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Riassunti esame Storia romana I, prof. Thornton, libro consigliato Storia di Roma dalle origini alla tarda antichità, Arcuri, Caliri, Giuffrida, Lewin, Marino, Mastrocinque, Mecella, Molè, Motta, Pinzone, Roberto, Sassu, Thornton Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Storia romana I del professore John Thornton, basato su appunti personali e studio autonomo del libro consigliato dal docente "Storia di Roma dalle origini alla tarda antichità" (Ed. Del Prisma), Arcuri, Caliri, Giuffrida, Lewin, Marino, Mastrocinque, Mecella, Molè, Motta, Pinzone, Roberto, Sassu, Thornton. Gli argomenti trattati sono i seguenti:... Vedi di più

Esame di Storia romana docente Prof. J. Thornton

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Da Tiberio a Gaio Sempronio Gracco

La legge agraria rimaneva in vigore e il responsabile del massacro dei graccani, Scipione

Nasica, fu inviato in Asia dove morì. Nel 129, i grandi possessori italici, colpiti dalle confische,

rivolsero un appello a Scipione Emiliano che accolse le loro richieste e sottrasse alla commissione

agraria il potere di giudicare le controversie sulla natura giuridica delle terre rivendicate dallo stato.

Affidando questo compito ai consoli, si contava di poter boicottare l’applicazione della legge, e

sospendere le confische. Quando più tardi, Scipione Emiliano fu trovato improvvisamente morto in

casa, la moglie Sempronia, sorella dei Gracchi, fu sospettata di omicidio. Nel 125, Fulvio Flacco

avrebbe formulato il progetto di concedere la cittadinanza agli Italici, purché i grandi possessori

italici rinunciassero ad ostacolare l'approvazione della legge. La proposta non poté essere messa

ai voti, in quanto Flacco dovette abbandonare Roma per recarsi nelle Gallie.

Il tribunato di Gaio Gracco

Nel 123, Gaio Gracco, fratello minore di Tiberio, assunse il tribunato e propose un

complesso pacchetto di leggi. Ribadì la redistribuzione in lotti dell'ager publicus, promosse misure

in favore dei cittadini arruolati, vietando la coscrizione prima dei diciassette anni e limitando le

detrazioni dal soldo. Inoltre, propose una legge frumentaria che stabiliva la vendita a prezzi politici

del grano ai cittadini romani residenti a Roma e con una legge giudiziaria strappò ai senatori il

monopolio della funzione giudicante. Promosse anche la deduzione di colonie e la costruzione di

strade e di magazzini per il grano al servizio della lex frumentaria. Fu rieletto tribuno anche nel 122

e a fianco Fulvio Flacco. Gaio Gracco propose la fondazione di altre colonie, anche a Taranto e

Capua e quindi dovette abbandonare l'Italia per presiedere alla fondazione di una colonia in Africa,

sul sito di Cartagine. Gli avversari di Gaio utilizzarono contro di lui un collega, un altro tribuno della

plebe, Livio Druso: per sottrarre a Gaio il favore della plebe, Druso avrebbe promosso la

fondazione di 12 colonie. A indebolire il fronte graccano contribuì la sua spaccatura su un progetto

di legge che avrebbe esteso la cittadinanza ai Latini e forse avrebbe concesso il diritto di voto ai

cives sine suffragio. Il console Fannio, impedì l'approvazione del provvedimento suscitando

l'egoismo della plebe romana. Il console del 121, Opimio, si fece attribuire poteri straordinari dal

senato, respinse ogni trattativa e mosse alla testa dei soldati contro l'Aventino, occupato dai

graccani. Con Gaio e Fulvio Flacco furono uccisi 3000 uomini.

Le trasformazioni dell’agricoltura italica fra II e I secolo a.C. nel dibattito

contemporaneo

Arnold Toynbee imputava alla presenza di Annibale nell'Italia meridionale, con le

devastazioni della guerra e le confische del dopoguerra, una drammatica trasformazione. La

riduzione dell'ager publicus delle terre confiscate alle comunità ribelli dell'Italia meridionale avrebbe

provocato la fine della piccola proprietà e lo sradicamento del ceto dei contadini soldati; mentre

costoro sarebbero confluiti a Roma, delle loro terre avrebbero preso possesso il grande

allevamento transumante e l'agricoltura di piantagione. Una produzione orientata principalmente

verso il mercato avrebbe preso il posto così dell’agricoltura di sussistenza praticata nelle piccole

aziende familiari e della cerealicoltura. Le esigenze del servizio militare avrebbero strappato i

contadini soldati ai loro poderi. Le famiglie rimaste sulla terra non sarebbero stato in grado di

mantenerne il possesso; ne avrebbero approfittato i ceti proprietari. Si è osservato amaramente

come i contadini soldati romani combattessero per venire espropriati dalle loro proprietà. Diretta

dal vilicus, uno schiavo capace, che godeva della fiducia del padrone, la villa produceva per la

commercializzazione. Nei pressi di Roma, poi, enormi profitti sarebbero derivati anche

dall’allevamento di uccelli, pesci pregiati e selvaggina. Si è fatto ricorso alle fonti archeologiche e si

è creduto di poterne trarre indicazione della persistenza di una densa popolazione rurale insediata

in unità produttive che disponevano di appezzamenti ridotti. Si è arrivati a negare l'inconciliabilità

delle villae e della piccola proprietà ma ad affermarne persino un rapporto di integrazione.

Nell’agricoltura dell’Italia tardorepubblicana, mentre a soddisfare il fabbisogno di olio d’oliva e di

vino della popolazione sarebbe bastata una minima percentuale di terra coltivabile, per sfamarla la

produzione del grano ne avrebbe richiesto larga parte. Il paesaggio agrario tardorepubblicano

dunque non presenterebbe aspetti di radicale novità, e le villae non ne sarebbero affatto il

carattere dominante. A prendere la strada delle campagne sarebbe stata, secondo Jongman, solo

una piccola percentuale degli schiavi importati in Italia. Secondo i calcoli di Rosenstein, in

assenza del capofamiglia e di figli maschi adulti, persino da sole le donne sarebbero state in grado

di produrre il necessario alla sussistenza. Rosenstein afferma che l'alto tasso di mortalità militare

negli anni della guerra annibalica avrebbe messo a disposizione delle coppie superstiti più ampie

estensioni terra, inaugurando una fase di prosperità; questa generazione ne avrebbe approfittato

per allevare più figli. L'eccesso di popolazione frutto di questo boom demografico avrebbe condotto

al frazionamento delle piccole proprietà e all'impoverimento degli eredi rispetto alle generazioni

precedenti.

La manodopera schiavile

Innegabile è poi la rilevanza dell’afflusso di manodopera schiavile. Accanto alle guerre di

conquista, ad alimentare il mercato della manodopera contribuivano altre fonti di

approvvigionamento: la più rilevante sembrano essere state le razzie di uomini che colpivano i

villaggi rurali della Siria o delle regioni interne dell'Asia minore. Minore in quest'epoca sarebbe

stata il ruolo della riproduzione degli schiavi, dell'abbandono dei neonati e della servitù per debiti. Il

destino degli schiavi era tutt’altro che uniforme. La sorte peggiore sembra essere quella di quanti

venivano sfruttati fino alla morte nelle miniere; assai dure erano anche le condizioni degli schiavi

impiegati nell’agricoltura; ma più stretto contatto con il padrone, alcuni schiavi potevano

guadagnarsene la fiducia, vedersi affidare mansioni redditizie, ed ottenere la libertà attraverso la

manomissione.

I commerci

Il commercio marittimo contribuì alla diffusione dei prodotti dell'agricoltura italiana, vino e

olio d’oliva innanzi tutto. A partire dal II secolo il vino italiano invade i mercati occidentali,

penetrando in Gallia e più in generale nell'Occidente mediterraneo. Accanto al vino, un ruolo

importante nel commercio dell'epoca lo svolge anche la ceramica campana.

B) La società e la politica

I punti della ricerca sulla vita politica romana sono due: l'indagine sui fattori che

determinarono la spinta espansionistica che portò Roma ad affermare la propria egemonia su tutto

il bacino mediterraneo e l'analisi del funzionamento del sistema politico repubblicano.

SEZIONE IV – VERSO I POTERI PESONALI

CAPITOLO 1 – DALLA GUERRA NUMIDICA ALLA PRIMA GUERRA CIVILE (112-78

A.C.)

1. La guerra giugurtina (112-105 a.C.)

Sallustio nel Bellum Iugurthinum introduce il lettore negli scenari cupi della guerra contro il

re di Numidia dopo una lunga riflessione sul rovesciamento dei valori di una società incapace di

stabilire un rapporto equilibrato tra la natura umana e l'animus. La finalità politica dell’opera spiga

la definizione di “guerre civili” per gli sconvolgimenti che travolsero il quadro politico interno e che

avrebbero trovato una loro composizione nel momento drammatico della guerra sociale. Le ragioni

del conflitto (111-105) si fanno risalire alla morte di Massinissa che aveva sostenuto i Romani nel

corso della prima guerra punica. Alla morte del re, il potere era passato al figlio Micipsa che regnò

da solo. Il nuovo sovrano aveva due figli, Aderbale e Iempsale e allevò come figlio il nipote

Giugurta, figlio natura di Mastanabale (suo fratello). Le doti del giovane, spinsero Micipsa ad

affidargli imprese rischiose al fine di sbarazzarsene senza suscitare contrasti. Questa fu la ragione

dell'invio di truppe numidiche al comando di Giugurta durante la seconda guerra celtiberica. I

contatti con gli eserciti romani crearono un forte consenso attorno al giovane africano ricco e

prodigo al quale i novi nobiles promettevano appoggi per la successione al trono. La lettera di

Scipione a Micipsa ridondante di elogi per il giovane, indusse lo zio ad adottarlo e a designarlo

coerede al regno. Dopo la morte del re, il partito di Giugurta, eliminò Iempsale provocando l'invio

di una delegazione da parte del senato romano sollecitato da Aderbale che si rifugiò prima nella

provincia d'Africa e poi a Roma. Giugurta, padrone di tutta la Numidia, inviò nell'Urbe i propri

delegati carichi d'oro e d'argento per farne omaggio ai vecchi amici. Il gioco riuscì facilmente e

dopo l'udienza della parte, in senato si deliberò una commissione di 10 per la divisione del regno di

Micipsa tra Aderbale e Giugurta. Giugurta non esitò ad occupare i territori del fratello, sino a

provocarne una reazione indotta dalle devastazioni di città e campagna e dal timore di dovere

abbandonare il regno. L'assedio alla piazzaforte di Cirta, centro commerciale di grande

importanza, provocò una svolta. La denuncia della colpevole inerzia del Senato da parte di Gaio

Memmio provocò la dichiarazione di guerra a Giugurta (111). La lunga teoria di insuccessi romani

si protrasse fino al 108 quando dopo i fallimenti di Spurio Postumio Albino, la direzione della

guerra fu assunta dal console Quinto Cecilio Metello. Questi riconquistò quasi tutta la Numidia.

Fu eletto console nel 107 e riuscì ad assumere il comando della guerra accelerando la

conclusione. Giugurta assoldò mercenari fra i Getuli ed ottenne l'aiuto del suocero Bocco, re della

Mauretania. Dopo due sconfitte successive, Bocco si lasciò persuadere dall'abilità diplomatica di

Silla, questore al seguito di Mario, a passare dalla parte del console. Giugurta, caduto in

un'imboscata, fu consegnato in catene a Mario che celebrò il trionfo e festeggiò l'elezione al

consolato per il 104 a.C., l'anno in cui il re numida morì nel carcere mamertino.

2. L’homo novus Mario tra rivoluzione e conservazione

La nuova acquisizione territoriale sul piano politico non suscitò entusiasmo presso la classe

dirigente, sul piano storico invece rivestì il significato di una vera e propria cesura. Attorno alle

istanze di vittoria si creò un legame forte con i comandanti garanti del futuro dei nuovi

professionisti della guerra e si dirottò il movimento democratico verso nuovi obiettivi. Il rapporto di

interdipendenza fra truppe e comandanti creò un intreccio di interessi che investì il piano politico

agevolando nuovi protagonisti. In questo quadro, si colloca il fallimento dell'azione dei tribuni

Saturnino e Glaucia. Dal plebiscito sui delitti politici, alla legge frumentaria, al plebiscito sulla

deduzione di colonie in Africa e a quello sulla distribuzione ai soldati di terre dell'ager gallicus

strappato da Mario ai Cimbri, l'obbligo prescritto ai senatori di giurare il rispetto di quest'ultima

legge scatenò lo scontro tra le parti. L'estremizzazione dei metodi di lotta culminata nell'uccisione

dell'avversario politico di Glaucia provocò la degenerazione in una guerra civile di cui si rese

protagonista il senato. Esso infatti, si liberò con la violenza dei due tribuni, che Mario aveva tentato

di salvare facendoli custodire nella Curia dove però vennero uccisi. Nel quadro dopo-Giugurta, non

va trascurato il livello di credibilità raggiunto da Mario nel momento in cui il timore di

un'aggressione ravvicinata di popolazioni galliche, i Cimbri e i Teutoni, sollecitò l'attribuzione del

comando all'homo novus che aveva sconfitto Giugurta. La designazione di Mario al secondo

consolato nel 104 è la spia del suo successo personale che gli fruttò altri 5 anni di consolati

consecutivi (dal 104 al 100). l'enfatizzazione del pericolo gallico rende significativa la vittoria

romana e giustifica il titolo di pater patriae attribuito a Mario.

La seconda guerra servile in Sicilia (104/101 a.C.)

Vi fu una nuova, gravissima sollevazione di schiavi in Sicilia (se ne contavano molte decine

di migliaia). A Nicomede, re di Bitinia, nel corso dell'aggressione cimbrica si era rivolto il Senato

per ottenere aiuti militari. Il sovrano giustificò il rifiuto con la condizione di schiavitù nella quale era

venuta a trovarsi la maggior parte dei Bitini vessati nelle province dai publicani. Il senato tentò di

correre al riparo decretando che nessun alleato di condizione libera potesse essere ridotto in

schiavitù nelle province e che i governatori si attivassero per restituire la libertà a quanti si

trovavano in quella condizione. Alla liberazione di un cospicuo numero di schiavi, seguirono le

proteste dei proprietari i quali persuasero, con il denaro o con i ricatti, il governatore Licinio Nerva

a bloccare altre richieste di libertà. Le tecniche della rivolta, misero in crisi il governo romano che

non riuscì a rintuzzare i tentativi di accerchiamento dei ribelli, la cui organizzazione tattica attrasse

anche i Siciliani che concorsero ad ingrossare le file di quelli. Gaio Aquinio, il console del 101/100

insieme a Mario riuscì a sconfiggere i ribelli.

4. La questione italica e il tribunato di Marco Livio Druso (91-90 a.C.)

Nel 91, dieci anni dopo la tragica fine di Saturnino e Glaucia, Marco Livio Druso, figlio

del Druso, fiero avversario di Gaio Gracco propose un pacchetto di leggi che mirava ad ampliare il

potere dell'aristocrazia attraverso nuove e solide alleanze. I punti più qualificanti della politica di

Druso sono contenuti nella lex frumentaria, nella lex agraria per la deduzione di colonie in Italia e

in Sicilia che avrebbero dovuto creare il consenso intorno alla lex de civitate latinis e sociis danda

che sembrava improrogabile e alla lex iudiciaria, la cui approvazione era necessaria per creare

l'asse senato-cavalieri con una formula inclusiva. La legge giudiziaria prevedeva il trasferimento

delle corti giudicanti dagli equestri al Senato, aumentato di 300 membri scelti fra i cavalieri e la

possibilità di sottoporre questi giudici ad accuse di corruzione. I cavalieri però, nutrivano invidia per

quanti sarebbero stati selezionati nell'immediato ed erano preoccupati per l'introduzione nella

legge dell'accusa di corruzione delle giurie. I senatori invece, temevano che in Senato potesse

formarsi una nuova fazione contro i vecchi senatori. Gli stessi Italici, manifestarono perplessità

sulla legge coloniaria che avrebbe potuto danneggiarli per cui resero debole la posizione di Druso

che venne poi ucciso a casa da ignoti. La morte del tribuno scatenò la reazione violenta delle

popolazioni italiche. Negli anni precedenti, la lex Licinia Murcia aveva fissato dei limiti ai

trasferimenti di domicilio a Roma che garantivano la cittadinanza, obbligando i novi cives a

ritornare nella loro città e ancora prima, si era colpita con una lex Clodia la datio in adoptionem,

strumento di atti fraudatori.

5. La guerra sociale e gli esiti politico-giuridici del conflitto (90-88 a.C.)

La guerra dichiarata allo stato romano nel 90 fu considerata civile da alcuni storici che

evidenziarono i legami di sangue e quelli morali tra dominatori e dominanti, mentre tutti

concordarono nell'attribuire la responsabilità morale, oltre che politica, alla classe dirigente romana

che aveva imposto oneri pesanti. Druso, il riformatore illuminato, fu ritenuto responsabile dei

disastri che la guerra provocò in tutta la penisola. Il giovane tribuno aveva preso atto di una

situazione che minacciava di esplodere dal momento in cui i contrasti tra democratici e

conservatori avevano prodotto mutamenti profondi nell'ordinamento agrario. La guerra di breve

durata apparve di esito incerto. Gli Italici scelsero come capitale Corfinium, la città più importante

dei Peligni e coniarono una propria moneta. La scintilla della guerra si accese ad Ausculum dove

vennero uccisi il propretore Servilio e il suo luogotenente Fonteio, giunti da Roma mentre si

celebrava una festa. La stessa sorte subirono tutti gli altri Romani residenti nel luogo che vennero

assaliti e massacrati. Nella direzione di un compromesso andarono le due leggi di apertura alle

istanze degli italici: 1) la lex Iulia de civitate latinis et sociis danda, con cui si concedeva la

cittadinanza alle città del Lazio e agli alleati che fossero rimasti fedeli a Roma; 2) la lex Plautia

Papiria de civitate sociis danda, che concedeva il diritto a quanti, domiciliati in Italia al momento

della legge, ne facessero richiesta entro 60 giorni. Sul piano istituzionale, però non vennero

recepiti i cambiamenti provocati dall'esito della guerra, sicché nei fatti, almeno nell’immediato, il

risultato politico del conflitto fu vanificato. Inoltre, la possibilità di ampliamento della classe

dirigente venne ostacolata dal perdurare del sistema dei rapporti politici tradizionali, mentre

l'esigenza di riorganizzare il territorio italico incorporato nello Stato romano suggerì di applicare

l'istituto del municipium, che avrebbe concorso ad accelerare il processo di romanizzazione

spingendo la comunità della penisola alla normativizzazione in ambito politico e giuridico.

6. Crisi politica a Roma: Publio Sulpicio Rufo, la marcia di Silla su Roma e i

provvedimenti d’urgenza (88. a.C.)

Nell’88 si ebbe l'apertura di un fronte di guerra contro Mitridate, re del Ponto, che aveva

occupato la Bitinia, la Frigia e l'Asia. Assegnato il comando della guerra a Silla, console per

quell’anno, la classe equestre per timore che i propri interessi in quell'area fossero minacciati

dall'esponente del partito aristocratico, si accordò con i popolari che volevano attribuire tale

comando a Mario. Costoro vennero appoggiati dal tribuno Publio Sulpicio Rufo, il quale propose

un gruppo di leggi il cui contenuto demagogico provocò la reazione dei consoli. Tra queste,

significativa è l’ultima, che prevedeva che fosse affidato a Mario il comando della guerra in Oriente.

L'opposizione dei consoli all’approvazione delle leggi suscitò la reazione di Sulpicio e dei suoi

sostenitori che provocarono il tumultus nel corso del quale uccisero Pompeo, figlio del console

Quinto Pompeo e genero di Silla. Pompeo trovò la salvezza nella fuga, Silla si rifugiò a casa di

Mario. Con un plebiscito sulla abrogatio imperii di Silla il comando contro Mitridate fu attribuito a

Mario. Silla partì verso Roma con 6 legioni di soldati. L'andamento della guerra civile fu favorevole

al console che, prima di partire per il Ponto, emanò una serie di provvedimenti per indebolire i

democratici a vantaggio del Senato, mentre Mario, Sulpicio e altri esponenti del partito

democratico venivano dichiarati hostes rei publicae ed esposti al rischio di essere uccisi. Sulpicio

venne ucciso subito. Mario riuscì a sfuggire agl’inseguitori e si nascose a Minturno e da lì riuscì ad

arrivare nella provincia d'Africa. Quanto alle leggi di Silla, approvate il giorno dopo la vittoria, esse

stabilivano 1) che nessuna proposta di legge potesse essere approvata senza l'auctoritas patrum;

2) che le votazioni avvenissero per centurie secondo lo schema serviano per evitare rivoluzioni; 3)

che il Senato fosse integrato con 300 nuovi membri e che il potere dei tribuni fosse ridotto.

7. Intervallo democratico (87-82 a.C.)

Il ritorno al potere del partito democratico capeggiato da Cinna, eletto console nell'87, dopo

la partenza di Silla per l'Asia, spiega il clima di ritorsione contro l'aristocrazia creato dalla

riproposizione delle leggi sulpicie e in particolare di quelle relative all'iscrizione degli Italici in tutte

le tribù. L'aristocrazia e una parte della plebe contestarono la proposta provocando una reazione

dei cinnani che offrì al console Ottavio il pretesto di intervenire con le armi per porre fine alla

sedizione. Molti dei seguaci di Cinna furono uccisi ed egli tentò di sollevare gli schiavi e per questo

fu privato della cittadinanza. A ciò reagì, combattendo contro Ottavio e contro il Senato che

cedettero consentendo a lui e a Mario di ritornare a Roma per esercitarvi la carica. Dopo la morte

di Mario, Cinna governò da solo e senza intervalli e per questo il suo potere fu definito regnum o

dominatio.

8. La guerra mitridatica tra ideologia e politica

Mentre Cinna e Carbone (succeduto a Mario) spadroneggiavano a Roma, molti

aristocratici avevano raggiunto Silla in Asia dove le condizioni della guerra erano state create da

Mitridate VI Eupatore, che aveva occupato la provincia d'Asia e spodestato dal trono i re di Bitinia

e Cappadocia. Insediatosi a Pergamo, sollevò contro i romani i popoli dell'Ellade sino alla

Tessaglia. L'andamento della guerra fu contrassegnato da collaborazioni organizzate dal governo

democratico che sembravano voler minacciare il ruolo di Silla.

9. Il ritorno di Silla e la dittatura costituente (82-79 a.C.)

Siglata la pace in Oriente, Silla passò con l'esercito in Italia dove i consoli Gaio Norbano e

Lucio Scipione preparavano la guerra contro di lui. Silla vinse in battaglia Norbano mentre

l'esercito del console Scipione passò con tutte le insegne a Silla e lo stesso console fu lasciato

andare via. Presso Silla si recò Gneo Pompeo. Sconfitti definitivamente gli Italici, Silla inaugurò

una forma di disciplina stragista, le proscrizioni, che si tradusse in vendette personali.

L'affidamento a Silla della dittatura attraverso l'espediente della dialettica tra contenuto e forma

rispose ad una ricerca di legittimazione. Silla nel 78 a.C. abdicò alla dittatura.

CAPITOLO 2 – IL DECENNIO POSTSILLANO. PROTAGONISMI MILITARI TRA

ALLEANZE E CONFLITTI (7-60 A.C.)

1. Tentativi rivoluzionari di Lepido e di Sertorio (78-71 a.C.)

Il panorama politico che si delineò dopo la morte di Silla registra la sconfitta dello Stato

della quale vengono ritenuti responsabili di colpi di coda del partito democratico ormai allo sbando.

L'ostilità fra i consoli in carica Catulo e Lentulo degenerò in un conflitto armato per le ambizioni di

Lepido che ottenne l'aiuto degli Italici con la promessa di restituire i beni tolti da Silla. L'inefficienza

militare di Catulo, spinse il Senato a rivolgersi a Pompeo, il quale aderì al partito aristocratico e fu

nominato comandante dell'esercito che doveva debellare Lepido. Questi, sostenuto dagli Italici e

da Bruto, controllava la Gallia Cisalpina, parte d'Italia e zona franca per gli aggressori dello Stato

dal tempo della riforma di Silla. Appiano si limita a riferire del tentativo non riuscito di Lepido di

entrare a Roma con l'esercito e dello scontro con Catulo al Campo di Marte, della sua sconfitta che

lo indusse alla fuga verso la Sardegna dove morì. Il suo esercito disperso fu raccolto da Paperna

che lo condusse in Spagna, a Sertorio. In questo quadro si colloca la guerra contro Sertorio (80-

72) che durò 8 anni. Prima della nomina di Silla a dittatore, Sertorio, alleato di Carbone, era stato

scelto per il governo della Spagna e, dopo aver occupato Suessa, si era recato nella provincia con

il suo esercito. Li ne aveva reclutato un altro fra i Celtiberi e dopo aver scacciato i governatori

combatté contro Metello Pio (77) che non si dimostrò adeguato alla tattica di aggiramenti e

imboscante, sicché l'arrivo di Pompeo segnò una discontinuità per la speranza che la sua fama

accese sia presso i soldati di Metello che presso le popolazioni locali. Queste, non sentendosi

legate a Sertorio, cambiarono fronte mentre Metello si era immerso nei piaceri e nel lusso. Solo

dopo la morte di Sertorio, il ruolo di Pompeo appare sminuito nella storiografia che giudicò in

prospettiva la vicenda politica complessiva di uno dei principali protagonisti sulla scena

dell'agonizzante res publica.

2. Insurrezione schiavile in Italia: Spartaco e l’impegno dello Stato (73-71 a.C.)

La rivolta degli schiavi-gladiatori guidati dal trace Spartaco giunto in Italia forse con le

truppe ausiliarie di Silla nell'83. Fuggito da Capua, nel 73, aveva tenuto in scacco per ben due anni

i vari comandanti romani finché la direzione della guerra non venne affidata a Publio Licinio

Crasso. La misura estrema adottata da Crasso di crocifiggere tra Capua e Roma be 6000 schiavi

sembra un espediente per affermare il primato del vincitore nella lotta alla quale vennero aggiunti

dal Senato, Lucullo e Pompeo, aureolati della vittoria contro Mitridate l'uno, contro Sertorio

l'altro. Questa rivolta di schiavi non può essere considerata un episodio privo di conseguenze nella

storia della società romana, che fondava la propria economia sullo sfruttamento del lavoro servile.

4. La congiura di Catilina e il ruolo di Cicerone

La congiura di Catilina appare come uno specchio nel quale si riflessero i mali di Roma.

Mentre Pompeo, tornava dall'Oriente carico di vittorie, si scoprì la congiura (63). Gli anni che

precedettero l'iniziativa di Lucio Sergio Catilina sono quelli in cui questo nobile riuscì ad emergere

dopo il collasso economico della sua famiglia entrando a far parte del Consiglio di Gneo Pompeo

Strabone, per divenire subito dopo sillano e partecipare alle operazioni contro gli anti sillani con

azioni efferate. Il suo iter politico, dalla questura (78), all'edilità (71) alla pretura (68) ne registra i

legami con gli ottimati sino al 66 quando fu difeso nel processo per immoralità durante la

propretura in Africa (67-66). Della rottura che seguì si è ritenuta causa o effetto il rifiuto della sua

candidatura al consolato per il 65 e poi l'accusa di Clodio per malversazioni in provincia. Nel

complotto organizzato per neutralizzare la vittoria popolare alle elezioni consolari, Catilina ricoprì

un ruolo marginale a dispetto delle voci calunniose raccolte da fonti. Il processo de repetundis lo

obbligò a rinviare di un anno la candidatura, al 64, cioè per il 63, lo stesso anno in cui si candidò

Cicerone. Escluso nel ballottaggio con Antonio Hybrida, anche egli sillano in gravi difficoltà

economiche. Il distacco da Crasso e da Cesare e dalla lotta dei tribuni della plebe nel 63 a.C. era

già consumato. Il punto di criticità che conferma la distanza del progetto di Catilina dalle tradizioni

del tribunato postsillano riguardò la proposta di concessioni agrarie al proletariato rurale che

appoggiava Catilina e per la quale si prefiguravano danni per la plebe urbana. Il nuovo insuccesso

di Catilina allargò l'area di protesta. Alle dicerie, si aggiunsero la fuga di Catilina, la denuncia da

parte di ambasciatori degli Allobrogi, la dichiarazione come hostis rei publicae, la guerra contro i

ribelli in armi, la condanna a morte dei prigionieri senza il ricorso alla provocatio ad popolum. Si

calava il sipario su una delle vicende più torbide della res publica, mentre si profilava il ritorno di

Pompeo dall'Oriente. Cesare e Crasso, per contrastare la paura dello strapotere di Pompeo, si

riteneva si fossero accordati nel 66 con Catilina, politicamente fallito, che Cesare aveva assolto nel

65 dal reato de retetundis nel quale era stato difeso da Cicerone. L'appellativo di pater patriae che

esibì per anni, coronò un successo personale mentre l'esperienza dell'aspirante console Catilina si

concluse sul campo di battaglia di Pistoia.

