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Modelli di giornalismo e analisi comparata negli spazi mediali transnazionali

Bruno – Massa

Capitolo 1 - Modelli di giornalismo e sistemi di comunicazione

La lezione di Daniel Hallin e Paolo Mancini

1.1 Comparare i sistemi mediali. Alcune premesse

Il testo di Daniel Hallin e Paolo Mancini "Modelli di giornalismo. Mass media e politica nelle democrazie occidentali" può considerarsi un classico dei media studies. I modelli descritti dagli autori sono dei concetti passe-partout, radicati tra le nozioni che devono essere richiamate al lettore quando ci si cimenta con studi che hanno come comune denominatore il confronto transnazionale. I due autori si premurano di enunciare i vantaggi dell'analisi comparativa per le discipline sociologiche utili per indirizzare la formazione dei concetti esplicativi grazie alla chiarificazione offerta dalla possibilità di osservazione di variazioni e similarità ed essere parte attiva nell'inferenza causale.

L'analisi comparativa consente di superare il localismo, andando oltre l'assunto per il quale gran parte della letteratura sui media è altamente etnocentrica, cioè che si ferma sull’esperienza di un singolo paese. I tre grandi modelli di giornalismo che emergono dalle indagini derivano da un disegno di ricerca che si adegua e si misura, si accontenta di analizzare i sistemi tra loro considerati più simili, non lasciandosi condizionare dagli allettanti attributi nazionali che condurrebbero verso la conferma delle differenze attese.

Il lavoro dei due studiosi si prefigge di superare la tendenza a un'analisi comparativa che associ molte variabili a pochi casi, infatti uno dei molti punti di forza del testo sta proprio nella volontà di restringere l'indagine a un gruppo di paesi relativamente comparabili, tramite un ridotto numero di variabili. Tale indirizzo metodologico spiega la scelta di concentrare le comparazioni sulle realtà statali che interessano l'America settentrionale e l'Europa occidentale e che permettono il confronto tra sistemi economici, culture politiche e vicissitudini storiche nel complesso meno dissimili tra loro: una scelta non nelle intenzioni deliberatamente escludente e occidento-centrica, ma perché i modelli mediali prevalenti nei contesti geografici considerati si configurano come degli standard cui tendono sistemi mediali globali.

Un altro approccio rilevante allo studio comparativo dei media è determinato dal riferimento del testo "Four theories of the Press" scritto nel 1956 da Siebert, Peterson e Schramm, che rappresenta un importante punto di partenza per la ricerca. In questo testo si illustravano quattro differenti modelli di rapporti tra stampa e società: secondo loro la stampa assume sempre le forme e le sfumature delle strutture sociali e politiche entro cui opera, soprattutto riflette il sistema del controllo sociale. I 4 modelli erano: la teoria sovietica, la teoria autoritaria, la teoria libertaria e la teoria della responsabilità sociale.

L'approccio autoritario descrive secoli di controllo repressivo della stampa da parte di regimi autoritari, dal quale gli Stati Uniti si sono liberati non appena dichiarata la loro indipendenza dalla Gran Bretagna. Tale approccio prevede la gestione ristretta dei media da parte di un gruppo di saggi, i quali possono prevedere delle limitazioni alla circolazione delle notizie a fronte di fini ritenuti più alti (per esempio le limitazioni statali davanti a pericoli che incidono sulla sicurezza pubblica).

L'approccio sovietico si limita a suggerire che i media sovietici replicano le caratteristiche politiche e sociali dell'URSS; questa teoria è considerata una evoluzione positiva del modello autoritario perché i media riescono nel loro intento a diffondere e corroborare l'ideale marxista, il raggiungimento di una società senza classi e la fine della condizione di subordinazione del proletariato.

La teoria libertaria riassume l'incessante lotta della libertà e della democrazia contro la tirannia, rappresentando il fondamento del sistema mediale statunitense. Questa si fonda su 2 principi: da un lato prevede la condizione di emancipazione del controllo governativo, dall'altro confida nelle capacità di autocorrezione del sistema. Ciò significa che nel raggiungimento del cosiddetto libero mercato delle idee, regno della proprietà privata e della libera espressione del pensiero, funzionerebbero dei meccanismi correttivi che vedrebbero il trionfo della verità sui possibili errori informativi. Questo modello si viene a sviluppare grazie all'attivismo statunitense nella promozione del proprio modello politico, economico e sociale e anche tramite il controllo informativo come ulteriore fronte competitivo della guerra fredda.

