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Riassunti esame Storia romana I, prof. Thornton, libro consigliato Storia di Roma dalle origini alla tarda antichità, Arcuri, Caliri, Giuffrida, Lewin, Marino, Mastrocinque, Mecella, Molè, Motta, Pinzone, Roberto, Sassu, Thornton

Riassunto per l'esame di Storia romana I del professore John Thornton, basato su appunti personali e studio autonomo del libro consigliato dal docente "Storia di Roma dalle origini alla tarda antichità" (Ed. Del Prisma), Arcuri, Caliri, Giuffrida, Lewin, Marino, Mastrocinque, Mecella, Molè, Motta, Pinzone, Roberto, Sassu, Thornton. Gli argomenti trattati sono i seguenti:... Vedi di più

Esame di Storia romana docente Prof. J. Thornton

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2. Concordia ordinum

Dal 494 al 287 motivazioni politiche ed economiche si intrecciarono. Oggi la tendenza è

quella di subordinare l'aspetto di conflitto sociale tra ricchi e indigenti a quello della lotta per la

parificazione dei diritti civili e politici, perseguito dagli esponenti più facoltosi della plebe che

avrebbero da un lato accettato l'uso di criteri timocratici ma anche lottato per la formazione di

principi meritocratici. L'impressione che la lotta sostenuta dai plebei contro i privilegi patrizi

scaturisse dai disagi economici, sarebbe stata costruita dalla tarda annalistica, contemporanea alle

lotte tra optimates e populares. Così da un lato si sottolinea la violenza a questa lotta tra gli ordini,

dall'altro si afferma che la tradizione romana è concorde nel negare ogni carattere sanguinoso al

conflitto tra patrizi e plebei, che avrebbe rivelato questi tratti solo al tempo dei Gracchi. Cicerone

giustifica la violenza di molte sedizioni della plebe, perché grazie ad esse si ottennero molte

conquiste costituzionali: si diede forza di legge ai plebisciti e si crearono i tribuni. Importante è la

riflessione storiografica sulle cause del conflitto, dove le motivazioni economiche avevano il loro

momento principale. La Lex Icilia de Aventino publicando stabiliva la vendita di terreni su quel colle

destinati alla costruzione di case per i plebei, sembrerebbe rimandare a una vittoria della plebe che

reclamava il diritto di fruire di appezzamenti dell'agro pubblico contro i patrizi che volevano

sfruttarlo per il pascolo. Queste prime conquiste, hanno fatto pensare che alla base delle

dinamiche di integrazione della plebità col patriziato sia individuabile a una strumentalizzazione

delle istanze di carattere economico della massa dei diseredati da parte dei plebei

economicamente più forti. Sotto la specie economica, la contesa tra patrizi e plebei sarebbe

simboleggiata dalle differenze nei modi di sfruttamento dell'ager pubblicus con i patrizi che

avrebbero lottato per accaparrarsi porzioni sempre più ampie di terra e i plebei che aspiravano alla

distruzione dell'agro pubblico in lotti in proprietà privata. Lo scoglio più difficile da superare per i

non patrizi risiedeva nell'aura sacrale di cui erano avvolti i privilegi dell'ordo avversario, che si

riconosceva nel possesso dei sacra e degli auspici. Il possesso dell'ager publicus da parte della

plebe e il problema dei debiti sono aspetti importanti nel conflitto tra gli ordini. Il 449 viene

considerato l'anno di svolta, durante il quale la costituzione romana sarebbe diventata patrizio-

plebea. I consoli L. Valerio e M. Orazio promossero all'epoca tre leggi note come leges Valeriae

Horatiae, con le quali si reintroduceva l'istituto della provocatio, si minacciava la sacertas a chi

avesse osato oltraggiare i magistrati plebei, si sanciva la validità per tutto il populus dei plebiscita e

infine i senatusconsulta dovevano essere depositati in un archivio speciale nel tempio di Cerere.

La tendenza a nominare ai vertici del potere una commissione di magistrati supremi in luogo della

tradizionale coppia consolare sembra essere riemersa nel 444, allorché al posto dei consoli

figurano tre tribuni militum consulari potestate portati a 4 e infine a 6 nel 406, i quali avevano

prerogative inferiori a quelle dei consoli. I tribuni consolari sostituirono i consoli tra il 444 e il 394.

Alcuni sostengono che la creazione di tali tribuni consolari avrebbe aperto ai plebei l'accesso al

senato. Nel 443 venne istituita la censura che in origine nacque per alleviare i consoli di alcuni

compisti amministrativi, come il censimento dei cittadini e la relativa registrazione dei beni

patrimoniali di ciascuno al fine dell'inquadramento nella centuria giusta. Nel 399 il dittatore Q.

Publilio Filone promulgò tre leggi secundissimae plebi, tra cui una che stabiliva che uno dei

censori dovesse essere plebeo. Nel 376 due tribuni della plebe, Stolone e Laterano, avanzarono

tre proposte di legge con le quali affrontavano il problema dei debiti, quelli dei limiti all'occupazione

di agro pubblico e infine quello dell'accesso dei plebei al consolato. Nel 367 finalmente furono

approvate le leggi Liciniae Sestiae in base alle quali uno dei due consoli poteva essere un

plebeo. L. Sestio, uno dei promotori della riforma, venne eletto primo console plebeo. Nel 342 un

plebiscito sancì che ambedue i consoli potessero essere plebei. Nel 337 si ebbe l'ammissione dei

plebei alla pretura. L'unica carica rimasta privilegio dei patrizi fu quella di interrex. La conclusione

del conflitto si ebbe nel 287 quando si verificò la quinta e ultima secessione della plebe, le cui

condizioni economiche si erano aggravate a seguito delle guerre sannitiche. Con la lex Hortensia, i

plebiscita vennero equiparati alle leges. La concordia ordinum era stata raggiunta. Si venne a

creare una nuova oligarchia patrizio-plebea che aveva alla propria base un uguale potere

economico: si tratta di quella classe di governo definita nobilitas, che dai primi del III sec a.C.

fornirà i rappresentanti del ceto a guida della res publica.

3. Magistrature e assemblee

Il consolato è la magistratura rappresentativa della res publica. La riflessione di due grandi

storici del '900 è esemplificativa della tendenza critica al revisionismo della storia delle più antiche

magistrature, per cui il momento d'esordio nella vicenda di Roma repubblicana andrebbe

postdatato al periodo decemvirale, laddove la duplice magistratura consolare nascerebbe solo nel

367. Molte di queste discussioni sono nate in rapporto alla carica consolare, dalla notizia delle fonti

secondo cui il nome dei consoli sarebbe stato almeno fino al 449 a.C. praetores. Secondo Livio

una lex vetusta stabiliva che il titolare della carica di praetor maximus alle idi di settembre

affiggesse il chiodo nel tempio di Giove si riconnette alla nomina di un dictator clavis fingendi

causa nel 363 per cui il dittatore sarebbe una carica antica risalente al periodo regio e con

originarie funzioni militari. La tendenza prevalente è quella di considerare il praetor maximus quale

figura di passaggio dalla monarchia allo stato repubblicano. Fra i tre magistrati che portavano tutto

questo titolo, ci sarebbe stata una ripartizione tra due, divenuti consules e un terzo che pur

restando un magistrato cum imperio, autorizzato a guidare l'esercito, non aveva un potere pari a

quello collegiale dei due consoli che finì per specializzarsi in compiti giudiziari. Dal 242 il pretore

sarà affiancato da un praetor peregrinus col colpito di dirimere le liti giudiziarie tra cittadini romani e

peregrini residenti a Roma. I consoli detenevano un potere sovrano: giudiziario e politico in senso

lato entro il pomerium, militare e giurisdizionale fuori dal recinto sacro di Roma. La dittatura era

una carica eccezionale di origine molto antica, cui si ricorreva in momenti di particolare difficoltà. Il

dittatore era nominato dai consoli, aveva poteri assoluti e sfuggiva insieme al censore

all'intercessio dei tribuni della plebe. Nei suoi compiti militari era coadiuvato da un magister

equitum. Dopo il 202 la dittatura scomparve per risorgere, mutata nelle sue funzioni originarie nel I

sec a.C. La censura venne istituita nel 443 a.C. per sollevare i consoli del compito del censimento

dei cittadini, al fine di determinarne il ruolo militare e i diritti politici all’interno delle cinque classi di

censo in cui il popolo era suddiviso. Magistratura superiore aperta alla plebe solo nel 339 e tuttavia

sine imperio, le sue competenze erano state ampliate con una legge Ovinia che le aveva conferito

il diritto di redigere la lista di coloro che erano ammessi al supremo consesso della Roma

repubblicana, con l'autorità di escluderne coloro che si fossero macchiati di indegnità. La censura

divenne la più alta autorità morale della res publica. La magistratura ebbe anche il compito di

passare in rassegna i prerequisiti patrimoniali dei detentori del censo equestre. Altre importanti

mansioni erano legate alla locazione dell'ager publicus e all’appalto delle entrate pubbliche. Tra le

incombenze dei censori rientrava anche la purificazione dei campi, delle città e del popolo tutto che

avveniva ogni 5 anni. Infatti, i due censori, magistrati curuli, venivano eletti ogni cinque anni. La

durata con una Lex Aemilia de censura minuenda fu fissata a 18 mesi. Un'altra carica di durata

limitata era quella di interrex, nominato per soli 5 giorni in caso di scomparsa violenta dei due

consoli, col compito di far eleggere i nuovi e tramettere loro gli auspici. Tra le magistrature minori

più antiche vi erano gli edili, istituiti secondo la tradizione nel 493 a.C. In origine custodivano gli

archivi della plebe nel tempio di Cerere sull'Aventino. Tra i loro compiti si annoveravano pure

l’approvvigionamento di Roma, il controllo dei mercati, l’organizzazione dei giochi pubblici. Altra

magistratura minore fu la questura creata nel 447 a.C. e legata all'amministrazione del tesoro

pubblico, per cui i titolari furono denominati quaestores aerarii. Questi si occupavano della vendita

ai privati in lotti di 50 iugeri, di quella particolare categoria di terreni nota come ager quaestorius.

Nel 421 a.C. il numero dei questori fu portato a 4. La carica per eccellenza assurta a simbolo delle

rivendicazioni plebee sin dal 494 a.C. fu il tribunato della plebe. Il problema del tribunato come

istituto rivoluzionario si percepisce in tutta la sua portata nell’età dei Gracchi, quando il tentativo di

farne uno strumento di lotta contro l’ala più conservatrice della nobilitas fu votato al fallimento,

poiché si trattava di una carica sine imperio. Qualcuno rintraccia la sua origine nelle rivendicazioni

di ricchi proprietari terrieri plebei, che si fecero portavoce e difensori delle istanze paritarie della

propria classe. I titolari della carica godevano di una potestà inviolabile e con le leggi Valerie

Orazie del 449 chiunque avesse osato attentare alla persona di un tribuno sarebbe stato

maledetto. Il grande potere dei tribuni risiedeva nel diritto di porre il veto alle decisioni degli altri

magistrati se queste fossero risultate dannose per la plebe. Si riconosceva loro anche il ius

coercitionis, il diritto di far rispettare la propria volontà. Infine, il ius auxilii conferiva al tribuno la

capacità di difendere un cittadino che si fosse posto sotto la sua protezione e per questo motivo la

sua casa doveva rimanere aperta notte e giorno, né egli poteva lasciare Roma. Il ius agendi cum

plebe lo rendeva l'autorità competente a riunire il concilium plebis, l'assemblea della plebe. Il

senato e le assemblee del popolo costituivano ciò che le fonti latine chiamano senatus popolusque

romanus. Tutti i cittadini maschi adulti formavano il popolo dei Quirites, riunito in 3 assemblee

principali. L'assemblea centuriata sarebbe strutturata secondo le fonti del re Servio Tullio che vi

distinse 193 centurie di cittadini divisi in 5 classi di censo, un ordinamento timocratico per cui alla

prima classe appartenevano coloro che avevano un capitale di 100.000 assi, mentre alla quinta,

cioè l'ultima, i detentori di 11.000 assi. Le centurie erano unità di voto e unità militari per cui la

prima classe, quella dei più ricchi, forniva i membri di una storia di aristocrazia militare su base

censitaria, risultando favorita nelle operazioni di voto. Gli humiles non avevano modo di far sentire

la propria voce nei comizi centuriati, che eleggevano i magistrati superiori, votavano le leggi

costituzionali e dichiaravano la guerra. Nei comizi tributi il popolo era diviso per tribù mediante un

criterio territoriale. In tali comizi, il cittadino tornava a votare come individuo al di là della propria

situazione patrimoniale per cui l'assemblea tributa risulta un organo popolare più democratico

dell'assemblea centuriata. I comizi tributi eleggevano i magistrati inferiori, edili curuli e questori e

ad essi ci si poteva appellare contro multe e ammende. Anche nel concilium plebis, l'assemblea

dei soli plebei, il popolo era riunito per tribù. Questo organo era convocato per iniziativa di un

tribuno della plebe ed ebbe poteri legislativi analoghi ai comizi centuriati a partire dal 287 a.C. I

concilia plebis, eleggevano i magistrati plebei, i tribuni ed edili plebei. Il consesso più prestigioso

era il senato. Cicerone nella Pro Sestio dà l'esatta misura di cosa significasse il senato, custode

del passato e del presente, forza conservatrice del mos maiorum, le cui decisioni erano vincolanti

per i magistrati e per il popolo. Era costituito da 300 membri definiti patres che in origine furono

tutti ex magistrati superiori, in un secondo momento anche ex edili ed ex tribuni. Convocato da un

magistrato superiore e presieduto dal princeps senatus, un patrizio di rango censorio, il senato era

chiamato ad esporre il suo parere su ogni questione di interesse pubblico. Dal IV secolo l'ingresso

di esponenti plebei in senato e la formazione di una nuova nobilitas patrizio-plebea diedero

maggior forza e autorità a questo consesso, in un momento delicato in cui il patriziato era in

declino numericamente e politicamente.