5. Verso il “primo triumvirato”. L’itinerario politico di Pompeo e Cesare (79-61 a.C.)

Dopo il consolato del 70 a.C., Pompeo non assunse alcun proconsolato per il 69, come

prevedeva la lex Cornelia, rimanendo in attesa di un'occasione che si presentò 3 anni dopo,

quando si rese necessario cacciare i pirati da tutto il Mediterraneo. La lunga teoria di successi

militari conseguiti da Pompeo negli anni 67-63 va collocata in un momento di ripresa della pars

popularis. Ne sono una prova la lex Gabinia, proposta dal tribuno Aulo Gabinio, per il

conferimento di un comando con poteri straordinari a Pompeo per la guerra contro i pirati.

L'attribuzione dell'imperium infinitum della durata di 3 anni su tutto il Mediterraneo provocò il

contrasto tra il Senato e i comizi tributi, i quali acclamarono Pompeo. Il potere veniva staccato dalla

potestas magistratuale e conferito ad un privato cittadino. Tali aspetti dell'imperium straordinario

vennero ampliati con la lex Manilia che affidava a Pompeo il comando della guerra mitridatica già

sottratto a Lucullo, estendendone i poteri a tutte le province dell'Asia minore. Ciò che emerge è il

contrasto tra le rivendicazioni di un'appartenenza senatoria e l'appoggio datogli dal partito

popolare. Le sue clientele gli avevano suscitato contro l'ostilità di Crasso, un popularis, mentre il

giovane Cesare aveva sostenuto le proposte di legge sui comandi straordinari a Pompeo. Proprio

l'imperium sarebbe diventato il problema della comunità imperiale nel suo complesso e di quella

politica, per la difficoltà di definire la funzione decisionale ed esecutiva del magistrato, del politico

chiamato al confronto e ad un'auspicabile interazione con il Senato di cui fu baluardo Marco

Porcio Catone, l'esponente della giovane generazione ottimate, oppositore di Pompeo fino alla

coalizione del 49 contro Cesare. Nel caso di Pompeo, che il suo imperium fosse aequum rispetto a

quello dei proconsoli non esclude la violazione dei principi repubblicani essendo il potere separato

dalla magistratura e conferito ad un privato e che prevedeva la nomina dei magistrati subordinati, i

legati propraetore, eletti nei comizi. L'impegno di Cicerone e di Cesare per l'approvazione delle 2

leggi, neutralizzò l'opposizione senatorio. La convergenza con la pars populi era stata provvisoria

e nei fatti si voleva sostenere il duello finale con Cesare. L'aristocrazia si impegnava per

salvaguardare posizioni di privilegio. Le imprese di Pompeo in Oriente vennero svolte in un lungo

itinerario tattico e strategico compiuto da Lucullo, luogotenente di Silla, proconsole dal 73 prima in

Asia e in Cilicia e poi in Bitinia e nel Ponto. Dopo la riduzione a provincia della Siria, Pompeo

potenziò il numero delle città libere, mentre diversi territori vennero affidati da amministrare a re-

clienti. Il timore che la potenza derivatagli dai legami con altre clientele e dalla ricchezza potessero

assicurare a Pompeo il controllo dell'Italia e il potere sui Romani, indusse la classe senatoria a

consolidare le proprie posizioni in un clima di sospetto generale. Il gesto di Pompeo, al ritorno dalle

guerre mitridatiche, di congedare l'esercito con la promessa di farlo partecipe del trionfo che il

Senato ritardava per evitare che la sua presenza a Roma influenzasse le elezioni a favore dei suoi

protetti, destò l'attenzione di Cesare per future alleanze.

6. L’accordo del 60 a.C. tra Cesare, Pompeo e Crasso e la costruzione di un fronte

antisenatorio

Si avvertiva l'esigenza di un nuovo asse dopo il senato consulto sulla corruzione delle

giurie equestri e il contenzioso sorto intorno alla proposta di ridurre il capitolato di appalto delle

imposte dei publicani d'Asia. Catone, attaccando tale proposta, suggellò la separazione dei due

ordini e continuando ad esercitare un'opposizione, finì per accelerare l'elezione di Cesare al

consolato per il 59. Cesare decise di rinunciare ai trionfi per i successi da pretore in Spagna dopo

l'accordo del 60 con Pompeo e Crasso e venne eletto insieme all'aristocratico Marco Bibulo. La

vera svolta segnata dall'accordo fu rappresentata dalla centralità di un'esperienza politica

sganciata dalle dipendenze dell'organo esecutivo dall'auctoritas senatoria. Il mostro a tre teste,

come venne definito l'accordo da Varrone può considerarsi l'esito della resistenza a oltranza degli

antagonisti dei poteri personali presenti in senato in numero cospicuo. Il progetto e le modalità per

realizzarlo furono opera esclusiva dell'intuizione di Cesare il quale, sfruttando la delusione di

Pompeo per il rifiuto del senato di notificare gli atti da lui assunti in Asia, lo attrasse nella propria

orbita, consolidando l'alleanza politica con un intreccio matrimoniale: gli diede in moglie la propria

figlia Giulia. Inoltre, coinvolse nelle trattative Crasso, dopo averlo fatto conciliare con Pompeo. Va

analizzato il rapporto tra Cesare e Clodio, un patrizio passato alla plebe e diventato sostenitore

del partito popolare, di cui il console non disdegnò l'appoggio per l'approvazione delle sue leggi

dopo avergli fatto passare la lex curiata de adrogatione per l'adozione da parte del plebeo

Fonteio, che gli consentiva di candidarsi al tribunato. Di grande spessore sociale e politico la lex

agraria, la lex Iulia de publicanis, la lex Iulia de actis Cn. Pompei confirmandis e la lex Iulia

de pecuniis repetundis. Con la prima si voleva rispondere alle richieste di Pompeo per i suoi

veterani senza perdere di vista le esigenze dei ceti disagiati. Tutto l'ager publicus doveva essere

diviso rispettando gli attuali possessori, mentre bisognava acquistare terra da privati con i proventi

del bottino di guerra e con i tributi delle province d'Asia per l'assegnazione delle singole quote ai

cittadini poveri con almeno 3 figli. L'opposizione senatoria fu dura mentre il console Bibulo, ricorse

all'obnuntiatio per bloccare l'attività dei comizi. Approvata la legge, Bibulo si chiuse in casa e

impedì per tuta la durata della carica il funzionamento dei comizi. Con le lex Iulia de publicanis si

cercò l'appoggio degli equites cui si concedeva la riduzione dei canoni d'appalto nella provincia

d'Asia, mentre con la lex de repetundis si fissavano nuove sanzioni nei confronti dei governatori

provinciali e del loro seguito, stabilendo i limiti per le indennità, per le imposizioni tributarie che

dovevano essere registrate sui libri contabili da depositare nell'Erario. Per garantire i poteri dei

triumviri fu ampliata la sfera di controllo di Cesare affidandogli con la lex del tribuno Vatinio la

provincia della Cisalpina e dell'Illirico per 5 anni. Dopo, su iniziativa di Pompeo, il Senato gli affidò

anche la Gallia Narbonense e una quarta legione con la stessa durata.

7. Clodio (57-52 a.C.)

La mancanza di una forza militare aveva indebolito la posizione di Pompeo anche per

l’offensiva demagogica di un nuovo protagonista sulla scena politica interna, Clodio. Sostenitore

degli strati sociali più bassi dei quali cercò il consenso, utilizzò persino gli schiavi, per i quali però

non previde però l'abolizione della schiavitù. Una nuova alleanza tra nobiltà, equestri e plebe si

coagulò attorno ad una opposizione dura che ebbe come risultato il richiamo dall'esilio di

Cicerone, il quale continuò a rivolgersi a Pompeo.

8. Accordi di Lucca e ricompattamento dei triumviri (56 a.C.)

La gravità del momento suggerì di consolidare i rapporti fra i triumviri e di precisarne i

compiti. Nell’incontro a Lucca (56 a.C.), si decise di dividere il potere in modo che Pompeo e

Crasso rivestissero il consolato nel 55 per permettere a Pompeo di governare subito dopo le

province spagnole e a Crasso la Siria per condurre la guerra contro i Parti, mentre Cesare avrebbe

mantenuto le 4 legioni ex lege Vatinia e altre 4 reclutate a sue spese. Eletti consoli, Pompeo e

Crasso, fecero approvare una legge Pompeia Licinia de provincia C. Iulii Caesaris, che

prorogava di cinque anni il comando di Cesare in Gallia e vietava al senato di procedere alla

successione prima dell'inizio dell'ultimo anno del governo di Cesare. Allo scadere del consolato,

Pompeo rimase a Roma, ma fuori dal pomerium, Crasso venne sconfitto dai Parti e perse la vita

mentre la provincia della Siria rimase nelle mani del questore di Crasso. La guerra contro i Parti

affidata a Crasso, va inserita nel clima politico del 56 che rese necessaria la riassegnazione dei

comandi provinciali a Pompeo e Crasso. L'incarico della campagna contro i Parti venne presentato

come l'occasione per assicurare all'impero i passaggi verso i ricchi mercati dell'Estremo Oriente e

trovò una legittimazione nella richiesta di aiuto di Mitridate, uno dei figli del re Fraate III, che dopo

la morte del padre, si contendeva il trono con il fratello Orode. Il rovesciamento del rapporto con

questi fu provocato dalla politica di Pompeo, che stipulando la pace con Tigrane, aveva promesso

al nemico di gestire l'Armenia. Nel 57, l'assegnazione della provincia di Siria a un proconsole,

Gabinio, spiega le iniziative assunte in Mesopotamia e in Iran. La disfatta di Carre ha oscurato

sino ad oggi l'itinerario politico di Crasso. I disordini provocati dagli estremismi di Clodio e dei suoi

seguaci, accelerarono la rinnovata fiducia in Pompeo che venne nominato consul sine collega, con

il divieto di procedere alla creatio dell'altro console non prima di due mesi dalla sua nomina.

Catone e Cesare impedirono che si conferisse a Pompeo la dittatura. Era inevitabile che la

situazione precipitasse a fronte dei successi di Cesare in Gallia.

9. Cesare in Gallia (58-51 a.C.)

La legittimazione della conquista, basata sul principio della difesa degli interessi degli

alleati, accompagnò la propaganda di Cesare. Gli Elvezi, costretti a migrare verso la Gallia non

provincializzata, rappresentavano una minaccia per i popoli alleati di Roma, come gli Edui. L'idea-

cardine del diritto di Roma all'impero venne sfruttata da Cesare che doveva giustificare lo sterminio

di un territorio appetibile per la ricchezza che aveva. Ribellione e instabilità alla frontiera germanica

nel 52 imposero combattimenti anche oltre il Reno, finché la vittoria di Cesare ad Alesia non

accelerò l'organizzazione del territorio in vista della scadenza del mandato. Le ricchezze che la

conquista fruttò costituirono per Cesare uno strumento di consenso presso l'opinione pubblica.

10. Ostilità di Pompeo contro Cesare e la lotta per il potere (50-49 a.C.)

Negli accordi di Lucca, consolidati dal patrimonio di Pompeo con la figlia di Cesare, Giulia,

erano presenti le condizioni del futuro scontro anticipato dall'uscita di scena di Crasso e dai

successi militari di Cesare destinati a logorare la posizione di Pompeo, il quale aveva affidati ai

legati Afranio e Petreio, la provincia di Spagn. L'emanazione di 2 leggi di contenuto politico

durante il suo consolato mirava a mettere fuori gioco il rivale con il quale, dopo la morte di parto

della moglie, si era spezzato qualsiasi legame di parentela. In particolare, la lex de provinciis

scardinava il sistema sillano che aveva separato l'imperium domi da quello militiae. Della lex de

iure magistratum, l'aspetto di rottura con Cesare riguardò il divieto di candidatura al consolato in

absentia per impedire il mantenimento dell'imperium proconsulare.

11. Il Rubicone e lo scoppio della guerra civile (49 a.C.)

La determinazione di Cesare di rompere gli indugi dopo il senatus consultum ultimum che

lo dichiarava hostis rei publicae, nonostante la reiterata proposta che lui e Pompeo deponessero

l'imperium, provocò il passaggio del Rubicone e lo scoppiò della guerra civile. L'adesione della

classe contadina italica, delle colonie e dei municipi, provocò lo spostamento della guerra fuori

della penisola. L'eliminazione dell'avversario veniva vista come la fine di tutti i mali e dopo la

sconfitta di Pompeo nella pianura di Farsalo, la sua fuga in Egitto presso Tolomeo XIII, fratello di

Cleopatra e la sua uccisione per ordine di questo, cui seguì la spedizione punitiva di Cesare, i

teatri di guerra si moltiplicarono (Spagna, Africa, Armenia) e i tempi della vittoria di Cesare si

ridussero, il cui ritmo venne sintetizzato nel cesariano veni vidi vici.

12. La dittatura di Cesare

La politica di Cesare, nominato in un primo momento dittatore per 10 anni, poi a vita,

esigeva il coagulo di un ampio consenso attraverso gli strumenti della concordia e della clementia.

Le prerogative del Senato furono ridimensionate dall’aumento del numero dei magistrati e

dall’ingresso di elementi nuovi; venne dato spazio alle clientele locali, che concorrevano a formare

nuove classi politiche. In ambito economico, Cesare volle colpire il capitale mobile degli equestri,

dei finanziari e dei ceti commerciali con una serie di misure che prevedevano la rivalutazione dei

possessi fondiari e l'obbligo di investire nelle terre italiche in modo che si risollevassero i ceti medi.

CAPITOLO 3 – LE IDI DI MARZO E LE GUERRE TRA POTENTATI (44-31 A.C.)

1. L’assassinio di Cesare e le reazioni politiche

Tale politica non rispose alle aspettative dei militari. L'allineamento degli equestri con il

Senato produsse l'evento tragico delle Idi di Marzo del 44 in cui si realizzò il paradosso della

storia: la soppressione cioè del simbolo della tirannide nel nome dell'oltranzismo restauratore che

traghettò la res publica verso l'istituzionalizzazione del Principato. Le strutture repubblicane erano

rimaste in piedi. La responsabilità del gesto va ricercata nella deficienza di intuizione politica in

grado di misurare il livello del consenso. Mentre i cesaricidi, delusi del mancato entusiasmo del

popolo impaurito, si rifugiarono nel Campidoglio, i cesariani dopo un'iniziale sbandamento,

accettarono di trattare con il Senato che in cambio di una amnistia decretò onoranze divine per

Cesare e l'approvazione di tutti i provvedimenti emanati (Acta Caesaris) sino alla vigilia della

morte. Scomparso il dittatore, le magistrature repubblicane ripresero il loro ruolo. Il console

Antonio fu il protagonista della politica di quei giorni, che esigevano compromessi continui con il

Senato, dominato da Cicerone, dal quale si fece assegnare la provincia di Macedonia per l'anno

successivo e per Dolabella, consul suffectus, quella di Siria. Le divergenze si manifestarono, non

appena Antonio durante i funerali, legge il testamento di Cesare che assegnava a ciascun cittadini

un legato, suscitando l'odio del popolo contro gli assassini per i quali il dittatore aveva previsto vari

incarichi. La paura indusse i congiurati a lasciare Roma per Anzio. Lo scontro si fece più duro nel

momento in cui Gaio Ottavio, nipote di Cesare, si affacciò sulla scena. Ottavio non si fece

scrupolo di appoggiare gli uccisori del padre adottivo, pur di ostacolare il primato di Antonio che si

fece approvare una legge per l'attribuzione a lui della Gallia Cisalpina. L'ostilità di Antonio nei

confronti di Ottavio si rivelò nel diniego di concedergli la tribunicia potestas, richiesta nonostante

l’assenza di qualsiasi requisito. Ciò favorì l'avvicinamento al giovane del Senato pilotato da

Cicerone e provocò gli arruolamenti illegali di Ottaviano, al quale passarono alcune legioni di

Antonio. Cicerone si adoperò perché si legalizzasse l'arruolamento degli eserciti di Ottaviano,

perché si annullassero le leggi di Antonio, che poteva essere quindi dichiarato hostis rei publicae e

perché si approvasse la proposta di conferire la propretura ad Ottaviano. L'esitazione del Senato,

provocò l'invio di una legazione ad Antonio per trattate. Dopo il fallimento di questa, si pervenne al

tumultus, una formula che impediva di condannare Antonio, mentre con un senatum consultum

ultimum, si incaricavano i consoli Irzio e Panza, di difendere la res publica con l'appoggio di

Ottaviano (il cambiamento del nome è legato all'avvenuta adozione testamentaria).

2. La guerra di Modena tra i paradossi della politica (43 a.C.)

Cesariani e cesaricidi mossero guerra ad Antonio, che rivendicava il possesso della

Cisalpina. Dopo le prime vittorie a Modena del fronte contrapposto ad Antonio (1-3 gennaio 43

a.C.), sembrò manifestarsi un consenso unanime degli anticesariani. La morte dei due consoli,

cesariani moderati, rovesciò la situazione, alterando i rapporti di forza e introducendo nuovi attori

nel panorama politico convulso. L'accresciuta forza militare di Antonio che poté recarsi nella

Narbonense, dove ricevette aiuti da Lepido, filocesariano, dovette determinare la decisione di

Ottaviano di marciare su Roma con le sue legioni per ottenere il consolato che gli era stato

rifiutato. Cicerone cercò di convincere Bruto a riportare le truppe in Italia, ottenendone un meditato

rifiuto. Subito dopo l'elezione, Ottaviano infatti emanò con il collega e cugino Quinto Pedio, la

legge per la condanna degli assassini di Cesare ed estese il procedimento a Sesto Pompeo.

3. Il triumvirato costituente (43 a.C.)

Ottaviano si recò in Cisalpina per incontrare Antonio e dopo intensi colloqui, i due decisero

di creare una nuova magistratura, il triumvirato rei publicae constituendae (43). Una legge, la

lex Titia, diede fondamento giuridico agli accordi di Bologna, finalizzati alla ripartizione delle sfere

di influenza e alla distribuzione di colonie ai veterani da dedurre in 18 città dalla penisola. La carica

prevedeva i poteri straordinari per 5 anni da esercitare secondo la formula rei publicae

constituendae e la divisione delle sfere territoriali su cui esercitare l'imperium proconsulare:

Antonio manteneva la Gallia Comata e la Cisalpina, Lepido la Gallia Narbonense e la Spagna,

Ottaviano sembrò penalizzato dall'assegnazione dell'Africa, della Sardegna e della Sicilia.

L'Oriente sarebbe stato suddiviso dopo la conquista. Il metodo utilizzato fu il dejà vu delle

proscrizioni che diedero vita a tragedie umane di violenza. La vittima più illustre fu Cicerone.

Intanto in Oriente, Bruto e Cassio, avevano occupato la Macedonia e l'Illiria lasciate dai loro

governatori e da lì si spostarono, Bruto in Tracia, Cassio in Siria.

4. Guerra di Perugia e accordi di Brindisi (41-40 a.C.)

Mentre in Oriente si affacciava la minaccia dei Parti, in Italia il problema delle risposte sui

donativi ai veterani provocò un terremoto sociale e politico che sfociò nella guerra di Perugia,

definita seconda guerra sociale per le dimensioni del coinvolgimento della classe media italica.

Dei contrasti approfittarono Lucio Antonio e Fulvia, fratello e moglie del triumviro che tentarono la

sollevazione di tutta la penisola. Lucio fu assediato a Perugia nel 41 e Antonio e Ottaviano fecero

un nuovo accordo a Brindisi per spartirsi le province e per rafforzare la posizione di Ottaviano.

Questi ebbe le province occidentali, Antonio quelle orientali e Lepido conservò l'Africa mentre,

dopo aver lasciato la Sicilia a Sesto, i triumviri si accordarono di muovergli guerra se non si fosse

trovata una convergenza. Questa si raggiunge nel 39 quando venne stipulato il trattato di Miseno

con il quale si riconosceva al figlio di Pompeo il governo della Sicilia, della Sardegna e dell'Acaia

per 5 anni e la legittimità della candidatura al consolato per il 35, mentre Sesto accettò di ritirare le

sue truppe dall'Italia, di garantire la sicurezza sul mare e i rifornimenti di grano a Roma. Si

riaprirono le ostilità con Sesto e a Taranto Antonio e Ottaviano concordarono le modalità di aiuto

militare e il rinnovo del triumvirato per altri 5 anni. Nel 38 con l'espulsione di Lepido dal triumvirato

e dopo la vittoria su Sesto ottenuta da Agrippa nel nome di Ottaviano, i due titani sulla scena

politica si preparavano ad affrontarsi nello scontro finale.

5. Sesto pompeo nel ridisegno di nuovi equilibri (38-35 a.C.)

Nel 42 si prepararono in Macedonia e in Illiria gli eserciti di Bruto e Cassio. Dopo la morte di

cesare, Sesto Pompeo era ritornato nella Spagna Ulteriore strappata a Pollione e aveva avviato

negoziati per rientrare in possesso del patrimonio lasciatogli dal padre. Intanto Bruto e Cassio

vennero sconfitti a Filippi nel 42 dove si tolsero la vita segnando con tale gesto eroico la

discontinuità politica nello stato romano. Con questa vittoria, il cui merito fu di Antonio, i potentati si

diressero verso la bipartizione dell'impero, emarginando Lepido nell'Africa cartaginese e

dividendosi i domini in modo che Antonio si occupasse della riorganizzazione dell'Oriente e del

controllo della Gallia Comata e Narbonense e Ottaviano del contenimento dell'azione di Sesto

Pompeo nel Mediterraneo.

6. La guerra civile e “l’ordine nuovo” (32-30 a.C.)

Ottaviano annunciò che al ritorno di Antonio dalla guerra contro i Parti, le libertà

repubblicane sarebbero state ripristinate e per questo gli venne conferito il ius tribunicium a vita.

Antonio fu accusato di voler costruire un regime romano-orientale con l'unione del regno d'Egitto,

da dichiarare autonomo. In questa atmosfera le politiche matrimoniale si rivelarono inefficaci. La

sorella di Ottaviano, Ottavia, sposata dopo la scomparsa di Fulvia, venne a sua volta abbandonata

da Antonio, il quale nel 34 dopo la riorganizzazione del dominio romano in Oriente, osò celebrare il

trionfo ad Alessandria infrangendo le norme costituzionali romani che ne avevano fissato lo spazio

soltanto entro il pomerio. C'erano tutte le condizioni per una guerra civile che Antonio mostrò di

voler evitare quando propose di deporre il potere triumvirale. I consoli antoniani del 32 proposero

di sottrarre l'imperium ad Ottaviano per ridurlo privato cittadino. La risposta violenta ne favorì la

richiesta di una coniuratio Italiae. Lo scontro finale ebbe luogo ad Actium (2 settembre 31 a.C) e la

vittoria fu riportata da Marco Vipsanio Agrippa, che aveva cacciato dalla Sicilia Sesto Pompeo

nel corso del bellum siculum. L'inseguimento nel 30 di Antonio e Cleopatra avvenne in un clima di

grande attesa.

CAPITOLO 4 – ASPETTI DELL’ECONOMIA TARDOREPUBBLICANA

1. L’economia finanziaria e i commerci

Il I secolo a.C. vide un'accelerazione dei processi di trasformazione sul piano economico e

sociale a seguito tanto dell'impegno bellico quanto delle vicende interne. La rapida mutevolezza

del quadro politico e i costi delle guerre determinarono in alcuni casi repentini fenomeni di ricambio

sociale o innescarono cicliche crisi in ambito monetario e creditizio. Vi fu un incremento degli

introiti regolari provenienti dalle province che sopperirono alle minori entrate straordinarie,

passando da 50 a 85 milioni di denari nel 61 secondo la testimonianza di Plutarco. Cresce

l'investimento di risorse a favore della politica promossa dai populares in materia di riforme agrarie

e distribuzioni frumentarie. Il ceto dei publicani diviene particolarmente potente sul piano

finanziario e gioca un ruolo influente sul piano politico. Fra gli uomini di affari dell’epoca può

ricordarsi Tito Pomponio Attico, amico di Cicerone. Il problema dei debiti torna a farsi urgente in

questo periodo. Gli interessi richiesti oscillavano a seconda dei periodi, delle aree geografiche, e

della persona del creditore e del debitore. La gravità della questione indebitò le classi sociali più

deboli, il cui malcontento era ulteriore fattore di destabilizzazione della situazione politica,

abilmente sfruttato dai demagoghi di turno, da Catilina, a Clodio a Milone. Il prestito di denaro era

un'attività assai lucrosa esercitata solo da privati. Il giro di denaro poteva raggiungere cifre

considerevoli, dal momento che ad usufruire di crediti erano spesso uomini politici che

necessitavano di liquidità. È famoso il caso di Giunio Bruto che richiedeva alla città di Salamina di

Cipro un tasso di interesse del 48%. Per l'età post-sillana fra gli interventi legislativi attestati può

citarsi il senatoconsulto del 50 che prevedeva un centesimae perpetuum foenus, una rata del 12%

annuo, a seguito del quale si era sparso il timore dell'abolizione dei debiti. Cesare nel 49 aveva

stabilito che venisse rispettato il valore che i beni dei debitori avevano precedentemente alla

guerra civile e che si detraesse dal debito quanto pagato a titolo di interessi. Già nel 54 i tassi

d’interesse erano raddoppiati passando dal 4% all’8% per via delle grandi somme spese per

comprare l’elettorato per il consolato dell’anno successivo. Connesso al problema creditizio è

quello della circolazione della moneta. Una crisi monetaria cominciata a partire dalla guerra sociale

è legata per un verso ad una diminuzione della produzione del metallo coniato attestata negli anni

fra 79 e 50 a.C., per un altro ad un fenomeno di tesaurizzazione tipico dei frangenti di insicurezza.

Questi fattori determinano una fase di calo della liquidità. La crisi che esplose nel 49, quando

Cesare marciò su Roma, venne affrontata con diverse modalità: in primo luogo con l'incremento

delle coniazioni tanto di moneta argentea quanto di moneta aurea; in secondo luogo con specifici

provvedimenti volti a contrastare il fenomeno della tesaurizzazione. D’altra parte nel 46 o 45

Cesare emanava una legge che doveva regolamentare la quantità massima di denaro che poteva

essere data in prestito e la quantità minima che doveva essere investita in proprietà terriera. Anche

il I secolo costituisce anche un periodo di eccezionale importanza per il commercio transmarino

gestito dai negotiatiores e mercantores che esercitano i traffici nell'Oriente ellenistico o nelle

regioni barbare dell'Occidente. Olre ai prodotti agricoli dell’Italia romana, l'esportazione è legata

anche all'artigianato. Fra i prodotti che occupano uno spazio di rilievo nei traffici mediterranei in

questa fase va menzionata la ceramica, la cui diffusione documenta un grande commercio del

vino. È importante l'esportazione delle stoviglie da mensa. Il vetro soffiato comincia ad essere

lavorato nel centro di Pozzuoli. Le produzioni artigianali più cospicue, destinate all'esportazione

anche al di fuori dell'Italia, sono localizzate nelle città: a parte la stessa Roma, le città campane di

Capua, Napoli, Pozzuoli, Canosa, Volterra, Pompei, Cales detengono il primato della produzione.

Fiorente il commercio degli schiavi. Gli schiavi, accanto ai metalli preziosi, costituivano merce di

scambio nel territorio gallico fra II e I secolo. Azioni di brigantaggio e pirateria continuano a

detenere un ruolo non trascurabile nel mercato orientale. Ai fini dell'approvvigionamento dei

mercati va tenuto presente il peso della cooperazione con i pirati sia da parte dei mercanti, sia da

parte dei sovrani ellenistici in quello che è stato identificato come fenomeno di svendita della

propria manodopera.