Anche la teoria della responsabilità sociale è un tentativo di ridefinizione normativa, per la quale alla libertà della stampa corrispondono crescenti responsabilità a questa delegate, indispensabili per il funzionamento della società. In particolare alla stampa sarebbero ascrivibili sei funzioni: servire il sistema politico fornendo informazioni e illustrando i punti di discussione di dibattito intorno alla cosa pubblica; istruire il pubblico affinché possa impegnarsi in processi di autogoverno; salvaguardare i diritti individuali ricoprendo il ruolo di watchdog del potere governativo; essere utile al sistema economico grazie all'incontro tra produttori e consumatori offerto dalla pubblicità; intrattenere il pubblico; mantenere la propria indipendenza economica per evitare pressioni di parti interessate.

Da questa teoria deriva la pressione verso una distribuzione equa degli spazi mediali tra le diverse parti sociali e l'auspicio che vorrebbe la stampa impegnata nel processo di integrazione comunitario prevedendo almeno un giornale per agglomerato urbano. Queste ultime due teorie seppure volte ad un coinvolgimento dell'informazione nel miglioramento collettivo e individuale delle capacità politiche, sono comunque state oggetto di critiche. Come evidenziato dalla ricostruzione di McQuail, infatti, queste prevedono una libertà negativa nei confronti del governo come se questo fosse l'unico in grado di condizionare negativamente il panorama informativo.

Inoltre, la teoria libertaria finisce per identificare diritti di stampa con i diritti di proprietà, trascurando la tradizionale asimmetria che prevede barriere all'ingresso e i possibili abusi dei monopolisti in ambito informativo. Va ricordato poi che tali teorie sono limitate ai mezzi di stampa e non reggono la prova della crescente complessità degli ecosistemi mediali. McQuail si dimostra critico rispetto alla possibilità di identificare i beneficiari di tale libertà: se questi fossero proprio i proprietari dei giornali, non è detto che la medesima libertà si estenda anche direttori delle testate, ai giornalisti e così via. Dunque egli fa leva sulle voci dei critici e identifica una teoria dello sviluppo: una teoria utile per ampliare la platea degli stati sottoponibili a modellizzazione, tenendo conto che, se a ogni sistema sociale corrisponde una realtà informativa, esistono dei contesti in cui l'intervento positivo andrebbe seriamente rivalutato. Bisogna pensare ad una versione più positiva della teoria dei media che si focalizzi tanto sugli obiettivi nazionali di sviluppo quanto sulla necessità di autonomia e solidarietà nei confronti di nazioni in condizioni in via di sviluppo, con mancanza di capitali, infrastrutture, competenze, pubblici.

1.2 Le dimensioni della comparazione. Come analizzare i modelli di giornalismo

Hallin e Mancini individuano quattro dimensioni attraverso le quali comparare i sistemi mediali:

  • Lo sviluppo del mercato mediale, con particolare attenzione alla diffusione, capillare o limitata, della stampa a circolazione di massa;
  • Il parallelismo politico, intendendo il grado o la natura dei legami tra i media e i partiti politici o la misura in cui il sistema mediale riflette le principali divisioni politiche all'interno della società;
  • Il radicamento della professionalizzazione del giornalismo;
  • Il grado o la natura dell'intervento statale nel sistema mediale.

1.2.1 Struttura dei media di mercato: lo sviluppo di una stampa di massa

Le cifre sulla diffusione della stampa spiegano ma non esauriscono le implicazioni qualitative che si riverberano nella natura della stampa quotidiana, nella relazione con i pubblici e nel ruolo che la stampa assume nei processi sociali e nelle forme della comunicazione politica. Così come una minore circolazione dell'informazione stampata nell'Europa meridionale fa in modo che questa sia tradizionalmente a d appannaggio di una ristretta élite, spesso urbana e istruita, politicamente attiva. Nel Nord Europa e in America del Nord invece la stampa parla perlopiù a un pubblico di massa non necessariamente politicamente attivo.

