una netta distinzione
donne/uomini: lo studio ad es. era riservato solo agli uomini. Le camere da letto
dei figli erano rigorosamente divise per maschi e femmine, così come le spese
per i figli stessi: più soldi spesi per i maschi e, fra i maschi, più per il
primogenito.
Figli. Periodo di transizione dell’idea di infanzia: borghesia di fine ‘800 iniziò a
capire che i bambini avessero proprie esigenze e necessità. Conseguenza
anche del pensiero di Maria Montessori.
Nuova valorizzazione dell’infanzia: bambini portatori di valori propri,
necessitano spazi propri (anche in casa), nonché consumi propri (educazione,
giochi). Sono le basi del consumismo per l’infanzia: corsa agli acquisti,
proporzionali all’investimento affettivo.
Abbiamo quindi differenze importanti per contesto geografico, reddito e ruolo
socio-professionale.
Alcune categorie professionali tendono verso i consumi della classe
aristocratica (ostentazione), mentre ad esempio i commercianti sono inclini
alla parsimonia e a consumi frugali.
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