2. L’economia agricola

Nel settore dell'agricoltura si assiste nel I secolo ad un'evoluzione. Importanti fenomeni di

mobilità sociale riguardarono in questo periodo la proprietà agricola, come conseguenza delle

proscrizioni e delle leggi agrarie. Va ricordato come l'eliminazione dei nemici politici, sortì un effetto

rivoluzionario. Sallustio, Appiano e Cassio Dione testimoniano la spoliazione di beni quale

aspetto distinguente del massacro di senatori ed appartenenti ai ceti economicamente emergenti.

Tali ricchezze andavano ad alimentare la base popolare del consenso dei vincitori e la

distribuzione ai veterani delle terre confiscate ai proscritti contribuiva a ridisegnare la morfologia

sociale. Ad incidere sulla mappa della proprietà terriera furono inoltre le vicende dell'ager publicus

successive alle riforme graccane ed alle tre leggi che demolirono l’impianto dei riformatori. Una

fase di risistemazione dell'ager Romanus fu tra gli esiti della riorganizzazione amministrativa

dell'Italia all'indomani della guerra sociale. L'occupazione delle terre statali dovette essere ancora

formalmente possibile, ma nei fatti l'ager publicus venne scomparendo. Dopo il 111 probabilmente,

l'ager publicus residuo era destinato per lo più al pascolo, mentre l'ultima fetta ancora esistente sul

suolo italico di terra demaniale per la coltivazione doveva essere l'ager Campanus. Fu oggetto di

distribuzione in proprietà privata ai cittadini romani nel 59, con la legislazione agraria di Cesare,

che stabiliva la distribuzione di terre a 20.000 padri di famiglia con almeno 3 figli e doveva

attingere dalle terre personali di Cesare e dall'acquisto di terre da privati. Le assegnazioni terriere

fra l'epoca di Silla ed il 25 a.C. coinvolsero 250.000 persone, determinando uno spostamento

ingente della popolazione italica. Trasformazioni del paesaggio agrario dell'Italia furono poi

conseguenza delle devastazioni causate dalle guerre: secondo Floro la guerra sociale ebbe effetti

peggiori delle guerre contro Pirro ed Annibale; Cicerone ed Appiano ricordano le sofferenze

dell'Italia causate dalle truppe di Silla e dalla guerra contro Spartaco; le guerre civili del 43 e del

41-40 riprodussero le devastazioni degli anni 80, stando ad Appiano e Cassio Dione. Non va,

inoltre, negata l'importanza della piccola proprietà. Esemplare è al riguardo la testimonianza delle

Verrine ciceroniane che fotografano la presenza di un ceto produttivo di piccoli proprietari terrieri

accanto a quello dei latifondisti. Analogamente va considerata diversificata la stessa produzione:

allevamento, cerealicoltura, coltivazione di prodotti di punta destinati alla commercializzazione,

quali quelli delle vite e dell'ulivo, dovevano coesistere nelle diverse aree. I dati emersi dalle

ricerche sul territorio hanno evidenziato per l'ultima fase della repubblica un incremento in varie

aree della penisola dei siti e dello sfruttamento del suolo. Se il I secolo può essere considerato

ancora una fase di espansione dell'agricoltura, si registra parallelamente una crescita

dell'urbanizzazione: aumenta la popolazione di Roma, che alla fine della repubblica doveva

contare fra 800 mila e 1 milione di abitanti. Fenomeni analoghi di crescita si registrano in altre aree

sotto la spinta della municipalizzazione; acquista credibilità l’idea di un aumento globale della

popolazione, tanto nelle città quanto nelle campagne.

SEZIONE V – IL PRINCIPATO DI AUGUSTO. LA DINASTIA GIULIO-CLAUDIA

CAPITOLO 1 – DA AZIO ALL’ORDINE NUOVO

1. Saeculum Augustum

La battaglia di Azio, 2 settembre del 31 a.C., in cui Ottaviano console per la terza volta,

sconfisse l'Egitto e Antonio è stata considerata evento di cesura radicale sia nella storia di Roma

sia nella storia antica del Mediterraneo in generale: la vittoria di Ottaviano da un lato segnerebbe la

fine del periodo repubblicano e l'inizio dell'impero romano nella sua accezione istituzionale e

dall'altro rappresenterebbe lo spartiacque tra il periodo ellenistico e l'epoca dell'unico dominio di

Roma sui paesi gravitanti attorno al Mediterraneo. La battaglia e le sue conseguenze sono state

ricondotte alla misura di tappa importante, ma non decisiva, del processo di estensione

dell'egemonia romana nel Mediterraneo.

2. Le forme del potere

Le innovazioni di Augusto in campo istituzionale sono state difficili da definire per i moderni.

Queste furono diverse e si articolarono in un processo pluridecennale in cui si è soliti individuale

come momenti salienti il 27 e il 23 a.C. Dopo la battaglia di Azio, nel corso della quale Cleopatra

fuggì verso l'Egitto, seguita poi da Antonio, Ottaviano ritornò prima in Italia per provvedere al

congedo di alcuni veterani. A fine febbraio del 30, console per la quarta volta, giunse in Egitto,

dove tra scontri e trattative diplomatiche si giunse al drammatico suicidio di Antonio e Cleopatra.

Ottaviano nell'autunno del 30 prese la via del ritorno a Roma e nel 29 console per la quinta volta,

celebrò un triplice trionfo con donativi e un’abile propaganda, tra cui la chiusura del tempio di

Giano. Nel 29 Ottaviano assunse ufficialmente come prenome il titolo di imperator, nel 28 quello

di princeps senatus, cioè di senatore che aveva la facoltà di convocare e presiedere l'assemblea.

Il consolato gli fu reiterato nel 28 e nel 27 per la sesta e settima volta. Nel 27, il senato votò per

Ottaviano una serie di onori riecheggianti antichi riti e simbologie: l’attribuzione del titolo, su

proposta di Munazio Planco, di Augustus, da lui assunto come cognomen, è l’espressione della

dimensione sacrale del suo potere. Il titolo di Augustus costituiva il riconoscimento di una

caratteristica che anche precedentemente aveva segnato un potere non sempre del tutto legittimo

da un punto di vista istituzionale, ma basato su elementi di carattere extra costituzionale. Nel 27

venne assegnata ad Augusto l'amministrazione delle province in cui non era stata domata del tutto

l'opposizione armata al domino romano, mentre l'amministrazione delle altre veniva lasciata al

senato. Augusto sarebbe intervenuto in Gallia e poi in Spagna, sin dall'estate del 27 con azioni

militari che durarono fino al 24, per reprimere le rivolte di Asturi e Cantabri. Nel 23, oltre al rinnovo

dell'imperium, Augusto, dopo una grave malattia, console per l'undicesima volta, e dopo

manifestazioni di opposizione, depose il consolato, rifiutò la dittatura offertagli dal popolo e dal

senato e accettò l'attribuzione della tribunicia potestas in perpetuum. Dopo una carestia, per

provvedere alla quale assunse in prima persona la cura annonae, dal 22 al 20, Augusto intraprese

un viaggio in Sicilia, Grecia e nelle province di Asia, Bitinia, Ponto, Siria, nelle quali provvide a una

sistemazione dell'amministrazione. Nel 19 gli furono offerti alcuni onori consolari, quali la sella

curulis e 12 littori, per giustificare forse l'esercizio di poteri civili per i quali non era sufficiente la

tribunicia potestas. Al ritorno da Gallia e Spagna, nel 12 Augusto assunse il pontificato massimo, il

più alto sacerdozio romano, tradizionalmente tenuto dal princeps senatus, che sancì la sacralità

del potere del principe e che fino a Graziano (IV sec. d.C.) sarà sempre rivestito dagli imperatori.

Come pontefice massimo, Augusto aveva il potere di controllare il calendario e i sacrifici di stato.

Nel 2 a.C., console per la tredicesima volta, fu acclamato pater patriae e l'iscrizione nel vestibolo

della sua casa, nella curia Iulia e nel Foro di Augusto. Nel 5 d.C. fu introdotta una riforma dei

comizi che sin dal 28 a.C. avevano ripreso la loro attività e ai quali Augusto aveva voluto

assicurare una partecipazione più ampia attraverso l'allargamento del voto comiziale ai cittadini

delle colonie fondate in Italia. Nel 5 d.C. furono apportate modifiche alle procedure di voto in onore

dei nipoti e figli adottivi, Gaio e Lucio Cesari, destinati alla successione ma morti in giovane età

ed eroizzati, sulle quali siamo informati da documenti epigrafici rinvenuti in Toscana e in Spagna,

cioè la proceduta della destinatio, per cui nell'indicazione dei magistrati diventava determinante il

voto di 10 centurie formate per sorteggio da elenchi di senatori e di cavalieri.

3. Politica e propaganda

Mentre da un lato si parla tout court di potere monarchico e di ideologico mascheramento di

esso, dall'altro viene evidenziata la complessità della posizione augustea e l'opera di mediazione

tra opposte tendenze e diverse componenti sociali. Emergono infatti nella tradizione, una linea

tradizionalista, propria degli esponenti delle grandi gentes repubblicane e una linea innovatrice che

tendeva all'instaurazione di un potere monarchico autocratico di tipo ellenistico. Tali opposte linee

politiche, attraversavano la stessa famiglia del principe e la nobilitas, dividendo le famiglie. Alla

linea di compromesso Augusto sacrificò anche affetti familiari e con esso riuscì a tenere insieme

forze contrastanti in un equilibrio sempre rinnovato. La linea politica augustea, imperniata sugli

ideali di prudenza e moderazione, fu sostenuta da un complesso apparato ideologico per cui

Augusto si avvalse della collaborazione di intellettuali, artisti, utilizzò riti e immagini, in modo da

raggiungere vari livelli sociali e culturali. La parola chiava della politica e della propaganda

ideologica fu pax, che indicava la fine e il superamento delle guerre civili. Annunciata nel 29, con la

chiusura del tempio di Giano, l'esaltazione della pax fu ribadita nel corso dei lunghi anni di potere.

Augusto come garante della pace.

4. I cambiamenti nel governo dell’impero

L’insieme degli interventi di Augusto si presenta come una vasta e capillare opera di

riassetto e riorganizzazione dello Stato, dall’amministrazione dei territori all’esercito, dalla fiscalità

al sistema giudiziario, dall’urbanistica alla vita religiosa e morale. In questa lunga attività il principe

si avvalse di esperti consiglieri e dell'aiuto dei suoi collaboratori, soprattutto Agrippa e Mecenate.

a) Interventi a Roma : l'Urbs diventa con Augusto il centro non solo politico ma anche cultura

dell'impero. Alcuni interventi di Augusto a Roma si caratterizzano per la loro eccezionalità e

occasionalità, altri si segnalano come definitivi e strutturali, sia sul piano urbanistico-monumentale,

sia sul piano dell’amministrazione, della sicurezza e dell’ordine pubblico. Dopo gli anni delle guerre

civili, le condizioni edilizie della capitale erano precarie e insufficienti anche in relazione alla

notevole densità di popolazione, che superava il milione di residenti. Lo spazio pubblico venne

ridefinito nel quadro del generale rinnovamento religioso e culturale. La gestione dei bisogni

primari dei residenti nella città fu affrontata con atti di elargizioni di frumento, nel 23 e di denaro nel

29, nel 24, nel 23 e nel 12, nella costruzione o restaurazioni di acquedotti, terme, mercati e

dell'importante asse viario della Via Flaminia. Per la normale gestione delle strutture, la

manutenzione e il funzionamento di costruzioni e servizi venne utilizzato lo strumento tradizionale,

la magistratura e l'edilità. Nel 28 assunse l'edilità Agrippa e con iter inconsueto, dopo la morte di

Agrippa nel 12, fu attivato un procedimento: dall'edilità furono estrapolate e frammentate le

competenze, individuate come curae specifiche, assunte dallo stesso Augusto o dai suoi delegati.

La novità si palesa nella modalità di conferimento e nella condizione dei soggetti chiamati a

rivestirle, ex pretori o ex consoli. Le curae vennero distribuite dal principe con attenzione a

realizzare un equilibrio tra i vari livello dello stesso ordo: la cura aquarum (sovrintendenza al

funzionamento e sorveglianza degli acquedotti, tenuta dopo la morte di Agrippa da un collegio di 3

senatori che disponevano di una squadra tecnica e subordinata, gli aquarii, anche di condizione

schiavile), la c. aedium sacrarum et operum locorumque publicorus (manutenzione degli

edifici sacri e no), la c. ripararum et alvei Tiberis et cloacarum (controllo e manutenzione

dell'alveo del fiume e dell'uso delle sue acque istituita in verità da Tiberio) venivano assegnate a

senatori di rango consolare, mentre la cura frumenti dandi e la c. viarium (direzione della

costruzione e manutenzione delle strade) affidate a senatori di rango pretorio (2.a.C). Per altri

compiti si utilizzò uno strumento esistente, la praefectura. I praefecti erano coadiuvati dal

procurator annonane. In quanto assegnata e senza limiti di annualità, dotata di imperium, la

praefectura conferiva poteri di intervento nei diversi campi di applicazione, ma dopo il 13 d.C. la

carica andò stabilizzandosi col compito specifico di mantenimento dell'ordine pubblico tramite il

comando di corpi militari, le coorti urbane, e funzioni giurisdizionali in materia criminale. La

competenza del prefetto della città si estendeva fino a cento miglia dalla città di Roma. La città dal

7 a.C. fu ripartita topograficamente in 14 regiones, a loro volta suddivise in vici, quartieri. Più vici

riuniti insieme eleggevano annualmente dei magistri estratti dalla plebe in essi residente, i quali

dovevano provvedere al controllo dell'ordine pubblico, della sicurezza, della vita culturale in onore

dei Lares Augusti e del genio dell'imperatore.

b) Interventi in Italia : Di scarsa entità gli interventi augustei nell'organizzazione amministrativa

dell'Italia fuori Roma, che solo nel tardo impero riceverà una struttura amministrativa di tipo

provinciale. Con Augusto la penisola venne suddivisa in 11 regiones. A capo delle regiones, non

furono preposti funzionari responsabili dell'amministrazione. Solo nel II secolo d.C. saranno istituiti

magistrati per l'amministrazione della giustizia civile, consulares o iuridicii, mentre della giustizia

penale si occupava il praefectus praetorio. Gli abitanti dei circa 400 insediamenti urbani erano

cittadini romani che si cercò di incrementare con una campagna demografica e di promuovere

politicamente agevolandone l'esercizio di diritto di voto. I centri urbani amministravano lo spazio

rurale ricadente nel proprio territorium, ripartito in distretti, pagi, funzionali alla registrazione della

realtà agraria che si articolava in agri, fundi con villae e vici. Più consistenti gli interventi del potere

centrale sia nell'edilizia dei centri urbani, sia sul sistema strada.

c) Ordinamento delle province : Formalmente rimase in piedi il sistema repubblicano, per cui a

governare i territori provinciali continuarono ad essere inviati ex magistrati; tuttavia già nel 27 le

province vennero ripartite in due diverse sfere di competenza: da un lato quella tradizionale del

Senato e del popolo (provinciae populi), dall'altro quella nuova del principe.A governare le prime

venivano inviati proconsules, ex consoli o ex pretori in carica per un anno, i quali amministravano

la giustizia coadiuvati dai quaestores per l'amministrazione fiscale. Anche al governo delle

seconde erano preposti senatori ma scelti dal principe di cui i governatori erano legati e denominati

legati Augusti, a lui particolarmente vicini. Anche questi governatori erano ex consoli o ex pretori.

Anche della riscossione delle tasse in queste province si occupavano emissari del principe,

procuratores, estratti dall'ordo equestre. In realtà anche nelle provinciae populi si trovavano

unità militari; inoltre l'auctoritas del principe lo abilitava a intervenire anche nelle provinciae populi.

Alcune province, quasi sempre di limitata estensione e/o ridotta importanza, a partire da Claudio

furono rette da cavalieri. Una provincia in particolare fu sottratta al governo senatorio: l'Egitto, nel

quale anzi i senatori non potevano neanche entrare senza l'autorizzazione del principe. Al suo

governo fu preposto un cavaliere, il praefectus Alexandreae et Aegypti, che con imperium

proconsulare comandava anche le legioni ivi distaccate e dipendeva esclusivamente dal principe

che rappresentava. Questa prefettura metteva in rilievo la posizione della città di Alessandria; il

resto del paese rimase suddiviso in nomoi, distretti territoriali a capo dei quali erano posti strateghi

nominati dall’alto. La maggior parte delle comunità provinciali erano peregrinae, straniere, la cui

aspirazione ad acquisire la cittadinanza romano non trovò grande apertura in Augusto.

d) Ristrutturazione delle imposizioni fiscali : Per i cittadini romani residenti a Roma e nelle

città italiane fu mantenuta l'esenzione dall'imposta fondiaria ma fu introdotto il pagamento di alcune

tasse quali la vicesima hereditatum istituita nel 5 o 6 d.C. che colpiva le classe abbienti o, la

centesima rerum venalium che riguardava anche i ceti popolari. Il gettito di queste imposte fu fatto

confluire in una cassa pubblica di nuova istituzione, l'aerarium militare cui attingere per premi di

congedo dei veterani, nel 6 d.C. I cittadini romani residenti nelle colonie romane in territorio

provinciale che godevano dello ius Italicum si trovavano nelle stesse condizioni fiscali dei cittadini

residenti a Roma o in Italia; le comunità peregrinae, se liberae erano anche immunes. Il sistema di

riscossione delle tasse provinciali andò incontro a un profondo cambiamento, sottratto al regime

degli appalti pubblici adottato in epoca repubblicana. L'esazione dei tributi provinciali in moneta,

venne affidata alle amministrazioni cittadine nei cui territori ricadevano uomini e proprietà. I

proventi fiscali delle provinciae populi confluivano nella cassa dello stato, l'aerarium Saturni che

aveva sede nel tempio di Saturno ed era gestita dal senato tramite i suoi rappresentanti. I proventi

fiscali delle provinciae Caesaris erano raccolti in casse locali (fisci), i cui residui cominciarono ad

essere raccolti in un unico fiscus Caesaris, una cassa distinta dall'aerarium. Tasse indirette erano i

vectigalia e i portoria.

e) Riforme dell’esercito : Alla riorganizzazione dell’esercito, Augusto provvide con interventi di

varia natura, in primo luogo lo scioglimento della maggior parte dei corpi militari, il cui numero

appariva esorbitante rispetto alle esigenze delle fasi più acute del conflitto con Antonio. Le legioni,

allora arrivate al numero di 60, furono ridotte a 28 e trasformante in esercito permanente, diminuite

poi a 25. La drastica riduzione contribuì a ridimensionare il problema degli arruolamenti, allentato

anche dalla fissazione della ferma a 16 anni (poi elevata a 20 anni) e dalla incentivazione del

pagamento del soldo e del premio finale di congedo. Questo fu sempre più contabilizzato in

denaro. La somma, equivalente all'ammontare del soldo di più di 10 anni, era sufficiente a

consentire l'acquisto di un podere. Nelle legioni erano arruolati cittadini romani. L'esercito

legionario fu un esercito di volontari, professionisti. Oltre ai corpi legionari, l'esercito era formato

anche da truppe ausiliarie arruolate tra i provinciali, peregrini. Il comando delle legioni era

esercitato in nome del princeps, generale supremo dell'esercito, dai governatori delle province non

pacatae (legati Augusti) e dai generali delle legioni ad essi subordinati, i legati legionis, ai quali

obbedivano 6 tribuni legionis, cui erano a loro volta subordinati i centurioni. Anche i comandanti

degli auxilia ubbidivano al legatus legionis senatorio. Per i giovani di famiglia senatoria il servizio

militare costituiva un passaggio tra le magistrature minori e la successione di questura, tribunato o

edilità, pretura, dopo la quale si poteva accedere alla legazione di legione o al governatorato delle

province imperiali con una sola legione. Successivamente il senatore poteva aspirare al consolato

e quindi al governatorato di una provincia populi o di una provincia Caesaris con 2 legioni. Gli

equites dopo la prefettura di coorte, assumevano il tribunato augusticlavio e quindi la prefettura di

ala. Dell'esercito faceva parte anche il corpo speciale della guardia imperiale, i pretoriani ordinati in

9 coorti. Il comando, prima unico fu in seguito affidato sempre a esponenti di prestigio della classe

equestre. I pretoriani ricevevano un soldo più elevato dei legionari. Corpi militari erano anche le

cohortes urbanae (tre) al servizio del praefectus urbi, nonché le cohortes vigilum (7) nelle quali

erano arruolati liberti con funzioni di polizia urbana e di vigili del fuoco. La flotta fu organizzata in 2

flotte permanenti, stanziate una a Miseno, sul litorale laziale, l'altra a Ravenna, sull'Adriatico.

f) Imperium sine fine: L’esercito così (ri)organizzato fu impiegato oltre che al controllo

delle province, anche al prosieguo della conquista di aree al di fuori dei territori già

conquistati. Nel 25 a.C. fu sottomessa la Valle d'Aosta, dove fu fondata Augusta Praetoria

(Aosta); la conquista dell'arco alpino centrale fino al Danubio fu realizzata da Tiberio e Druso nel

16-15; tra il 14 e il 9 vennero sottomesse la Pannonia (Ungheria) e la Mesia ( Bulgaria); nel 9 d.C.

l'Illirico fu redatto a provincia. La zona tra il Reno e l'Elba (Germania) non fu mai sottomessa. In

Africa, ridefinita Africa proconsularis, tra il 21 e il 20 fu esteso e consolidato il controllo romano

dell'area a meridione dal proconsole L. Cornelio Balbo. La Mauretania fu annessa sotto Claudio.

In Egitto, Cornelio Gallo, estese i confini meridionali e concluse un accordo con gli Etiopi nel

29/27; il suo successore C. Petronio condusse una spedizione nell'odierno Yemen meridionale. Lo

scopo di queste spedizioni era il controllo delle vie commerciali verso l'Oriente. Nel 6 d.C. la

Giudea fu annessa alla Siria. I rapporti col regno partico furono affidati alla diplomazia e al

controllo indiretto delle regioni di confine, tramite trattati di amicizia, rinsaldati da matrimoni.

Rilevanza ebbero i rapporti con l'Armenia, dove si contrapponevano una fazione filoromana e una

filopartica.

g) Riforme giudiziarie : Anche sotto il profilo dell’elaborazione ed applicazione del diritto, l’età di

Augusto di caratterizza per peculiari trasformazioni che sono state definite “la rivoluzione

scientifica”, una rivoluzione segnata da novità. Augusto promosse l'attività di interpretazione e

creazione del diritto in virtù dei suoi poteri magistruali e in virtù dell'auctoritas che li ampliava e

potenziava, sia tramite plebisciti sia tramite l'attività normativa del Senato, sia attraverso editti

riguardanti le più svariate materie. In ambito penale, il crimen maiestatis fu quello soggetto a più

rapida trasformazione: originariamente inteso come delitto contro il popolo romano e la sua

sicurezza, divenne reato contro il principe come personificazione della res publica e nella

fattispecie furono compresi non solo gli attentati alla persona del principe ma anche le congiure,

parole o scritti offensivi, atti di disubbidienza, rifiuto di sacrificare, pratiche magiche e saperi

astrologici divinatori. Il crimen repetundarum consisteva nell'indebita estorsione ed abusi da parte

di funzionari, senatori e anche giudici per realizzare illeciti profitti. I provvedimenti sul crimen de vi

furono presi nel 18-17 a.C. Le riforme consistettero nella sistemazione dei tribunali. Da un lato

Augusto conservò il sistema di giustizia criminale tardo repubblicana, la quaestiones perpetuae

che rimasero valide per la giurisdizione criminale ordinaria, ma riorganizzate nel numero, nelle

regole di funzionamento, nelle competenze, nella composizione. Augusto favorì la costituzione

graduale di nuovi organi giudicanti in grado di prendere in considerazione più reati nello stesso

processo e di proporzionare le pene, ridefinite nella tipologia e nelle modalità, alla gravità del reato.

I nuovi ordini di giurisdizione criminale furono l’assemblea del Senato, guidata dai consoli e il

tribunale del principe. Nella tarda repubblica il senato aveva svolto funzione giudiziaria con

l'emanazione di senatusconsulta ultima. Augusto istituì una vera e propria cognitio senatus

emanante una sentenza, specie in materia di crimini di maiestas commessi da senatori. Il principe

riservò a se stesso la giurisdizione sui reati de maiestate non commessi da senatori, specie da

maghi, indovini, astrologi e sui reati di violazione della disciplina militare, sui reati contro la

pubblica amministrazione. Rispetto all'età repubblicana un cambiamento fu costituito

dall'impossibilità per il condannato di sfuggire alla pena con l'esilio. La giurisdizione criminale

ordinaria per i delitti commessi da gente comune fu via via affidata a funzionari preposti al controllo

dell'ordine pubblico, i praefecti urbi, vigilum, annonae e praetorio. Nelle province i governatori,

dotati di imperium e dunque di ius coercitionis, potevano procedere liberamente nei confronti dei

provinciali peregrini. L'imputato poteva appellare al principe. I cittadini romani potevano chiedere di

essere giudicati a Roma.

CAPITOLO 2 – LA SUCCESSIONE

1. I progetti di Augusto

La preparazione alla successione fu concepita e attuata da Augusto nel contesto della

politica familiare e della propaganda ideologica che assegnava una posizione eminente e ruolo

pubblico ai membri della gens Iulia. Nel contempo strategie matrimoniali sapientemente

organizzate con le famiglie della vecchia nobiltà repubblicana erano finalizzate a consolidare la

famiglia Giulia. Le contraddizioni interne al sistema di rapporti familiari e politici che si creò,

frustrarono i pur accurati progetti del principe e indirizzarono la vicenda della famiglia lungo un

percorso intessuto di spietate lotte e crudeltà verso l’esito finale del suo stesso esaurimento nella

seconda metà del secolo. Augusto seguì il procedimento di attribuire poteri costituzionali analoghi

ai propri ai diversi soggetti via via individuati per continuare quella che egli amò definire una statio.

Egli pensò al nipote Marco Claudio Marcello, nato dal primo matrimonio della sorella Ottavia,

fatto sposare con Giulia, l'unica figlia avuta da Augusto con Scribonia. A Marcello furono attribuiti

l'edilità, il seggio in senato, la possibilità di presentarsi candidato al consolato 10 anni prima

dell'età legale. Nel 23, a 20 anni, Marcello moriva. La giovane Giulia fu data in sposa ad Agrippa,

al quale nel 18 fu attribuita la tribunicia potestas. I due primi figli maschi della coppia, Gaio e

Lucio, furono adottati da Augusto e presto fatti emergere nella vita pubblica. Gaio nel 5 a.C.

ricevette il titolo di princeps iuventutis. Lucio morì a Marsiglia nel 2 d.C., Gaio nel 4 d.C. in Oriente.

Fino a poco tempo prima di morire Augusto cercò di mostrarsi aperto a un confronto su ipotesi

diverse. Circolavano idee sulla successione che sostavano personalità di prestigio estranee alla

domus. La successione per linea di sangue era una linea politica sostenuta da elementi molto

vicini al principe. In questa prospettiva potrebbe essere interpretato il riavvicinamento di Augusto al

nipote Agrippa Postumo, ultimo dei figli maschi di Giulia ed Agrippa, ripudiato nel 7 a.C. e

allontanato nell'isola di Planasia: nel 14 d.C. il principe andò a visitarlo accompagnato da Fabio

Massimo per una riappacificazione. L'improvvisa morte di Fabio Massimo seguita poco dopo da

quella di Augusto (19 agosto), l'eliminazione di Agrippa Postumo subito dopo la morte di Augusto

vengono presentate da Tacito in modo da suggerire sospetti su Livia e Tiberio, evidenziando

l’acquiescenza del senato.

2. L’impero hereditas di una sola famiglia

Tiberio (14-37 d.C.): La morte di Augusto non segnò quella del tipo di governo da lui

pazientemente costruito. Tiberio, sul piano privato designato nel testamento di Augusto erede

principale assieme a Livia, adottata anche lei nella famiglia Giulia e sul piano pubblico già dotato di

imperium proconsulare e tribunicia potestas, ricevette dal Senato l'offerta dell'impero. Tiberio rifiutò

sempre il titolo di imperator e di pater patriae e mostrò un atteggiamento di ossequio per le

prerogative del Senato a cui affidò sempre più un ruolo giudiziario. Gli ultimi anni di Tiberio sono

tratteggiati dalle fonti come quelli di un regime del terrore, in cui processi e suicidi, congiure e

timori di congiure si affollano a delineare il profilo di un despota crudele e isolato. Non mancarono

reazioni negative e tentativi di opposizione. Tale l'avventura dello schiavo di Agrippa Postumo,

Clemente che appoggiato anche da ambienti della corte cercò di fomentare una rivolta nel 16 d.C.

ma fu eliminato. Successivamente Germanico fu richiamato a Roma e inviato in Oriente nel 18

d.C. per risolvere la questione dell'Armenia; contestualmente veniva scelto come propretore di

Siria Gneo Pisone con il compito di supportare militarmente la missione di Germanico e con il fine

di controllarne l'operato. Il conflitto tra i due scoppiò per il mancato aiuto militare a Germanico.