In questo caso la stampa è coinvolta in processi verticali di comunicazione, mediando e comunicando le posizioni delle élite politiche e dei cittadini comuni. Nell’area euro-mediterranea, la bassa circolazione della stampa ha impedito che si formassero imprese mediali votate al profitto, con conseguenze che riguardano la necessità dello sviluppo di una professionalizzazione decisa e l'emancipazione del parallelismo politico. Negli altri contesti in esame si sono potute invece affermare imprese commerciali forti. Va segnalato inoltre che le differenze di diffusione possono ripercuotersi sulla dieta mediale individuale, infatti dove la stampa di diffusione di massa è assente gli individui tenderanno a porre maggiore affidamento sui media elettronici per ricercare le informazioni rilevanti con particolari conseguenze sulle forme del dibattito pubblico mediatizzato e della comunicazione politica stessa.

1.2.2 Parallelismo politico

Hallin e Mancini rilevano come il nodo del legame tra politica e stampa si è radicato nelle declinazioni storiche assunte dal giornalismo e dalla percezione pubblica delle sue funzioni. I due autori affermano che la partigianeria politica, advocacy, già ai tempi della riforma era considerata una funzione centrale nei media a stampa; tra il finire del XVIII secolo e l'inizio del XIX quando comincia radicarsi l'idea dei giornali come fattori di influenza nella vita politica, l'advocacy era ormai diventata una funzione presente pressoché in ogni paese, il giornalista era diventata una parte in causa che concorreva informare e modellare l'opinione pubblica. Sul finire del XIX secolo cominciò ad affermarsi un modello contrastante, nel quale il giornalista si erge ad arbitro neutrale delle vicende politiche, distante e immune da interessi e cause di parte.

Ciò spesso è stato connesso alle emergenze della stampa di massa, più attenta al denaro che le cause politiche, finanziata dalle pubblicità e quindi libera dal condizionamento delle diverse fazioni politiche. Va ricordato che nonostante le buone pratiche, il giornalismo non è totalmente neutrale, basti pensare a come la tensione verso l'obiettività sia intaccata da fattori materiali, come le routines produttive, le cognizioni culturali sedimentate o la percezione degli interessi del pubblico. Dunque, si è preso in considerazione la possibilità di distinguere i diversi orientamenti politici nei sistemi mediali.

In alcune zone d'Europa è ancora possibile individuare delle affinità politiche, come nella stampa quotidiana tedesca, mentre l'operazione risulta più ardua negli Stati Uniti. Si può definire il parallelismo politico come il grado in cui la struttura del sistema mediale è parallela a quella del sistema dei partiti quando cioè si possono tracciare con chiarezza delle affinità fra particolari gruppi politico sociali e di missioni mediatiche. I due studiosi sostengono che esistono diversi indicatori di parallelismo politico, i quali interessano i prodotti mediali, le strutture organizzative, i sistemi di credenze individuali, e vanno ricercati ne:

  • Il contenuto dei media, poiché questi riflettono gli orientamenti politici nella selezione delle notizie, nel framing delle stesse e nei contenuti di intrattenimento proposti;
  • Le connessioni organizzative tra i media ei partiti che possono concretizzarsi nel finanziamento o nella distribuzione della stampa;
  • La tendenza del personale giornalistico a essere politicamente attivo, realizzando dei veri e propri scambi di carriera (per esempio giornalisti che si candidano alle cariche politiche);
  • La possibilità che le progressioni delle carriere dei giornalisti siano modellate dalle affiliazioni politiche degli stessi, sia nel caso in cui sia richiesta un’espressa coincidenza tra le credenze individuali e la linea partitica degli organi di stampa, sia quando i giornalisti sono assunti per bilanciare una quota politico valoriale;
  • La partigianeria delle audience mediali, per la quale i pubblici possono essere interessati a contenuti deliberatamente faziosi;
  • Gli orientamenti e le pratiche proprie della professione giornalistica, così come tracciare dalla situazione storica e dagli orientamenti culturali dominanti, per cui si assiste alla possibile oscillazione tra giornalisti che rivendicano il ruolo di influenza dell'opinione pubblica e i fautori di un approccio più neutrale.