4. L’impegno bellico di Roma. Società ed economia tra V e IV secolo a.C.

Tra il IV e III secolo a.C. alla graduale parificazione degli ordini corrispose un'unificazione

dell'Italia centrale, dell'Etruria e dell'Italia meridionale sotto l'egemonia romana, che si guardò bene

dal mortificare le individualità socio-politiche e culturali dei popoli che andò inglobando. Alcuni

storici individuano i prodromi della volontà imperialistica di Roma già nei primi contatti polemici

avuti dall'Urbe con le comunità latine nel V secolo. La tradizione confluita in Livio ricordava guerre

tra romani e sabini. Il passaggio dal V al IV secolo vede i romani impegnati in conflitto con Veio che

Livio definisce urbs opulentissima Etrusci nominis distante 17 km dall'Urbe. Tra Roma e Veio c'era

una rivalità per il controllo delle saline alla foce del Tevere. Nel 406 cominciò l'assedio della città

etrusca che si concluse nel 396 grazie al dittatore M. Furio Camillo che diede vita alla pratica di

fare terra bruciata dei territori conquistati. Durante queste ostilità, fu fatale a Veio la tradizionale

assenza di coesione e affinità tra le città etrusche: Chiusi e Cere si schierarono dalla parte dei

romani. Da questa guerra uscì indebolita la Lega latina che agli inizi del IV secolo abbandonò

l'alleanza con Roma e le rimase ostile fino al suo scioglimento avvenuto nel 338. il conflitto con la

rivale etrusca avrebbe innescato numerosi processi innovativi relativi all'organizzazione bellica e

alla situazione economica delle classi sociali a Roma. La guerra rese necessaria l'istituzione di un

soldo militare per permettere ai soldati di sopravvivere senza lavorare la terra. Il conflitto comportò

un salasso economico, poiché la città rivale era grande, potente e pressoché imprendibile, per cui

durante l'assedio i cittadini appartenenti al censo equestre furono autorizzati a servirsi di cavalli

propri. L'ager Veientanus et Capenas venne parcellizato in lotti di 7 iugeri ciascuno e distribuito ai

plebei. L'occupazione effettiva si ebbe nel 388 e l'anno seguente furono create 4 tribù rustiche, per

un totale di 25 tribù. A peggiorare la situazione ci pensarono le migrazioni dei popoli celti agli inizi

del IV secolo. Queste bande di Celti, noti come Galli, provenienti dalle plaghe dell'Europa centrale,

all'alba del IV sec si diressero verso l'Europa meridionale. Erano divisi in vari gruppi. La fertile

pianura padana fu terreno privilegiato di conquista per Cenomani, Boi, Lingoni, Senoni. Una parte

di questi, insediandosi nella Padania, si convertì ad uno stile di vita sedentario e alle attività

agricole, altri invece continuarono le attività di razzia. Tra questa seconda categoria si annovera un

gruppo di Senoni che al seguito di un capo di nome Brenno si diresse su Chiusi. La presenza di

forze romane nella città etrusca venne interpretata come una provocazione dai Galli che

marciarono contro i Romani, sconfiggendoli presso il fiume Allia, e Roma fu messa al sacco,

fuorché il Campidoglio. Al tempo del disastro gallico importante fu il ruolo giocato da Cere, dove

trovarono rifugio i sacerdoti e le vergini vestali. I Senoni tornarono sui loro passi, a causa di una

pestilenza che si era diffusa tra le loro file e della notizia che i Veneti stavano minacciando i loro

territori in Cisalpina. Successivamente li troviamo stanziati nelle attuali Marche.

I Galli minacciarono l'Italia centrale in tre ondate successive ma in occasione dell'ultima di queste

invasioni, Roma fu in grado di imporre loro una pace trentennale. Il periodo seguito alla presa di

Roma del 390 fu critico sotto molte specie. Dal punto di vista politico-militare non c'è dubbio che il

prestigio dell'Urbe subì un grave colpo tra i popoli vicini, ad esempio crollò l'alleanza con i Latini e

con gli Ernici. Al periodo successivo al tumultus galicus risale la costruzione delle mura serviane

(378 a.C.) e in tale periodo si riacuttizzano problemi mai risolti, tra cui le lotte per lo sfruttamento

dell’agro pubblico e i debiti.

Le Leggi Licinie Sestie (367) contenevano una normativa che fissava a 500 iugeri l'estensione

massima di ager publicus, e un'altra che cercava di porre rimedio al problema dei debiti. Le

condizioni economiche dei plebei potevano risollevarsi solo con l'assegnazione di terre. Esse

hanno il merito di aver sottolineato quali erano i problemi socio-economici della plebe e del popolo

minuti in genere: la richiesta di terre e i debiti. Dieci anni dopo il plebiscito che Livio attribuisce a L.

Duilio e M. Menenio, nel 357 venne concessa ai debitori una nuova moratoria di 3 anni. Nel 342 si

verificò una crisi politica, quando dei soldati romani di stanza in Campania, si ribellarono perché

avvertirono il contrasto tra la loro povertà e l'opulenza delle terre campane che erano stati chiamati

a difendere. In questo clima, la tradizione colloca l'approvazione della Lex Genucia, con cui si

giunse a proibire il prestito ad usura, ma era destinata ad essere evasa e revocata. Nel 352 venne

istituita la commissione dei quinqueviri mensarii col compito di soccorrere i debitori in difficoltà

mediante funzioni quasi da banca di Stato. I quinqueviri concedevano anticipi. Anche la Lex Silia

sui prestiti è stata datata alla seconda metà del IV secolo. Un passo in avanti si ebbe però con la

Lex Poetelia Papiria del 326 o del 3131 grazie alla quale, per usare le parole di Cicerone, le

catene dei cittadini vennero sciolte, sottraendo così il debitore alla cruda logica del “fai da te”,

certamente molto diffusa tra i creditori. La guerra contro Veio era stata vinta grazie all'alleanza di

Tuscolo. Dalla metà del IV secolo Roma, dovette affrontare l'ostilità della Lega Latina. Il terrore

provocato dalla 2^ incursione gallica nel 358 portò i contendenti ad un accordo che sarebbe durato

fino allo scoppio della guerra latina. Al tempo del conflitto tra Sanniti e Sidicini (343) i romani erano

alleati dei Sanniti, entrati in contesa con i Latini per l'aiuto prestato da questi ai Sidicini. I termini

dell'alleanza conclusa dai Romani con i Sanniti aveva scontentato i Latini, poiché essa

riconosceva la supremazia sannita sul territorio sidicino; inoltre al rifiuto opposto da Roma alla

proposta, da parte latina, di formare uno stato unitario sarebbe scoppiata la guerra conclusasi nel

338 con lo scioglimento della Lega Latina. Il rovesciamento di alleanze che in questo conflitto

aveva visto la formazione di una grande coalizione antiromana di Latini, Volsci, Sidicini, Campani e

Aurunci contro Romani e Sanniti ebbe come conseguenza la formazione di uno stato romano-

campano. Nel 318 sul territorio strappato ai Campani, fu creata la tribù Falerna. Gli equites

Campani di Capua, che avevano abbandonato l’alleanza con i Latini, furono premiati con la

cittadinanza romana nel 340. I membri della disciolta Lega latina furono legati a Roma con

soluzioni politiche diverse. Roma attuò nei confronti dei suoi “alleati” latini dei metodi di controllo

illuminati, volti a creare interessi collettivi in comunità cittadine che divennero membri effettivi della

confederazione romana. Roma dunque, padrona del Lazio e di parte della Campania.

5. I Sanniti e le altre nationes: Roma e l’Italia tra IV e III sec. a.C.

La conquista dell'etrusca Capua nel 423 e della greca Cuma nel 421 ad opera di genti di

stirpe sabellica segnò una svolta nella storia delle antiche genti di Italia. La colonia spartana di

Taranto doveva fare i conti con Iapigi e Messagi, bellicosi popoli anellenici suoi vicini, e Dionisio I

di Siracusa fronteggiava gli attacchi dei Siculi. Allo spirare del V secolo si assiste ad una rivolta di

popoli autoctoni contro la civiltà aristocratica di cui Etruschi e Greci erano portatori. In realtà, non è

difficile rinvenire all’interno di queste dinamiche storiche cause di tipo economico, più che culturale,

in grado di spiegare l’insorgere di una simile pressione sui più evoluti popoli Etruschi e Greci. Infatti

le condizioni economiche privilegiate della grande pianura tirrenica finirono per suscitare la

cupidigia dei montanari dell’entroterra – Liguri, Volsci, Equi e Sanniti -, che minarono a soppiantare

gli abitanti di quella florida regione con la forza. Proprio la spinta verso le pianure del Lazio da

parte di Equi e Volsci, poi fermata dai latini e romani congiunti, è meglio spiegabile se la si fa

risalire a sua volta alla pressione delle genti sabelliche, premute verso il sud, come in un effetto

dominio, da Etruschi e Piceni. Sono dunque soprattutto motivazioni economiche che spiegano la

mobilità dei popoli appenninici, tra cui i Sanniti, che scendevano in pianura seguendo

l'antichissimo rito del ver sacrum, col quale si consacrava tutta una nuova generazione all'esilio

verso terre miglio. I samnites, genti di stirpe osco-sabellica, si impadronirono dell'etrusca Capua e

della greca Cuma nell'ultimo quarto del V secolo a.C., venendo così a contatto con le due grandi

civiltà dell'Italia antica e dando vita ad uno strato osco-campano e ad una forma di cultura

originale. Si crearono così in Campania tre federazioni di popoli: quella campana, con capoluogo

Capua, quella nucerina e quella nolana. A seguito di una seconda migrazione sannitica nacquero

altre due confederazioni destinate a stanziarsi permanentemente in Italia meridionale: quella dei

Lucani nelle valli del Brano e del Sele, e dei Brutii nelle regioni montuose interne dell'attuale

Calabria. L'originario gruppo etnico dei Sabelli si era diversificato e tra i gruppi che lo

componevano non correvano rapporti di buon vicinato. Nel 354 a.C. vi era un'alleanza tra Roma e i

Sanniti. Costoro erano politicamente riuniti in un'organizzazione federale, il cui spazio geopolitico

non si identificava nelle città, ma nei pagi, circoscrizioni montante guidate ciascuna da un meddix,

capo militare e amministratore della giustizia. I populi abitanti di tali pagi confluivano in una forma

federativa nota come touto, con a capo un meddix tuticus e si riunivano, in caso di pericolo che

comportava la presa di decisioni importanti, a Bovianum Vetus, eletta dunque a capitale della

federazione. Le ragioni dell'alleanza romano-sannita del 354 andrebbero ricercate nel comune

interesse che i due contraenti nutrivano per la valle del Liri. La tradizione parla di tre guerre

sannitiche che avrebbero contrapposto Roma e le aristocrazie campane al mondo appenninico,

rispettivamente nel 343/41, nel 327/304 e nel 298/291. Il primo conflitto sarebbe stato innescato

dalle annose rivalità fra le tribù dell'Appennino da un lato e i Campani e i Sidicini dall'altro. Questi

ultimi chiedono l'intervento romano e per aggirare l'ostacolo dell'alleanza romano-sannita, fatto atto

di deditio, circostanza che, in virtù del concetto di fides, obbligava moralmente i Romani

all'intervento in Campania contro i loro precedenti alleati. Nel 328 l'insediamento della colonia di

Fregelle aveva finito per sbarrare ai sanniti la strada della valle del Liri verso la Campania. Inoltre

la spinta verso la costa da parte dei Sanniti sarebbe risultata intollerabile non solo per i Campani,

ma anche per gli Apuli. Nel 327 scoppiò un conflitto interno a Napoli, tra le sue parti, quella dei

Paleopolitai, forse antiche esuli da Cuma, favorevoli ai Sanniti, e quella della città nuova, Neapolis,

che con l'appoggio di Capua, chiese aiuto ai romani per liberarsi dei Sanniti. Il compito di condurre

l'assedio venne affidato al console Q. Publilio Filone. Filone fu una figura rivoluzionaria. Nel 339

era stato nominato dittatore dal suo collega Emilio Mamercino e la sua era stata una dittatura

popolare a detta di Livio, perché aveva promosso le tre leggi secundissimae plebi. Nel 337 era

stato il primo praetor plebeo, nel 327 console per la seconda volta, fu il primo a vedersi

ufficialmente prorogare l'imperium consolare per impellenti esigenze belliche. Roma si vide

costretta in questa occasione a mutare la sua tattica bellica, passando dalla tattica oplitica allo

schieramento manipolare, più adattabile al combattimento in aree montuose, come l’amara lezione

delle Forche Caudine (321), che si concluse nell’umiliante disastro dei soldati romani fatti passare

sotto un giogo di lance nemiche. Venne siglato un accordo in base al quale Roma cedeva ai

Sanniti la colonia di Fregelle. In cerca di riscatto, Roma avviò la propria riorganizzazione, a partire

dalla creazione di due nuove tribà rustiche, la Falerna, nella Campania settentrionale e l'Ufentina

nel medio corso dei Liri. La città del Lazio conosce un'altra grave disfatta a Lautulae, strettoia nei

pressi di Terracina, dove Q. Fabio Rulliano venne sconfitto. Nel 311 spirò la tregua quarantennale

siglata nel 350 con Tarquinia e Falerii, cosa di cui i Sanniti approfittarono prontamente, inducendo

le due città etrusche a mobilitarsi contro Roma. Fabio Rulliano si riscattò nel 310 con la vittoria sul

lago Vadimone. Di più, le aristocrazie etrusche per mantenersi al potere da questo momento

dovettero far ricorso più volte all'intervento romano dinanzi alle frequenti rivolte di schiavi e di

artigiani urbani. La guerra si concluse nel 304. La confederazione sannita mantenne inalterato il

suo territorio. Negli anni del conflitto Roma aveva rinsaldato le sue posizioni nell'Italia centrale.

L'intervento romano a difesa dei Lucani fu il casus belli per lo scoppio della terza guerra

sannitica nel 298 a.C. L'Italia appenninica trovò un capo nel sannita Gellio Egnazio, che si sforzò

di unificarne le forze. Tutta la battaglia viene ad assumere quasi un'aura sacrale, allorché tra i due

eserciti schierati erano apparsi una cerva e un lupo, la cerva uccisa dai Sanniti, il lupo lasciato

illeso dalle legioni romane. Dopo questo evento bellico, la guerra si trascinò per un quinquennio,

concludendosi nel 290 grazie ai successi di L. Papirio Cursore e di M. Curio Dentrato, che in

quello stesso anno annetté la Sabina. Le condizioni di pace prevedevano la confisca di pace del

territorio sannita e l'imposizione di essere socii, anziché amici. I Sanniti formalmente mantennero

l'autonomia, di fatto non avevano più alcuna possibilità di azione, circondati com’erano dai

possessi romani: nel cuore del Sannio verranno fondate le colonie di Malaventum (268) e di Isernia

(263); tra Apuleia e Campania era stata dedotta la colonia di Venosa e ad est quella di Adria. Da

nord erano state incorporate Foligno e Spoleto. Tra Ancona e Rimini venne confiscato il territorio

dei Senoni; venne imposta l’alleanza ai Lucani, agli Apuli, agli Italioti e ai Brutii. Nel territorio dei

Salentini, i Romani dedussero la colonia latina di Brindisi. Importanti risvolti economici ebbe

l'annessione della Sabina nel 290 a.C., ai cui abitanti venne riconosciuta la civitas sine suffragio,

mutata in cittadinanza di pieno diritto nel 268. Una tale abbondanza di terre permise non solo

un'intensa colonizzazione e distribuzioni viritane ai cittadini romani, ma anche la riserva di parte di

queste terre per la vendita privata in lotti di 50 iugeri a cura dei questori. Il III secolo vide anche la

fine dell'Etruria. Nel 265 l'intervento romano a Volsinii per soffocare movimenti rivoluzionari tesi a

rovesciare il governo aristocratico sancì la caduta in mano romana della città, da cui furono

saccheggiate 2000 statue. L’Etruria sparì per sempre dal novero delle potenze peninsulari. La

civiltà etrusca aveva dato moltissimo alla Roma arcaica in termini culturali e politico-istituzionali.