Germanico, colpito da grave malattia, sospettò di essere stato avvelenato per ordine di Gneo

Pisone, la cui moglie Plancina aveva al suo seguito un'esperta di veleni. Mentre Agrippina

riportava in Italia le ceneri del marito tra folle osannanti, Pisone fu richiamato a Roma e processato

assieme alla moglie e al figlio che lo aveva accompagnato in Siria. La sentenza condannò il

proconsole, che si suicidò prima ma scagionò la moglie e il figlio e non dispose il sequestro dei

beni. Onori simili a quelli istituiti da Augusto per i principes iuventutis Gaio e Lucio furono attribuiti

nel 19 d.C. al morto Germanico e poi al figlio di Tiberio, Druso II, nel 23. Dietro le rivalità, si

colgono linee politiche diverse, diverse concezioni del potere e del principe, l'una quella di Tiberio

o di Gneo Pisone, costituzionalista, l'altra, quella di Germanico, tendente a un principato

monarchico e dinastico. Nel 27 d.C. Tiberio si ritirò a Capri, lasciando la gestione dell'impero al

prefetto del pretorio L. Elio Seiano, che nel 31 d.C. ricevette il consolato assieme all'imperatore.

L'eccessivo potere del prefetto al pretorio non mancò di suscitare l'opposizione decisa all'interno

della stessa domus Augusta e in particolare della vecchia Antonia, che lo denunciò presso

l'imperatore. Tiberio nominò un altro prefetto al pretorio Q. Nevio Cordio Sutorio Macrone, che

svolse il compito di ufficializzare la denuncia e di portare a compimento condanna ed esecuzione

di Seiano nel 31 d.C. Intanto, andava emergendo a corte, un senatore proveniente dal ceto

equestre, L. Vitellio che nel 35 gestì l'alleanza con i Parti di fronte all'invasione dell'Asia minore di

nemici comuni, gli Alani. Tiberio morì presso Miseno il 16 marzo del 37 d.C.

Caligola (37-41 d.C.): Nella successione a Tiberio del nipote Gaio mancarono sia l’adozione, sia

una precedente attribuzione di magistrature e poteri analoghi a quelli del principe, mentre

emergevano nuovi protagonisti del potere, la guardia pretoriana e la plebe romana, si modificava il

rapporto con il senato. successione a Tiberio del nipote Gaio. Gaio, il cui soprannome Caligola

(piccola scarpa militare) era stato coniato negli accampamenti dove aveva trascorso l'infanzia

assieme alla sua famiglia, risultò coerede con Tiberio Gemello, figlio di Druso II, nel testamento

privato di Tiberio. Gaio adottò Tiberio Gemello, ma i pretoriani e la plebe espressero il loro favore

per il solo Caligola. Il senato annullò il testamento di Tiberio. Poco tempo dopo Tiberio Gemello

venne eliminato. Nel corso del suo breve regno Caligola, cercò di instaurare un potere autocratico.

Comunicando la sua idea del potere con lusso sfarzoso e gesti clamorosi, che diedero

l’opportunità ai suoi avversari di presentarlo come un folle, riuscì ad alienarsi anche i pretoriani e

persino elementi della sua famiglia e della corte. Una prima congiura, nel 39 d.C., finì nel sangue,

una seconda nel 41, eliminò brutalmente il principe assieme alla moglie e alla piccolissima figlia.

Claudio (41-54 d.C.) : nelle ore che seguirono l'assassinio di Caligola il suo successore fu

individuato nella persona di un suo zio, Claudio, un fratello di Germanico, una figura di secondo

ppiano, mai preso in considerazione per la successione, oggetto a corte di derisione. Claudio, una

volta al potere, mostrò un'attitudine al governo e all'amministrazione dell'impero di cui anche riuscì

ad ampliare i confini con la conquista della Britannia nel 43 d.C. e la provincializzazione della

Mauretania. Sotto Claudio cominciò ad emergere qualche segno di novità: l'emergere nel senato e

a corte di famiglie nuove (ad es. i Vitelli o i Vinicii) e la loro aspirazione a concorrere insieme o al

posto delle famiglie di antica nobiltà all’imparentamento con la casa giulio-claudia e alla

successione al principato. Acquistavano grande potere politico anche alcuni liberti del principe,

posti a capo di settori diversi della sua domus privata, ma in realtà veri capi dell'amministrazione

imperiale (Polibio, Narciso, Pallante, Callisto).

Nerone (54-68) : Fu la discendenza da Augusto e non la discendenza diretta di Claudio,

l'elemento che prevalse nelle lotte per la successione a quest'ultimo, morto avvelenato per intrighi

della moglie, Agrippina Minore, che ebbe successo nel realizzare la successione del figlio grazie

all’appoggio di una fazione della corte costituita da elementi della novitas e dal liberto Pallante.

Agrippina, una delle figlie di Agrippina Maggiore e Germanico, sorella di Caligola, nipote per linea

paterna di Claudio ma pronipote per linea materna di Augusto, riuscì a sposare lo zio e a fare

prevalere sulla discendenza diretta del principe, che da Messalina aveva avuto 2 figli, Ottavia e

Britannico, il proprio figlio, Lucio Domizio Enobarbo noto come Nerone. Fu attuata non solo

l'adozione, ma anche l'alleanza matrimoniale (fidanzamento e poi matrimonio con Ottavia),

l’entrata nella vita pubblica scandalosamente precoce, l’appoggio della guardia pretoriana che

acclamò Nerone. Britannico fu ucciso nel 55 d.C., Ottavia dopo essere stata ripudiata nel 62 d.C.

La presenza a corte in un intellettuale della statura di Seneca, chiamato da Agrippina quale

mentore del giovane principe e il controllo del prefetto al pretorio Afranio Burro sulle tendenze

neroniane garantirono un argine alla fragilità psicologica di Nerone. Al termine di questo periodo, la

tradizione pone una cesura e l'inizio di un principato caratterizzato dall'unione di Nerone con

Poppea Sabina, amante di Nerone dal 68 d.C. e sposa dal 62 d.C., dalla rottura con la madre fino

al matricidio nel 59 d.C., con il senato e infine con lo stesso Seneca, allontanato e portato al

suicidio nel 62 in coincidenza con la morte di Burro, mentre si succedevano congiure e repressioni.

Il rapporto con il senato era stato sostituito da un rapporto privilegiato con la plebe al cui desiderio

di vendetta dopo un incendio di Roma (che Tacito attribuisce allo stesso Nerone), Nerone sacrificò

i cristiani che subirono la prima celebre persecuzione nel 64 d.C. L’estinzione di parenti di sangue

di Augusto e la mancanza di prole di Nerone furono tra i fattori che agevolarono alla sua morte il

ricambio al vertice, preparato dal crescente prestigio fra le legioni dei loro comandanti e da

un’opposizione ripetutamente organizzata in congiure, represse nel sangue. Nell'opposizione a

Nerone confluivano il malcontento del ceto senatorio. Si giunse infine all’aperta rivolta, al suicidio

di Nerone nel 68 d.C. e alle lotte intestine tra i vari pretendenti che si prolungarono per tutto il 69

d.C., per approdare infine all'affermazione di Flavio Vespasiano.

3. Il 69 d.C., longus et unus annus

All’opposizione degli ambienti romani si aggiunse ancora una volta quella dei provinciali

vessati dai tributi. Nel 68 d.C. scoppiò la rivolta del legato della Gallia Lugdunense, Gaio Giulio

Vindice, un senatore di origine aquitana. Vindice offrì il suo appoggio per la candidatura all'impero

al governatore della Tarraconese Servio Sulpicio Galba, ma fu sconfitto da L. Virginio Rufo,

legato della Germania superiore e si suicidò. Le legioni di Virginio Rufo offrirono il principato al loro

comandante, che rifiutò, mentre le legioni della Tarraconese, riuscirono a fare accettare l'impero a

Galba. Nerone, dichiarato hostis publicus, cercò di fuggire ma si arrese al suo destino e si

suicidò aiutato da un suo liberto nel 68 d.C. a 31 anni di età. Galba, giunto a Roma nell'ottobre del

68 d.C., volle predisporre la sua successione adottando un senatore più giovane, Lucio Calpurnio

Pisone Liciniano. Poco dopo l'adozione di Pisone nel 69 d.C., i pretoriani abbandonarono Galba

e si schierarono con M. Salvio Otone, un senatore già marito di Poppea e già amico di Nerone.

Galba e Pisone furono eliminati. Otone ebbe il sostegno anche delle legioni danubiane e della

flotta. Invece, le legioni della Germania proposero a loro volta come principe Aulo Vitellio, legato

della Germania Superiore. Lo scontro tra coorti pretorie e legioni renane avvenne a Bedriaco, nei

pressi dell'odierna Cremona, il 14 aprile e vide vincere Vitellio. Otone si suicidò. Ma le legioni

danubiane, sconfissero Vitellio ancora a Bedriaco. Antonio Primo era alleato con il legato di Siria,

Licinio Muciano, il quale d'accordo con il prefetto d'Egitto, Tiberio Alessandro, appoggiava

Flavio Vespasiano. Vitellio fu quindi ucciso.

CAPITOLO 3 – LE DINAMICHE DELL’ECONOMIA E DELLA SOCIETA’

1. Dinamiche economiche

All'instaurazione augustea della pax interna ed esterna sono state infatti ricondotte

tendenze economiche di segno opposto. Avrebbe avuto allora inizio uno spontaneo sviluppo

economico caratterizzato dal rifiorire della produzione agricola e artigianale e soprattutto dei

commerci. L'unificazione del mondo gravitante attorno al Mediterraneo avrebbe permesso la

realizzazione di un'economia mondiale portando a compimento tendenze già emerse in epoca

ellenistico-tardorepubblicana, soffocate allora dalle interminabili contese dei dinasti ellenistici, dalle

guerre di conquista di Roma e dalle guerre civili, che con l’instabilità e le perdite avrebbero

vanificato lo slancio di “borghesie” cittadine. Il principato giulio-claudio visto non come fase di

cambiamento economico ma di continuità con il periodo precedente, in relazione al perdurare

dell'economia schiavistica, al ruolo dominante della rendita fondiaria e alla limitata dimensione dei

commerci. In Italia, in età giulio-claudia viene riconosciuta un'intensificazione della produzione sia

agricola che manifatturiera. Tale accresciuta produzione si basava sull'utilizzo su grande scala del

lavoro schiavile, ma non solo. La velocità ed economicità dei trasporti rimase affidata soprattutto ai

percorsi marittimi e fluviali. Ritrovamenti papiracei ed epigrafici attestano proprio per l'epoca

neroniana la sperimentazione di peculiari forme di credito per transazioni a distanza. Sulla

produzione e i trasporti fondamentale fu l'azione stimolatrice esercitata dall'organizzazione politica

unitaria, non solo per la costruzione di infrastrutture (strade e ponti) ma anche per la loro maggiore

sicurezza, il controllo dei mari e la difesa dei confini. Le distribuzioni di denaro al popolo dovettero

agire a favore di un'economia monetaria stimolando i consumi di massa; anche la committenza di

opere pubbliche dovette contribuire alla circolazione di denaro. Augusto riorganizzò il sistema

monetario romano costituito nei suoi elementi essenziali al tempo della guerra annibalica

stabilizzando il rapporto tra moneta d'oro e moneta d'argento. Mentre la coniazione di monete di

rame in Italia era affidata ai senatori, la coniazione di monete d'oro e di argento era competenza

del principe. Tiberio fece migliorare e costruire strade e acquedotti e dedusse colonie. Tuttavia,

rispetto al periodo augusteo, gli investimenti imperiali in opere pubbliche furono ridotti, con

conseguenze negative. La crisi finanziaria fu risolta dall'intervento imperiale che mise a

disposizione delle banche pubbliche una quantità di denaro notevole per prestiti senza interesse e

sanò la situazione debitoria di molti.

2. Dinamiche sociali

Si descriveva la crescita di una classe borghese o media, uno strato sociale diverso

dall'antica nobilitas ma anche dal proletariato, una borghesia economicamente attiva e dinamica,

composta da commercianti ma anche da piccoli e medi proprietari, da soldati e loro discendenti, da

liberti ma anche da cavalieri, impegnata negli affari e nei commerci nell'industria e nella

conduzione di moderne aziende agrarie. Si avviò la costituzione graduale di un ordo senatorio ben

definito negli obblighi e nei privilegi. Il senato fu riordinato da Augusto nel numero e nelle qualità

dei componenti, scelti con un metro “morale”. Una riduzione complessiva del numero: da 1000

senatori si passò prima a 800, poi a 600. Via via nel senato rinnovato la maggioranza fu costituita

da “uomini nuovi” che aspirarono direttamente al principato. Sia Augusto che Tiberio introdussero

nel Senato i migliori dei cives originari da colonie e municipi italici. Anche i liberti aspiravano alla

scalata politica, ma Tiberio, come Augusto, cercò di frenare la loro tendenza all'ascesa sociale. I

liberti di Claudio svolsero compisti nell'amministrazione dell'impero. Schiavi e liberti erano gruppi

sociali inferiori solo giuridicamente ai nati liberi, ma al loro interno si distribuivano economicamente

e socialmente in molteplici strati che ai livelli più alti potevano superare di molto la condizione dei

liberi poveri. La plebe urbana si configura nella tradizione come massa parassitaria sul piano

economico, blandita, ma anche politicamente strumentalizzata dai principi “crudeli” nella loro lotta

contro la nobilitas. Caligola e Nerone sono caratterizzati dalla tradizione come principi amati dalla

plebe per le largitiones di cibo e spettacoli.

CAPITOLO IV – FERMENTI RELIGIOSI IN ETA’ GIULIO-CLAUDIA

In un ambito sociale definito come “ceto medio” tra quelli più alti e quelli inferiori, ebbe inizio

e maturò in età giulio-claudia una novità religiosa, il cristianesimo. La linea seguita da Augusto in

questo campo, già dal 43 a.C., si presenta caratteristicamente come restaurazione dell’antico.

Anche nei confronti dei culti stranieri come quelli di Cibele o di Iside, entrambi connessi a miti di

morte e di resurrezione, i principi giulio-claudi intervennero, promuovendoli o ostacolandoli in base

a scelte personali e gentilizie. Il dato nuovo era la centralità del ruolo del princeps, nuovo

protagonista nella promozione della religiosità pubblica. Vi fu, infatti, l’introduzione del culto del

sovrano, usuale nelle province orientali di tradizione ellenistica, ma di nuova introduzione in

Occidente. Il culto imperiale era funzionale a rispondere alle esigenze di rassicurazione e

protezione, alle aspettative di aiuto da parte dei “sudditi”. Alla fragilità e insufficienza della teologia

del culto imperiale, tuttavia, è stata contrapposta l’espansione del cristianesimo. È stata

evidenziata la vitalità dell'offerta religiosa politeistica, caratterizzata da dinamiche di continua

acquisizione di nuove divinità, da apertura a nuovi culti, il nuovo slancio connesso al processo di

urbanizzazione e romanizzazione. È stata altresì sottolineata la vitalità del culto imperiale e la sua

funzione di composizione dei rapporti tra classi sociali diverse, la sua funzione di composizione dei

rapporti tra classi sociali diverse, la sua importanza nel processo di integrazione dei provinciali.

D’altro canto vengono ribaditi gli elementi di contaminazione e di continuità nel crogiuolo

dell’ellenismo, tra il cristianesimo e forme di religiosità “pagana”. Proprio la funzione politica delle

forme nascenti di culto dei principi, dei culti orientali, delle credenze astrologiche e magiche da

essi in alcuni casi promossi, furono occasione di forme di opposizione politica, alimentarono o

giustificarono esperienze di attrito con il potere. Tragica la repressione esercitata dallo stato

romano nei confronti del cristianesimo. La predicazione di Gesù si era svolta negli anni tra il 27 e il

33 d.C. in un contesto attraverso da forti tensioni politiche in relazione alla incombente presenza di

Roma, che esercitava un dominio diretto nella parte già attribuita da Archelao alla morte del padre

Erode il Grande, la Giudea, provincializzata nel 6 d.C. La predicazione di Gesù, incentrata

sull'amore per l'unico Dio e per il prossimo, pur presentando alcuni tratti analoghi ai vari fermenti

religiosi del mondo giudaico, si caratterizzava in modo diverso anche sul piano politico. Nella

posizione dei suoi seguaci si distinguono due linee, quella di Paolo di Tarso, ebreo della tribù di

Beniamino ma anche civis romano, quella dell'Apocalisse giovannea che inclinava all'opposizione.

La posizione paolina verso il potere costituito, mentre agevolava le conversioni anche di pagani,

causava forti dissensi nelle comunità ebraiche di Damasco, delle varie città di Asia Minore, Grecia

e Roma. Nella cacciata del 49 d.C. i cristiani non erano ancora individuati dal potere come distinti

dagli Ebrei, assieme ai quali venivano colpiti dalle misure di ordine pubblico. La punizione di

Nerone riguardava invece esclusivamente i cristiani, non più confusi dallo stato con la comunità

ebraica, ritenuta innocente. Di fatto si era chiarita ora la fisionomia distinta dei cristiani. Non

mancano studi che ridimensionano il numero dei martiri neroniani e la portata del proselitismo

cristiano a Roma e in Italia in quell’epoca. Rimane il dato certo della repressione di un gruppo

identificato specificatamente, anche se è ancora oggetti di discussione la motivazione della

persecuzione romana. È stato ipotizzato da Tacito un occultamento del crimen specifico contestato

ai cristiani a motivo dell’avversione dello storico verso Nerone. Le comunità cristiane,

caratterizzate dall'interiorizzazione del culto, dal rinnovamento interiore, da nuovi rapporti

interpersonali e da comportamenti sociali caritatevoli nei confronti del “prossimo”, presentavano

una profonda diversità rispetto ai cultori di divinità straniere, ai riti pubblici e in generale alle forme

della religione politeistica come del giudaismo tradizionale. A motivo di questa sfuggente

“colpevolezza”, con l'ultimo dei Giulio-Claudi aveva inizio la serie delle persecuzioni del

cristianesimo, talora striscianti, talora prorompenti in esplosioni violente di repressione radicale.

SEZIONE VI – DAI FLAVI AGLI ANTONINI

CAPITOLO 1 – LA DINASTIA FLAVIA

Dalla fine di Nerone (68) all’anno dei quattro imperatori (69)

Dopo il suicidio di Nerone nel 68 il senato manifestò il proprio consenso per Galba,

approvandone l’acclamazione da parte degli eserciti. Il nuovo imperatore pareva offrire valide

credenziali, in quanto apparteneva all’antica nobilitas repubblicana e aveva avuto una lunga

carriera al servizio dell’impero. Tuttavia la solidità iniziale del nuovo regime iniziò a manifestare

varie debolezze. Galba sottovalutò il malumore delle legioni renane rimaste legate al loro

comandante vincitore di Vindice, Verginio Rufo. Il primo gennaio del 69 le legioni della Germania

superior rifiutarono il giuramento di fedeltà nei confronti di Galba e ne spezzarono le immagini

proclamando la propria fedeltà al solo senato. Il giorno seguente le armate della Germania inferior

individuarono un nuovo imperatore nella figura del loro comandante, Aulo Vitellio. Il 3 gennaio

anche gli eserciti della Germania superior giurarono per Vitellio. Galba allora, ritenne opportuno

associare all'impero un esponente del senato che potesse garantire un'idea di continuità con la

sua persona. La scelta cadde su un nobile L. Calpurnio Pisone Frugi Liciniano. Tuttavia, la

situazione del regime non si risollevò. Emerse infatti, il risentimento da parte di Salvio Otone che

era stato uno dei primi alleati di Galba. Otone aveva nutrito speranze di poter essere associato al

potere e intensificò una serie di contatti con varie persone insoddisfatte della situazione politica. Il

15 gennaio, Otone fu proclamato imperatore dai pretoriani e dalle altre truppe presenti in quel

momento a Roma. Subito dopo Galba fu soppresso nel foro e Pisone venne ucciso davanti al

tempio di Vesta. Otone quindi fu riconosciuto Augusto dal senato e gli furono conferite la potestà

tribunizia e altre prerogative imperiali. Il primo atto del nuovo principe fu un insuccesso: il tentativo

di contattare Vitellio per associarlo al trono con la promessa di sposarne la figlia sfociò in un rifiuto.

Il conflitto fu inevitabile e gli eserciti vitelliani si misero in marcia alla volta della penisola comandati

dai legati di legione Fabio Valente e Aulo Cecina. Nel frattempo gli Otoniani, comandati da

Svetonio Paolino, si erano attestati lungo il Po. Alcuni iniziali successi, in particolare una battaglia

combattuta vicino Piacenza, sembrarono volgere il conflitto a favore degli Otoniani. Nel frattempo,

l'imperatore stesso era accorso sul teatro delle operazioni ponendo il proprio accampamento a

Brixellum (Brescello), mentre nell'altro campo era riuscito tra i nemici il ricongiungimento

dell'esercito di Valente con quello di Cecina. Anche le forze degli Otoniani erano aumentate. Il

numero delle forze in campo fino a quel momento rimaneva a vantaggio dei Vitelliani, che

dovevano contare su circa 70 mila uomini contro i circa 50 mila degli Otoniani. Tuttavia, furono gli

Ottaviani a prendere l'iniziativa. Fautori dell'offensiva furono personaggi inesperti quale il fratello di

Otone, Tiziano, a cui era stato affidato il comando supremo e il prefetto del pretorio Licinio

Proculo. Il piano degli Otoniani dovette consistere nel cercare di isolare Cremona muovendo

l'esercito dalla base di Bedriacum a occidente della stessa Cremona. Il movimento però non passò

inosservato e l'esercito otoniano venne sconfitto. I Vitelliani raggiunsero Bedriacum, dove

ricevettero la resa. Otone preferì porre fine alla guerra togliendosi la vita. Intanto Vitellio, iniziò a

manifestare tutti i difetti del proprio carattere. Si dette infatti al lusso, ai banchetti e alle crudeltà.

Intanto, l'esercito vittorioso trucidava nelle città dell'Italia una serie di sostenitori del passato

regime. Vitellio con il suo esercito dunque prese possesso della capitale ma lasciò i soldati

spadroneggiare nell'Urbe, mentre Cecina e Valente gareggiavano per la supremazia. In breve

l'indolenza e la mancanza di intuito accelerarono la fine del nuovo principe. Fu in questo contesto

di contrapposizione al regime vitelliano che sorse l'astro di Flavio Vespasiano. Questi si trovava in

Oriente già dall'inizio del 67 in virtù dell'incarico straordinario datogli da Nerone di debellare la

ribellione scoppiata nel 66 per opera degli ebrei della Giudea. Vespasiano, giunto in Oriente poco

tempo dopo la sconfitta di Cestio Gallo si accordò con due personaggi che detenevano i posti

chiave e gli altri forti eserciti in quelle province, il prefetto di Alessandria, Tiberio Giulio

Alessandro e il nuovo legato di Siria, Licinio Muciano. Già nella primavera del 67 Vespasiano

aveva preso possesso della Galilea dopo aver espugnato una serie di cittadine fortificate e aver

catturato il nobile gerosolimitano Giuseppe. Poi nell'arco di altri due anni, eliminò con facilità tutti i

capisaldi della resistenza ebraica. Rimaneva però da espugnare la capitale ebraica,

Gerusalemme: una grande città difesa da una possente cinta muraria, in cui si accalcavano

centinaia di migliaia di persone. Forte dell'appoggio delle truppe e dei comandanti dell'Oriente e

dei contatti attivati con la maggior parte degli eserciti di Occidente, il 1 luglio del 69 Vespasiano fu

acclamato imperatore ad Alessandria d'Egitto e subito dopo in Giudea e in Siria. Egli preferì

rimanere qualche tempo a consolidare la propria posizione in Oriente, mentre gli eserciti a lui fedeli

iniziarono a muoversi alla volta dell'Italia. Un ruolo decisivo lo ebbero le legioni danubiane che si

schierarono per Vespasiano trovando l'uomo forte nel legato della pannonica legio VII Galbiana,

Antonio Primo. Questi convinse gli eserciti a mettersi in moto per combattere Vitellio senza

attendere l'arrivo delle truppe orientali. Guidati da Antonio Primo, gli eserciti danubiani si

riversarono nella pianura padana; intanto i Vitelliani si attestarono lungo il fiume avendo come

campi principali Ostiglia e Piacenza. Cecina, fu scoperto e messo in catene dai suoi soldati e nel

frattempo, tutto il resto dell'esercito vitelliano, guidato da Valente, si attardava nell'Italia centrale.

Le truppe stanziate a Ostiglia si mossero alla volta di Cremona per unirsi a quelle che si trovavano

in questa città con lo scopo di presentare un fronte compatto contro il potente esercito nemico.

Antonio Primo mosse il proprio esercito verso Bedriacum e in un susseguirsi di eventi, i due

eserciti vennero in conflitto. Gli uomini di Antonio Primo riportarono un primo netto successo lungo

la via Postumia e qualche ora dopo i due eserciti si affrontarono nuovamente. Ne risultò una rotta

completa dei Vitelliani; i superstiti cercarono riparo fra le mura di Cremona, ma in breve Antonio

Primo riuscì a ottenere la resa. L’atto conclusivo del conflitto fu rappresentato dal saccheggio e

dalla distruzione di questa colonia. Intanto i rimanenti eserciti inviati da Vitellio al comando del

fratello Lucio furono sbaragliati in Umbria. Intanto, nella capitale i tentativi di negoziare la resa di

Vitellio fallirono. Contro il volere dello stesso Vitellio, il Campidoglio dato alle fiamme. Domiziano e

quasi tutti gli altri riuscirono a fuggire. Il 20 dicembre avvenne la resa dei conti: Antonio Primo

sbaragliò le resistenze e i suoi eliminarono Vitellio, il cui corpo fu scagliato sulle scale Gemonie e

poi gettato nel Tevere. Pochi giorni dopo anche Licinio Muciano con il suo esercito raggiunse

Roma e gestì il potere in attesa dell'arrivo del nuovo principe, soppiantando Antonio Primo.

Il dominio dei Flavi (Vespasiano 69-79; Tito 79-81; Domiziano 81-96)

Vespasiano poteva contare su due eredi maschi: il primo Tito, si stava segnalando per il

suo valore di combattente e di comandante nella guerra giudaica, mentre il secondo, Domiziano,

diciannovenne era riuscito a sfuggire all’uccisione da parte dei Vitelliani. Vespasiano era un uomo

esperto nell'amministrazione, provato sui campi di battaglia e capace di coagulare consensi. Per la

prima volta venne riconosciuta la derivazione dell'imperium del principe da un semplice

pronunciamento delle truppe. Frattanto all'interno del senato riemersero rancori. Il rientro di

Vespasiano a Roma avvenne nell'estate del 70 quando a Tito era stato affidato il comando col

compito di conquistare Gerusalemme. La soppressione della rivolta giudaica dette l'opportunità a

Vespasiano e ai suoi di alimentare una propaganda per amplificare la risonanza del successo.