Inoltre possono essere individuate due differenti espressioni di parallelismo politico: la prima concerne il cosiddetto pluralismo esterno, interessato dall'intero sistema mediatico, grazie una gamma di media o di organizzazioni giornalistiche che riflettono i punti di vista di diversi gruppi politici, in questo caso si è convenzionalmente portati ad affermare che vi sia un alto grado di pluralismo politico; la seconda concretizzazione si esprime nel pluralismo interno, insito nelle singole organizzazioni mediali, che presenta due modelli di relazioni con il potere (nel primo i media evitano legami istituzionali con i gruppi politici, auto regolando e bilanciando equamente i contenuti, nel secondo modello le organizzazioni mediali e in particolar modo le emittenti televisive, rappresentano formalmente una varietà di forze politiche all'interno della struttura e nei contenuti della singola organizzazione).

Ovviamente uno dei domini maggiormente interessati dalle ambizioni politiche riguarda le emittenti broadcast, specialmente nell'accezione di servizio pubblico. In questo caso i due studiosi identificano quattro diversi possibili interazioni tra politica ed emittenti televisive:

  • Nel modello governativo il controllo è direttamente ascrivibile al governo o una fazione politica;
  • Nel modello professionale vi è una forte tradizione di broadcasting isolato dal controllo politico ma costruito sulla dedizione professionale dei membri delle organizzazioni, ad esempio la BBC;
  • Nel modello parlamentare o proporzionale, il controllo del servizio pubblico è spartito tra i diversi partiti seguendo un metodo proporzionale, per esempio la RAI e il fenomeno della lottizzazione;
  • Il modello civico o corporativista presenta delle similitudini con il modello parlamentare poiché presuppone che il controllo del servizio pubblico sia distribuito tra vari gruppi sociali e politici.

1.2.3 Professionalizzazione

La sociologia delle professioni si è spesso dilettata nella descrizione di figure professionali Ideal tipiche, mentre il giornalismo presenta degli elementi di distinzione: basti pensare all'assenza di un corpus sistematico di conoscenze e dottrine e lo stesso addestramento formale, dato dalla formazione accademica o dai percorsi obbligatori di praticantato. Vi è dunque una variabilità nei processi di regolamentazione formale della professione, per esempio in Italia la presenza di un ordine dei giornalisti che definisce non solo gli ideali canoni della professione, ma anche chi può effettivamente dirsi giornalista professionista, è accompagnata a un basso grado di professionalizzazione del giornalismo.

Seppur consci delle difficoltà di definizione, Hallin e Mancini hanno isolato alcuni elementi che determinano il livello di professionalizzazione in un contesto nazionale:

  • Autonomia. Alcune discipline non prevedono ingerenze esterne in grado di condizionare il loro lavoro. I giornalisti invece non solo non sono tenuti a detenere conoscenze formalizzate, ma operano in contesti decisamente complessi, il loro operato è finalizzato alla produzione di massa, non detengono i mezzi di produzione, sono il più delle volte dei dipendenti salariati. I giornalisti manifestano un controllo del lavoro di natura collegiale, perché la pressione e la pretesa di autorità verso i giornalisti sono stabilite In primo luogo dai giornalisti stessi.
  • Norme professionali distinte. Una professione può dirsi tale se riconosce l'esistenza di un dispositivo distinto di norme. Nel caso del giornalismo queste possono essere individuate nei principi etici; nelle routine pratiche, come per esempio i criteri di notiziabilità; e nella capacità di fissare dei criteri per individuare l'eccellenza professionale. Queste norme sono vincolate all'autonomia poiché non possono funzionare se poste davanti alla pressione di ingerenze esterne (se una fazione politica o interessi economici non permettessero di rispettare queste norme professionali non ci sarebbero i presupposti per fare giornalismo).
  • Orientamento al servizio pubblico. Vuole che ci sia un orientamento verso un'etica di servizio pubblico, proprio perché questo per il giornalismo sarebbe la condizione per la quale reclamare autonomia e autorità.

Anche Shudson e Anderson esprimono la difficoltà nel definire scientificamente la professione giornalistica e di conseguenza nel poter isolare gli elementi significativi utili a misurare il grado di professionalizzazione presente in un paese. I due autori elencano quindi una serie di condizioni utili per evidenziare i confini di quanto

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cecconimarta96 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di storia e modelli del giornalismo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Bruno Marco.
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