Molte pratiche della sfera religiosa venivano dall’Etruria, a cominciare dall'aruspicina. Le

popolazioni italiche dopo la conquista romana si ritrovarono divise in 2 categorie: inglobate nella

res publica o ad essa legate con un trattato su base quasi mai paritaria. All'interno di questo

quadro generale, vi erano differenziazioni. Dopo lo scioglimento della Lega nel 338 a.C., a

conclusione della guerra latina, Roma continuò a dedurre colonie latine, i cui abitanti provenivano

da Roma e da altre città latine minori ed escogitò lo status giuridico noto come nomen Latinum, i

cui beneficiarii godevano non solo del ius commercii, del ius connubii e del ius provocationis, ma,

se si fossero trovati a Roma di passaggio, avevano anche il diritto di votare nei comizi tributi in una

tribù estratta a sorte. Ottenere la civitas optimo iure per i socii nominis Latini era molto semplice:

bastava farsi registrare in occasione del censimento quinquennale. Per tutti i popoli legati

politicamente a Roma, vi era l'obbligo del servizio militare sotto le insegne romane. Tutti i cives

iscritti negli elenchi del census erano tenuti al pagamento del tributo, imposta diretta calcolata sulla

base delle capacità economiche individuali. Per il resto, Roma riconobbe piena autonomia alle

amministrazioni locali. Su di un altro piano, sono da collocare le colonie romane, create sull'ager

publicus come Ostia, Anzio, Terracina, Sena Gallica. Antiche città latine incorporate dopo il 338

divennero oppida civium romanorum, i cui abitanti, iscritti nelle tribù, godevano dei pieni diritti

politici a Roma. Gruppi di cittadini romani erano insediati anche in distretti rurali, noti come

conciliabula e fora, che col tempo mutarono il proprio statuto per lo più in quello di municipi. Il

municipium era una città conquistata da Roma alla quale si riconosceva di solito la civitas sine

suffragio; l'etimologia da munia indicherebbe i doveri con cui il centro era tenuto nei confronti della

città egemone, che le riconosceva dei diritti limitati. Col tempo, indicò i centri amministrativamente

autonomi.

6. La censura di Appio Claudio (312 a.C.)

La censura di Appio Claudio fu un momento rivoluzionario degli assetti sociali a Roma nel

tardo IV secolo e di essa abbiamo un resoconto completo nel libro IX di Livio e in Diodoro Siculo.

Diodoro dice che Appio Claudio, nel tentativo di accattivarsi il favore popolare, non si curò del

senato, anzi, gli recò apertamente offesa con l'ammettere nel prestigioso consesso i figli dei liberti.

Permise poi ai cittadini di iscriversi in quale tribù volessero. I consoli, che l’avevano in odio,

convocarono il senato non secondo l’albo da lui redatto, ma sulla base della redazione dei

precedenti censori. Il popolo, che era favorevole a queste innovazioni perché sperava in un

miglioramento delle province condizioni, nel 304 a.C., elesse edile curule un plebeo figlio di un

liberto, Gneo Flavio, cliente di Appio Claudio. Diodoro aggiunge che Appio, dopo aver deposto la

carica di censore, che aveva detenuto oltre i 18 mesi prescritti dalla lex Aemilia, si rintanò a casa

propria fingendosi cieco allo scopo di sfuggire all'odio implacabile del senato. Le nostre fonti lo

ricordano per la costruzione della grande via da Roma a Capua che da lui prese il nome e ancora,

per l'aqua Appia, che portava l'acqua dell'Aniene a Roma. La tradizione confluita in Livio, dice che

egli come censore fu funesto all'integer populus, e si appoggiò piuttosto alla turba forensis, da

intendere molto probabilmente come il ceto mercantile e affaristico in rapida ascesa. Con la sua

riforma, che permetteva ai membri della popolazione urbana di registrare se stessi e i propri beni

anche nelle tribù rustiche, Appio Claudio consentiva a costoro di infiltrarsi tra i proprietari terrieri

che non sempre avevano la possibilità di venire a Roma a far valere il proprio voto. Non meno

scandalo suscitò l'ammissione dei libertini nel senato. Una corrente di pensiero moderna vede i

Claudii legati alla plebe urbana, e i Fabii ai ceti contadini: il contrasto avrebbe raggiunto il suo

culmine al tempo della censura di Appio Claudio e poi di quella di F. Rulliano. Storici e

giusromanisti attribuiscono inoltre ad Appio, il provvedimento che ammetteva come base del

calcolo patrimoniale non solo le proprietà terriere ma anche i beni mobili, per cui un ricco mercante

poteva essere iscritto nella prima classe di censo, quella che forniva ben 98 delle 193 centurie e il

cui voto all'interno dei comizi centuriati era determinante. Lo scriba plebeo Gneo Flabio, durante

la sua edilità curale del 304 rese pubblico il diritto civile custodito fino a quel momento negli archivi

dei pontefici ed espose nel foro il calendario dei giorni fasti, in modo che tutti i cittadini sapessero

in quali giorni potevano svolgere le azioni legali. Il giurista Pomponio ricorda questa innovazione

nel processo di laicizzazione del diritto, dicendo che era stato Appio Claudio a redigere in forma

chiara le legis actiones: il suo scrivano Flavio rubò il libro e lo presentò al popolo, che fu così felice

di nominarlo tribuno della plebe, senatore ed edile curule. Nacque così quello che i giuristi

chiamano ius civile Flavianum, fondamento del diritto civile in età repubblicana.

CAPITOLO 2 – DA PIRRO ALLA SECONDA GUERRA PUNICA

1. Roma, l’ellenismo e Pirro

Il conflitto per il controllo delle aree sannitiche ha intensificato i rapporti tra Roma e le città

della Magna Grecia. La creazione di uno stato romano-campano aveva aperto la strada a degli

influssi ellenistici I processi acculturativi si muovono solitamente su un doppio binario, come

apprendiamo da Aristosseno di Taranto, il quale dice che gli abitanti di Posidonia, in origine

greci, furono barbarizzati e divennero Tusci. Questi processi imboccano vie non sempre spiegabili.

Roma doveva assurgere al ruolo di protettrice dell’ellenismo proprio al tempo in cui l'ellenismo la

sfidò militarmente a seguito dell'avventura occidentale di Pirro che non capì che le forze

dell'ellenismo in Italia erano declinanti. È in questo momento che la storiografia greca si accorge

dell'egemonia romana, con Timeo di Tauromenio, il primo storico greco che scoprì Roma con

quanto di positivo e creativo poteva venire dall’Occidente. L'incontro tra Roma e il mondo greco,

almeno sul piano culturale, non fu polemico. L'Urbe non ebbe difficoltà a riconoscere la propria

inferiorità culturale rispetto al mondo greco e per questo si aprì a quel mondo fino a diventarne

parte inscindibile. La stessa costituzione repubblicana doveva mostrare significative analogie agli

occhi dei greci democratici, che avevano cacciato i tiranni dalle loro città, eleggevano i propri

magistrati votandoli in assemblee popolari e avevano consigli di anziani che ricordavano loro il

Senato romano. I processi acculturativi del mondo greco-latino si trovavano quando pressanti

motivazioni politiche portarono l'Urbe a più stretto contatto con le colonie greche del Mezzogiorno.

Tali contatti, incoraggiarono il programma di espansione verso il Sud. A frenare l'avanzata romana

era la difficoltà di mettere in pratica contro il mondo greco i moduli politici spicci messi in atto

contro i popoli italici. Una premessa a questa politica può essere il trattato di Capo Lacinio, siglato

nel 303 a.C. con Taranto, colonia dorica, la più potente delle città magnogreche logorate da lotte

contro i barbari indigeni e retta però da una democrazia moderata. Il trattato veniva così definito

perché fissava al Capo Lacinio il limite di navigazione oltre il quale non era consentito alle navi

romane spingersi. Nel 326, al tempo della 2 guerra sannitica, Taranto aveva formato un'asse con

Lucani e Sanniti in funzione anti-romana. Thurii, colonia greca dell'Italia meridionale, rivale di

Taranto e in guerra con i Lucani, nel 285 chiede l'intervento romano. Roma risponde all'appello,

mentre altre città come Crotone, Locri e Reggio si pongono sotto la sua protezione ricevendo un

presidio. Taranto, all'arrivo di una flotta di 10 navi romane, agì affondandone 4 e catturandone 1.

Compiuto questo atto di ostilità, I tarantini allora, inviarono forze a Thurii per cacciarne la fazione

aristocratica favorevole ai romani (282). Questi, avrebbero temporeggiato prima di rispondere alla

grave provocazione con una richiesta di risarcimento e di consegna dei prigionieri. Gli ambasciatori

romani inviati a Taranto per chiedere soddisfazione, ricevettero insulti e la guerra divenne

inevitabile. A sostegno di Taranto, entra in scena Pirro, il re dell'Epiro, che accarezzava sogni di

grandezza. Sbarcato a Taranto nel 280, ottenne una vittoria ad Eraclea, dove per la prima volta la

falange macedone affrontò le legioni romane. Dopo Eraclea, il re promosse con successo una

crociata antiromana comprendente Taranto, Sanniti, Lucani, Bruzii, Apuli, Messapi e Locri e

Crotone, che defezionarono dall’alleanza con Roma. Dopo la vittoria di Pirro ad Ascoli Satriano nel

278 era giunto il momento delle trattative. A mandare a monte le trattative, le parole infuocate di

Appio Claudio che accusò di follia i suoi colleghi e anche l'appoggio promesso dai cartaginesi che

volevano tenere Pirro lontani dai loro possessi siciliani. Cartagine, per mezzo dell'ammiraglio

Magone, siglò nel 278 a.C. un accordo con Roma: le due città si impegnavano a darsi soccorso

contro Pirro e a non trattare accordi separati con questo. Tuttavia, il re Pirro, sbarcò in Sicilia

ottenendo dei primi successi contro Cartagine. Ma fu poco accorto nell'aprire due fronti di guerra

essendo privo di solidi basi in Occidente e questo lo costrinse a ritornare sul continente dove nel

275 subì una sconfitta a Maleventum ad opera di M. Curio Dentato che aveva celebrato due trionfi

su Sanniti e Sabini. Pirro rientrò in Epiro, morì in battaglia in una strada di Argo. Il re aveva lasciato

una guarnigione a Taranto che vi restò fino al 272, quando il suo comandante Milone, ne negoziò

la resa con i romani. Nel 272 si data la presa di Taranto da parte dei romani che pur dichiarandola

libera, lasciarono una guarnigione nella città. Tutto questo accompagnato dalla sottomissione

dell'Italia meridionale. Con le città del Sud si strinsero patti di alleanza, in virtù dei quali esse in

caso di necessità avrebbero fornito navi. I Lucani ricevettero la colonia latina di Paestum (273) e i

Salentini quella di Brindisi. Roma guardava ora alla Sicilia.

2. Roma, Cartagine e le “cose di Sicilia”

Il controllo dell'Etruria e della Magna Grecia sancì l'ingresso dell'Urbe in un quadro

economico su scala mediterranea. Il commercio venne favorito dalle strade romane con le vie

Appia, Salaria, Flaminia, Aurelia, Clodia. La ricchezza nella Roma arcaica era rappresentata dal

bestiame e dal metallo grezzo, pesato perché valido nelle transazioni per il suo valore intrinseco.

Nel 300 a.C. molte comunità italiche impiantarono delle zecche per l'emissione di monete

contrassegnate dalle autorità emittenti. Nel 289 vennero creati i tresviri monetales in qualità di

supervisori della zecca, con sede sul Campidoglio, nei pressi del tempio di Giunone Moneta.

L'emissione di monete vere e proprie si ebbe con la coniazione dell'as librale, moneta rotonda in

bronzo del peso di una libbra, sopravvissuta fino alla II guerra punica. I contatti con città

dall'economia più moderna, costrinsero Roma a dotarsi di una moneta d'argento. L'ingresso di

Roma nell'economia monetaria può essere visto come sintomo di un cambiamento negli assetti

socio-economici dell'Italia antica. Lo sfruttamento in mano a pochi privilegiati di ampie porzioni di

ager publicus e l'estensione delle basi territoriali dell'economia agro-pastorale furono circostanze

che mutarono gli assetti agrari. I primi trattati romano-punici rivelano la salvaguardia di interessi

commerciali, in una prima fase tutti sbilanciati dalla parte dei Puni, poiché alle limitazioni di

commercio e di navigazione dei romani fa riscontro la libertà da parte cartaginese di navigare

liberamente per il Mediterraneo, con il solo vincolo di non attaccare le città latine poste sotto

l’egemonia romana. Polibio parla di un II trattato del 348, con il quale si riconobbe a Cartagine un

monopolio commerciali più ampio che nel precedente accordo, forse perché Roma non mostrava

ancora particolare interesse per i traffici marittimi. Dopo un terzo accordo, nel 306, il quarto trattato

(278 a.C.) è anche il primo che prevede una societas, un'alleanza militare: Cartagine manteneva il

pieno controllo delle rotte mediterranee e non sembra temesse mire della sua alleata sulla Sicilia,

visto che ne avrebbe tollerato la presenza militare sull’isola a scopi difensivi. Invece, proprio la

grande isola sarebbe diventata il dominio contesto tra Cartagine e Roma, tanto che la I guerra

punica è nota nelle fonti come bellum Siculum. Cartagine (“Città nuova”) era stata fondata alla

fine del IX secolo da coloni fenici provenienti da Tiro. La vocazione mercantile delle genti fenice

rese la città punica il centro egemone di un impero commerciale e politico che si estendeva dal

Maghreb alle coste meridionali della Spagna, dalla Sardegna alla Sicilia occidentale. Era

soprattutto una potenza marittima, dotata di una temibile flotta, che in guerra usava gli elefanti e

faceva affidamento sul mercenariato. Roma invece, era stata sostanzialmente una potenza di

terra. Le relazioni tra Roma e Cartagine fino al 264 non erano state ostili. Il casus belli fu la

richiesta d'aiuto dei Mameritini, che assediati a Messina dai siracusani di Ierone II, chiesero aiuto

ai cartaginesi e ai romani. I cartaginesi sarebbero stati più pronti ad inviare un presidio, mentre i

romani tentennarono, alle prese con le discussioni in senato. I Mamertini, per convincere i romani,

si appellarono all'homophylia, cioè l'affinità etnica che li avrebbe uniti ai romani. Questi mercenari

si erano impadroniti di Messina, in un momento per il quale si riconosce l'esistenza di una koinè

culturale osco-italica tra le due sponde dello Stretto. Dopo il fallimento dei tentativi di mediazione,

Appio Claudio, console nel 264, sconfisse Ierone II e i Cartaginesi e si apprestò ad assediare

Siracusa. L'anno dopo M. Valerio tentò l'assedio alle poderose fortificazioni di Siracusa, ma dove

fallì ebbe successo la diplomazia, in quanto Valerio riuscì a staccare Ierone II dall'alleanza punica,

facendone per il futuro un socius. Questa alleanza comportò per Roma il controllo della Sicilia

orientale. L'anno successivo la guerra si spostò nella Sicilia orientale, con le operazioni contro

Agrigento, amica di Cartagine. La città cadde nel 261, lo stesso anno in cui il console Valerio

propose un rafforzamento della flotta romana, che permise la prima vittoria navale nella battaglia

presso Mylae (260). Lo sforzo economico per armare la flotta era enorme, soprattutto dopo

l'affondamento di due flotte al largo di Camarina. Nel 274, l'invio in Sicilia di Amilcare Barca, che

usò l'isola come base per scorrerie, avrebbe avvicinato la minaccia punica al cuore del Tirreno, per

cui si armò un'altra flotta di 200 quinqueremi al comando del console Gaio Lutazio Catulo, che

nel 241 alle isole Egadi riportò la vittoria definitiva. Amilcare, avviò trattative di pace dopo 23 anni

di guerra: ai Cartaginesi fu imposto l'abbandono di tutta la Sicilia e delle isole più il pagamento di

un'indennità di guerra di 3220 talenti euboici. L'effetto della vittoria romana fu l'acquisizione del

primo tassello di quell'impero mediterraneo destinato ad assumere proporzioni ecumeniche.