Ricchezze ingenti vennero depredate dallo stato ebraico, che ebbe 1 milione e 100 mila morti. 97

mila uomini furono fatti prigionieri e interi villaggi furono cancellati. La distruzione del Tempio

rappresentò una tragedia indicibile. In definitiva, i fatti della guerra giudaica crearono le premesse

per un risentimento ebraico nei confronti dei Romani. La Giudea fu organizzata come una

provincia senatoria, retta da un legatus Augusti pro praetore che comandava oltre che sulle truppe

ausiliarie anche su di una legione, la X Fretensis stanziata a Gerusalemme. Occorre ammettere

che il Colosseo fu costruito grazie ai proventi derivati dal saccheggio della Giudea. Il riverbero

della guerra vittoriosa si manifestò anche nella costruzione di due archi dedicati a Tito imperatore,

collocati lungo il percorso della via trionfale. Il primo di essi era situato presso il Circo Massimo,

mentre il secondo si trova oggi sulla Velia, fra il Colosseo e il Foro romano. Nel regno di

Vespasiano vi fu una sostanziale stabilità. All’inizio del nuovo regno gli ambienti dell’opposizione

senatoria influenzata da concezioni filosofiche riposero sperante nel sovrano. Tuttavia Vespasiano,

una volta divenuto imperatore, giunse a ordinare l'esecuzione del principale esponente della

corrente filosofico stoica, Elvidio Prisco. Vespasiano affidò al figlio Tito la carica di prefetto al

pretorio che questi detenne dal 71 fino alla morte del padre. La solidità del regime appariva forte,

ben cementata, anche se la morte di Muciano dovette privarlo di un importante elemento di

raccordo con vari gruppi di potere. Fu in questa nuova situazione che si verificò la congiura

ordinata nel 79 dai senatori Cecina Alieno e Eprio Marcello. Essa fu comunque un insuccesso e

segnò la fine dei due personaggi in questione. Nell'epoca dei Flavi il senato venne ampiamente

rinnovato. L'imperatore dispose l'immissione al senato di numerosi elementi provenienti dal ceto

equestre. Domiziano, come il padre, rinnovò il senato e incrementò il numero dei senatori di

provenienza orientale. Venne aumentato il numero di cariche della amministrazione. In definitiva,

nell'età dei Flavi si intensificò il fenomeno per cui i ceti dirigenti delle province venivano inseriti in

vari posti di potere. In Spagna divenne generalizzata l'attribuzione dello ius Latii alle comunità

peregrinae. In questo modo le città venivano dotate di una carta costituzionale, la stessa per tutte,

che implicava fosse concessa la piena cittadinanza romana. Lo Ius Latii implicava anche la

concessione ai semplici cittadini delle città di molte delle prerogative che erano proprie della piena

cittadinanza. La politica economica di Vespasiano fu improntata a un'attenzione per una sana

gestione delle finanze dello Stato: vennero evitati gli sprechi, aumentata la tassazione delle

province e razionalizzata la gestione del dipartimento delle entrate. Un'innovazione avvenne con la

separazione del patrimonium imperiale della res privata del principe. Fu deciso di affidare sempre

più ai cavalieri e non a liberti la gestione di posti chiave nel governo centrale. Per quanto riguarda

la politica militare di Vespasiano: è celebre la vicenda di Masada, catturata nella primavera del 73

o del 74 dal legato di Giudea, Flavio Silvia: davanti all’avanzata della macchina militare romana, il

comandante del gruppo dei ribelli, Eleazar ben Jair, ordinò il suicidio collettivo di quelle poche

centinaia di uomini, donne e bambini che si trovavano con lui. Un altro evento bellico divampò nel

69. Un nobile batavo, Giulio Civile, scatenò una rivolta del suo popolo contro l'oppressione del

potere romano. La sollevazione si propagò a molte altre popolazioni germaniche e in un secondo

tempo vari popoli galli che rivendicavano la libertà. I forti e le città romane lungo il Reno da

Magonza fino al mare vennero assaliti e dati alle fiamme, le unità militari decimate. In un contesto

di contrasti fra le truppe e i loro capi, vennero uccisi i legati imperiali della Germania. Anche vari

legati legionari caddero. Gli eserciti romani furono costretti a giurare fedeltà all'impero dei ribelli.

Tuttavia, nel corso del 70 un esercito inviato dall’Italia da Licinio Muciano riuscì a sedare la

rivolta, ripristinando ovunque l’autorità romana. È importante ricordare uno dei generali che

sconfisse i ribelli: Petilio Ceriale, un parente di Vespasiano. Lo slancio imperialistico ebbe vigore

in Britannia dove lo stesso Petilio Ceriale fu inviato come governatore già nel 71. egli rinnovò una

politica di espansione occupando il sud della Scozia. Dopo di lui, agirono Giulio Frontino che

debellò il popolo dei Siluri e Giulio Agricola che continuò l'opera di pacificazione dell'isola. Il

culmine della sua attività fu raggiunto con la battaglia del mons Graupius nell'83, in cui sconfisse i

Caledoni. Il successore di Agricola in Britannia, Sallustio Lucullo, sospettato di opporsi

all'imperatore e di aspirare al trono, fu eliminato mentre a Roma si disponeva l'evacuazione della

Scozia Settentrionale. In Oriente una mossa importante fu l'occupazione del regno satellite della

Commagene e la deposizione del re Antioco IV. Il regno fu incorporato nella provincia di Siria e i

Romani poterono sorvegliare direttamente il ponte dell'Eufrate situato nei pressi dell'ex capitale,

Samosata. Alla morte di Vespasiano, avvenuta nel 79, il passaggio di potere a Tito è stato

tranquillo. Tito non mise mai a morte nessuno, governò in buona intesa con il senato. Era stato

proprio Tito nel 67 a costruire in Oriente l'alleanza fra Vespasiano e Muciano. Il suo breve regno fu

marcato da due eventi celebri: l'inaugurazione del Colosseo e l'eruzione del Vesuvio del 79 che

provocò la distruzione di Pompei ed Ercolano e in cui morì anche Plinio. A Tito, scomparso nell'81,

succedette Domiziano, il suo regno è descritto dalle fonti come un regime tirannico, somigliante a

quello di Nerone. L'anno 93 segnò un momento drammatico perché emerse la frattura con tutto il

mondo dell'opposizione filosofica: alcuni dei personaggi più rappresentativi vennero messi a morte

e tutti i filosofi furono banditi dall'Italia. È celebre l'episodio relativo a un cugino dell'imperatore,

Flavio Clemente che aveva sposato Domitilla, figlia della sorella di Domiziano ed esiliato perché

accusato di ateismo (nel 95). Il fatto fu di straordinario rilievo perché avvenuto nel cuore della

famiglia imperiale. Domiziano aveva infatti precedentemente designato come suoi successori i figli

stessi della coppia. Questo evento interno alla corte affrettò la fine del principe, rimasto vittima di

una congiura di palazzo che vide coinvolti alcuni liberti e la guardia pretoriana. Domiziano continuò

la politica attuata dal padre volta alla creazione di un funzionariato imperiale, impiegando molti

uomini del ceto equestre e allargò gli orizzonti di reclutamento del senato. Tra mi meriti di

Domiziano vanno annoverati anche la cancellazione di alcuni debiti eccessivi nei confronti del fisco

e l’annullamento di sentenze troppo pesanti nei processi. Egli è descritto come attento a

combattere la corruzione. In campo militare, giunse a consolidare la presenza delle legioni e delle

unità ausiliarie nel settore renano e danubiano. La pressione dei Daci sulle province danubiane

venne repressa. Domiziano per ribadire l'autorevolezza del proprio potere si accreditò come il

principe vicereggente di Giove sulla terra, facendosi chiamare dominus et deus. Nell'ambito della

cultura, la dinastia flava si segnalò per la concessione di privilegi agli esponenti in vista di quelle

classi professionali utili come medici, grammatici e retori. Vespasiano istituì cattedre pubbliche di

retorica greca e latina. Questi insegnati, pagati dal tesoro imperiale, ebbero il compito di formare

gli studenti secondo principi etico-politici. Un ruolo di rilievo ebbe Quintiliano che fu uno dei primi

a gestire la carica di insegnante di retorica latina. Egli rappresentò l'esempio per eccellenza di

intellettuale organico al potere.

CAPITOLO 2 – I REGNI DI NERVA (96-98) E DI TRAIANO (97-117)

Nerva Alla notizia dell'uccisione di Domiziano, il senato si riunì e acclamò come imperatore

Cocceio Nerva. Questi era stato uno dei lealisti ricompensati da Nerone per la sua fedeltà, dopo

che era stata scoperta e punita la congiura dei Pisoni. Era stato console per due volte, nel 71 e nel

90. Egli era un politico esperto ed equilibrato, capace di coagulare vasti consensi. Nerva non

aveva figli, la qual cosa potrebbe anche far supporre che si fosse pensato a lui come a un

imperatore di transizione, tuttavia le fonti svelano che quasi subito dopo l'elezione di Nerva sorsero

pericoli per la stabilità del regime e che un gruppo di potere stava tramando un colpo di stato che

avrebbe dovuto portare al trono uno dei senatori distinto come capo militare, lo spagnolo Cornelio

Nigrino, in quel momento governatore della provincia siriana. Fu così che, per sventare la

manovra, nell'ottobre del 97, Nerva adottò associandoselo al potere, Ulpio Traiano. Traiano,

anche egli spagnolo sembrò l'uomo giusto sui cui riporre fiducia. Egli aveva a disposizione un

esercito importante. Traiano era figlio di un importante uomo politico dell'età flavia; di conseguenza

si deve supporre che egli avesse ereditato tutta una serie di rapporti con i personaggi ai vertici del

senato. Viceversa, va sfatata la convinzione diffusa fra gli studiosi secondo cui Traiano venne

scelto per la sua fama militare. Nerva morì nell'arco di pochi mesi, verso la fine di gennaio del 98,

e il suo breve regno si segnalò per dei provvedimenti importanti. Vennero fatte concessioni di terre

a cittadini indigenti, fu ridotta la tassazione e furono concesse garanzie legali ai cittadini nell'ambito

dei processi di lite con il fisco. Gli eserciti e i pretoriani ottennero dei donativi e il popolo di Roma

venne soddisfatto con un congiarium (distribuzione di monete). Nella capitale furono riorganizzati i

servizi di distribuzione del grano e del rifornimento di acqua. Vennero combattuti anche gli abusi

connessi con l'esazione del fisco giudaico.

Traiano

Dopo la morte di Nerva, Traiano rimase per più di un anno sul Reno a organizzare le

frontiere in quel settore. Giunto a Roma, non mancò di rendersi popolare organizzando un nuovo

congiarium. Il tipo di propaganda di cui si ammantò il nuovo principe è desumibile dal celebre

panegirico che gli indirizzò Plinio, un senatore originario di Como. Il nuovo sovrano non era stato

scelto all'interno della famiglia dell'imperatore regnante, ma era stato designato tenendo presenti le

sue caratteristiche morali e pratiche: egli era l'optimus princeps. Ci troviamo davanti a un

principato civile in cui emergono con chiarezza la figura del funzionario e un'ordinata integrazione

fra popolo, senato e principe. Il titolo stesso di optimus princeps, sottende chiaramente qualità

avvicinabili a quelle della divinità per eccellenza, Jupiter optimus et maximus. Nel 101 Traiano,

lanciando una campagna militare contro i Daci, faceva scorgere quelle caratteristiche del suo

regno che sarebbero passate alla storia: un impulso all'azione militare. Lo scopo di questa prime

spedizione dovette essere un'azione tendente a ridimensionare la potenza di Decebalo e a

ridefinire i termini del trattato che questi erano riuscito ad ottenere da Domiziano. Le truppe

imperiali presero le mosse da Lederata, sul Danubio per dirigersi poi nel Banato in direzione del

Passo delle porte di ferro. Dopo una serie di eventi bellici, Traiano ottenne una vittoria presso

Tapae, ottenuta a costo di perdite importanti. Nel 102 giunsero truffe di rinforzo. Si dovette

combattere per espugnare fortezze situate in cima a dei monti. Vennero catturate macchine da

guerra, armi e le insegne di cui i Daci si erano impadroniti all'epoca della sconfitta patita da

Cornelio Fusco. L'esercito romano intraprese una manovra a tenaglia: Troiano si pose alla guida

del contingente che sferrò l'attacco diretto al Passo delle porte di ferro, mentre il comandante

Lusio Quieto, sorprese Decebalo in un altro settore. Il governatore di Moesia inferior, Laberio

Massimo guidò un'altra parte dell'esercito lungo la vallata del fiume Olt e prese possesso del

Passo della torre rossa, catturando molti prigionieri fra cui la sorella di Decebalo. L'esercito

romano si ricongiunse e Decebalo chiese la pace. Traiano impose come condizione la restituzione

delle armi e dei disertori, lo smantellamento dei forti e la cessione di tutti i territori di cui i Romani si

erano impadroniti. Il Banato venne annessa all'impero. Il sistema venne infine rafforzato con la

costruzione di un ponte a Drobeta. La pace non durò a lungo, perché Decebalo iniziò a prepararsi

per una nuova guerra. Nei primi mesi del 105 lanciò un attacco contro le forze romane. Gli eserciti

e le autorità romane furono colte di sorprese e fu solo nell'autunno di quell'anno che un imponente

esercito alla guida di Traiano giunse a Drobeta. La diplomazia romana ebbe la meglio. L'offensiva

dei Romani si indirizzò in modo frontale verso il passo di Vulcan dove scontrò ogni resistenza

nemica. Decebalo cercò di porre resistenza organizzando la guerriglia, ma ciò non impedì a

Traiano di conquistare le fortezze dei Daci situate sulle alture e di catturare la stessa capitale del

regno, Sarmizegetusa Regia. Decebalo continuò a combattere e i suoi attaccarono alcuni forti

romani, ma fu infine individuato da un'unità militare romana. Il re per sfuggire alla prigionia, si tagliò

la gola. Circa mezzo milione di Daci vennero fatti prigionieri e molti furono i morti. Il regno venne

organizzato come una provincia romana e fu fondata una nuova capitale a cui fu dato il nome di

colonia Ulpia Traiana Augusta Dacia. Nel 106 gli eserciti imperiali guidati dal legatus di Siria,

Cornelio Palma, occuparono il regno dei Nabatei, alleato ed amico dei Romani. Il territorio fu

annesso e organizzato come una provincia romana con il nome di Arabia. Viceversa, non vi fu una

ripresa dello slancio imperialistico in Britannia dove venne data continuità alla politica domizianea.

La terza tappa dell'imperialismo traianeo consistette nella spedizione contro i Parti. Nel 113, il

sovrano dei Parti, Cosroe, aveva deposto il re di Armenia, Parthamasiris, senza interpellare i

Romani. In base ai trattati, la procedura di nomina del re di Armenia comportava che esso fosse

scelto dai Parti ma formalmente insignito dai Romani. Traiano organizzò una spedizione

concentrando 7 legioni orientali, due intere legioni danubiane e altre 8 vessillazioni legionarie tratte

da quello stesso scacchiere. Sia il re dei Parti che lo stesso Parthamasiris tentarono di negoziare

la pace. Quest'ultimo si presentò a Traiano e invano chiese di poter essere da lui insignito dei titoli

regali. Posto in prigionia morì in circostanze non chiare e l'Armenia venne affidata come provincia

a un governatore romano. Nell'anno seguente l’attacco si dispiegò con una manovra a tenaglia.

Nel 116 l'avanzata continuò e venne condotta a termine la conquista dell'Adiabene che fu resa

provincia con il nome di Assiria. Intanto, un'altra divisione romana occupò Babilonia. Traiano scese

l'Eufrate con la flotta e giunto all'altezza di Seleucia e di Ctesifonte, la capitale del regno dei Parti,

mosse per terra fino al Tigri e catturò queste due città. I Parti erano dilaniati da lotte interne e il re

Cosroe si era rifugiato nelle zone estreme del regno sui monti dello Zagros. Un nipote del re parto,

Sanatrukes, mise in moto una rivolta organizzata mentre le guarnigioni romane in Armenia e in

Mesopotamia vennero attaccate e distrutte. La controffensiva romana ebbe solo parzialmente

successo, anche se Sanatrukes fu catturato e ucciso, ma un suo figlio riuscì a prendere possesso

della maggior parte dell'Armenia. Traiano ammise l'impossibilità di mantenere come provincia un

territorio così esteso e preferì nominare al trono di Partia un figlio di Cosroe in qualità di re eletto

da Romani. L'imperatore verso la fine del 116 cercò di catturare l'importante città di Hatra, che

sorgeva nella steppa fra la Mesopotamia e il cuore del regno dei Parti. Si trattava di un centro

chiave affinché fosse garantito il controllo dei commerci e dei movimenti. L'assedio non ebbe

successo e Traiano riprese la strada verso la costa del Mediterraneo. L'imperatore si spegneva a

63 anni. Il problema dell'insurrezionalismo ebraico era tornato di attualità. Nel 116-117 gli ebrei di

Egitto e Cirenaica si erano sollevati portando in queste province una guerra che comportò un

numero elevato di morti e di devastazioni. La rivolta fu sedata dall'intervento militare romano che

venne guidato con truppe condotte dal di fuori della provincia dal prefetto della flotta di Miseno,

Marcio Turbone. Nella stessa Giudea sembrava rinascere forme di opposizione al potere romano

ed è significativo che a governare questa provincia, Traiano avesse inviato proprio Lusio Quieto

che si era distinto per aver sterminato gli ebrei. In questo periodo vennero costruite le Terme di

Traiano sul colle Esquilino, un nuovo acquedotto per la città, un'installazione portuale presso Ostia.

Porti minori vennero costruiti a Civitavecchia, Terracina e Ancona. Traiano si distinse per aver

messo in atto un programma volto all'incremento della produzione granaria in Italia. Lo schema

traianeo aveva una sua peculiarità poiché esso prevedeva la concessione di prestiti da parte dello

stato a nuovi proprietari, affinché questi potessero coltivare terre non precedentemente utilizzate. Il

succo della propaganda traianea emerge con l'arco di Benevento, la cui costruzione fu terminata

nel 114. Esso è un manifesto illustre del regime. Occorre infine ricordare che il senato all'epoca di

Traiano era un organo in cui i provinciali occupavano una percentuale sempre maggiore.

CAPITOLO 3 – ADRIANO (117-138)

Traiano morì in Cilicia nel 117. il passaggio del potere fu tranquillo dal momento che ad

Antiochia Publio Elio Adriano fu in grado di esibire un testamento in cui Traiano ne proclamava

l'adozione. Immediatamente le truppe acclamarono Adriano imperatore. Dopo prime solide

esperienze militari all’epoca del tribunato, aveva seguito l'imperatore in entrambe le campagne in

Dacia. Altri successivi incarichi e la sicura ascesa nel cursus honorum confermarono il legame

preferenziale che Adriano poteva vantare. Tuttavia la successione dovette essere contestata in

alcuni circoli. L'ostilità senatoria nei confronti di Adriano derivò dalla presa di posizione del nuovo

imperatore nel settore della politica estera. Adriano sosteneva che era necessario ritornare

all'antico consiglio di Augusto di abbandonare ogni avventura imperialistica. Fu così che decise di

non intraprendere altri sforzi volti a sottomettere i Parti: in breve tutto il territorio situato oltre

l’Eufrate fu abbandonato. Questo stato di cose creò le premesse per uno scontro per il potere tra

Adriano e i suoi oppositori. Marco Turbone fu inviato nel frattempo in Mauretania dove represse

una rivolta e successivamente lo stesso Marco Turbone ricevette un nuovo incarico, quello di

governatore della Dacia e della Pannonia inferior. Probabilmente fu proprio in occasione del suo

arrivo a Roma nel 118 che Adriano presiedette alle cerimonie e agli spettacoli dati in occasione del

trionfo partico a cui Traiano aveva diritto. L'imperatore usò tutti i mezzi di propaganda per

accattivarsi la simpatia del senato e del popolo. Per quanto riguarda nello specifico la popolazione

di Roma, Adriano si segnalò per le varie erogazioni di denaro e per un provvedimento di

remissione di debiti a tutto campo che comprendeva gli arretrati degli ultimi 15 anni. Adriano lasciò

una grande impronta anche sull’impianto monumentale di Roma; in particolare fece

completamente rimodellare la struttura del Pantheon. La decisione di non intraprendere ulteriori

conquiste territoriali fu rimarcata anche visivamente nello spazio della stessa capitale: nel 121

Adriano fece porre una serie di iscrizioni in pietre di confine in cui era proclamato che la linea del

pomerium veniva rinnovata. Dal 121-122 l'imperatore iniziò una serie di viaggi, che lo tennero a

lungo occupato a visionare i confini dell’impero. Egli volle dare l’esempio vivendo fianco a fianco

con i soldati negli accampamenti e mangiando il loro rancio; inoltre, esaminò in profondità la

tipologia degli armamenti e l’organizzazione degli eserciti introducendo innovazioni interessanti.

Adriano continuò per tutta la vita a tenere alti questi valori tradizionali, con l’austerità della vita

militare. All'inizio del regno di Adriano, la Britannia aveva patito gli attacchi di alcune popolazioni

locali, che avevano causato morti e devastazioni Il generale Pompeo Falcone, pose fine a questo

stato di insicurezza. Nel 122 lo stesso Adriano giunse in Britannia, fu allora che dette inizio alla

costruzione di una muraglia in Scozia. Il soggiorno in Britannia fu comunque breve: nel volgere di

meno tre anni egli continuò a viaggiare visitando la Gallia, la Spagna, la Mauretania, l'Africa, la

Cirenaica fino ad arrivare in Siria. In riva all'Eufrate incontrò il re dei Persiani e siglò con questi un

trattato di pace. Quindi riprese il cammino alla volta della Cappadocia, del Ponto e delle altre

province di Asia Minore fino alla Grecia, da cui ritornò in Italia nell’estate del 125. Durante i suoi

viaggi, Adriano conobbe un numero enorme di città dell'impero. Nominò dei funzionari provenienti

dal senato o dal ceto equestre, i curatores, per amministrare queste città. Bisogna sottolineare che

Adriano organizzò un numero enorme di costruzioni importanti che perfezionarono il quadro

urbanistico delle città. Di ritorno a Roma, Adriano intraprese la costruzione della villa a Tivoli. Da

un punto di vista amministrativo, Adriano attuò un provvedimento assai importante: l'Italia venne

suddivisa in 4 distretti governati da altrettanti consolari. Il soggiorno adrianeo nella capitale e

nell'Italia fu breve perché già nel 128 il sovrano aveva ripreso i suoi viaggi recandosi in Africa. Egli

si interessò all'integrazione delle comunità peregrinae ai diritti della cittadinanza, attribuendo il

diritto del Latium maius che comportava la concessione della cittadinanza a tutti gli appartenenti ai

senati cittadini. Anche in Africa Adriano non mancò di dedicare la propria attenzione

all’organizzazione dei confini. Nel 128-129 l'imperatore fu in Grecia dove portò a termine la

costruzione del tempio di Zeus Olimpio ad Atene. Egli abbellì la culla del mondo classico con altri

edifici e istituì il Panhellenion, una nuova lega fra città greche. L'apparente serenità del regno di

Adriano venne turbata da due avvenimenti: la perdita del suo amante Antinoo che annegò nelle

acque del Nilo all'epoca di una visita in Egitto dell'imperatore nel 130. In suo onore egli decise di

fondare una città, Antinoupolis. Il secondo evento fu una rivolta scatenata dagli ebrei della Giudea

nel 132. Questa sollevazione fu motivata da alcuni provvedimenti emanati da Adriano che essi

sentirono come offensivi e cioè, il divieto della circoncisione e progetto di trasformare

Gerusalemme in una colonia romana. I ribelli ora adottarono delle tecniche di guerriglia che si

rivelarono particolarmente efficaci, come la costruzione di una serie di cunicoli sotterranei

comunicanti fra loro utili come nascondigli e deposito di armi. Da questi rifugi, essi erano soliti

uscire improvvisamente allo scoperto per colpire il nemico. Gli ebrei affidarono il comando a un

uomo, Simon Bar Kosiba, considerato come il messia per alcuni. Non esiste una fonte capace di

svelarci la sequenza e i dettagli della guerra, ma disponiamo solo di informazioni che ci sono date

da scrittori di epoca posteriore. In ogni caso le perdite furono ingentissime in entrambi i fronti e

mentre la guerra infuriava nel 133, Adriano decise di nominare un nuovo generale per debellare la

rivolta, Sextus Iulius Severus. È probabile che lo stesso imperatore sia stato presente sul teatro

delle operazioni, almeno per qualche tempo. La guerra si protrasse fino ai primi mesi del 136 con

combattimenti che videro come momento culminante la cattura della fortezza di Bethar in Giudea.

Simon preferì suicidarsi, piuttosto che cadere in mano al nemico. Il successo fu festeggiato poi da

Adriano e dai Romani. Il sovrano poté fregiarsi di una seconda acclamazione imperatoria e

vennero concessi riconoscimenti agli ufficiali distinti in guerra. Alcuni monumenti vennero eretti

nella capitale in ricordo della vittoria. Inoltre, fu portata a termine la costruzione di un'opera in cui i

lavori erano iniziati vari anni prima: il tempio di Venere e Roma. Nel 136 Adriano predispose

quanto necessario per la successione imperiale e decide di adottare Lucio Ceionio Commodo.

La scelta causò il risentimento della persona che fino a quel momento era ritenuto il più verosimile

erede al trono e cioè Pedanio Fusco, parente dello stesso imperatore: la sorella di Adriano era

sua nonna. A quanto sembra Fusco tentò un colpo di stato, ma fallì e venne messo a morte. Inoltre

anche suo nonno Serviano, il cognato di Adriano, fu costretto al suicidio. La vita di Adriano si

spegneva in un clima tetro di attesa: lo stesso Ceionio Commodo, il cui nome era stato mutato in

Aelius Caesar, era malato di tubercolosi. Dopo aver tenuto un comando straordinario in Pannonia

morì appena tornato a Roma. L'imperatore fu costretto a nominare un altro successore, individuato

nella figura di Aurelio Antonino: un distinto senatore, ricco e dal carattere mite, la cui famigliare

era originaria della Gallia Narbonese. Questi si era segnalato per aver gestito importanti cariche

civili, tra cui il proconsolato d'Asia, ma non aveva avuto alcuna esperienza militare. Ad Antonino, fu

imposto di adottare il figlio bambino di Elio Cesare e il giovane Marco Annio Vero. Lo stesso

Antonino era zio di Marco avendone sposato la sorella del padre. Distrutto dalla malattia, Adriano

morì agli inizi del 138.

CAPITOLO 4 – ANTONINO PIO, MARCO AURELIO E LUCIO VERO

Antonino Pio (138-161)

Da un lato il suo regno è stato considerato come esemplare di un'epoca di pace in cui non

ci furono guerre di rilievo e vigeva un ottimo rapporto fra il senato e l'imperatore. Al contrario,

alcuni studiosi hanno dato un giudizio negativo ritenendolo di scarsa personalità e responsabile

della successiva intraprendenza delle popolazioni barbariche. Va comunque ricordato che

Antonino Pio procedette ad un'operazione di tipo espansionistico. In Britannia, il legatus Lollius

Urbicus combatté con successo contro le popolazioni della Scozia oltre il vallum Hadriani e il

confine fu portato più a settentrione dove tra il 139 e il 142 venne approntata la costruzione di una

nuova muraglia il vallum Antonini. Questa politica fu ritenuta un successo importante e il senato

attribuì ad Antonino l'onore di un'acclamazione imperatoria e di potersi fregiare del titolo di

imperator II. Problemi di una certa gravità emersero nel 145 per una rivolta in Mauretania; per

sedarla occorse l'invio di una spedizione guidata da un senatore. Una simile politica di cauta

espansione è verificabile in Germania superior. Negli ultimi anni del regno vi fu una serie di

operazioni militari di successo in Dacia condotte contro popolazioni barbariche, che minacciavano

la sicurezza della provincia. E' di rilievo ricordare che a guidare la Dacia superior in quegli anni

(156-158) fu nominato un personaggio dalla tipologia nuova, M.Statius Priscus Licinius Italicus.

Subito dopo il comando della Dacia ottenne il consolato ordinario nel 159. Il rapporto tra Antonino e

il senato non dovette essere all'inizio facilissimo. Tensioni gravi emersero quando il nuovo sovrano

stabilì consacrare il predecessore come divus, una procedura che rendeva esplicita una

valutazione positiva di Adriano, i cui atti invece il senato intendeva addirttura che fossero annullati.

Tuttavia, Antonino resistette con forza e condusse in porto quanto aveva progettato. Ben presto

attuò una politica di riconciliazione con il senato promulgando una serie di misure che

comportavano il ritorno degli esiliati politici, la liberazione dei prigionieri politici e la commutazione

delle sentenze capitali in pene più lievi. Le iniziative di Antonino e la sua diplomazia gli valsero la

concessione da parte del senato dell'appellativo di Pius. È importante ricordare come sotto questo

imperatore il processo di integrazione delle province abbia compiuto nuovi passi. Nel frattempo

cresceva Marco Aurelio Annio Vero. Questi era figlio adottivo del sovrano insieme al giovane

Lucio, figlio di Ceionio Commodo. Marco era nipote di Antonino che ne aveva sposato la sorella del

padre, ma in un secondo tempo per via delle sue nozze con la cugina Faustina, divenne anche

genero dell’imperatore. Egli fu nominato console per l'anno 140 a soli 18 anni. Nel 147 ricevette

anche la tribunicia potestas e l'imperium. Era soprattutto il carattere di Marco che ispirava fiducia,

ispirato all'equilibrio, alla riflessione e a un'adesione profonda alla dottrina stoica. Antonino Pio

morì nel 161 a 65 anni, quando Marco era ormai un uomo maturo di 40 anni d’età.