Sopravvisse il regno di Ierone II; Messina entrò nel novero delle civitates foederate, Panormo,

Segesta, Alesa, Alicia e Centuripe furono dichiarate libere. Quanto al resto del territorio siciliano,

forse ha ricevuto una prima sistemazione provinciali già dall'autorità di 10 legati senatorii che

avrebbero affiancato Lutazio Catulo. Solo nel 227 c'è l'istituzione della provincia Sicilia e fu inviato

a governare il primo pretore nella persona di Gaio Flaminio. Appendice della I guerra punica si

può considerare la conquista romana dell'altra grande isola, la Sardegna perché Cartagine non

riuscì a domare la ribellione dei suoi mercenari (240). Ne trasse profitto Roma per conquistare la

Sardegna. Cartagine si vide aggravato il tributo di guerra e imposta la cessione della Corsica. La

Sardegna era divenuta, saldo possesso romano e nel 227 ricevette il suo primo governatore

provinciale.

3. L’intermezzo

Nel 235 i risultati ottenuti in guerra avevano reso tranquilla la situazione tant'è che a Roma

furono chiuse le porte del tempio di Giano. La pace fu però di breve durata. La fondazione di una

colonia latina a Brindisi, nel 244 aveva gettato le premesse per delle prospettive per il versante

adriatico e per i movimenti militari e commerciali che si svolgevano nel canale di Otranto. Per

allontanare la minaccia illirica tutti fecero appello alla fides di Roma ma furono le proteste dei

negotitatores italici a determinare l'invio di due ambasciatori presso Teuta, regina degli Illiri, che

non solo non ascoltò le richieste di rendere libera e sicura la navigazione nell’Adriatico, ma giunse

a provocare la morte di L. Cornucanio, uno dei due legati. La guerra fu inevitabile. La flotta

romana finì per costringere alla resa la regina Teuta (229), alla quale furono imposti la rinuncia ad

ogni mira sulle città greche della Dalmazia e il pagamento di un tributo. La seconda guerra illirica

venne combattuta nel 219 contro Demetrio di Pharos, personaggio che da amico di Teuta era poi

passato all'alleanza con Roma e che aveva ripreso le azioni piratesche a Pilos e nelle Cicladi.

Cacciato dai due consoli, Livio Salinatore ed Emilio Paolo, trovò rifugio in Macedonia. Prima

dello scoppio della guerra annibalica, Roma completò l'unificazione dell'Italia sotto la sua

egemonia, conquistando la Gallia Cisalpina. Nel 232 il tribuno G. Flaminio Nepote, leader insieme

a M. Claudio Marcello, fece approvare una legge de agro Gallico Piceno virtim dividundo: l'ager

gallico e quello piceno veniva distribuito ai cittadini romani e questo contro il volere dell'oligarchia

senatoria. Dal III sec, il dilemma concernente i modi di utilizzo dell'agro pubblico doveva fare i conti

con l'esigenza di bilanciare l'interrelazione tra la base contadina della società romana e le

necessità che scaturivano dalla politica espansionistica. Dei nuovi orientamenti di politica

economica-coloniaria furono preoccupati i Galli Boi, il cui territorio confinava con quello romano,

per cui essi temettero che Roma li volesse distruggere. I Galli Boi promossero una coalizione di

Insubri e Lingoni e di Gesati, tribù d'oltralpe con cui i Boi si erano trovati spesso in conflitto. Un

tentativo congiunto di Boi e Gesati avanzato nel 236 contro la colonia di Rimini, finì in una guerra.

Le rinnovate agitazioni avevano suscitato a Roma il metus Gallicus, spingendo i romani nel 228 a

far rivivere il rito di seppellire vivi una coppia di Galli e una di Greci nel Foro Boario. La coalizione

gallica si rese operativa nel 225 ma i barbari furono poi sterminati a Talamone. La conquista venne

completata 3 anni dopo con l'occupazione di Mediolanum, tolta agli insubri dal console Cornelio

Scipione dopo la vittoria di Clastidium, riportata nel 222 da Claudio Marcello. Nel 220 Gaio

Flaminio aveva fatto costruire la via da Roma a Rimini, lungo la quale si avviò la penetrazione

romana nell'area padana. Nell'età tra le due guerre puniche si collocano altri importanti eventi. Nel

241 vennero create in Sabina le due ultime tribù rustiche (Velina e Quirina), per un numero

complessivo di 35. Si ebbe inoltre una riforma dei comizi centuriati che furono vincolati

all'ordinamento per tribù. La prima classe venne ridotta a 70 centurie, ciò che ne riduceva il peso

elettorale. Inoltre, la centuria praerogativa si scelse a sorte tra i iuniores della prima classe e non

tra i cavalier. Nel 218 Gaio Flaminio si rese inviso ai nobili per l'appoggio dato al tribuno Q.

Claudio, il quale fece approvare una legge che vietava la magna mercatura ai senatori e ai loro

figli, con il divieto imposto a costoro di armare navi per una capienza superiore alle 300 anfore.

Livio inoltre, aggiunge che Flaminio, forte del favore popolare, ottenne un secondo consolato nel

217.

4. La guerra annibalica

Cartagine si riebbe molto presto dal disastro subito in occasione del primo conflitto con

Roma e poi con la perdita di Sardegna e Corsica, e questo grazie soprattutto all’energica ed

efficace azione politico-militare dei Barcidi. Quando Amilcare Barca si trasferì in Spagna col

genero Asdrubale e il figlio Annibale di 9 anni le intenzioni erano chiare: estendere il territorio

sotto l'egemonia cartaginese e porre le basi per una sorta di regno personale. Asdrubale di fatti,

fondò in Iberia la Nuova Cartagine. Asdrubale, aveva tentato insieme al suocero di promuovere lo

svecchiamento di alcune istituzioni cartaginesi, facendosi promotore di una politica nazionalista e

anti-romana. Asdrubale morì nel 221, lasciando alla guida del piccolo impero cartaginese il

cognato Annibale che voleva riprendere in modo risolutivo il conflitto con Roma. Nel 218 diede

inizio all'assedio di Sagunto. Nel 226 era stato stipulato un accordo con Roma che fissava all'Ebro

il limite alla sfera d'azione cartaginese nella penisola iberica. La dichiarazione di guerra da parte di

Roma venne giustificata dalla presa e distruzione di Sagunto ad opera di Annibale dopo un

assedio di otto mesi. Annibale comprese l'importanza di spostare il terreno del conflitto dalla

penisola iberica, all'Italia. Nel 218 riuscì a sfuggire ai Romani e con i suoi soldati e con gli elefanti

attraversò prima i Pirenei e poi le Alpi, giungendo in Italia. Qui ottenne, con l'appoggio delle

popolazioni celtiche e delle tribù dell'Italia settentrionale, una serie di vittorie, dal Ticino alla Trebbia

(218) al Trasimeno (217). Dopo le tre inaspettate sconfitte, i romani nominarono un dittatore,

Quinto Fabio Massimo. Annibale giunto sull'Adriatico attraverso Umbria e Piceno, scese verso la

Daunia, lasciandosi dietro rovine e saccheggi. Fabio si era attestato in Apulia, ai confini col Sannio,

evitando sempre lo scontro frontale con la guerra di logoramento, che gli valse il soprannome di

“Temporeggiatore”. La situazione non migliorò sotto i consoli L. Emilio Paolo, reduce dalla guerra

contro Demetrio di Faro, e G. Terenzio Varrone, un homo novus. L'anno 216 fu quello del

disastro di Canne dove i romani avevano raccolto i vettovagliamenti e di cui Annibale si era

impadronito. Quando si venne a battaglia, il risultato fu una disfatta senza precedenti: rimasero sul

campo 60 mila romani tra cui 80 senatori, compresi il console Emilio e Minucio, 12 mila furono i

prigionieri. Il territorio italico era stato violato, la classe dirigente falcidiata, l’esercito quasi

annientato. Annibale però, commettendo un errore, si rifiutò di marciare su Roma, preferendo

ripiegare su Capua. La battaglia di Canne sembrò dare il via ad una sollevazione dell'Italia contro

l'Urbe: con un rovinoso effetto-domino, defezionarono Apuli, Brettii, Sanniti, Taranto, Eraclea, Thurii

e Metaponto; in Sicilia pure Siracusa abbandonò l’alleanza romana. Nel 215 Annibale siglò un

trattato con Filippo V di Macedonia coinvolgendo l'area balcanica nella sua guerra con Roma. La

prima guerra macedonia si conclude nel 205 con la pace di Fenice che confermava il

protettorato romano in Illiria. Nel 215 Roma fu in grado di arruolare 14 legioni e nel 207 ben 23

legioni. Dal 214 in poi, tutti gli sforzi dei generali romani furono volti alla riconquista dell'Italia che

aveva defezionato a favore di Annibale. Nel 211 fu espugnata Capua e nel 209 Taranto. Tra le

eredità lasciate da Annibale in Italia, va ricordato l'ampliamento dell'ager publicus, in quanto i

popoli e le città che avevano defezionato a favore del condottiero ebbero confiscati i propri territori,

vennero cioè agro multatae. In Campania si formò il ricco ager campanus. Nel 209 12 fra le 30

colonie latine si dichiararono a corto di mezzi e di uomini per far fronte alle richieste dei consoli. Gli

stessi anni videro anche la fine dell'indipendenza della Sicilia greca, dopo che Claudio Marcello,

riuscì ad espugnare Siracusa, che morto Ierone II aveva finito col ribellarsi. Il console abbandonò

la città a un saccheggio, durante il quale perse la vita lo scienziato Archimede. Anche Agrigento

cadde per mano di M. Valerio Levino. La guerra sul fronte iberico, condotta dagli Scipioni, dal 209

dal giovane Africano, diede i suoi frutti con la presa di Nuova Cartagine e la battaglia di Ilipa, due

eventi che valsero a consegnare questi territori ai romani. Asdrubale venne vinto e ucciso sul

Metauro, in prossimità di Sena Gallica dall'esercito guidato dal console Claudio Nerone (207).

L'ultima fase della guerra è dominata dalla figura di P. Cornelio Scipione che dal 210 si era

distinto in Spagna in qualità di proconsole e fondando Italica, prima colonia romana in Spagna.

Scipione, che già in Spagna progettava il trasferimento della guerra in suolo africano, dovette

scontrarsi con il senato. L'appello ai comizi, servì a Scipione strappare l'assenso al senato, che gli

conferì il comando di 2 legioni di stanza in Sicilia. Sbarcato a Utica, Scipione ottenne il primo

successo, cosa che induce i cartaginesi a richiamare Annibale dall’Italia. L'arrivo in Africa del

condottiero punico, manda a monte i negoziati di pace che erano stati avviati tra il senato e la città

di Cartagine. Lo scontro epocale si svolse nel 202 a Zama, in cui le forze nemiche furono quasi

annientate. Decisive furono le intuizioni di Scipione, che aveva saputo adeguare l'esercito romano

alle novità tattiche e strategiche su cui Annibale aveva costruito le vittorie. Dopo una sconfitta, lo

stesso generale cartaginese, esortò il senato cartaginese a chiedere la pace: fu imposto a

Cartagine la consegna di tutte le navi da guerra e di tutti gli elefanti, il pagamento di un'indennità di

10.000 talenti e il divieto di condurre una politica estera autonoma, poiché ogni guerra dichiarata

da Cartagine non poteva farsi se non con il preventivo consenso di Roma. Emerge la tendenza da

parte di Roma ad appoggiare a re clienti per controllare aree lontane. Qualcuno ha parlato di

imperialismo romano anche a proposito della seconda guerra punica. In età post-annibalica si situa

il processo di concentrazione fondiaria in mano a pochi ricchi e che riguardò le fertili terre, specie

la Campania. Ingenti furono le perdite in termini demografici, privando la terra di molte braccia

indispensabili ai processi produttivi.

SEZIONE III – L’ETA’ DELLA CONQUISTA

CAPITOLO 1 – ROMA NEL MEDITERRANEO

A) Roma nell’Oriente ellenistico. La crisi del regno d’Egitto

La pace di Fenice (206) aveva posto fine alla prima guerra di Macedonia e aveva

consentito ai romani di indirizzare tutte le loro risorse contro Annibale, ma non aveva spento i

risentimenti nei confronti del re macedone Filippo, che approfittò della pace per rivolgere in un'altra

direzione le sue mire di conquista. Nel 204, la morte di Tolomeo IV e la successione di Alessandra

di un re bambino, il piccolo Tolomeo V, aggravò la crisi di Egitto. L'equilibrio fra le principali dinastie

sembrava spezzarsi (Antigonidi, Seleucidi e Tolomei). Ai sovrani di Macedonia e di Siria, Filippo V

e Antioco III, la tradizione attribuisce un accordo per spartirsi il regno tolemaico. Antioco III riprese

l'offensiva in Celesiria e con la vittoria di Panion nel 200, la sottrasse all'Egitto. Dal canto suo,

Filippo V nel 202 conquistò posizioni in Tracia e nell'area degli Stretti. Nel 201 registrò successi

nelle Cicladi, impadronendosi anche della flotta tolemaica a Sarno, ma si attirò l'ostilità di Rodii e

Pergameni che lo affrontarono nelle due battaglie di Chio e Lade. Nel 201 ambasciatori di Rodi e di

Pergamo invocarono il soccorso dei romani contro Filippo V.

La seconda guerra macedonica

Al loro appello si aggiunse poi quello degli Ateniesi. Ad Atene erano stati condannati a

morte due Acarnani colpevoli di aver partecipato alle celebrazioni dei Misteri di Eleusi senza

essere iniziati. Gli Acarnani avevano ottenuto la collaborazione di Filippo per un'azione di

rappresaglia contro Atene. A Roma, in un primo tempo, il popolo respinse la proposta di dichiarare

guerra a Filippo e ai Macedonia. In un secondo tempo grazie al console del 200 Publio Sulpicio

Galba la proposta fu accettata, riuscendo ad ottenere il voto favorevole dei comizi. Né Sulpicio

Galba né il suo successore, il console del 199 Villio Tappulo, riportarono successi su Filippo.

Galba però rinnovò l'alleanza con gli Etoli. Più fortunato fu il console del 198, Tito Quinzio

Flaminio, che riuscì a penetrare in Tessaglia sloggiando Filippo dalle posizioni che aveva

occupato sulle gole dell'Aoo. Nel 198 Flaminio portò dalla sua parte gli Achei offrendo loro la

restituzione di Corinto. Fece quindi, fallire le trattive di pace con Filippo e nel 197 sconfisse la

falange macedone sulle alture di Cinoscefale, in Tessaglia.

La pace con Filippo V e l’ira degli Etoli

I rapporti tra Romani ed Etoli iniziarono a declinarsi dopo la battaglia decisiva e soprattutto

si scontrarono intorno all'assetto da dare alla Grecia: gli Etoli insinuarono che Flaminio fosse stato

corrotto dal re macedone. Mentre gli Etoli, aspiravano alla destituzione di Filippo V, per prendere il

posto alla guida di una Grecia liberata dal dominio macedone, Flaminio non intendeva sostituire

un'egemonia etolica a quella macedone e riteneva la Macedonia insostituibile. Filippo V accettò di

ritirarsi da tutta la Grecia e avrebbe anche restituito agli Etoli le città di cui aveva rivendicato il

possesso. Flaminio però era a disposto a concedere agli Etoli solo Tebe Ftie che era stata presa

con la forza. Alle proteste degli Etoli, Flaminio replicò sostenendo che il trattato del 211 era stato

annullato dalla pace separata del 206 fra gli Etoli e Filippo V. Così il contrasto con gli Etoli si fece

insanabile. A Filippo, invece, Flaminio si affrettò a spianare la via verso la pace e a Roma il senato

e il popolo approvarono gli accordi di pace con Filippo.

La liberazione della Grecia (196 a.C.)

Flaminio si sforzò di applicare il principio della libertà dei Greci. Intendeva smentire con i

fatti le calunnie degli Etoli, secondo cui la liberazione dei Greci rischiava di tradursi nel passaggio

da un padrone all'altro. In occasione degli Agoni Istmici del 196, nei pressi di Corinto, Flaminio fece

proclamare la libertà e l'autonomia dei Greci, esentandoli dal pagamento di tributi e dall'obbligo di

ospitare guarnigioni. Il pubblico reagì con manifestazioni di riconoscenza.

La guerra contro Nabide di Sparta e l’abbandono della Grecia

I rapporti con gli Etoli e con Antioco III si facevano sempre più tesi. Nel 195 Flaminio

dichiarò guerra a Nabide di Sparta senza il consenso degli Etoli. Il re spartano rappresentava una

spina nel fianco per il dominio acheo nel Peloponneso e durante la seconda guerra macedonica,

Filippo V gli aveva ceduto Argo e lui si era affrettato a farsene riconoscere il possesso da Flaminio,

tradendo Filippo e siglando una tregua con gli Achei. Alla fine della guerra, a Nabide si impose di

abbandonare Argo ma la soluzione che lasciava Sparta nelle mani del tiranno non soddisfaceva gli

Achei. Nel 195 Flaminio intervenne negli affari interni delle città greche. Nel 194, poi ritirart le

guarnigioni che ancora occupavano l'Acrocorinto, Demetriade e Calcide, ricondusse l'esercito in

Italia dopo aver esortato i Greci alla concordia.

Verso la guerra contro Antioco III e gli Etoli

Gli Etoli, individuarono in Antioco III il vero liberatore della Grecia. Già durante la guerra

contro Filippo, Rodii e Romani si erano sforzati di contenere l'avanzata del re seleucide con le armi

della diplomazia. Nel 197, Antioco III muoveva alla conquista dell'Asia minore. I Rodii gli avrebbero

imposto di non superare capo Chelidonio e all'arrivo della notizia della vittoria romana nella

battaglia di Cinoscefale, trovarono un accordo con Antioco. Agli Agoni Istmici del 196, Flaminio

aveva intimato agli ambasciatori seleucidi di non attaccare le città autonome d'Asia e soprattutto di

non passare in Europa con l'esercito. Nelle fasi successive delle trattative fra il re e i Romani, si

scontrarono visioni inconciliabili. Antioco rivendicava la legittimità della sua aspirazione a riportare i

confini del regno ai limiti toccati con la vittoria di Seleuco su Lisimaco, nel 281 e negava ai Romani

il diritto di intromettersi negli affari dell'Asia. I Romani contrapponevano una loro geografia

dell'apprensione che considerava il passaggio del re in Europa una minaccia nei loro confronti.

Raggiungere un compromesso non sarebbe stato facile. Al precipitare degli eventi avrebbe

contribuito l'esilio di Annibale, rifugiatosi presso Antioco dopo essere stato costretto ad

abbandonare Cartagine per il timore che i suoi avversari interni lo consegnassero ai Romani.

Annibale avrebbe esortato Antioco a fare ogni sforzo per attirare dalla propria parte Filippo V.

Nessuno però era disposto a rinunciare alle proprie ambizioni. A Filippo, Antioco III avrebbe offerto

tremila talenti e cinquanta navi da guerra, oltre alla restituzione di tutte le città greche che aveva

occupato in precedenza; ma il re macedone non se ne fidò. A spingere Filippo V fra le braccia dei

Romani contribuì l'adesione di Aminandro d'Atamania alla coalizione a guida seleucide e la

promessa del regno di Macedonia a suo cognato, un certo filippo di Megalopoli.

La guerra contro Antioco e gli Etoli

Nel 192 Antioco sbarcò a Demetriade per guadagnarsene l’alleanza. La scarsità delle

truppe seleucidi non favorì l'adesione dei Greci che accolsero con prudenza e freddezza gli appelli

del re e degli Etoli. Antioco, conquistata Calcide, nel 191 fu messo in fuga dalle truppe del console

Manio Acilio Glabrione. Il re tornò in Asia. La guerra di sdoppiò. Ai romani interessava portare il

colpo decisivo contro Antioco. Il console del 190, Lucio Cornelio Scipione, concesse una tregua

agli Etoli per trovare un accordo con il senato e mosse verso l'Asia. Attraversò la Macedonia e la

Tracia grazie alla collaborazione di Filippo V. Nel frattempo, le vittorie navali, riportate a Corico

sull'ammiraglio Polissenida nel 191, a Side su Annibale, e a Mionneso nel 190 avevano

consegnato il dominio del mare alla flotta romana. Antioco dovette ritirare la guarnigione di stanza

a Lisimachia. Ai Romani, sbarcati in Asia, il re presentò un'offerta di pace che fu considerata

insufficiente. La battaglia decisiva si svolse presso Magnesia del Sipilo e vide la disfatta delle

truppe seleucidi.

La pace con Antioco e la guerra contro i Galati

Antioco aprì le trattative di pace. Gli si impose di abbandonare l'Europa e tutta l'Asia a nord

del Tauro; di farsi carico delle spese di guerra e di consegnare ai Romani Annibale e alcuni leaders

greci che avevano seguito Antioco in Asia. Costretto ad accettare, il re ottenne una tregua. A Lucio

Cornelio Scipione, era subentrato nel frattempo, nel 189 il console Gneo Manlio Vulsone. Vulsone

sconfisse dapprima i Tolistobogii al monte Olimpo e quindi Tectosagi e Trocmi al monte Magaba.

Nel 188, ad Apamea, concluse la pace con Antioco. L'Asia minore nord-occidentale fu concessa ad

Ecumene di Pergamo, solo la Licia e la Caria a sud del Meandro andarono ai Rodii. Il ritorno in

Europa di Vulsone fu funestato dagli attacchi dei Traci, che gli sottrassero parte del bottino

accumulato in Asia. Rientrato a Roma fu accusato di aver tentato di costringere Antioco a

riprendere le ostilità e di aver mosso guerra ai Galati di propria iniziativa. Si difese affermando che

i Galati avevano combattuto con Antioco nella battaglia di Magnesia e costituivano una minaccia

per le città greche dell'Asia Minore e ottenne così l'onore del trionfo.

La pace con gli Etoli

In Grecia le trattative di pace con gli Etoli procedevano con lentezza. La pace fu raggiunta

solo nel 189 con la resa di Ambracia, assediata dal console Marco Fulvio Nobiliore. Il trattato

obbligava gli Etoli a riconoscere il dominio del popolo romano. Inoltre, dovettero rinunciare a città e

territori, consegnare disertori, schiavi fuggitivi e prigionieri. A garanzia degli impegni presi, fornirono

40 ostaggi.

Gli ultimi anni di Filippo V

A Filippo V l'alleanza con i romani contro Antioco e gli Etoli era valsa la restituzione del

figlio Demetrio e la remissione del residuo dell'indennità di guerra. Aveva inoltre, recuperato

Demetriade e aveva conservato il controllo di fortezze in Atamania. Si era impadronito di Eno e

Maronea, in Tracia e aveva intrapreso una politica vigorosa per aumentare le risorse economiche e

demografiche del regno. Dal 185 il senato prestò ascolto alle ambascerie di Tessali, Perrebi ed

Atamani, venuti a lamentarsi del dominio di Filippo a Roma. Al re fu imposto di liberare le città

rivendicate dai suoi rivali. I rapporti si deteriorarono quando a Filippo venne imputato il massacro

dei capi della fazione filopergamena di Maronea. In sua difesa, il re inviò a Roma il figlio Demetrio.

Nel 183, in senato, in principe dovette affrontare molte accuse. Il senato affermò che solo grazie a

Demetrio e alla sua amicizia verso il popolo romano, Filippo ne aveva ottenuto l'indulgenza. Al

ritorno di Demetrio, il favore dei Romani nei suoi confronti ne fece il punto di riferimento e gli attirò

questo l'ostilità del fratello Perseo, erede delle tradizionali aspirazioni della dinastia, che se ne

sentiva minacciato Gli appelli alla concordia che Filippo avrebbe rivolto ai figli con toni accorati

risultarono vani. Nel 180 il re dovette decidersi e mise a morte Demetrio. Un anno più tardi, alla

sua morte, fu Perseo a succedergli.

Perseo e la terza guerra di Macedonia

Il nuovo re macedone ottenne il riconoscimento del senato. L'acheo Callicrate nel 174

indusse i suoi connazionali a respingere la proposta di Perseo di riallacciare le relazioni

diplomatiche con la Macedonia. Nei suoi primi anni di regno, Perseo aveva adottato misure

improntate sulla riconciliazione, con la proclamazione di un’amnistia e sforzandosi di instaurare

rapporti amichevoli con tutti i Greci. Con i Beoti, egli riuscì a stringere persino un trattato di

alleanza. Perseo però, fu accusato di aver provocato il naufragio di due politici beoti diretti a Roma

per denunciare al senato l'accordo con il re macedone. Sulla via della guerra, furono decisive le

accuse rivolte contro la dinastia macedone dal re di Pergamo. Nel 172, Eumene rimproverò a

Filippo l'omicidio del figlio Demetrio, contrario alla ripresa della guerra contro i Romani, e l'alleanza

con i Bastarni e con Perseo. E Perseo, affermò, di avere ereditato la guerra preparata dal padre. Il

nuovo re era temuto e rispettato, e nel mondo greco godeva di una popolarità alimentata

dall’ostilità ai Romani. Aveva stretto alleanze matrimoniali con Seleuco IV, figlio di Antioco III, e

con Prusia di Bitinia. Eumene, gli imputò anche ingenti preparativi per la guerra e la

sottomissione della Tracia. L'ambasceria di Eumene suscitò i sospetti di Perseo e dei Rodii che

temevano di essere stati accomunati ai Macedoni nelle accuse del re di Pergamo. Sulla via del

ritorno, a Delfi, Eumene rimase ferito. Deciso alla guerra, il senato inviò una legislazione ad

assicurarsi il favore dei Greci. Marcio Filippo concesse a Perseo di inviare una vana ambasceria

a Roma. Marcio Filippo indusse le città di Beozia a rinnegare il trattato con Perseo. Solo Aliarto,

Tisbe e Coronea si mantennero fedeli al re. L'inattesa vittoria della cavalleria macedone nel primo

scontro, presso Larissa, suscitò fra i Greci manifestazioni di entusiasmo. Nei primi anni di guerra, i

comandanti romani si segnalarono più per gli abusi nei confronti delle città greche che per i

successi sui Macedoni. A riportare la vittoria decisiva, a Pidna, fu il console del 168 Lucio Emilio

Paolo. Perseo sconfitto, si diede alla fuga, arrivando fino a Samotracia e dovette infine

consegnarsi al comandante della flotta romana, Gneo Ottavio.

La sistemazione della Macedonia e la resa dei conti in Grecia

Il regno di Macedonia fu diviso in 4 repubbliche. Le misure volte ad impedire ogni sussulto

che potesse rimettere in discussione il nuovo assetto della regione culminarono nella deportazione

in Italia dell’intera classe dirigente antigonide. La punizione più dura però tocco ai Molossi, un

popolo dell'Epiro passato dalla parte dei Macedoni durante la guerra: la regione fu saccheggiata

sistematicamente, settanta città furono distrutte, e 150 mila uomini ridotti in schiavitù. In Grecia, la

fine di Perseo segnò il trionfo dei politici filoromani e con la collaborazione di Emilio Paolo essi si

sbarazzarono dei loro avversari interni. Ai Rodii, colpevoli di aver tentato una mediazione fra Roma

e Perseo, fu imposto di condannare a morte l'intera classe dirigente filomacedone. Un pretore,

Publio Iuvenzio Talna, si spinse a proporre al popolo di dichiarare guerra ai Rodii. Solo un'attività

diplomatica portò nel 164 ad un trattato di alleanza con Roma

Antioco IV e la sua successione

La vittoria su Perseo inaugura una nuova fase nella storia del bacino mediterraneo e il

senato non ha più remore nell'imporre la propria volontà. Il primo a farne le spese fu il re di Siria

Antioco IV che dovette bruscamente abbandonare l'Egitto. Pur umiliato, Antioco IV non rinunciò a

celebrare la campagna d'Egitto e nel 166 organizzò a Dafne, presso Antiochia, una festa religiosa.

La processione che la aprì inquietò i romani. Antioco IV morì nel 164 durante una spedizione

orientale. Approfittando della successione al trono di un bambino di 9 anni, Antioco V, e della

precarietà della posizione del suo tutore, Lisia, il senato inviò in Siria una legislazione capeggiata

da Gneo Ottavio che impose il rispetto delle clausole militari del trattato di Apamea, affondando

le navi ed uccidendo gli elefanti da guerra seleucidi. L'uccisione di Gneo Ottavio da parte di un

fanatico religioso a Laodicea incoraggiò il principe seleucide Demetrio, figlio di Seleuco IV a

fuggire dall'Italia. Giunto in Siria, riuscì a prendere il potere, mettendo a morte il reggente Lisia. Il

senato accettò il fatto compiuto, ma rifiutando la consegna dell'assassino di Gneo Ottavio, mostrò

di voler continuare a tenere sotto scacco Demetrio I.

Tensione con Eumene II

Eumene di Pergamo, accusato di aver aperto trattative con Perseo, cadde in disgrazia.

Nel 167 gli fu imposto di abbandonare l'Italia. Il senato si mostrò disponibile a prestare ascolto ad

ogni lamentale dei rivali di Eumene. La crescente ostilità romana, gli avrebbe procurato però il

favore dei Greci. Non ebbe successo neanche il tentativo di subornare contro il re il fratello Attalo,

che preferì attendere il corso naturale degli eventi e ascese al trono solo nel 159, alla morte di

Eumene.

La Grecia dopo Pidna

In Grecia, i politici filoromano esercitarono il loro dominio in forme tiranniche. Carope

avrebbe istituito per esempio un regime di terrore. Solo la morte di questi tiranni, secondo Polibio,

nel 159 avrebbe consentito il ritorno della concordia. L'acheo Callicrate morì nel 149 quando le

vittime delle sue denunce avevano potuto fare ritorno in patria.

Andrisco e la quarta guerra di Macedonia

La destabilizzazione della Macedonia, divisa in quattro repubbliche, non mancò di suscitare

accesi conflitti civili. Nel 149, un avventuriero, presentandosi come figlio di Perseo e assumendo il

nome di Filippo assunse il controllo della regione e sconfisse un esercito romano guidato da

Publio Iuvenzio Talna. Dopo una resistenza, Andrisco sembra aver ottenuto il sostegno dei

Macedoni. La sua sconfitta a Pidna nel 148 per mano di Quinto Cecilio Metello portò alla

provincializzazione della Macedonia, a una stabile presenta militare romana.