Marco Aurelio (161-180 )

Nella prima riunione del senato subito dopo la scomparsa del sovrano, Marco ottenne che

gli fosse associato al potere Lucio Commodo. Questi da allora mutò il proprio nome in Lucio

Vero e venne fidanzato con l'undicenne figlia di Marco, Lucilla. Marco fondò istituzioni in sostegno

dei giovani bisognosi e si dimostrò sollecito nei confronti della popolazione di Roma provata da

un'inondazione del Tevere. La pace fu spezzata da un'iniziativa dei Parti: Vologese III, dopo

essere penetrato in Armenia, espulse il re di quella nazione e vi installò in una vece un membro

della casata regale arsacide. Il governatore della Cappodocia, Sedatius Severianuns, intervenne

per ripristinare il potere romano ma fu sconfitto a Elegia, al di là della frontiera. Il suo esercito

rimase senza via di uscita ed egli si suicidò. Immediatamente tre legioni stazionate sul fronte

renano-danubiano vennero inviate in Oriente e per governare la Cappadocia fu prescelto il miglior

generale dell'epoca, Statius Priscus. Si decise anche che Lucio Vero partisse per il fronte per

soprintendere alla guerra. Nel 163 Statius Priscus, conseguì una serie di grandi vittorie ed entrò

nella capitale dell'Armenia, Artaxata, e nell'arco di poco a queste terre fu dato un nuovo re, un

senatore romano principe arsacide di nome Sohaemus. Nel frattempo, in Siria, Lucio Vero, preparò

con i suoi collaboratori la campagna che avrebbe dovuto condurre l'esercito romano nel cuore del

regno dei Parti. Tuttavia, Larcius Sabinus e gli altri comites dovettero constatare con rammarico

come la lunga pace dell'epoca di Antonino Pio avesse prodotto un infiacchimento delle truppe.

Comunque sia, le forze romane ottennero alcuni successi nella campagna contro i Parti del 163

riuscendo a oltrepassare il confine e a penetrare in Osroene. A Roma, Marco si impegnò a fondo

nel campo della legislazione e nell'amministrazione della giustizia. Ampliò le prerogative del senato

concedendo a illustri appartenenti a questo consesso di giudicare casi riservati all'imperatore.

Mostrò grande deferenza nei confronti del senato partecipando a tutte le sue sedute. Ebbe

un'attenzione verso gli schiavi favorendo le procedure per le manumissioni. Nel frattempo, il

soggiorno di Lucio Vero in Siria appariva non indenne da critiche. Il principe si circondò di attori e

manifestò una passione per i giochi circensi ma, fu motivo di critica la sua relazione con una

donna, Panthea. Quest'ultima notizia giunse fino a Roma dove Marco Aurelio decise che era

giunto il tempo di affrettare il matrimonio già programmato di sua figlia Lucilla con il correggente al

trono. Voci più infanti accreditavano Lucio Vero di aver fatto avvelenare per gelosia il governatore

della Siria, il giovane Libone, cugino di Marco Aurelio. La campagna partica ebbe risultati di

notevole impatto dal momento che gli eserciti romani riuscirono a penetrare nel territorio nemico. Il

principe Lucio Vero senza troppa modestia tese ad attribuirsi i meriti del successo, anche se le

operazioni sul campo erano state condotte dai suoi generali. Nel 166 Lucio Vero rientrò nella

capitale, in cui venne celebrato il trionfo per la vittoria della guerra partica. Talvolta il clima di

euforia era offuscato a motivo delle notizie che continuavano a giungere dai confini dell'Europa

settentrionale e centrale, dove da 3 anni la situazione appariva preoccupante. I Marcomanni e altre

popolazioni, che erano state messe in movimento dall’incalzare di genti barbariche provenienti da

settentrione, minacciavano di attraversare la frontiera qualora venisse loro negato di essere

annessi all'impero. Nel frattempo a Roma, Lucio si distinse per i suoi eccessi e per le sue

stravaganze. Nel 167 un'epidemia di peste sconvolse l'impero. Le province e la sua capitale furono

decimate e l'arruolamento di nuovi soldati andò incontro a difficoltà. Le ombre scure di questa

epoca fanno in qualche modo presagire il tramonto della civiltà classica. Nel clima spaventoso dei

giorni del divampare della peste, i cristiani divennero un bersaglio quasi obbligato a motivo del loro

rifiuto di sacrificare per la salute dell’imperatore. Essi venivano ritenuti come elemento estraneo in

seno all'impero ed in questo periodo di emergenza incorsero nell’acredine generale. Bisogna poi

ricordare un evento simbolico che avvenne quasi certamente nel 168 o 169: una vendita pubblica

di beni imperiali disposta da Marco per cercare di provvedere alle gravi necessità finanziarie dello

stato, causate da una enorme difficoltà nella riscossione delle tasse. L’esercito era stato falcidiato

dalla peste e dal calo demografico e la situazione caotica rendeva ardua nuovi reclutamenti. Di

fronte a questo stato di necessità, vennero inclusi nei ranghi anche degli schiavi, immediatamente

affrancati, dei gladiatori e perfino dei banditi. Nel Foro di Traiano, coppe, ori, statue e dipinti di

pregio vennero venduti a quei ricchi privati che ancora disponevano di ampie ricchezze. In quello

stesso tempo, la monetazione andò incontro a una pesante svalutazione. Nella primavera del 167,

Marco e Lucio giunsero ai confini dell'impero. La loro presenza sul fronte sembrò smorzare le

velleità dei barbari che ben presto chiesero perdono per aver infranto la pace. Fu così che i Quadi

furono sconfitti e il loro re ucciso. Intanto la pestilenza continuava a mietere vittime nell'esercito. I

due imperatori ripresero la strada verso Roma, nell'inverno del 168-169. La peste continuava a

spazzare vittime nell’Italia avvolta dal gelo. Durante il viaggio Lucio Vero venne colpito da un

infarto dentro il suo carro e morì. Il rientro nella capitale fu contraddistinto dal lutto per la perdita

del sovrano, che venne divinizzato con le cerimonie funebri. Occorreva trovare un marito adeguato

per la giovane vedova che Marco Aurelio individuò in un senatore originario di Antiochia di Siria,

Claudius Pompeianus. Le operazioni militari sul fronte danubiano ripresero nel 170 con rinnovato

vigore. Le battaglie con i Marcomanni, i Quadi gli Iazigi e altre popolazioni avvennero in un'epoca

tetra contraddistinta dalla pestilenza, dalla povertà e dal calo demografico. Nel 170 l'offensiva al di

là del Danubio risultò un disastro. I Marcomanni penetrarono nell'Italia nord orientale, ma fu

impedito loro di avvicinarsi fino ad Aquileia grazie all'intervento di Claudio Pompeiano. Sulla via del

ritorno, essi vennero intercettati presso il Danubio e sconfitti. Il loro bottino di guerra fu così

recuperato. I Costoboci, nel frattempo, invasero la penisola balcanica irrompendo in Tracia,

Madonia e Acaia fino a Eleusi. Nel 171 la situazione fu raddrizzata grazie ai successi militari: i

Quadi, costretti alla pace, consegnarono bestiame e molti cavalli e a varie tribù fu concesso di

stabilirsi all'interno dell'impero romano. Fu così che ai barbari vennero concesse terre in Pannonia,

Moesia, Germania, Dacia e anche in Italia. In quegli anni Marco Aurelio ottenne importanti

successi contro i Quadi e i Marcomanni e iniziò ad occupare i loro territori costruendo una serie di

forti per le sue truppe al di là del Danubio. Nel 172 una rivolta in Egitto dei Bucoloi, gruppi di

pastori banditi, terrorizzò la zona del delta del Nilo e poi anche altre parti della provincia. Al

governatore della Siria, Avidio Cassio, con un provvedimento straordinario, gli fu consentito di

entrare con i suoi eserciti in Egitto e la ribellione venne sedata. Nel 175 l'ottimismo venne spezzato

via dalla notizia che Avidio Cassio era stato proclamato imperatore dagli eserciti ed era stato

riconosciuto come tale da tutto il vicino Oriente. Si temette che l'Italia e la stessa Roma potessero

essere attaccate. Inoltre, il fatto che l'Egitto fosse caduto nelle mani di Avidio Cassio faceva

paventare un blocco dei rifornimenti granati. I motivi della decisione di Avidio Cassio vanno

ricercati nelle notizie che si erano diffuse riguardo lo stato di salute dell'imperatore, la cui morte

veniva data per imminente. Comunque sia, nell'arco di tre mesi, la sollevazione terminò e un

centurione uccise l'usurpatore la cui testa fu poi portata a Marco. Un certo effetto sugli eserciti

doveva aver fatto la comparsa nella vita politica del giovane figlio di Marco, Commodo. Dopo la

soppressione di Avidio Cassio, Marco insieme con il figlio e la moglie si recò in Grecia e in Asia.

L'imperatrice però morì improvvisamente durante il viaggio, all’età di quarantacinque anni. Nel 176

concesse l'imperium al figlio, che diveniva partecipe dei poteri, e insieme a lui celebrò il trionfo per

le vittorie contro i popoli danubiani. Tuttavia, la situazione nelle aree danubiane si deteriorò

nuovamente. Sintomatico di un'epoca di crisi fu un episodio di persecuzione dei cristiani che si

verificò nella città di Lione. Molti fedeli furono imprigionati nel 177, costretti a combattere come

gladiatori e poi fatti sbranare dalle belve. L'anno seguente Commodo sposò la figlia del senatore

Brutius Praesens. Nel 179 la famiglia imperiale riprese la via del fronte danubiano, mentre al

comando degli eserciti fu preposto il prefetto al pretorio, Taruttienus Paternus. Vi furono alcuni

successi e l'occupazione dei territori al di là del fiume sembrò un fatto acquisito. Tuttavia, nel

marzo del 180, quando stava per essere lanciata una campagna che avrebbe dovuto concretizzare

le attese del sovrano, questi cadde malato in uno degli accampamenti e morì nella tenda nell'arco

di pochi giorni, non si sa se stroncato dalla peste o da altra malattia. Con l'epoca di Marco Aurelio

si incrina quella stagione dell'impero romano, comunemente chiamata l'età degli imperatori

antonini, che era stata esaltata dal grande storico Gibbon come l’epoca più felice del genere

umano. Dal regno di Traiano, infatti, la ricchezza della penisola e delle province e la potenza

militare dell’impero si erano espresse a livelli altissimi.

SEZIONE VII – IL SECOLO “LUNGO”: DALLA CRISI DEL 193 ALLA DISSOLUZIONE

DELL’ORDINAMENTO TETRARCHICO

CAPITOLO 1 – IL III SECOLO COME PROBLEMA STORIOGRAFICO

Poco più di 100 anni intercorsero tra la presa del potere di Settimio Severo (193) e il ritiro

di Diocleziano a Spalato (305): un secolo “lungo” che trasformò l'impero umanistico degli Antonini

nello stato burocratico tardoantico, mutando le strutture politiche, sociali ed economiche del mondo

romano. Resta indubbio che l'impero di Costantino sia diverso da quello del I-II secolo d.C.: nel

mezzo di quella che nel suo complesso viene chiamata “crisi del III secolo”. Il continuo stato di

guerra sia in Oriente che in Occidente, determinò l'importanza dell'esercito che arrivò ad

esautorare il senato nella scelta degli imperatori e a trasformarsi nel vettore di dinamismo sociale.

Si assiste alla destrutturazione dell'antico sistema politico, sociale ed economico dell'impero: in

politica, le carriere dei senatori e dei cavalieri tendono a confondersi; nell'esercito, l'ordinamento

legionario è soppiantato piano piano dalla maggiore rilevanza dei corpi mobili di cavalleria; in

economia, il vecchio denaro viene sostituito dalla meno preziosa moneta argentea di Caracalla,

l'antonianano. Il III secolo conobbe anche elementi di progresso: tra questi l'incremento della

cultura scritta. Una parte della ricerca tende oggi a rivedere la tradizionale immagine del III secolo

come un periodo di difficoltà e di decadimento, in favore di una valutazione più positiva del

periodo. Una parte della storiografia contemporanea tende a rigettare l'idea di “crisi”. Al concetto di

declino, si è sostituito quello di fase di trasformazione.

CAPITOLO 2 – L’AVVENTO DI SETTIMIO SEVERO E LA DINASTIA SEVERIANA

Da Pertinace e Settimio Severo

All'alba del 1 gennaio 193 il popolo di Roma si risvegliò con un nuovo imperatore: Publio

Elvio Pertinace. Di origine ligure, rispettabile, filosenatorio, privo di figli e anziano, il suo regno

doveva rappresentare per i patres solo una breve parentesi necessaria per una ridefinizione degli

equilibri politici. Stando al racconto di Cassio Dione, la sua azione politica si mosse lungo due

direttrici: pacificazione politica e riassestamento economico. Egli riabilitò le vittime delle

persecuzioni commodiane ma concesse sepoltura al cadavere dell'imperatore, odiato dal senato

ma beniamino della plebe. Sul piano economico tentò di rilanciare la produzione; infine cerò di

contenere l'inflazione e ridurre le spese. Ma quest'ultimo obiettivo gli costò il trono e la vita: i

pretoriani giudicarono inadeguato il donativo concesso e, insoddisfatti, uccisero il parco

imperatore. Dietro l'attentato è da cogliere l'azione del prefetto al pretorio Quinto Emilio Leto.

Mentre a Roma, subito dopo la morte dell’imperatore, l'impero veniva messo all'asta tra il suocero

di Pertinace e Didio Giuliano, che alla fine ebbe la meglio, gli eserciti di stanza ad Antiochia

acclamarono imperatore Pescennio Nigro, quelli della Pannonia Settimio Severo. Settimio

Severo era il tipico rappresentante dei nuovi gruppi sociali emergenti di estrazione provinciale. Egli

si presentò come il difensore della tradizione e vendicatore di Pertinace; marciò su Roma e

raggiunse in giugno la capitale, dove fece uccidere Didio Giuliano, disarmò i pretoriani e sciolse le

coorti. Severo ricacciò in Asia le truppe nemiche presenti in Europa, e alle sue prime vittorie per

Pescennio iniziarono le defezioni. La battaglia decisiva si ebbe ad Isso. Pescennio rifugiatosi ad

Antiochia venne catturato e ucciso, mentre il vincitore senza indugiare si volse subito contro i Parti.

Severo intraprese una campagna fulminea e vittoriosa (la prima campagna partica) che gli valse

la conquista della nuova provincia d'Osroene. Rimaneva da eliminare Clodio Albino, pericoloso

per la sua nobile origine e il consenso di cui godeva presso il Senato. Per legittimare la sua

posizione, Severo si autoadottò nella famiglia degli Antonini e marciò contro l'avversario. Dopo

essere stato acclamato imperatore dalle sue tre legioni nel gennaio 196, Albino organizzò la

resistenza in Gallia, a Lione. Ma era troppo tardi: il 19 febbraio 197 uno scontro duro decise la

vittoria di Severo, che fece uccidere il nemico e lasciò Lione alla furia dei soldati. Lo sviluppo delle

aree provinciali, soprattutto in Oriente, aveva determinato l'affermazione delle istanze della

periferia nei confronti del centro e gli scontri di questi anni si configurano come la manifestazione

di una lacerazione più profonda. Severo rientrò a Roma nel giugno del 197, ma già nell'estate

ripartì per l'Oriente, dove intraprese la seconda campagna partica (197-199): espugnò Ctesifonte

ma sulla via del ritorno fu bloccato dall'eroica resistenza di Hatra. Venne costituita la provincia di

Mesopotamia, dotata di due legioni e affidata a un prefetto di rango equestre. Per quasi 4 anni

(199-202) l'imperatore si trattenne nelle province dell'Oriente ellenistico. Proprio la Siria fu oggetto

di un'importante riorganizzazione amministrativa, venendo divisa in 2 province più piccole per

impedire che i suoi governatori si sentissero tanto potenti da aspirare all’impero. Poi, dopo una

breve sosta nell'Urbe per il festeggiamento dei Decennalia e un soggiorno in Africa, ripartì alla

volta del limes danubiano, per la cura e la riorganizzazione di quelle province occidentali che lo

avevano sostenuto. In politica economica, il suo regnò si caratterizzò per una decisa politica

inflazionistica. Nel 194, alla vigilia dello scontro con Pescennio, con un impero sull'orlo della

bancarotta fu costretto a ridurre il fino del denario portandone il contenuto argenteo al 50%. Con

l'aumento del denaro liquido circolante si favorì la ripresa dei consumi. L'altra sua preoccupazione

fu il benessere dei soldati. I veterani furono gratificati con l'immunità dai munera personalia; ben

più importanti furono altri provvedimenti, come la possibilità per i centurioni di accedere

direttamente all'ordine equestre e per i cavalieri di avere il comando delle 3 legioni partiche

ultimamente costituite. In questo rinnovamento della classe dirigente è soprattutto il ceto equestre

a rappresentare l’elemento propulsivo. L'età severiana è l'età dei grandi giuristi Papiniano,

Treboniano, Ulpiano. Si modificarono anche le attribuzioni dei pretori, dei proconsoli, del prefetto

al pretorio, si procedette alla razionalizzazione delle casse dello stato e si limitarono le prerogative

del senato. Gli ultimi anni di Settimio Severo furono dedicati al problema della successione.

Secondo i piani, i suoi due figli, Caracalla e Geta, avrebbero dovuto dividere il trono; i due giovani,

però, si odiavano. Il vecchio imperatore tentò di sanare la situazione portando con sé i figli in una

spedizione in Britannia. Severo attuò i preparativi per la campagna a partire dal 209, ma la morte

lo colse improvvisamente il 4 febbraio 211 a Eburacum (l’attuale York). I figli si affrettarono a

concludere la pace con i Caledoni, e a rientrare a Roma.

Caracalla

Marco Aurelio Antonino, detto Caracalla (dal nome di una tunica militare con cappuccio

che era solito indossare), non aveva intenzione di condividere il potere con alcuno: già il 27

febbraio 212 fece assassinare Geta. La sua figura non può essere ridotta a quella di un

soldataccio iroso e sanguinario; a dimostrarlo basta l’attenzione alle condizioni economiche dei ceti

inferiori, in particolar modo rurali. Pr attenuare gli effetti catastrofici dell’inflazione, Caracalla

introdusse una nuova moneta, l’antoniniano, corrispondente ad 1 ½ denario ma nominalmente

equivalente a due denarii. Uno dei suoi primi provvedimenti fu la promulgazione della Constitutio

Antoniniana (212): con questo editto veniva concessa la cittadinanza romana a tutti gli abitanti

dell'impero esclusi i dediticii, cioè i contadini egizi soggetti a laografia, i dediticii traci, i laeti gallici

indigeni, ovvero le masse, soprattutto rurali, non toccate dalla romanizzazione. Centrale, nella sua

visione politica, era l'idea dell'importanza della monarchia dei Cesari: al potere celeste di Giove

doveva corrispondere, in terra, un'unica monarchia, quella romana. Le tensioni interne al regno

partico indussero Caracalla ad intervenire tempestivamente anche per prevenire futuri attacchi,

dapprima inglobando la provincia d’Osroene lo stato cuscinetto d’Edessa, e poi tentando una

conciliazione con Artabano chiedendone in sposa la famiglia. Artabano si mostrò comunque poco

conciliante: una prima spedizione contro Artabano venne intrapresa nel 216 e, proprio mentre si

stavano attuando i preparativi per una seconda, l'8 aprile 217, Caracalla venne ucciso a Carre dai

suoi soldati su istigazione del prefetto al pretorio, Marco Opellio Macrino.

Macrino

Egli fu il primo cavaliere ad ascendere al soglio imperiale. Per rafforzare la propria

posizione, Macrino fece leva sul principio dinastico tanto caro ai soldati, associando al potere il

figlio di 9 anni, Diadumeniano; ma certo le truppe non dovettero vedere di buon occhio il suo

atteggiamento remissivo nei confronti dei Parti, dai quali comprò la pace a prezzo di lauti

pagamenti in denaro. Macrino sembra essere stato inoltre poco incline ad assecondarne le

ambizioni economiche dell'esercito. Dopo l'acclamazione, l'imperatore aveva rispedito Giulia

Domna con sua sorella, Giulia Mesa, e le figlie di costei, Giulia Soemia e Giulia Mamea, nella

loro città d'origine, Emesa; e la possibilità di agire sul proprio territorio facilitò l’azione di riscossa

delle intraprendenti principessi. Soltanto tredici mesi dopo l’uccisione di Caracalla, un altro

rampollo della famiglia severiana veniva acclamato Augusto dai legionari di stanza a Raphanaea,

vicino Emesa: si trattava del 14enne, figlioletto di Giulia Soemia, Elagabalo, gran sacerdote di El

Gabal, il dio solare venerato nella città siriaca. Dopo un sanguinoso scontro tra i due eserciti, le

truppe di Elagabalo, guidate dal suo tutore, Gannys, ebbero la meglio, restituendo il trono ai

Severi (luglio 218).

Elagabalo

Elagabalo era prima di tutto un sacerdote, investito della missione di estendere a tutto

l'impero il culto del proprio dio. Elagabalo pensò di poter sostituire la veneranda religione dei Quiriti

con l'adorazione della sua pietra nera, il betilo che raffigurava anticamente la divinità solare

emesena. Essa venne posta nel cuore stesso di Roma, sul Palatino, in un tempio, l'Elagabalium,

fatto costruire appositamente per ospitarla. Rappresentato come gaudente, omosessuale,

dissoluto, anzi persino androgino ed ermafrodito, Elagabalo incarnava la quintessenza dei vizi e

delle turpitudini da sempre connessi, nell'immaginario collettivo romano, alla cultura orientale. Il

governo dell'effeminato Elagabalo apparve dominato dalle donne e dai liberti ad esse legati. Giulia

Mesa indusse il nipote a nominare Cesare il cugino, Severo Alessandro, figlio di Giulia Mamea,

nella speranza che questa diarchia potesse costituire una garanzia di salvezza. Ma i pretoriani non

erano adusi ad accettare compromessi; colta nella figura di Alessandro la possibilità di una

rigenerazione dell'impero, si affrettarono a sbarazzarsi del turpe Elagabalo, che fu ucciso insieme

alla madre Soemia l'11 marzo 222.

Severo Alessandro

Alessandro viene dipinto come il principe ideale; a differenza del cugino, il nuovo

imperatore tentò almeno di riportare la pace sociale. Anche lui giovanissimo, poco incline alla vita

militare, ebbe l'accortezza di circondarsi di collaboratori valenti come Ulpiano, Paolo e Modestino.

Tra i suoi provvedimenti si ricordano la riduzione della tassazione e il nuovo impulso impresso alle

assegnazioni di terre ai veterani. Ebbe inoltre il merito di stabilire intensi legami con i senatori. È

indubbio che il suo governo ebbe un carattere collegiale. Nuove nubi si profilavano però

all'orizzonte. Sul trono di Ctesifonte nel corso degli anni '20, all'ormai indebolita dinastia partica

degli Arsacidi, si sostituì la famiglia dei Sasanidi. Il 28 aprile 224 il sasanide Ardashir sconfiggeva,

nella battaglia di Hormizdaghan, il parto Artaban V: risorgeva l'impero persiano, destinato a

sopravvivere fino alla conquista araba del VII secolo. L'obiettivo di Ardashir era quello di ricostruire

l'antico impero achemenide. Nel 226 attaccò Hatra, per poi passare all'invasione dell'Armenia. Nel

230 mosse contro Nisibi, la Cappadocia, la Mesopotamia e la Siria. L'entourage dell'imperatore

organizzò una possente spedizione. Una prima colonna avrebbe attaccato a nord, in

Mesopotamia, passando per l'Armenia; una seconda guidata dall'imperatore, partendo da Palmira

avrebbe mirato al cuore del regno, mentre una terza si sarebbe spinta verso sud, lungo l'Eufrate, in

direzione del Golfo Persico. Il piano fallì per le esitazioni di Alessandro, che a capo del grosso

esercito si mosse in ritardo. Nonostante a Roma la campagna venisse celebrata come un

successo, il rapporto di fiducia tra Alessandro e le sue truppe ne rimase irrimediabilmente

compromesso. Appena tornato a Roma, Alessandro dovette mettersi in marcia verso Nord,

stabilendo il suo quartier generale a Magonza. Proprio qui, insieme alla madre, l'imperatore venne

ucciso dai suoi soldati il 18 marzo 235, mettendo fine alla dinastia severiana.

CAPITOLO 3 – L’ANARCHIA MILITARE. LA PRIMA FASE: DA MASSIMINO IL TRACE

ALL’AVVENTO DI VALERIANO

Massimino il Trace

Stanche dei tentennamenti di Alessandro, le truppe acclamarono imperatore un uomo

d'armi di esperienza, il trace Massimino, all'epoca soltanto addetto all'addestramento delle

reclute. Le fonti lo descrivono come il prototipo del tiranno: rude, incolto, crudele. È evidente che

dietro tale immagine si cela L'ostilità dei senatori verso un imperatore lontano dai loro interessi di

classe, che nei suoi 3 anni di regno non ebbe nemmeno la cura di recarsi a Roma per l'investitura.

Eppure Massimino ebbre grande rispetto nei confronti dell'antiquus ordo. Appaiono frutto di

esagerazione le notizie sulla sua ferocia; più rilevante invece l’accusa di pesanti aggravi fiscali,

necessari per il finanziamento delle campagne militari. L'imperatore dedicò tutta la sua energia alla

difesa del limes renanodanubiano, dove riportò numerosi successi che gli valsero i titoli di

Sarmaticus Maximus e Dacicus Maximus; ma queste campagne ebbero i loro costi, che le

province si rifiutarono di sopportare.

La rivolta del 238

La reazione al regime di Massimino partì dalla periferia e successivamente si spostò in

Italia. Nel marzo del 238 alcuni membri dell'aristocrazia terriera di Thysdrus (odierna El-Djem),

nell'Africa proconsolare, ordirono una congiura contro l'esoso procuratore fiscale dell'imperatore.

Armati i servi e i contadini, costoro massacrarono il procuratore ed elessero imperatore il nobile e

ricco proconsole d'Africa, Antonio Gordiano senior. Il vecchio senatore accettò la porpora e

associò al potere il figlio, Antonio Gordiano iunior. Dall'Africa la rivolta si estese all'Italia, dove i

Gordiani inviarono degli emissari per prendere contatti con il senato. A Roma venne eliminato il

prefetto al pretorio, Vitaliano, ma nel frattempo in Africa il legato di Numidia Capeliano, rimasto

fedele all'imperatore, sconfisse la milizia di Gordiano junior, uccidendo questi in battaglia e

inducendo al suicidio il padre, Gordiano senior. La morte dei Gordiani non segnò la fine della

rivolta. Il senato portò avanti lo scontro, eleggendo un corpo per la difesa di Roma e dell'Italia. Tra

questi scelsero due imperatori, Pupieno e Balbino, ma questa diarchia non poteva soddisfare le

esigenze del popolo di Roma, fortemente legato al principio dinastico. A gran voce la plebe chiese

il coinvolgimento del nipote tredicenne del vecchio Gordiano che fu associato al potere con il titolo

di Cesare. Stupisce l’esitazione di Massimino, che all’inizio non si risolse a prendere misure

drastiche contro il senato ed indugiò prima di muovere contro l’Italia. La sottovalutazione del

pericolo e una cospicua serie di errori di calcolo spiegano la sua disfatta. Fatale fu l'accanimento

per la presa di Aquileia. Proprio durante l'assedio di Aquileia, Massimino trovò la morte (10 maggio

238). Gordiano III fu proclamato imperatore dai pretoriani e da una parte dell'esercito e dopo molto

tempo furono eliminati anche Pupieno e Balbino.