La guerra acaica e la distruzione di Corinto

Una crisi si apriva nel Peloponneso, originata dal conflitto fra le aspirazioni egemoniche

della Lega achea e il tenace attaccamento alla libertà degli Spartani. Al motivo del contrasto fra

egemonia e libertà, sembra intrecciarsi un piano meno nobile, quello dell'avidità e della corruzione

che portò allo scontro fra Callicrate e lo spartano Menalcida. Nel 149, la questione fu portava

davanti al senato dove si confrontarono Menalcida e Diedo. Gli Achei ripresero l'ostilità senza

riuscire a imporre a Sparta la sottomissione alla Lega. Giunto a Corinto, nel 147, il legato romano

Lucio Aurelio Oreste comunicò la decisione del senato: non solo Sparta, ma anche Corinto, Argo,

Eraclea, Orcomeno dovevano abbandonare la Lega achea. Lo smembramento dello stato federale

apparve intollerabile alla popolazione di Corinto. In un primo scontro con le truppe di Cecilio

Metello presso Scarfea, dove gli Achei si erano recati per ridurre all'obbedienza Eraclea, rimase

ucciso Critolao. Il suo successore, Dieo, guidò gli Achei nella battaglia decisiva, di fronte a Corinto

e fu sconfitto nel 146 dal console Lucio Mummio. Corinto fu saccheggiata e distrutta. La Lega

achea fu sciolta. Polibio ritornato da Cartagine, collaborò con Mummio impegnandosi in una

mediazione fra i Romani e i suoi connazionali vinti.

Il testamento di Attalo III, la tivolta di Aristonico e l’istituzione della provincia d’Asia

Nel 133 morì l'ultimo re attalide, Attalo III lasciando il regno in eredità al popolo romano. Un

certo Aristonico, forse figlio illegittimo di Eumene II, rivendicò il regno, assumendo il nome di

Eumene III. Dopo alcuni successi, Aristonico fu però vinto e catturato da Marco Perperna, il

console del 130. Al suo successore Manio Aquilio toccò il compito di reprimere le ultime sacche di

resistenza e organizzare la provincia d'Asia. Le città sembrerebbero per la maggior parte essersi

schierate con i Romani e aver opposto resistenza alle truppe di Aristonico. All'interno della

provincia, alcune città premiate per la fedeltà a Roma, ottennero lo statuto privilegiato della libertà

ma neppure le città libere potevano sfuggire all'avidità dei publicani.

B) L’Occidente mediterraneo. Dalla sconfitta di Annibale alla terza guerra punica e

alla distruzione di Cartagine

In Africa, il trattato di pace che concluse la guerra annibalica concedeva ai Cartaginesi di

mantenere il controllo sulle città e sui territori posseduti prima della guerra; nel contempo

imponeva di restituire a Massinissa, re di Numidia, tutte le città e i territori già appartenuti ai suoi

antenati. A Cartagine, era stato fatto divieto di muovere guerra in Africa senza l'autorizzazione

romana. Massinissa tentò di approfittare dell’ambigua definizione dei confini, della paralisi militare

imposta ai suoi rivali e del favore del senato. Eletto nel 196 alla più alta magistratura della città,

Annibale con il sostegno dell'assemblea intraprese un programma di democratizzazione delle

istituzioni. Combatté inoltre, con vigore il peculato e gli arricchimenti illeciti dei magistrati

attirandosene l'ostilità. Per liberarsene, i suoi nemici fecero appello a quei senatori romani con i

quali intrattenevano rapporti, accusando Annibale di aver stabilito contatti segreti con Antioco III.

Ottennero così l'invio di una legislazione senatoria che giunta a Cartagine avrebbe dovuto imporre

la condanna di Annibale. Per non suscitare sospetti, come scopo ufficiale della missione, i legati

avrebbero dichiarato la volontà di fare da mediatori fra Cartagine e Massinissa. Annibale però capì,

fuggì per mare, recandosi presso Antioco III. Nel 193, l'ambasceria cartaginese inviata in senato

per denunciare i progetti di Annibale doveva anche lamentare le provocazioni di Massinissa.

Ottenne l'invio di una legislazione romana in Africa di cui faceva parte Scipione Africano. I

Cartaginesi tentarono di contendere a Massinissa il favore del senato. Offrirono in dono il grano

che i Romani aveva chiesto di poter acquistare per l'esercito e inoltre, proposero di armare una

flotta., e di pagare immediatamente le rate residue della pesante indennità di guerra. Tutte le loro

offerte furono respinte dal senato. La competizione fra il re e la città per il favore del senato si

ripeté in termini simili al tempo della terza guerra di Macedonia. Massinissa prima dell'apertura del

conflitto nel 174 non si era lasciato sfuggire l'occasione di accusare i Cartaginesi di intrattenere

relazioni con Perseo. Continuava l'avanzata militare sul territorio contesto. Nel 172, un'ambasceria

cartaginese supplicò il senato di volervi porre fine. In risposta ottenne dichiarazioni di imparzialità. I

rapporti si fecero più tesi, fino a quando nel 151 a Cartagine presero il sopravvento i fautori di una

linea politica decisa nella difesa dell'autonomia. Nel 151 un esercito Cartagine agli ordini di

Asdrubale, mosse contro Massinissa. Si trattava di una violazione delle clausole militari del

trattato di pace con Roma. La sconfitta di Asdrubale risvegliò il timore della reazione romana e

produrre un rivolgimento politico a Cartagine. Asdrubale e gli altri responsabili furono condannati a

morte. Nel 149 a Cartagine giunse la notizia della deditio in fidem di Utica e la città avrebbe potuto

così fornire una base su cui condurre le operazioni di guerra. I Cartaginesi si affrettarono a inviare

in senato ambasciatori. Quando l'ambasceria giunse a Roma, trovò che la guerra era stata decisa,

e le legioni erano in viaggio per l’Africa. Per evitare il peggio, gli ambasciatori si videro costretti alla

deditio in fidem. Il senato li lodò concedendo loro libertà e autonomia. Però, si impose loro di

inviare a Lilibeo in ostaggio 300 giovani e di obbedire agli ordini dei consoli. Al ritorno degli

ambasciatori, a Cartagine si procedette alla scelta degli ostaggi. All’approdo dei consoli a Utica, gli

ambasciatori inviati da Cartagine ricevettero l’ordine di consegnare tutte le armi e solo a questo

punto i consoli svelarono l'ordine del senato di distruggere la città di Cartagine per ricostruirla

nell'interno, a dieci miglia dal mare. Al ritorno in città, gli ambasciatori cartaginesi dovettero

affrontare l'ira dei concittadini. I cartaginesi allora, adottarono le misure estreme: liberarono gli

schiavi, annullarono la condanna a morte di Asdrubale, e gli conferirono ufficialmente il comando di

ventimila uomini; la città fu trasformata in un’officina e tutte le energie della popolazione furono

indirizzate alla fabricazione delle armi. L’accanita resistenza dei Cartaginesi si protrasse fino al

146. Fu Scipione Emiliano, eletto console nel 147 a conquistare Cartagine. La popolazione fu

ridotta in schiavitù, la città saccheggiata e distrutta. Il territorio di Cartagine fu così trasformato

nella provincia d'Africa.

Le guerre nella penisola iberica fino alla distruzione di Numanzia

La riduzione a provincia della penisola iberica è attribuita a Scipione Africano che

abbandonò la regione nel 206, dopo averne scacciato i Cartaginesi; dal 197 il numero dei pretori fu

elevato a 6 per destinarne due alle province spagnole, Hispania citerior ed Hispania ulterior.

L’affermazione del dominio romano sulle popolazioni indigene della regione richiese un impegno

militare tenace e costante, protrattosi per decenni. I generali romani, avidi di gloria e di bottino,

estendevano il conflitto a gruppi etnici sempre nuovi. Nel primo terzo del secolo, una particolare

importanza sembra aver rivestito, sia sul piano militare sia su quello amministrativo, la campagna

di Catone, console nel 195 a.C. Fra 180 e 178, i conflitti militari si riducono significativamente; i

risentimenti nei confronti degli abusi dei governatori sembrano non sfociare più nella rivolta

armata, ma incanalarsi lungo le vie della diplomazia: un’evoluzione che indica la progressiva

accettazione della legittimità del dominio romano. Dopo un decennio di tranquillità, le ostilità

ripresero dal 154 contro i Lusitani e i Celtiberi. Marco Claudio Marcello riuscì a sedare una

pericolosa rivolta dei Celtiberi e concesse loro il ritorno alle condizioni stabilite a suo tempo da

Tiberio Gracco. Il console successivo, Lucullo nel 151 attaccò i Vaccei senza autorizzazione del

senato. L'anno successivo, raggiunse Servio Sulpicio Galba; macchiarono i successi riportati con

un altro massacro contro i Lusitani. A Roma, Galba si sottrasse alla punizione per questo atto di

perfidia. Viriato riportò le sue vittorie sugli eserciti romani nel 147 contro i Lusitani, siglando nel

140 un trattato di pace che i Romani non rispettarono. Fu ucciso a tradimento nel 139. il suo

successore, Tautalo, consegnò le armi ottenendo in cambio della pace terra per i suoi uomini. Nel

144 o 143 a Viriato era riuscito di indurre alla rivolta anche i Celtiberi. La guerra contro di loro si

protrasse. I romani, ridotti alle strette, conclusero trattati che a Roma ci si rifiutò di ratificare. A

concludere la guerra fu Scipione Emiliano, eletto di nuovo console nel 134. Nel 133 i Numantini

gli si arresero, molti si uccisero e la città fu distrutta su iniziativa di Scipione.

Le guerre contro i Galli e i Liguri

Nell'Italia settentrionale, le popolazioni celtiche avevano accolto bene l'opportunità offerta

da Annibale di tentare di scrollarsi di dosso il dominio romano. Le colonie latine di Piacenza e

Cremona, nel 200 vengono attaccate da una coalizione di Insubri, Cenomani, Boi e Liguri guidati

da Amilcare. Piacenza fu data alle fiamme. A Cremona il pretore Lucio Furio Purpurione

avrebbe riportato una vittoria. Negli anni successivi, i romani ripresero la pressione contro i

Cenomani, Insubri e Boi e iniziarono a punteggiare di colonie la pianura padana. A nord del Po,

Insubri e Cenomani sembrano aver ottenuto dei trattati in forza dei quali poterono mantenere la

loro identità e il controllo dei territori; a sud del fiume, di Boi e Senoni spariscono le tracce, tanto

che sembra legittimo pensare a una completa espulsione, un’atroce pulizia etnica. Spesso le

guerre liguri si erano fuse con quelle galliche. I Liguri, tuttavia, seppero resistere più a lungo,

anche grazie alla natura prevalentemente montuosa del loro territorio. Anche le guerre contro i

Liguri conobbero episodi di crudeltà spietata, che in senato finì per condannare: è il caso della

riduzione in schiavitù degli Statellati. Anche fra i Liguri, la conquista fu consolidata con la

deduzione di colonie: nel 180 toccò a Lucca, nel 177 a Luna. Al nuovo assetto del territorio

contribuì anche la via Postumia tracciata nel 148 e che andava da Genova ad Aquileia, la si è

definita una strada per la romanizzazione.

CAPITOLO 2 – ECONOMIA E SOCIETA’

La legge agraria di Tiberio Gracco

Tiberio Sempronio Gracco, figlio dell'omonimo console e di Cornelia, una figlia di

Scipione Africano, fu eletto tribuno della plebe ed entrò in carica nel 134. Presentò un progetto di

legge agraria che imponeva un limite di 500 iugeri all'occupazione di ager publicus, la terra di

proprietà demaniale. Una commissione triumvirale avrebbe dovuto provvedere all'applicazione

della legge, confiscando l'ager publicus posseduto in eccesso e redistribuendolo ai poveri in lotti di

30 iugeri. I lotti assegnati sarebbero dovuti essere inalienabili. Questa clausola mirava ad impedire

che i potenti vecchi possessori si riappropriassero rapidamente delle terre confiscante. Tiberio

sarebbe partito dall'affermazione del principio secondo cui tutti i cittadini dovevano poter godere

dei beni pubblici; solo così tutti sarebbero stati realmente ben disposti nei confronti dello stato.

Diversa era però la condizione dei poveri, ridotti ormai in condizioni disperate. Il loro drammatico

impoverimento avrebbe portato con sé una grave crisi demografica. Tiberio invitava i ricchi a voler

concedere la terra a quanti allevavano figli, accontentandosi per il momento dell’indennizzo previso

dalla legge, e procurandosi per il futuro i vantaggi in termini di gloria e di ricchezza che sarebbero

derivati dall’estensione dell’impero. Ai contadini-soldati romani e italici, il ceto che aveva compito la

conquista e che andava ora protetto, Tiberio contrapponeva gli schiavi che ne avrebbero preso il

posto nelle campagne. Tiberio avrebbe preso coscienza della gravità della situazione

attraversando l'Etruria quando si recò in Spagna: la regione gli apparve spopolata, i contadini e

pastori erano tutti schiavi barbari. Era necessario ristabilire i piccoli proprietari, immediatamente

arruolabili in caso di necessità.

La prima rivolta degli schiavi in Sicilia

La rivolta servile presentata da Diodoro Siculo come la più grande rivolta degli schiavi. In

una prima fase, gli schiavi pastori, spinti dall'avidità dei loro crudeli padroni, che non li rifornivano

né di vesti né di cibo, si erano dati alle rapine; col tempo, avrebbero preso di mira non più solo i

viandanti isolati, ma le fattorie e gli insediamenti rurali più indifesi, diffondendo l’insicurezza in tutta

l’isola. In questo clima di insicurezza maturò la rivolta vera e propria partita dagli schiavi de crudele

Damofilo, uno schiavo siriano. Occupata Enna, una banda di 400 schiavi armati, ne sterminò la

popolazione. Euno assunse la guida della rivolta assumendo il titolo di re con il nome di Antioco. In

breve, il numero degli insorti sarebbe cresciuto, fino ad arrivare a molte decine di migliaia. Gli

eserciti dei ribelli riuscirono ad impadronirsi di alcune città. Solo nel 132 il console Rupilio poté

occupare a tradimento, Tauromenio ed Enna. La rivolta era durata più di cinque anni.

L’opposizione alla legge agraria fino alla morte di Tiberio Gracco

La ferma opposizione dei ceti che occupavano grandi estensioni di ager publicus, si

espresse attraverso il veto posto dal tribuno della plebe Ottavio, impedì più volte la votazione del

progetto di legge (rogatio Sempronia agraria). Alla fine però, Tiberio, contando sul favore del

popolo, forzò la situazione invitando la plebe a votare la deposizione del suo rivale, in base al

principio per cui il popolo che aveva concesso la carica, aveva anche il potere di revocarla al

magistrato che si opponesse alla sua volontà. Ottavio, si rifiutò di ritirare il veto e così la votazione

proseguì e il tribuno fu ridotto al rango di privato cittadino. Caduto così il veto, la legge agraria poté

essere approvata. A far parte della commissione triumvirale furono chiamati lo stesso Tiberio, suo

fratello Gaio e il princeps senatur, il console del 143 Appio Claudio Pulcro, suocero di Tiberio.

Alla notizia della morte del re di Pergamo, Attalo III, Tiberio propose per la legge che fosse la

commissione triumvirale a disporre del tesoro pergameno e inoltre intendeva strappare al senato la

decisione sul futuro delle città d'Asia. Il conflitto fra Tiberio Gracco e i suoi oppositori si fece

sempre più acceso. Sentendosi minacciato, Tiberio tentò di assicurarsi la rielezione al tribunato per

l'anno successivo, e avrebbe promosso una vasta serie di provvedimenti per procurarsi il favore di

più ampi settori della cittadinanza. Fu accusato di ambire a un potere di stampo monarchico, di

aspirare al regnum. A prendere l’iniziativa fu il pontefice massimo Scipione Nasica. Riunita una

banda di seguaci armati, li guidò sul Campidoglio, dove si era rifugiato Tiberio e il tribuno fu ucciso

con 300 dei suoi sostenitori.