Gordiano III

Il governo nato dalla rivolta del 238 fu caratterizzato da forte legittimismo senatorio, con

una particolare attenzione al rispetto delle forme costituzionali. Il regno di Gordiano si ricorda

soprattutto per la difficile situazione alle frontiere. Nello stesso 238 Carpi e Goti espugnarono Olbia

sul Mar Nero, in Mesia Inferiore, e nonostante l’energica azione del governatore Tullio Menofilo,

una nuova invasione si ebbe nel 242. In Oriente, i Persiani nel 238/9 sferrarono un duro attacco

contro Dura Europos e l'anno successivo conquistarono Hatra. L'anno ancora seguente Shapur,

succeduto al padre Ardashir, mosse un assalto ai campi legionari di Singara e Rhesaina, in

Mesopotamia. Gordiano rispose con l'organizzazione di una poderosa spedizione. Proprio in

questo periodo, comincia ad acquistare una certa rilevanza il fenomeno della barbarizzazione

dell'esercito. È con Gordiano III che si ricorse in maniera sistematica all'arruolamento di mercenari

reclutati tra i federati dell'impero stanziati oltre il confine. La spedizione persiana ebbe inizio nel

242, guidata principalmente da Timesiteo, prefetto al pretorio e suocero dell'imperatore. Egli

riportò alcuni successi (243) ma in quello stesso anno morì, sostituito nella carica da Marco Giulio

Filippo. Lo scontro decisivo con i Persiani si ebbe nel 244, a Misikhe: i Romani ebbero la peggio e

lo stesso Gordiano perì in seguito alle ferite riportate in battaglia. Nell'urgenza del momento, le

truppe acclamarono imperatore Filippo (detto l'Arabo dalla sua provincia d'origine), che si affrettò

a comprare la pace al prezzo di 500.000 aurei. Per rinsaldare il proprio potere ben presto proclamò

Cesare il figlio omonimo, innalzandolo nel 247 anche al rango di Augusto.

I due Filippi

Nel tentativo di riorganizzare la situazione in Oriente, Filippo l'Arabo decise di proclamare

suo fratello, Giulio Prisco, prefetto di Mesopotamia con un imperium maius su tutta la Siria. Il

governo dell'imperatore e del fratello si distinse per un fiscalismo esasperato. Nel frattempo, nel

246 i Carpi avevano ripreso le loro azioni di disturbo lungo il Danubio. Per 2 anni l'imperatore

procedette alla riorganizzazione delle difese di confine e alla fortificazione dei principali centri

abitati. Nel 247 affidò un comando straordinario a Tiberio Claudio Marino Pacaziano, prima di

rientrare a Roma l'anno seguente per celebrare il millenario dell'Urbe. La strategia dell'imperatore

consisteva nell'affidare il controllo delle aree militarmente calde dell'impero a uomini di sua fiducia:

ma proprio nell'ambito di questi comandi straordinari maturò la rivolta che pose fine al suo regno.

Al senatore Gaio Messio Quinto Decio Valeriano, Filippo aveva delegato la difesa dell’Illirico. La

situazione precipitò quando l'imperatore decise di non versare più ai Goti il tributo pattuito (248);

questi invasero la Mesia Inferiore e la Tracia, assediando Marcianopoli, e nel caos del momento le

truppe decisero di proclamare imperatore Pacaziano. Decio mosse contro l'usurpatore ma, una

volta sconfittolo, fu a sua volta acclamato Augusto; lo scontro con Filippo si ebbe nell'autunno del

249 a Verona, e sancì la sua definitiva affermazione.

Decio Decio ebbe come unico obiettivo il ripristino dell'antica grandezza dello stato romano. Si

mosse quindi in due direzioni: la difesa dei culti tradizionali e la protezione dei confini minacciati

dai barbari. Non abbiamo il testo dei suoi editti, ma sappiamo che uno di questi imponeva a tutti gli

abitanti delle città di sacrificare e giurare sul genio dell’imperatore. Molti si piegarono alla volontà

dell'imperatore, altri ottennero il certificato con la corruzione. Molti altri, invece, preferirono il

martirio: fra questi, i vescovi di Roma e di Antiochia, Fabiano e Babila. Nel frattempo, l'impero

veniva sconvolto da un'invasione gotica. Nella primavera del 250, il re goto Kniva chiamò alle

armi, oltre al suo popolo, una coalizione di Carpi, Taifali e Asdingi, e alla testa di un numeroso

esercito oltrepassò il Danubio. Un primo contingente fece irruzione in Dobrugia e successivamente

penetrò in Tracia, dove intraprese l'assedio di Filippopoli; con la restante parte dell'esercito, Kniva

si diresse verso Novae. Il re goto poi proseguì verso sud lungo il fiume Iatrus: la città di Nicopoli

venne assediata, ma le truppe romane riuscirono ad infliggere al nemico gravi perdite. Kniva si

ritirò sul massiccio dell'Emo e proseguì verso la Tracia. L'imperatore lo inseguì sulle montagne.

Kniva inflisse ai Romani una pesante sconfitta, costringendo Decio a ripiegare nella zona tra

Novae ed Oescus. Soltanto nella primavera del 251, le truppe romane furono in grado di

riprendere la marcia, ma nel frattempo Filippopoli era stata distrutta ed i Goti avevano devastato

l’intera Tracia e l’Illirico. Così Filippopoli, privata dei rinforzi, fu abbandonata al suo tragico destino.

Decio intendeva attirare l’esercito di Kniva nei pressi della polis e logorarlo in un estenuante

assedio, per poi colpirlo alle spalle. Soltanto il fulmineo agguato di Kniva impedì l’attuazione del

proposito, determinando la perdita della città. Carichi di bottino, i barbari iniziarono la ritirata: e fu

proprio durante la marcia di ritorno che furono intercettati dalle truppe romane guidate

dall'imperatore. Lo scontro si ebbe nel giugno del 251 ad Abritto, in Dobrugia: Decio e suo figlio

Erennio Etrusco (che nel frattempo era stato nominato Augusto) perirono in battaglia, mentre le

sorti dello stato passarono nelle mani dell'allora governatore della Mesia, Treboniano Gallo (di

origine italiana), acclamato Augusto dalle truppe.

Treboniano Gallo, Volusiano ed Emiliano

Il nuovo imperatore si affrettò ad associare al potere il figlio Volusiano e ad eliminare il

secondogenito di Decio, Ostiliano, nello stesso anno 251. Con i Goti stipulò la pace,

impegnandosi a pagare loro un tributo. Ma si aprì un altro fronte di guerra, in Oriente. Nel 252

Shapur conquistò Nisibi, per poi passare in Siria e in Cappadocia. La sua marcia si arrestò solo ad

Emesa, fermata dal nobile Uranio Antonino Sampsigeramo: questi si fece proclamare

imperatore, ma la sua usurpazione ebbe breve durata. Le truppe delle Mesie acclamarono

imperatore il loro legato, Marco Emilio Emiliano (di origine romana); Gallo e Volusiano furono

uccisi dai loro soldati presso Terni. A questa notizia, in Rezia, fu proclamato imperatore il generale

locale Publio Licinio Valeriano, un nobile senatore. L'acclamazione fu riconosciuta subito a

Roma, dove il figlio Gallieno venne persino nominato prima Cesare e subito dopo Augusto, mentre

Emiliano veniva ucciso prontamente dai suoi soldati.

CAPITOLO 4 – L’APICE DELLA CRISI. I REGNI DI VALERIANO E GALLIENO

Valeriano e Gallieno

Gallieno fu impegnato in Occidente, Valeriano in Oriente. Quest'ultimo riconquistò gran

parte della provincia di Mesopotamia e si stabilì ad Antiochia, mentre nel frattempo Gallieno

fronteggiava con successo l'avanzata dei Franchi lungo il medio corso del Reno. Gallieno elevò al

rango di Cesare il figlio maggiore, Valeriano il Giovane (256), poi nominato Augusto: costui però

scompare dai documenti ufficiali già nel 258. Valeriano il Giovane potrebbe essere molto

combattendo contro i Goti. Gallieno mosse allora da Colonia, dove aveva stabilito la sua

residenza, contro il pretendente, sconfiggendolo nella battaglia campale di Mursa. I sovrani fecero

ricorso alla tradizione per tentare di ricompattare l'impero: dal 257-258, con due nuovi editti.

Valeriano inaugurò un nuovo capitolo delle persecuzioni contro i Cristiani. Il primo editto era

probabilmente un ordine di partecipare ai sacrifici agli dei ed era diretto al clero,

contemporaneamente si proibiva ai Cristiani di frequentare i loro cimiteri e di tenere le loro

consuete assemblee. La punizione per la disobbedienza sembra essere stata l'esilio. Il secondo

editto è molto più severo: Valeriano comminò la pena di morte per il clero recalcitrante e stabilì che

i Cristiani senatori e cavalieri che si fossero rifiutati di sacrificare perdessero le loro proprietà, e che

se si fossero ancora ostinati venissero condannati a morte; le matrone cristiane sarebbero state

esiliate, con la confisca dei beni. La Chiesa ne risultò colpita, finché Gallieno nel 260, rimasto

unico imperatore, non fece revocare i provvedimenti. A partire dal 259 i barbari irruppero,

costringendo Gallieno a ripiegare da Colonia a Milano per garantire una migliore difesa dell'arco

alpino; nel 260 Shapur tornò ad attaccare la Siria. Valeriano lo affrontò nei pressi di Edessa, ma

nel corso della battaglia venne catturato e fatto prigioniero. Era la prima volta che un imperatore

romano cadeva nelle mani del nemico, e l'evento assurse a emblema della gravissima situazione.

Gallieno si affrettò a raggiungere l'Oriente, ma non volle, ne poté impegnarsi nella liberazione del

padre: Valeriano fu deportato in Persia, dove finì i suoi giorni. La gravità dell'evento scatenò una

serie di reazioni. Shapur proseguì la sua razzia dell'Oriente, arrivando a saccheggiare una

seconda volta Antiochia; sul Reno, Postumo si fece proclamare imperatore a Colonia; sul Danubio

prese il potere Regaliano. Il regno separatista di Postumo sarebbe durato fino al 273: Postumo fu

riconosciuto in tutto l'Occidente, dalla Britannia alla Rezia, e dette vita ad un organismo politico

autonomo (l’imperium Galliarum) esemplato su quello romano ma indipendente dall'autorità di

Gallieno. Anche l'Oriente tentava di reagire alle aggressioni nemiche. Gli ufficiali Macriano, Quieto

e Ballista riuscirono a bloccare due colonne dell'esercito sasanide, inducendo il Gran Re a

intraprendere la marcia di ritorno; ma proprio mentre raggiungeva le rive dell'Eufrate, fu affrontato

e sconfitto dal principe palmireno Settimio Odenato. Le truppe orientali acclamarono Augusti

Macriano e Quieto; Macriano nominò cesare il suo figlio omonimo e partì per l'Occidente per far

riconoscere la sua investitura; in Oriente rimasero Quieto e Ballista. Odenato eliminò senza sforzo

Quieto e Ballista. Egli ottenne da Gallieno il titolo di corrector totiur Orientis: si trattava di una

formula che si riconnetteva all'esperienza di Giulio Prisco durante il principato di Filippo l'Arabo e

che conferiva all'Oriente, dall'Asia Minore all'Eufrate, una fisionomia quasi autonoma rispetto al

potere centrale. Odenato si lanciò al contrattacco contro i Persiani, riuscendo a saccheggiare per

due volte Ctesifonte, fin quando nel 266/7 o l'anno successivo non venne eliminato da una

congiura di palazzo. A Gallieno non erano rimaste che l'Italia, l'Africa e le regioni danubiane.

Gallieno avrebbe istituito un'unità indipendente di cavalleria, considerata da alcuni come un

antecedente del comitatus costantiniano. Il nuovo corpo sarebbe stato composto principalmente da

Mauri e Dalmati, con l'aggiunta di alcuni distaccamenti legionari (le vexillationes, portate

dall'imperatore da 120 a 726 uomini); esso si sarebbe formato principalmente negli anni 254-258

quando Gallieno era stato impegnato contro i Germani sul limes renano. La storiografia più recente

tende a sfumare questa ricostruzione, negando la creazione di una vera e proprio armata

autonoma di cavalleria. Gallieno si interessò sia della protezione del limes che delle fortificazioni

dell'entroterra in alcuni settori strategici come per esempio. in Grecia). Il suo nome è legato alla

presunta esautorazione dei senatori dai comandi militari: secondo la testimonianza di Aurelio

Vittore, egli senatum militia vetuit et adire exercitum. L'affermazione del professionismo militare a

scapito delle distinzioni di rango è un fenomeno che connota l'intero III secolo: esso segna la

nascita di quel gran maresciallato, quel gruppo di ufficiali esperti e capaci, da cui uscirono generali

di prim'ordine. Con la progressiva scomparsa dei senatori dai comandi militari si comincia a

prefigurare quella distinzione tra potere civile e potere militare che sarà propria dello stato

tardoantico. Nella Historia Augusta, Gallieno viene dipinto come il peggiore degli imperatori, in

stridente contrasto con la figura del padre, rappresentato come l'optimus princeps. Valeriano infatti,

era stato un imperatore vecchio stampo. Aveva contato sul supporto della sua stessa classe di

appartenenza, quella senatoria, e per tutta la vita si era mantenuto fedele agli ideali della

giovinezza: nel 238 aveva supportato gli imperatori senatorii Pupieno e Balbino. Gallieno invece,

appariva come l'amante del nuovo, egli aveva persino tolto al senato la prerogativa dell'emissione

della moneta di rame. Conciliante nei confronti dei Cristiani, verso i quali fece cessare le

persecuzioni e a cui restituì le proprietà confiscate. L'imperatore non poté ovviamente piacere al

conservatorismo dei patres. Gli anni tra il 260 e il 268 furono difficilissimi, tra un'epidemia di peste,

la continua pressione dei barbari alle frontiere e i vani tentativi di eliminare la scomoda figura di

Postumo. L'attacco più grave venne nel 267, quando il gruppo goto degli Eruli valicò i Daranelli e

imperversò nell'Egeo, arrivando a saccheggiare la stessa Atene. Fu in questo frangente che si

espresse con maggior vigore la capacità di resistenza delle città dell'Oriente romano, che di fronte

alle aggressioni seppero trovare la forza di contrastare militarmente il nemico: dopo il saccheggio

di Atene, duemila Ateniesi rifugiatisi sulle montagne riuscirono ad organizzare un'azione di

guerriglia e cacciare dall'Attica gli Eruli invasori. Insieme ad altre bande essi continuarono a

dilagare in Tracia e in Illirico. Costretti a ripiegare in Tracia e Macedonia, e accerchiati dalle truppe

romane, essi furono sconfitti dall'imperatore stesso in una sanguinosa battaglia presso il fiume

Nesso (268). Gallieno non ebbe modo di approfittare della vittoria, richiamato a Milano

dall'usurpazione di un altro generale, Aureolo. Costui, si era in realtà alleato con Postumo e fatto

proclamare imperatore dalle truppe. Gallieno fu costretto a lasciare il comando delle operazioni in

Tracia a Marciano e rientrare in Italia. Aureolo fu assediato a Milano, ma proprio durante l'assedio

Gallieno venne eliminato da una congiura di ufficiali dai contorni ancora poco chiari, dalla quale

emerse un altro comandante, il dalmata Aurelio Valerio Claudio.

I RESTITUTORES ILLIRICI

Claudio il Gotico

Il nuovo imperatore ebbe modo di recarsi dapprima a Roma (dove ricoprì il consolato), per

poi volgersi contro l'imperium Galliarum. Poco dopo l'uccisione di Gallieno, qui si erano verificate

due usurpazioni, la prima da parte di un certo Mario, la seconda ad opera di Leliano. Proprio

durante la prima, Postumo trovò la morte a Magonza. L'anno 269 segnò poi una tappa importane

dell'annosa lotta contro i Goti. La loro sconfitta da parte di Claudio presso Naisso valse

all'imperatore il glorioso cognomen di Gotico. Proprio durante il proseguimento della campagna,

però, l'imperatore venne colpito dalla peste a Sirmium, dove morì nel 270; le sue truppe

proclamarono Augusto uno dei suoi più valorosi generali, Lucio Domizio Aureliano, anche egli

comandante delle divisioni a cavallo, anche egli di origine illirica.

Aureliano

Contemporaneamente a Roma veniva eletto dal senato il fratello di Claudio, Quintillo; ma

Aureliano non ebbe difficoltà a sbarazzarsene. Nella capitale il neo imperatore restò diversi mesi,

anche a causa di una rivolta dei monetieri (cioè degli addetti alla zecca della capitale). Aureliano li

punì con la chiusura della zecca di Roma per due anni e l'esilio ai lavori forzati nelle zecche

provinciali. Fu in questo periodo che si dette inizio ai lavori per la costruzione della seconda cinta

muraria di Roma che dall'imperatore prende il nome. Nonostante i successi riportati. I continui

attacchi lo convinsero dall'impossibilità di mantenere i possedimenti transdanubiani conquistati da

Traiano che furono perciò abbandonati nel 271. Al loro posto venne creata una nuova provincia di

Dacia, posta tra le due Mesie. Aureliano ebbe così mano libera per volgersi ad Oriente. Zenobia

infatti, aveva intrapreso una politica autonomistica nei confronti di Roma. L'aspirazione

all'indipendenza si tradusse in vera e propria espansione territoriale che raggiunse l'apice con la

conquista dell'Egitto tra le fine del 270 e l'inizio del 271. Qui Claudio aveva affidato il controllo della

regione a Tenaginone Probo, che aveva l'incarico di cacciare le ultime bande di Eruli e Goti

ancora presenti sul territorio e di ripristinare lo svolgimento dell'annona. Tenaginone si trovò ben

presto di fronte l'esercito palmireno che, forte di una fazione egiziana favorevole a Palmira, ebbe

buon gioco nell'occupare Alessandria. In breve tempo, le legioni romane in Egitto riconobbero il

potere di Vaballato. Zenobia rese Palmira una splendida corte, promosse il mecenatismo e

protesse il vescovo cristiano di Antiochia Paolo di Samosata. Nel milieu palmireno si espressero i

fermenti culturali più vivaci dell'epoca. Dal 272, l'attrito con l'imperatore divenne insanabile.

Aureliano condusse contro Palmira una guerra rapida e vittoriosa. Egli sconfisse una prima volta i

Palmireni a Immae, presso Antiochia, poi presso Emesa, fino ad espugnare la stessa Palmira

nell'estate del 272. Zenobia, presa prigioniera, avrebbe sfilato nel trionfo celebrato dall'imperatore

nel 274. La città tuttavia, non era stata ancora domata, poiché poco tempo dopo si ribellò sotto la

guida di un certo Apsaeus: solo allora venne rasa al suolo. Scompariva, nel 273, uno dei più

importanti centri dell'Oriente romano, destinato a rivivere soltanto come campo militare a partire

dall'età di Diocleziano. Rimaneva da risolvere il problema dell'imperium Galliarum. Qui a Vittorino

era succeduto, alla metà del 271, il senatore Esuvio Tetrico. Mentre nelle regioni militarizzate di

confine permanevano forti spinte autonomistiche, le aree interne, percorse da un disagio sociale,

erano insanguinate da quelle rivolte dei Bagaudi che poi avrebbero contraddistinto la storia della

regione anche nel IV e V secolo. Aureliano non dovette nemmeno condurre una guerra per

riottenere il regno: gli bastò presentarsi con il suo esercito per ricevere da Esuvio Tetrico la resa,

riunificando così l'impero sia ad Oriente che ad Occidente (274). Egli ora poteva dirsi restitutor

orbis e dedicarsi alla riorganizzazione degli affari interni. Non appena tornato a Roma, procedette

nel 274 ad una riforma monetaria importante. Egli riprese sia la monetazione in oro puro, sia emise

biglioni con l'indicazione XX.I. Oltre che a frenare l'inflazione, le nuove monete dovevano anche

contribuire a diffondere la nuova teologia solare dell'imperatore, basata sulla monarchia celeste di

Iuppiter/Sol. Centrale nella sua ideologia politica era l'idea dell'origine divina del potere regale. Nel

271 Aureliano avrebbe fatto decidere alle sue truppe se proseguire o meno la guerra contro i

Vandali. Proprio mentre l'imperatore si volgeva alla sua impresa più grande, una campagna

persiana, resa appetibile dalla morte di Shapur, egli venne ucciso nel 275 da una congiura di

palazzo.

Tacito e Probo

Venne eletto l'anziano imperatore Tacito, un nobile e ricco italiano. La nomina di Tacito

sembrava segnare un ritorno al costituzionalismo senatorio. L'esperimento ebbe brevissima

durata. L'imperatore perì dopo pochi mesi, nel 276, durante la marcia di ritorno di una campagna

gotica condotta in Asia Minore. Gli succedette Annio Floriano, a cui Tacito aveva affidato il

compito di terminare la spedizione. A costui le truppe d'Egitto e di Siria contrapposero però Probo

(nativo di Sirminium). I due contendenti si scontrarono a Tarso, in Cilicia: Floriano fu abbandonato

dalle sue truppe e infine ucciso. Probo si distinse per la sua abilità militare: durante il suo regno

combatté contro Lugi, Franchi, Burgundi, Sarmati e Vandali. Nel 278 scoppiò un'insurrezione in

Isauria (terra nota per il problema del brigantaggio) che fu sedata dai suoi generali; l'imperatore

era intanto impegnato in Egitto nella guerra contro i Blemmi. Nel 280 tornò in Europa, dove si

stabilì a Sirminium. Non trascurò l'organizzazione degli affari interni dello stato; secondo la

tradizione, egli sarebbe stato ucciso per aver costretto i suoi soldati a prosciugare una palude

anziché impiegarli in attività militari.

Caro, Carino e Numeriano

Quando Probo venne assassinato, nel 282, il prefetto al pretorio Caro, non ebbe difficoltà

ad assicurarsi l'appoggio dell'esercito di Pannonia. Egli aveva due figli, Carino e Numeriano, che

associò subito al potere. Riprese il progetto di Aureliano di una spedizione persiana, lasciando

Carino a guardia del confine renano-danubiano e portando con sé Numeriano. La spedizione fu un

trionfo: si arrivò a saccheggiare Ctesifonte e Seleucia. L'imperatore però trovò la morte nel 284 e

durante la marcia di ritorno, nei pressi di Nicomedia, perì anche Numeriano. A vendicare

Numeriano fu l'allora comes domesticorum (capo della guardia personale dell'imperatore) Valerio

Diocle (che poi assunse il nome di Diocleziano), un dalmata di umili origini che seppe guadagnarsi

in favore di tutto l'esercito, tanto da venire acclamato Augusto il 20 novembre di quello stesso

anno. Lo scontro con Carino, rimasto unico rappresentante della dinastia, si ebbe nell'estate 258

presso il fiume Margo, in Mesia. Carino vinse un primo scontro, ma venne poi colpito a tradimento

da un suo ufficiale. Diocleziano fu riconosciuto anche dall'esercito di Carino e subito dopo dal

Senato di Roma. Il suo regno segnò una nuova fase della storia di Roma.

DIOCLEZIANO E LA TETRARCHIA. LA FINE DELL'ORDINAMENTO TETRARCHICO

Diocleziano

Diocleziano si affrettò a nominare per l'Occidente un Cesare, che poi nel 286 fu elevato ad

Augusto: Massimiano, un rude ma abile generale. Diocleziano assunse l'appellativo di Iovio,

Massimiano quello di Erculio. Stando alla testimonianza di Eutropio, Diocleziano impose

l'adorazione della propria persona e adornò di pietre preziose vesti e calzari: il sovrano non era

semplicemente un princeps, ma un dominus. Il primo compito che Massimiano dovette affrontare

fu una rivolta dei Bagaudi in Gallia; ed anche Diocleziano si trovò impegnato sul Danubio contro i

Sarmati. Il problema più grave in Occidente era però rappresentato dall'azione di Carausio che,

aveva intrapreso azioni di pirateria lungo le cose della Britannia e della Gallia nord-occidentale. Il

ribelle agì indisturbato fino al 294, essendo stato riconosciuto signore della Britannia dallo stesso

Massimiano nel 290. La situazione cambiò soltanto nel 293, quando i due Augusti decisero di

associare al potere due Cesari, Massimiano Galerio per l'Oriente e Costanzo Cloro per

l'Occidente. Diocleziano manteneva sempre il primato di senior Augustus. Il provvedimento era

reso necessario: se parte dell'Occidente sfuggiva al controllo di Roma, in Oriente il re sasanide

Narsete, succeduto a Varane, intraprese una serie di attacchi in Mesopotamia e Siria. Nel

frattempo Carpi, Goti e Sarmati continuavano le incursioni, a cui soltanto le campagne di

Massimiano e Galerio del 294-295 poterono porre fine. Nel 295/6 scoppiò una sollevazione in

Egitto sedata da Diocleziano. Venne abbandonata la Dodekaschoinos (odierna Assuan), dove

furono chiamati i Nobati come federati per prevenire le incursioni dei Blemmi, e fu spostato il

confine all'isola di File che venne fortificata. L'Egitto fu inquadrato nel nuovo ordinamento tributario

e si ridusse la circolazione della monetazione locale. Sempre nel 296 il Cesare d'Occidente,

Costanzo Cloro, eliminò Alletto, che due anni prima aveva ucciso Carausio mentre, in Oriente la

situazione sembrava volgere al meglio. Qui, dopo una prima sconfitta subita nel 293 oltre l'Eufrate,

tra Callinico e Carre, Galerio passò all'invasione dell'Armenia. In una battaglia campale Galerio

ebbe la meglio e poté spingersi fin nel cuore dell'impero rivale. Prima che i Romani giungessero a

Ctesifonte, Narsete si affrettò a chiedere la pace (298): i Persiani riconobbero il protettorato

romano sull'Armenia, cedettero al nemico altre cinque regioni al di là della Mesopotamia e,

perdendo il controllo di Nisibi, si videro privati del monopolio dei commerci con l'Oriente. Un

grande arco eretto a Tessalonica celebrò il trionfo di Galerio e Diocleziano. Diocleziano si

preoccupò anche di fortificare i confini: in Oriente, con la costruzione della strata Diocletiana, una

linea di roccheforti e castella che si estendeva dall'Egitto al confine con la Persia e sul Danubio

con una serie di avamposti collocati sulla riva sinistra del fiume. Furono aumentati gli effettivi

dell'esercito e potenziate le guarnigioni lungo i fiumi. Il regno di Diocleziano va ricordato per la

riorganizzazione interna dello stato. È sotto di lui che furono compilati quei primi codici di leggi, il

Gregorianus e l'Hermogenianus, che costituiscono un antecedente del codex Thedosianus. In

economia, come in politica, Diocleziano appare come il difensore della tradizione. Divise l'impero

in dodici unità regionali, le diocesi, sottoposte all'autorità di un vicario: esse erano la britannica, le

due galliche (viennese e gallicana), la spagnola, l'italiana, l'africana, la pannonica, la mesica, la

tracica, l'asiana, la pontica e l'orientale. A loro volta le diocesi erano suddivise in circoscrizioni

chiamate province, guidate da praesides, correctores o consulares. Cessava quindi,

quell'autonomia amministrativa della penisola che aveva fino ad allora caratterizzato la storia di

Roma. Le dodici province in cui fu divisa l'Italia erano governate da correctores. In seguito la

penisola sarebbe stata ulteriormente divisa in due diocesi, un'Italia annonaria e una regio

suburicaria. Diocleziano provvide anche alla riorganizzazione delle entrate fiscali, introducendo il

sistema della capitatio-iugatio. Nel nuovo ordinamento, ad ogni unità di lavoratori corrispondeva

un'unità di terreno imponibile. Dividendo, la quantità di terreno imponibile per lo hominum numerus

(numero di coloni) si otteneva l'unità territoriale fiscale che doveva corrispondere a ciascun caput,

ossia la formula census per ogni singola diocesi: a risultarne svantaggiate erano le province con

minore densità demografica. Ciascun colono si trovava obbligato a pagare la quota fissata nella

formula census diocesana. Si stabiliva quel ferreo principio del legame tra il contadino e la terra

che in Occidente avrebbe contrassegnato l'età medievale (la servitù della gleba). Diocleziano tentò

anche di restituire fiducia alla moneta divisionale argentea, ormai svalutata: rimise in circolazione

sia il vecchio denario neroniano che nuovi bigloni d'argento e rame, e nel 301 promulgò l'Edictum

de pretiis, un calmiere nel quale erano fissati i prezzi delle merci (dall’oro e dagli oggetti di lusso

fino al grano) per tutti i salari, e venivano comminate gravi pene per quanti non lo osservassero.