Da Tiberio a Gaio Sempronio Gracco

La legge agraria rimaneva in vigore e il responsabile del massacro dei graccani, Scipione

Nasica, fu inviato in Asia dove morì. Nel 129, i grandi possessori italici, colpiti dalle confische,

rivolsero un appello a Scipione Emiliano che accolse le loro richieste e sottrasse alla commissione

agraria il potere di giudicare le controversie sulla natura giuridica delle terre rivendicate dallo stato.

Affidando questo compito ai consoli, si contava di poter boicottare l’applicazione della legge, e

sospendere le confische. Quando più tardi, Scipione Emiliano fu trovato improvvisamente morto in

casa, la moglie Sempronia, sorella dei Gracchi, fu sospettata di omicidio. Nel 125, Fulvio Flacco

avrebbe formulato il progetto di concedere la cittadinanza agli Italici, purché i grandi possessori

italici rinunciassero ad ostacolare l'approvazione della legge. La proposta non poté essere messa

ai voti, in quanto Flacco dovette abbandonare Roma per recarsi nelle Gallie.

Il tribunato di Gaio Gracco

Nel 123, Gaio Gracco, fratello minore di Tiberio, assunse il tribunato e propose un

complesso pacchetto di leggi. Ribadì la redistribuzione in lotti dell'ager publicus, promosse misure

in favore dei cittadini arruolati, vietando la coscrizione prima dei diciassette anni e limitando le

detrazioni dal soldo. Inoltre, propose una legge frumentaria che stabiliva la vendita a prezzi politici

del grano ai cittadini romani residenti a Roma e con una legge giudiziaria strappò ai senatori il

monopolio della funzione giudicante. Promosse anche la deduzione di colonie e la costruzione di

strade e di magazzini per il grano al servizio della lex frumentaria. Fu rieletto tribuno anche nel 122

e a fianco Fulvio Flacco. Gaio Gracco propose la fondazione di altre colonie, anche a Taranto e

Capua e quindi dovette abbandonare l'Italia per presiedere alla fondazione di una colonia in Africa,

sul sito di Cartagine. Gli avversari di Gaio utilizzarono contro di lui un collega, un altro tribuno della

plebe, Livio Druso: per sottrarre a Gaio il favore della plebe, Druso avrebbe promosso la

fondazione di 12 colonie. A indebolire il fronte graccano contribuì la sua spaccatura su un progetto

di legge che avrebbe esteso la cittadinanza ai Latini e forse avrebbe concesso il diritto di voto ai

cives sine suffragio. Il console Fannio, impedì l'approvazione del provvedimento suscitando

l'egoismo della plebe romana. Il console del 121, Opimio, si fece attribuire poteri straordinari dal

senato, respinse ogni trattativa e mosse alla testa dei soldati contro l'Aventino, occupato dai

graccani. Con Gaio e Fulvio Flacco furono uccisi 3000 uomini.

Le trasformazioni dell’agricoltura italica fra II e I secolo a.C. nel dibattito

contemporaneo

Arnold Toynbee imputava alla presenza di Annibale nell'Italia meridionale, con le

devastazioni della guerra e le confische del dopoguerra, una drammatica trasformazione. La

riduzione dell'ager publicus delle terre confiscate alle comunità ribelli dell'Italia meridionale avrebbe

provocato la fine della piccola proprietà e lo sradicamento del ceto dei contadini soldati; mentre

costoro sarebbero confluiti a Roma, delle loro terre avrebbero preso possesso il grande

allevamento transumante e l'agricoltura di piantagione. Una produzione orientata principalmente

verso il mercato avrebbe preso il posto così dell’agricoltura di sussistenza praticata nelle piccole

aziende familiari e della cerealicoltura. Le esigenze del servizio militare avrebbero strappato i

contadini soldati ai loro poderi. Le famiglie rimaste sulla terra non sarebbero stato in grado di

mantenerne il possesso; ne avrebbero approfittato i ceti proprietari. Si è osservato amaramente

come i contadini soldati romani combattessero per venire espropriati dalle loro proprietà. Diretta

dal vilicus, uno schiavo capace, che godeva della fiducia del padrone, la villa produceva per la

commercializzazione. Nei pressi di Roma, poi, enormi profitti sarebbero derivati anche

dall’allevamento di uccelli, pesci pregiati e selvaggina. Si è fatto ricorso alle fonti archeologiche e si

è creduto di poterne trarre indicazione della persistenza di una densa popolazione rurale insediata

in unità produttive che disponevano di appezzamenti ridotti. Si è arrivati a negare l'inconciliabilità

delle villae e della piccola proprietà ma ad affermarne persino un rapporto di integrazione.

Nell’agricoltura dell’Italia tardorepubblicana, mentre a soddisfare il fabbisogno di olio d’oliva e di

vino della popolazione sarebbe bastata una minima percentuale di terra coltivabile, per sfamarla la

produzione del grano ne avrebbe richiesto larga parte. Il paesaggio agrario tardorepubblicano

dunque non presenterebbe aspetti di radicale novità, e le villae non ne sarebbero affatto il

carattere dominante. A prendere la strada delle campagne sarebbe stata, secondo Jongman, solo

una piccola percentuale degli schiavi importati in Italia. Secondo i calcoli di Rosenstein, in

assenza del capofamiglia e di figli maschi adulti, persino da sole le donne sarebbero state in grado

di produrre il necessario alla sussistenza. Rosenstein afferma che l'alto tasso di mortalità militare

negli anni della guerra annibalica avrebbe messo a disposizione delle coppie superstiti più ampie

estensioni terra, inaugurando una fase di prosperità; questa generazione ne avrebbe approfittato

per allevare più figli. L'eccesso di popolazione frutto di questo boom demografico avrebbe condotto

al frazionamento delle piccole proprietà e all'impoverimento degli eredi rispetto alle generazioni

precedenti.

La manodopera schiavile

Innegabile è poi la rilevanza dell’afflusso di manodopera schiavile. Accanto alle guerre di

conquista, ad alimentare il mercato della manodopera contribuivano altre fonti di

approvvigionamento: la più rilevante sembrano essere state le razzie di uomini che colpivano i

villaggi rurali della Siria o delle regioni interne dell'Asia minore. Minore in quest'epoca sarebbe

stata il ruolo della riproduzione degli schiavi, dell'abbandono dei neonati e della servitù per debiti. Il

destino degli schiavi era tutt’altro che uniforme. La sorte peggiore sembra essere quella di quanti

venivano sfruttati fino alla morte nelle miniere; assai dure erano anche le condizioni degli schiavi

impiegati nell’agricoltura; ma più stretto contatto con il padrone, alcuni schiavi potevano

guadagnarsene la fiducia, vedersi affidare mansioni redditizie, ed ottenere la libertà attraverso la

manomissione.

I commerci

Il commercio marittimo contribuì alla diffusione dei prodotti dell'agricoltura italiana, vino e

olio d’oliva innanzi tutto. A partire dal II secolo il vino italiano invade i mercati occidentali,

penetrando in Gallia e più in generale nell'Occidente mediterraneo. Accanto al vino, un ruolo

importante nel commercio dell'epoca lo svolge anche la ceramica campana.

B) La società e la politica

I punti della ricerca sulla vita politica romana sono due: l'indagine sui fattori che

determinarono la spinta espansionistica che portò Roma ad affermare la propria egemonia su tutto

il bacino mediterraneo e l'analisi del funzionamento del sistema politico repubblicano.

SEZIONE IV – VERSO I POTERI PESONALI

CAPITOLO 1 – DALLA GUERRA NUMIDICA ALLA PRIMA GUERRA CIVILE (112-78

A.C.)

1. La guerra giugurtina (112-105 a.C.)

Sallustio nel Bellum Iugurthinum introduce il lettore negli scenari cupi della guerra contro il

re di Numidia dopo una lunga riflessione sul rovesciamento dei valori di una società incapace di

stabilire un rapporto equilibrato tra la natura umana e l'animus. La finalità politica dell’opera spiga

la definizione di “guerre civili” per gli sconvolgimenti che travolsero il quadro politico interno e che

avrebbero trovato una loro composizione nel momento drammatico della guerra sociale. Le ragioni

del conflitto (111-105) si fanno risalire alla morte di Massinissa che aveva sostenuto i Romani nel

corso della prima guerra punica. Alla morte del re, il potere era passato al figlio Micipsa che regnò

da solo. Il nuovo sovrano aveva due figli, Aderbale e Iempsale e allevò come figlio il nipote

Giugurta, figlio natura di Mastanabale (suo fratello). Le doti del giovane, spinsero Micipsa ad

affidargli imprese rischiose al fine di sbarazzarsene senza suscitare contrasti. Questa fu la ragione

dell'invio di truppe numidiche al comando di Giugurta durante la seconda guerra celtiberica. I

contatti con gli eserciti romani crearono un forte consenso attorno al giovane africano ricco e

prodigo al quale i novi nobiles promettevano appoggi per la successione al trono. La lettera di

Scipione a Micipsa ridondante di elogi per il giovane, indusse lo zio ad adottarlo e a designarlo

coerede al regno. Dopo la morte del re, il partito di Giugurta, eliminò Iempsale provocando l'invio

di una delegazione da parte del senato romano sollecitato da Aderbale che si rifugiò prima nella

provincia d'Africa e poi a Roma. Giugurta, padrone di tutta la Numidia, inviò nell'Urbe i propri

delegati carichi d'oro e d'argento per farne omaggio ai vecchi amici. Il gioco riuscì facilmente e

dopo l'udienza della parte, in senato si deliberò una commissione di 10 per la divisione del regno di

Micipsa tra Aderbale e Giugurta. Giugurta non esitò ad occupare i territori del fratello, sino a

provocarne una reazione indotta dalle devastazioni di città e campagna e dal timore di dovere

abbandonare il regno. L'assedio alla piazzaforte di Cirta, centro commerciale di grande

importanza, provocò una svolta. La denuncia della colpevole inerzia del Senato da parte di Gaio

Memmio provocò la dichiarazione di guerra a Giugurta (111). La lunga teoria di insuccessi romani

si protrasse fino al 108 quando dopo i fallimenti di Spurio Postumio Albino, la direzione della

guerra fu assunta dal console Quinto Cecilio Metello. Questi riconquistò quasi tutta la Numidia.

Fu eletto console nel 107 e riuscì ad assumere il comando della guerra accelerando la

conclusione. Giugurta assoldò mercenari fra i Getuli ed ottenne l'aiuto del suocero Bocco, re della

Mauretania. Dopo due sconfitte successive, Bocco si lasciò persuadere dall'abilità diplomatica di

Silla, questore al seguito di Mario, a passare dalla parte del console. Giugurta, caduto in

un'imboscata, fu consegnato in catene a Mario che celebrò il trionfo e festeggiò l'elezione al

consolato per il 104 a.C., l'anno in cui il re numida morì nel carcere mamertino.

2. L’homo novus Mario tra rivoluzione e conservazione

La nuova acquisizione territoriale sul piano politico non suscitò entusiasmo presso la classe

dirigente, sul piano storico invece rivestì il significato di una vera e propria cesura. Attorno alle

istanze di vittoria si creò un legame forte con i comandanti garanti del futuro dei nuovi

professionisti della guerra e si dirottò il movimento democratico verso nuovi obiettivi. Il rapporto di

interdipendenza fra truppe e comandanti creò un intreccio di interessi che investì il piano politico

agevolando nuovi protagonisti. In questo quadro, si colloca il fallimento dell'azione dei tribuni

Saturnino e Glaucia. Dal plebiscito sui delitti politici, alla legge frumentaria, al plebiscito sulla

deduzione di colonie in Africa e a quello sulla distribuzione ai soldati di terre dell'ager gallicus

strappato da Mario ai Cimbri, l'obbligo prescritto ai senatori di giurare il rispetto di quest'ultima

legge scatenò lo scontro tra le parti. L'estremizzazione dei metodi di lotta culminata nell'uccisione

dell'avversario politico di Glaucia provocò la degenerazione in una guerra civile di cui si rese

protagonista il senato. Esso infatti, si liberò con la violenza dei due tribuni, che Mario aveva tentato

di salvare facendoli custodire nella Curia dove però vennero uccisi. Nel quadro dopo-Giugurta, non

va trascurato il livello di credibilità raggiunto da Mario nel momento in cui il timore di

un'aggressione ravvicinata di popolazioni galliche, i Cimbri e i Teutoni, sollecitò l'attribuzione del

comando all'homo novus che aveva sconfitto Giugurta. La designazione di Mario al secondo

consolato nel 104 è la spia del suo successo personale che gli fruttò altri 5 anni di consolati

consecutivi (dal 104 al 100). l'enfatizzazione del pericolo gallico rende significativa la vittoria

romana e giustifica il titolo di pater patriae attribuito a Mario.

La seconda guerra servile in Sicilia (104/101 a.C.)

Vi fu una nuova, gravissima sollevazione di schiavi in Sicilia (se ne contavano molte decine

di migliaia). A Nicomede, re di Bitinia, nel corso dell'aggressione cimbrica si era rivolto il Senato

per ottenere aiuti militari. Il sovrano giustificò il rifiuto con la condizione di schiavitù nella quale era

venuta a trovarsi la maggior parte dei Bitini vessati nelle province dai publicani. Il senato tentò di

correre al riparo decretando che nessun alleato di condizione libera potesse essere ridotto in

schiavitù nelle province e che i governatori si attivassero per restituire la libertà a quanti si

trovavano in quella condizione. Alla liberazione di un cospicuo numero di schiavi, seguirono le

proteste dei proprietari i quali persuasero, con il denaro o con i ricatti, il governatore Licinio Nerva

a bloccare altre richieste di libertà. Le tecniche della rivolta, misero in crisi il governo romano che

non riuscì a rintuzzare i tentativi di accerchiamento dei ribelli, la cui organizzazione tattica attrasse

anche i Siciliani che concorsero ad ingrossare le file di quelli. Gaio Aquinio, il console del 101/100

insieme a Mario riuscì a sconfiggere i ribelli.

4. La questione italica e il tribunato di Marco Livio Druso (91-90 a.C.)

Nel 91, dieci anni dopo la tragica fine di Saturnino e Glaucia, Marco Livio Druso, figlio

del Druso, fiero avversario di Gaio Gracco propose un pacchetto di leggi che mirava ad ampliare il

potere dell'aristocrazia attraverso nuove e solide alleanze. I punti più qualificanti della politica di

Druso sono contenuti nella lex frumentaria, nella lex agraria per la deduzione di colonie in Italia e

in Sicilia che avrebbero dovuto creare il consenso intorno alla lex de civitate latinis e sociis danda

che sembrava improrogabile e alla lex iudiciaria, la cui approvazione era necessaria per creare

l'asse senato-cavalieri con una formula inclusiva. La legge giudiziaria prevedeva il trasferimento

delle corti giudicanti dagli equestri al Senato, aumentato di 300 membri scelti fra i cavalieri e la

possibilità di sottoporre questi giudici ad accuse di corruzione. I cavalieri però, nutrivano invidia per

quanti sarebbero stati selezionati nell'immediato ed erano preoccupati per l'introduzione nella

legge dell'accusa di corruzione delle giurie. I senatori invece, temevano che in Senato potesse

formarsi una nuova fazione contro i vecchi senatori. Gli stessi Italici, manifestarono perplessità

sulla legge coloniaria che avrebbe potuto danneggiarli per cui resero debole la posizione di Druso

che venne poi ucciso a casa da ignoti. La morte del tribuno scatenò la reazione violenta delle

popolazioni italiche. Negli anni precedenti, la lex Licinia Murcia aveva fissato dei limiti ai

trasferimenti di domicilio a Roma che garantivano la cittadinanza, obbligando i novi cives a

ritornare nella loro città e ancora prima, si era colpita con una lex Clodia la datio in adoptionem,

strumento di atti fraudatori.