Per risultate efficaci, queste riforme dovevano essere ancorate ad un sistema politico che

garantisse stabilità. Diocleziano fece sposare sua figlia al Cesare Galerio Massimiano, mentre la

figliastra di Massimiano Erculio, Teodora, fu data a Costanzo Cloro. Alla conservazione del

vecchio mondo si opponevano però le nuove forze spirituali di matrice orientale: nel 296 fece

perseguitare il manicheismo come religione che proveniva e Persica adversaria nobis gente,

mentre nel 303 passò alla repressione del Cristianesimo. I suoi quattro editti contro i Cristiani

caratterizzati da una progressiva escalation di violenza, non sortirono l'effetto sperato. La

persecuzione dioclezianea fu di tutte la più feroce, sebbene non praticata uniformemente in tutto

l'impero: Costanzo Cloro per esempio, fu poco ligio nell'applicazione degli editti. Nel 311 molte

comunità cristiane numidiche rifiutarono di riconoscere il vescovo di Cartagine Ceciliano, perché

consacrato da un vescovo traditore, e questa opposizione tra i rigoristi (donatisti) e gli aderenti alla

linea più conciliante proposta da Roma avrebbe poi segnato la storia della regione per tutto il IV

secolo. Quando il 20 novembre 303, Diocleziano celebrò a Roma i suoi vicennalia, egli propose al

collega Massimiano Erculio il ritiro per entrambi: i due anziani imperatori avrebbero potuto così

saggiare il funzionamento del sistema tetrarchico da loro introdotto, promuovendo i due Cesari e

introducendo al posto di questi due nuovi Cesari. Massimiano si piegò alla volontà del senior

Augustus. Nell'aprile 305 celebrò i suoi vicennalia. Il 1 maggio di quello stesso anno entrambi

abdicarono. Diocleziano si ritirò ad Aspalathos (Spalato), nel suo celebre palatium; Massimiano

Erculio rimase invece nei dintorni di Roma, in una villa tra la Lucania e la Campania.

La fine dell’ordinamento tetrarchico

Massimiano Galerio diveniva così Augusto per l'Oriente, Costanzo Cloro per l'Occidente. I

due nuovi Cesari erano Massiminio Daia per l'Oriente e Severo per l'Occidente. Quest'ultimo si

trovò fin dall'inizio in grandi difficoltà, contrastato dalle grandi personalità di Costantino (figlio

naturale di Costanzo Cloro) nelle Gallie, e di Massenzio (figlio di Massimiano Erculio) a Roma.

Alla morte di Costanzo Cloro ad Eburacum, il sistema rivelò le sue debolezze. Il 25 luglio 306

Costantino fu proclamato Augusto dalle sue truppe. Di lì a poco in autunno, i pretoriani fecero lo

stesso con Massenzio. Lo stesso Massimiano assecondò la piega presa dagli eventi, facendo

sposare a Costantino la figlia Fausta e riprendendo il potere con il titolo di Augusto, affiancato dal

figlio Massenzio come Cesare. L'anziano imperatore tornava così sulla scena, tradendo il

giuramento fatto a Diocleziano nel 303. Nel 307 Severo fu eliminato, ma questo non bastò a

riportare la pace: poiché Massenzio, signore dell'Italia, dell'Africa e di parte della Spagna, era

restio ad accettare l'autorità paterna. Massimiano decise di sconfessare il proprio operato e di

aderire ad un congresso organizzato nel 308 a Carnuto per riportare l'ordine nell'impero. Il

congresso fu presieduto da Diocleziano, ma non fece che peggiorare le cose: si nominarono

Augusti Galerio Massimiano e un ufficiale distintosi nella campagna persiana, Licinio. Come

Cesari si scelsero Massimino Daia e Costantino. Riconoscendo Costantino si riconosceva in parte

il principio dinastico (lasciando quindi amareggiato e deluso Massenzio), mentre la chiamata di

Licinio non fece altro che aggiungere un altro pretendente ai tanti già in lizza. Quest'ultimo, d'altro

canto, era primo del controllo dell'Italia, dell'Africa e della Spagna, rimaste a Massenzio, e, non

essendo stato precedentemente Cesare, agli occhi di Massimino Daia e Costantino era privo

dell'autorità necessaria per fregiarsi del titolo di Augusto. Nel 310 l'anziano Augusto fu eliminato, o

si uccise, a Marsiglia in quello stesso anno. La situazione precipitò quando nel 311 Galerio

Massimiano scomparve colpito da una grave malattia. Massimino Daia si impossessò del suo

territorio, unificando così l'Oriente dalla Siria all'Asia Minore. Rimanevano Licinio, Augusto

dell'Illirico, Massenzio, usurpatore in Italia e Africa, e Costantino, ora Augusto di Gallia, Spagna e

Britannia. I tre Augusti si coalizzarono contro l'unico potente non riconosciuto a Carnunto,

Massenzio, ma la lotta venne intrapresa dal solo Costantino nel 312. costui vinse una prima volta a

Torino e una seconda a Verona: ormai non gli restava che dirigersi a Roma.

DALLA “RIVOLUZIONE ” COSTANTIANA ALLA FORMAZIONE DEI REGNI ROMANO-

BARBARICI

IL VOLTO DELLA SERA E DEL MATTINO. COSTANTINO: IMPERO TRASFORMATO, LA “

DEMONIZZAZIONE” DEL PAGANESIMO, LA VITTORIA DEL CRISTIANESIMO:

Si deve a Jacob Burckhardt, un grande storico dell'800, il superamento del problema

relativo al cristianesimo politico di Costantino, problema già posto dalla storiografia pagana nella

persona di Zosimo. Già il pagano Zosimo attribuiva alla cupido regni costantiniana la decisione

della conversione. Burckhardt intuì che l'era costantiana rappresentava un'epoca cruciale e che la

conversione del figlio di Costanzo Cloro ben la rappresentava. Essa costituiva l'emblema della

rinnovata Antichità. Il cristianesimo era in grado di fornire la risposta più semplice e convincente

alle attese soteriologiche di un'umanità che aveva perso le sue certezze. Costantino, interpretò e

portò a compimento la disgregazione della società classica con il connesso sistema culturale,

contemporaneamente instaurando la nuova società e la nuova civiltà cristiana. Chi si fosse

addormentato in epoca tetrarchica, risvegliatosi sotto i Costantinidi, avrebbe avuto la sensazione di

trovarsi in un mondo diverso: l'impero si era trasformato. Esso si era in qualche modo

orientalizzato. Sotto questo aspetto lo storico ottocentesco aveva ragione nel sottolineare il debito

dell'imperatore cristiano nei confronti di Diocleziano, il quale aveva tentato di risolvere la “crisi”

secondo modalità classiche, ma che aveva trasformato lo stato che pensava di mantenere,

offrendo un'ottima base di partenza al vincitore della lotta ingaggiata tra i possibili successori. Con

il figlio di Costanzo Cloro, l'ideologia si trasformò in “teologia” imperiale. In base ad essa

l'imperatore, grazie al sacrificio della propria anima, aveva stretto un patto con il grande re celeste

e dal Verbo aveva ricevuto il principio informatore della propria anima regale: egli era un

imperatore “per grazia di Dio”. Secondo Eusebio di Cesarea, l'Augusto era stato reso degno del

governo dell'oikoumene e aveva ricevuto la possibilità di prolungare il regno attraverso gli eredi.

Dalla formula augustea si giunse al Dominato. L'impero assunse il suo volto autoritario e con il

rivoluzionario Costantino, che pur si poneva in una linea di continuità con la riorganizzazione

dioclezianea, acquisì la sua immagine tardoantica. L'imperatore cristiano non si oppose alla realtà

tradizionale, ma se ne servì come base per la sua radicale riorganizzazione. Diocleziano aveva

dovuto aumentare il numero dei militari in servizio attivo ed era stato costretto a suddividere i corpi

più grandi come le legioni, moltiplicandone il numero. Logica conseguenza furono l'abbandono del

servizio volontario, che fu reso obbligatorio per i figli dei veterani, e l'instaurazione della praebitio

tironum. L'aumento del numero dei contingenti andò a discapito della qualità, esso favorì

l'abbassamento del livello di rendimento. La grandezza di Costantino consistette nella sua capacità

di trasformare le debolezze nei punti di forza del suo apparato bellico. Egli non solo ribadì la

specializzazione ma potenziò il comitatus, ormai un vero e proprio esercito di manovra. Esso era in

grado di accorrere laddove si aprisse una falla al confine, sorvegliato da truppe peggio armate e

peggio addestrate, i limitanei, o poteva fornire una difesa ai gangli vitali dell'impero, costituiti dalle

sue civitates. Mantenere una struttura militare ipertrofica aveva costi esorbitanti. Se ad esse aveva

provveduto la capitatio-iugatio dioclezianea, con l'annesso istituto dell'adiectio, le difficoltà

economiche in cui versava l'impero non erano di facile soluzione. In realtà, già dal I secolo d.C., la

capacità dell'industria italica di esportare se stessa aveva precluso all'azienda Italia mercati esteri,

come le Gallie o l'Illirico, dove trovava i suoi cloni, creando la necessità di protezione dei ceti più

deboli, a cui cercò di rispondere Nerone. Nel momento in cui Roma non poté più conquistare nuovi

territori da sfruttare ed operare in regime di monopolio, quando a tale impossibilità si aggiunse

l'esigenza di doversi difendere dalle aggressioni che provenivano dai barbari in cerca di un loro

spazio vitale, si dovette allestire un apparato bellico sempre più oneroso. L'aumento dei prezzi

comportò la coniazione di una massa sempre crescente di denarii. Venivano esclusi dalla

circolazione i buoni denarii con alto contenuto di argento, che erano tesaurizzati. La finzione

dell'inalterato valore del denario, cioè del suo corso forzoso, il ricorso al calmiere, il rifugiarsi nella

tassazione in natura, totale o parziale, non potevano essere che rimedi temporanei. Costantino

durante la sua gestione, si abbandonò la protezione dei ceti più disagiati. Il sovrano decise di non

garantire più il rapporto fisso tra la moneta di rame argentato e quella di metallo nobile. Liberalizzò

il prezzo dell'oro, ancorando il sistema monetario al solo oro, con la coniazione di una moneta

compatta (solidus) di circa 4 grammi d'oro. L'imperatore cristiano abbandonò la massa dei

diseredati al proprio destino. L'afflicta paupertas, di cui parla l'anonimo autore del De rebus bellicis,

fu condannata a formare la base della piramide sociale che si venne a formare. Essa registrava in

vetta la presenza dell'imperatore, mentre parte del ceto medio diventava economicamente e

socialmente sempre più debole. In una società così cristallizzata, molti erano disposti a fare

qualsiasi sacrificio pur di diventare compagni dell'imperatore, cioè di far parte della corte di

Augusto, all'interno della quale si registrava la presenza del gran ciambellano, il praepositus sacri

cubiculi per la fiducia nutrita dal sovrano nei suoi confronti. Invece, era membro del consistorium

principis, il prefetto al pretorio, ormai una sorta di viceré, il quale, mantenuta la competenza

militare solo come vicario dell'imperatore in situazione di emergenza aveva acquisito il controllo

dell'amministrazione civile, grazie alla gestione dell'annona e al comando sui governatori delle

diocesi, i vicarii e, attraverso questi, dei governatori delle province. Fungevano da freno al potere

conquistato dalla prefettura pretoriana sia la suddivisione in grandi regioni, da 3 a 5 che le

conferiva le caratteristiche di un'organizzazione federale, sia le competenze del magister

officiorum. Questi era a capo non solo degli scrinia, cioè delle vecchie procuratele centrali,

memoriae, epistolarum, libellorum, dispositionum, nonché delle scholae della guardia palatina, ma

anche delle secche imperiali, delle fabbriche d'armi e del servizio segreto (agentes in rebus).

Erano nel concistoro imperiale anche il comes sacrarum largitionum, cioè il ministro delle finanze, il

comes rerum privatarum, gestore del tesoro della Corona, e il quaestor sacri palatii, a cui

spettavano le leges dictandae. Le cariche sopra elencate comportavano il grande prestigio della

comitiva primi ordinis ed erano elargite sia ai membri di famiglia senatoria sia a membri del ceto

medio-alto, che facevano carriera nella burocrazia. Tra i più stretti collaboratori del monarca erano

anche i comandanti dell'esercito, quello della fanteria e quello della cavalleria, magister peditum e

magister equitum praesentales, ai quali erano sottoposti sia i generali dell'esercito di manovra

(comitatenses) sia i comites e i duces, a capo del meno valido esercito di confine (limitanei).

Costantino esercitò delle scelte precise. L'imperatore cercò di sopperire alle carenze del sistema,

utilizzando la Chiesa, un'organizzazione che, ai suoi primordi, era apparsa alternativa al sistema

imperiale e che egli riuscì ad attrarre nella propria orbita, con l'intenzione di renderla un efficace

mezzo di controllo delle masse, un capillare ammortizzatore sociale, funzione che assunse, grazie

alla fondazione di ospedali ed ospizi e alla politica di protezione, esercitata dal sovrano, nei

confronti del clero. A quest'ultimo, anche se il cristianesimo non divenne, sotto Costantino,

religione di stato, ma solo religio licita, furono riconosciute alcune esenzioni fiscali, mentre alla

Chiesa fu concessa non solo la facoltà di ricevere legati testamentari ma addirittura funzioni

giurisdizionali. La convinzione maturata durante il viaggio che aveva portato il futuro sovrano dal

tempio di Apollo a Lione alla visione della croce in prossimità dello scontro e alla vittoria al ponte

Milvio su Massenzio aveva una valenza politica. Essa si manifestò sia nell'editto di tolleranza

religiosa e di libertà di culto con la connessa restituzione ai cristiani dei loro beni (313 d.C.),

promulgato a Milano congiuntamente a Licinio, sia nella politica di condanna degli estremisti, come

quella promossa dal Concilio di Arles contro i donatisti, sia nella volontà di perseguire l'unità

dell'organizzazione ecclesiastica, significato ultimo del Concilio di Nicea del 325. In esso si sancì la

condanna di Ario, il quale, non ammetteva la consustanzialità del Figlio, e si definì il fondamento

teologico cristiano del Figlio, unigenito, coeterno e consustanziale al Padre. In quella occasione si

tentò di perseguire l'uniformità della fede cristiana e di gettare le basi per una Chiesa santa,

“cattolica” ed apostolica, dopo la ripresa ad opera di Licinio della persecuzione contro i cristiani e la

sua definitiva sconfitta ad Adrianopoli e Crisopoli nel 324. L'imperatore volle apparire come 13

apostolo nel momento in cui si fece seppellire tra i cenotafi dei dodici apostoli, ma egli fu anche e

soprattutto l'episkopos di “quelli di fuori”, cioè dei laici, che agiva in armonia con i vescovi della

ekklesia. Costantino si comportò da figlio rispettoso nei confronti dei santi padri riuniti a Nicea e si

sedette per ultimo al centro dell'assemblea, per sottolineare la centralità della propria funzione.

Centralità che si espresse anche nella fondazione della sua città nel 330, Costantinoupolis

“seconda Roma”, nuova capitale, ossia Roma renovata. Il suo sito fu scelto non nei Balcani a

Serdica, luogo glorioso di vittoria, non nella Troade, a sottolineare il permanente legame con gli

Eneadi, non a Calcedonia sulla sponda orientale, ma a Bisanzio sulla sponda occidentale, per

volere dell'unico Dio. Costantinopoli, scelta da Dio, come unica mediatrice possibile e per questo,

vera erede di Roma. Veniva ad essere divulgato l'arcanum imperii: il centro dell'oikoumene era la

residenza dell'imperatore. Costantinopoli doveva avere un suo senato, che il monarca formò con il

reclutamento della nobiltà regionale più attiva e facoltosa. La classe dirigente costantiniana, divisa

sempre più tra branca civile e militare, inglobava in sé le antiche famiglie senatorie e i più ricchi

curiali, a cui era affidato il comando dell'amministrazione dell'impero. Ad essi si aggiungevano le

alte gerarchie militari, alle quali si accedeva spesso da strati, se non infimi, centro non tra i più

elevati della società, militia in cui cominciarono a penetrare in misura sempre maggiore i barbari,

che, come ebbe a notare in seguito e polemicamente Ammiano, potevano giungere fino al

consolato. L'imperatore cristiano morì nel 337, dopo aver definito il piano della propria

successione.

I Costantinidi

Dopo aver eliminato la moglie Fausta e il figlio Crispo che aspiravano al trono e facevano

parte del vecchio establishment, il sovrano scelse i nipoti, Dalmazio ed Annibaliano come

successori accanto ai propri figli. I militari, però, massacrano i fratellastri di Costantino, insieme ai

nipoti destinati alla successione, e ne acclamarono i figli. Costantino II ebbe, per tal via, le Gallie

con una specie di tutela nei confronti del giovane Costante, al quale andò il governo d'Italia, Africa

e diocesi macedonica, mentre Costanzo II ottenne l'Oriente con la diocesi tracica. La concordia e

l'equilibrio politico che era stato faticosamente raggiunto, durò poco. Nel 340 il figlio maggiore,

omonimo di Costantino, attaccò il fratello, discese in Italia ma fu sconfitto ed ucciso ad Aquileia,

lasciando unico signore dell'Occidente il giovane Costante.

Costanzo II

Mentre in Oriente Costanzo II appoggiava l'arianesimo, Costante si mostrava ligio alla

volontà della Chiesa di Roma del cui appoggio aveva bisogno, anche perché non godeva le

simpatie né dei senatori pagani, né dei provinciali e né dei soldati. Fu dai ranghi dell'esercito che

l'insurrezione contro il legittimo sovrano trovò il suo capo: Magnenzio. Questi era di origine laeta,

era cioè uno di quei barbari accolti entro i confini dell'impero, in quali, in cambio della terra da cui

trarre i mezzi di sussistenza, dovevano militare nell'esercito romano. L'usurpatore immesse nelle

Gallie probabilmente da Costanzo Cloro o Costantino I, era riuscito a divenire comes degli

Erculiani e Gioviani, grado militare importante, nonché ad ottenere l'appoggio degli altri funzionari,

come il ministro del tesoro, Marcellino, e del prefetto pretoriano, Tiziano. Costoro rimproverarono ai

Costantinidi l'oppressione e la rovina delle città galliche e diedero vita alla rivolta. Essa portò

all'uccisione di Costante e alla rivendicazione dell'indipendenza dell'Occidente governato da

Magnenzio. Questi si definì restitutor publicae libertatis in opposizione al tiranno Costanzo II, e

dopo una fallita ricomposizione optò per l'alleanza con le famiglie senatorie imparentate con il

ramo cadetto dei Costantinidi. Lo scontro era inevitabile e avvenne in Illirico, a Mursa nel 351, in

una battaglia in cui si contarono 54.000 morti e a causa della quale lo sconfitto Magnenzio si ritirò,

per suicidarsi, in seguito, insieme al fratello Decenzio, al quale in sua assenza aveva lasciato il

governo delle Gallie. Nel 353 Costanzo riunì l'impero nella sua totalità. Egli aveva avuto bisogno

della sorella Costantina, che aveva indotto il generale dell'Illirico, Vetranione, a proclamarsi

Augusto per sbarrare la strada verso Costantinopoli a Magnenzio, mentre aveva dovuto lasciare

l'oriente in mano al cugino Gallo. Il sovrano cercò e riuscì a trovare l'accordo con il generale che

aveva usurpato il treno, ma per Gallo, che lui stesso aveva nominato Cesare, decise

diversamente. Costui aveva cercato di appoggiare i ceti più umili ed aveva imposto un calmiere

contro cui si erano mossi i ceti abbienti. Essi avevano ritirato dal mercato le merci, suscitando l'ira

del Cesare, che aveva reagito con durezza, attuando una politica non gradita a Costanzo II, il

quale ricompensò con la morte la severità del cugino. L'imperatore inoltre, aveva da affrontare, in

Occidente, le continue incursioni di Franchi ed Alamanni e in, Oriente, da fronteggiare i Persiani.

Egli decise di nominare un nuovo Cesare, proprio mentre Sarmati e Quadi si presentavano al

Danubio: Giuliano, l'altro figlio del fratellastro di Costantino, Giulio Costanzo. Il nuovo Cesare

respinse i barbari a Strasburgo nel 357, ma si procurò con abilità anche un consenso tale da

consentirgli di usurpare la porpora. Giuliano, dopo aver ristabilito un equilibrio all'interno delle

sperequazioni socioeconomiche e politiche, cercò di venire incontro alle classi meno agiate con

una politica di deflazione, ponendo un argine all'eccessivo potere della burocrazia e restituendo

alle curie la riscossione delle imposte. Elaborò un programma politico che, difendendo le classi più

deboli, potesse essere gradito all'aristocrazia tradizionale di fede pagana. Fu proprio il suo esercito

a proclamarlo imperatore, quando Costanzo nel 359 gli chiese l'invio di truppe per la spedizione

persiana. Allontanarsi dal proprio territorio non era gradito agli squadroni dell'esercito gallico, che

appoggiarono l'usurpazione di Giuliano.

Giuliano e l’ellenismo

Quella dell'Apostata fu un'usurpazione sotto ogni aspetti. Al piano parteciparono non solo

grandi capi militari come Dagalaifo e Nevitta, ma anche i generali illiriciani e addirittura uno dei

migliori amici di Giuliano, Saluzio. Questi, ex quaestor sacri palatii alla corte giulianea, era stato

allontanato dalle Gallie per volere di Costanzo che lo aveva ricompensato, mediante la prefettura

al pretorio, con il controllo dell'intero Oriente. Oriente che il prefetto insieme al generale Vittore

consegnò a Giuliano. Saluzio condivideva gli ideali del nuovo imperatore ma non era un radicale

come dimostrò invece di essere Giuliano, il quale si inimicò il potente clero cristiano, cercando di

impedire l'insegnamento della letteratura classica ai Cristiani. L'imperatore che aveva abiurato la

propria fede, portò lo spirito militante cristiano nell'ambito della religione tradizionale, nel tentativo

di formare un clero pagano, tale da poter imitare anche l'opera caritativa della Chiesa. L'Apostata

riuscì ad inimicarsi le autorità cittadine di Antiochia, ormai una delle sedi imperiali insieme a

Costantinopoli, Milano e Treviri. I curiali antiocheni gli contestavano l'ipocrisia di atteggiarsi a

filosofo, con la sua barba incolta e il mantello del pensatore, mentre non riusciva a mantenere una

posizione equilibrata e a franare l'ira contro la contestazione. Era un modo ancora diplomatico di

criticare il governo per la sua mancanza di disponibilità alla mediazione nei confronti delle

esigenze delle amministrazioni cittadine. La mancanza di disponibilità alla mediazione e la

disperata necessità del riformatore caratterizzarono la condotta del sovrano nella spedizione

persiana, campagna che significava una ripresa della politica espansionistica, atta a rivitalizzare

l'economia dell'impero. Giuliano mosse da Antiochia, marciando lungo l'Eufrate e dirigendosi

sempre più ad Oriente. Preferì inseguire la vittoria definitiva e penetrare all'interno verso

settentrione, lungo il corso del Tigri. Tale decisione gli impediva di trasportare la flotta. L'imperatore

decise di correre un rischio enorme e il pericolo da affrontare si rivelò letale. I Persiani

indietreggiavano e i Romani trovavano terra bruciata, sicché il malcontento cominciò a serpeggiare

tra i militari e non solo. Giuliano durante un attacco fu ucciso da una provenienza incerta. Il grande

storico antiocheno, Ammiano, protector di Giuliano, lascia trapelare il sospetto che non le truppe

nemiche, ma i suoi stessi soldati avrebbero ucciso l'imperatore, i soldati che erano di fede cristiani

e perciò ostili al sovrano. Un dato certo è che gli alleati Saraceni di religione cristiana erano molto

vicini a Vittore, il quale, insieme a Saluzio, si adoperò per concludere la pace e sostenere il nuovo

imperatore, Gioviano.

IL PARTITO DELLA PACE E L'ASCESA DEI PANNONICI

IL REGNO EPOCALE DI VALENTINIANO E VALENTE

Gioviano. I Valentiniani. L’ascesa di Teodosio I

Gioviano fu costretto a firmare il patto ignominioso, con cui furono abbandonati ai Persiani

Nisibi, conquistata dai Romani in età severiana. Il trattato era dettato dalla necessità di risolvere i

problemi posti dalla difficile situazione interna, non ultimi le tendenze separatise dell'Occidente,

dove Iovino, il generale delle Gallie, non voleva cedere il potere e la rivolta era sempre pronta a

riaccendersi. A lui furono inviati alcuni tra i più rappresentativi membri del partito della pace. Tra

essi si trovava il pannonico Valentiniano, il quale aveva iniziato la sua carriera proprio nelle Gallie.

L'abile comandante seppe della morte di Gioviano nel 364 d.C. e della propria candidatura, mentre

era ancora lontano da Costantinopoli. Infine acclamato a Nicea imperatore dall'esercito giulianeo,

con a capo Dagalaifo, l'energico sovrano scelse il principio dinastico. Egli procrastinò

apparentemente la sua scelta, ma alla fine cooptò al trono il fratello Valente, con il quale a Sirmio

condivise il regno, affidandogli la pars orientale e riservando a sé stesso quella occidentale. La

scelta di Valentiniano I era stata saggia. Egli conosceva il mondo occidentale. Il primo periodo del

suo governo trascorse alla ricerca di un equilibrio con il senato romano e parte delle classi dirigenti

galliche ad esso collegate, come gli Ausonii, il cui discendente Decimio Magno, divenne il maestro

dell'erede al trono, Graziano. Dopo la malattia di Valentiniano e le difficoltà incontrate nel far

approvare la successione del figlio, i delicati equilibri a corte mutarono e l'ala radicale degli

Illiriciani ebbe la meglio. L'Augusto decise per la lotta ad oltranza ed aprì la tragica stagione dei

processi romani (369-371), mediante i quali furono eliminati alcuni tra i rappresentanti più in vista

dell'aristocrazia pagana e furono favoriti i leader della fazione cristiana del senato come Sesto

Claudio Petronio Probo. Tipica dell'età valentiniana fu la cura limitum, l'attenzione alla difesa del

confine, come anche l'attuazione di un progetto economico deflazionistico, capace di perseguire gli

abusi aderativi. Come è noto l'adaeratio era il principio in base al quale il contribuente poteva

pagare l'imposta in denaro, adeguando la somma al bene richiesto. Purtroppo la somma fissata

dalle autorità era sempre superiore al prezzo di mercato. L'approvvigionamento doveva essere

fornito all'esercito. In età precostantiniana, quando la moneta era di vile rame imbiancato, al

contribuente conveniva pagare in moneta, poiché poteva compensare gli interpraetia con i costi di

ricerca delle merci, che il suo campo non poteva fornire, e del loro trasporto, che avrebbe dovuto

pagare, mentre alla burocrazia conveniva ricevere in natura. Dopo la riforma monetaria voluta da

Costantino, grazie alla moneta aurea, le dinamiche sviluppatesi furono opposte. Praticamente,

qualora il contribuente avesse dovuto pagare un cavallo al prezzo di aderazione di 12 solidi, egli

avrebbe versato una quota superiore del 50%. i Valentiniani, cercarono di provvedere agli interessi

dei contribuenti con una migliore valutazione della moneta meno pregiata rispetto a quella aurea,

con la difesa dei diritti della plebe mediante l'istituzione del defensor plebis, che la tutelasse contro

le prevaricazioni dei potenti, nonché con l'allargamento della base contributiva, eliminato le

immunità concesse ai clerici. I due fratelli spesero molte delle loro energie nel contenere la

pressione dei barbari. Valentiniano rafforzò il confine renano-danubiano, mentre Valente cercò di

tenere testa ai Goti. Valentiniano durante una spedizione, venne a morte nel 375 e gli succedettero

i figli, Graziano e il giovane fratellastro Valentiniano II, nato dall'unione con Giustina, già moglie di


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Storia romana I del professore John Thornton, basato su appunti personali e studio autonomo del libro consigliato dal docente "Storia di Roma dalle origini alla tarda antichità" (Ed. Del Prisma), Arcuri, Caliri, Giuffrida, Lewin, Marino, Mastrocinque, Mecella, Molè, Motta, Pinzone, Roberto, Sassu, Thornton. Gli argomenti trattati sono i seguenti: L’Italia preromana. Roma dalle origini al decemvirato; dal decemvirato alla seconda guerra punica; l’età della conquista; verso i poteri personali; il principato di augusto. La dinastia Giulio-Claudia; dai Flavi agli Antonini; il secolo “lungo”: dalla crisi del 193 alla dissoluzione dell’ordinamento tetrarchico; dalla “rivoluzione” costantiniana alla formazione dei regni romano-barbarici; l'occidente da valentiniano iii ai longobardi; l’impero romano d’oriente. Da Teodosio ii ad Eraclio (408-641).


DETTAGLI
Esame: Storia romana
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere moderne
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giovyviv94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia romana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Thornton John.

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