5. La guerra sociale e gli esiti politico-giuridici del conflitto (90-88 a.C.)

La guerra dichiarata allo stato romano nel 90 fu considerata civile da alcuni storici che

evidenziarono i legami di sangue e quelli morali tra dominatori e dominanti, mentre tutti

concordarono nell'attribuire la responsabilità morale, oltre che politica, alla classe dirigente romana

che aveva imposto oneri pesanti. Druso, il riformatore illuminato, fu ritenuto responsabile dei

disastri che la guerra provocò in tutta la penisola. Il giovane tribuno aveva preso atto di una

situazione che minacciava di esplodere dal momento in cui i contrasti tra democratici e

conservatori avevano prodotto mutamenti profondi nell'ordinamento agrario. La guerra di breve

durata apparve di esito incerto. Gli Italici scelsero come capitale Corfinium, la città più importante

dei Peligni e coniarono una propria moneta. La scintilla della guerra si accese ad Ausculum dove

vennero uccisi il propretore Servilio e il suo luogotenente Fonteio, giunti da Roma mentre si

celebrava una festa. La stessa sorte subirono tutti gli altri Romani residenti nel luogo che vennero

assaliti e massacrati. Nella direzione di un compromesso andarono le due leggi di apertura alle

istanze degli italici: 1) la lex Iulia de civitate latinis et sociis danda, con cui si concedeva la

cittadinanza alle città del Lazio e agli alleati che fossero rimasti fedeli a Roma; 2) la lex Plautia

Papiria de civitate sociis danda, che concedeva il diritto a quanti, domiciliati in Italia al momento

della legge, ne facessero richiesta entro 60 giorni. Sul piano istituzionale, però non vennero

recepiti i cambiamenti provocati dall'esito della guerra, sicché nei fatti, almeno nell’immediato, il

risultato politico del conflitto fu vanificato. Inoltre, la possibilità di ampliamento della classe

dirigente venne ostacolata dal perdurare del sistema dei rapporti politici tradizionali, mentre

l'esigenza di riorganizzare il territorio italico incorporato nello Stato romano suggerì di applicare

l'istituto del municipium, che avrebbe concorso ad accelerare il processo di romanizzazione

spingendo la comunità della penisola alla normativizzazione in ambito politico e giuridico.

6. Crisi politica a Roma: Publio Sulpicio Rufo, la marcia di Silla su Roma e i

provvedimenti d’urgenza (88. a.C.)

Nell’88 si ebbe l'apertura di un fronte di guerra contro Mitridate, re del Ponto, che aveva

occupato la Bitinia, la Frigia e l'Asia. Assegnato il comando della guerra a Silla, console per

quell’anno, la classe equestre per timore che i propri interessi in quell'area fossero minacciati

dall'esponente del partito aristocratico, si accordò con i popolari che volevano attribuire tale

comando a Mario. Costoro vennero appoggiati dal tribuno Publio Sulpicio Rufo, il quale propose

un gruppo di leggi il cui contenuto demagogico provocò la reazione dei consoli. Tra queste,

significativa è l’ultima, che prevedeva che fosse affidato a Mario il comando della guerra in Oriente.

L'opposizione dei consoli all’approvazione delle leggi suscitò la reazione di Sulpicio e dei suoi

sostenitori che provocarono il tumultus nel corso del quale uccisero Pompeo, figlio del console

Quinto Pompeo e genero di Silla. Pompeo trovò la salvezza nella fuga, Silla si rifugiò a casa di

Mario. Con un plebiscito sulla abrogatio imperii di Silla il comando contro Mitridate fu attribuito a

Mario. Silla partì verso Roma con 6 legioni di soldati. L'andamento della guerra civile fu favorevole

al console che, prima di partire per il Ponto, emanò una serie di provvedimenti per indebolire i

democratici a vantaggio del Senato, mentre Mario, Sulpicio e altri esponenti del partito

democratico venivano dichiarati hostes rei publicae ed esposti al rischio di essere uccisi. Sulpicio

venne ucciso subito. Mario riuscì a sfuggire agl’inseguitori e si nascose a Minturno e da lì riuscì ad

arrivare nella provincia d'Africa. Quanto alle leggi di Silla, approvate il giorno dopo la vittoria, esse

stabilivano 1) che nessuna proposta di legge potesse essere approvata senza l'auctoritas patrum;

2) che le votazioni avvenissero per centurie secondo lo schema serviano per evitare rivoluzioni; 3)

che il Senato fosse integrato con 300 nuovi membri e che il potere dei tribuni fosse ridotto.

7. Intervallo democratico (87-82 a.C.)

Il ritorno al potere del partito democratico capeggiato da Cinna, eletto console nell'87, dopo

la partenza di Silla per l'Asia, spiega il clima di ritorsione contro l'aristocrazia creato dalla

riproposizione delle leggi sulpicie e in particolare di quelle relative all'iscrizione degli Italici in tutte

le tribù. L'aristocrazia e una parte della plebe contestarono la proposta provocando una reazione

dei cinnani che offrì al console Ottavio il pretesto di intervenire con le armi per porre fine alla

sedizione. Molti dei seguaci di Cinna furono uccisi ed egli tentò di sollevare gli schiavi e per questo

fu privato della cittadinanza. A ciò reagì, combattendo contro Ottavio e contro il Senato che

cedettero consentendo a lui e a Mario di ritornare a Roma per esercitarvi la carica. Dopo la morte

di Mario, Cinna governò da solo e senza intervalli e per questo il suo potere fu definito regnum o

dominatio.

8. La guerra mitridatica tra ideologia e politica

Mentre Cinna e Carbone (succeduto a Mario) spadroneggiavano a Roma, molti

aristocratici avevano raggiunto Silla in Asia dove le condizioni della guerra erano state create da

Mitridate VI Eupatore, che aveva occupato la provincia d'Asia e spodestato dal trono i re di Bitinia

e Cappadocia. Insediatosi a Pergamo, sollevò contro i romani i popoli dell'Ellade sino alla

Tessaglia. L'andamento della guerra fu contrassegnato da collaborazioni organizzate dal governo

democratico che sembravano voler minacciare il ruolo di Silla.

9. Il ritorno di Silla e la dittatura costituente (82-79 a.C.)

Siglata la pace in Oriente, Silla passò con l'esercito in Italia dove i consoli Gaio Norbano e

Lucio Scipione preparavano la guerra contro di lui. Silla vinse in battaglia Norbano mentre

l'esercito del console Scipione passò con tutte le insegne a Silla e lo stesso console fu lasciato

andare via. Presso Silla si recò Gneo Pompeo. Sconfitti definitivamente gli Italici, Silla inaugurò

una forma di disciplina stragista, le proscrizioni, che si tradusse in vendette personali.

L'affidamento a Silla della dittatura attraverso l'espediente della dialettica tra contenuto e forma

rispose ad una ricerca di legittimazione. Silla nel 78 a.C. abdicò alla dittatura.

CAPITOLO 2 – IL DECENNIO POSTSILLANO. PROTAGONISMI MILITARI TRA

ALLEANZE E CONFLITTI (7-60 A.C.)

1. Tentativi rivoluzionari di Lepido e di Sertorio (78-71 a.C.)

Il panorama politico che si delineò dopo la morte di Silla registra la sconfitta dello Stato

della quale vengono ritenuti responsabili di colpi di coda del partito democratico ormai allo sbando.

L'ostilità fra i consoli in carica Catulo e Lentulo degenerò in un conflitto armato per le ambizioni di

Lepido che ottenne l'aiuto degli Italici con la promessa di restituire i beni tolti da Silla. L'inefficienza

militare di Catulo, spinse il Senato a rivolgersi a Pompeo, il quale aderì al partito aristocratico e fu

nominato comandante dell'esercito che doveva debellare Lepido. Questi, sostenuto dagli Italici e

da Bruto, controllava la Gallia Cisalpina, parte d'Italia e zona franca per gli aggressori dello Stato

dal tempo della riforma di Silla. Appiano si limita a riferire del tentativo non riuscito di Lepido di

entrare a Roma con l'esercito e dello scontro con Catulo al Campo di Marte, della sua sconfitta che

lo indusse alla fuga verso la Sardegna dove morì. Il suo esercito disperso fu raccolto da Paperna

che lo condusse in Spagna, a Sertorio. In questo quadro si colloca la guerra contro Sertorio (80-

72) che durò 8 anni. Prima della nomina di Silla a dittatore, Sertorio, alleato di Carbone, era stato

scelto per il governo della Spagna e, dopo aver occupato Suessa, si era recato nella provincia con

il suo esercito. Li ne aveva reclutato un altro fra i Celtiberi e dopo aver scacciato i governatori

combatté contro Metello Pio (77) che non si dimostrò adeguato alla tattica di aggiramenti e

imboscante, sicché l'arrivo di Pompeo segnò una discontinuità per la speranza che la sua fama

accese sia presso i soldati di Metello che presso le popolazioni locali. Queste, non sentendosi

legate a Sertorio, cambiarono fronte mentre Metello si era immerso nei piaceri e nel lusso. Solo

dopo la morte di Sertorio, il ruolo di Pompeo appare sminuito nella storiografia che giudicò in

prospettiva la vicenda politica complessiva di uno dei principali protagonisti sulla scena

dell'agonizzante res publica.

2. Insurrezione schiavile in Italia: Spartaco e l’impegno dello Stato (73-71 a.C.)

La rivolta degli schiavi-gladiatori guidati dal trace Spartaco giunto in Italia forse con le

truppe ausiliarie di Silla nell'83. Fuggito da Capua, nel 73, aveva tenuto in scacco per ben due anni

i vari comandanti romani finché la direzione della guerra non venne affidata a Publio Licinio

Crasso. La misura estrema adottata da Crasso di crocifiggere tra Capua e Roma be 6000 schiavi

sembra un espediente per affermare il primato del vincitore nella lotta alla quale vennero aggiunti

dal Senato, Lucullo e Pompeo, aureolati della vittoria contro Mitridate l'uno, contro Sertorio

l'altro. Questa rivolta di schiavi non può essere considerata un episodio privo di conseguenze nella

storia della società romana, che fondava la propria economia sullo sfruttamento del lavoro servile.

4. La congiura di Catilina e il ruolo di Cicerone

La congiura di Catilina appare come uno specchio nel quale si riflessero i mali di Roma.

Mentre Pompeo, tornava dall'Oriente carico di vittorie, si scoprì la congiura (63). Gli anni che

precedettero l'iniziativa di Lucio Sergio Catilina sono quelli in cui questo nobile riuscì ad emergere

dopo il collasso economico della sua famiglia entrando a far parte del Consiglio di Gneo Pompeo

Strabone, per divenire subito dopo sillano e partecipare alle operazioni contro gli anti sillani con

azioni efferate. Il suo iter politico, dalla questura (78), all'edilità (71) alla pretura (68) ne registra i

legami con gli ottimati sino al 66 quando fu difeso nel processo per immoralità durante la

propretura in Africa (67-66). Della rottura che seguì si è ritenuta causa o effetto il rifiuto della sua

candidatura al consolato per il 65 e poi l'accusa di Clodio per malversazioni in provincia. Nel

complotto organizzato per neutralizzare la vittoria popolare alle elezioni consolari, Catilina ricoprì

un ruolo marginale a dispetto delle voci calunniose raccolte da fonti. Il processo de repetundis lo

obbligò a rinviare di un anno la candidatura, al 64, cioè per il 63, lo stesso anno in cui si candidò

Cicerone. Escluso nel ballottaggio con Antonio Hybrida, anche egli sillano in gravi difficoltà

economiche. Il distacco da Crasso e da Cesare e dalla lotta dei tribuni della plebe nel 63 a.C. era

già consumato. Il punto di criticità che conferma la distanza del progetto di Catilina dalle tradizioni

del tribunato postsillano riguardò la proposta di concessioni agrarie al proletariato rurale che

appoggiava Catilina e per la quale si prefiguravano danni per la plebe urbana. Il nuovo insuccesso

di Catilina allargò l'area di protesta. Alle dicerie, si aggiunsero la fuga di Catilina, la denuncia da

parte di ambasciatori degli Allobrogi, la dichiarazione come hostis rei publicae, la guerra contro i

ribelli in armi, la condanna a morte dei prigionieri senza il ricorso alla provocatio ad popolum. Si

calava il sipario su una delle vicende più torbide della res publica, mentre si profilava il ritorno di

Pompeo dall'Oriente. Cesare e Crasso, per contrastare la paura dello strapotere di Pompeo, si

riteneva si fossero accordati nel 66 con Catilina, politicamente fallito, che Cesare aveva assolto nel

65 dal reato de retetundis nel quale era stato difeso da Cicerone. L'appellativo di pater patriae che

esibì per anni, coronò un successo personale mentre l'esperienza dell'aspirante console Catilina si

concluse sul campo di battaglia di Pistoia.

5. Verso il “primo triumvirato”. L’itinerario politico di Pompeo e Cesare (79-61 a.C.)

Dopo il consolato del 70 a.C., Pompeo non assunse alcun proconsolato per il 69, come

prevedeva la lex Cornelia, rimanendo in attesa di un'occasione che si presentò 3 anni dopo,

quando si rese necessario cacciare i pirati da tutto il Mediterraneo. La lunga teoria di successi

militari conseguiti da Pompeo negli anni 67-63 va collocata in un momento di ripresa della pars

popularis. Ne sono una prova la lex Gabinia, proposta dal tribuno Aulo Gabinio, per il

conferimento di un comando con poteri straordinari a Pompeo per la guerra contro i pirati.

L'attribuzione dell'imperium infinitum della durata di 3 anni su tutto il Mediterraneo provocò il

contrasto tra il Senato e i comizi tributi, i quali acclamarono Pompeo. Il potere veniva staccato dalla

potestas magistratuale e conferito ad un privato cittadino. Tali aspetti dell'imperium straordinario

vennero ampliati con la lex Manilia che affidava a Pompeo il comando della guerra mitridatica già

sottratto a Lucullo, estendendone i poteri a tutte le province dell'Asia minore. Ciò che emerge è il

contrasto tra le rivendicazioni di un'appartenenza senatoria e l'appoggio datogli dal partito

popolare. Le sue clientele gli avevano suscitato contro l'ostilità di Crasso, un popularis, mentre il

giovane Cesare aveva sostenuto le proposte di legge sui comandi straordinari a Pompeo. Proprio

l'imperium sarebbe diventato il problema della comunità imperiale nel suo complesso e di quella

politica, per la difficoltà di definire la funzione decisionale ed esecutiva del magistrato, del politico

chiamato al confronto e ad un'auspicabile interazione con il Senato di cui fu baluardo Marco

Porcio Catone, l'esponente della giovane generazione ottimate, oppositore di Pompeo fino alla

coalizione del 49 contro Cesare. Nel caso di Pompeo, che il suo imperium fosse aequum rispetto a

quello dei proconsoli non esclude la violazione dei principi repubblicani essendo il potere separato

dalla magistratura e conferito ad un privato e che prevedeva la nomina dei magistrati subordinati, i

legati propraetore, eletti nei comizi. L'impegno di Cicerone e di Cesare per l'approvazione delle 2

leggi, neutralizzò l'opposizione senatorio. La convergenza con la pars populi era stata provvisoria

e nei fatti si voleva sostenere il duello finale con Cesare. L'aristocrazia si impegnava per

salvaguardare posizioni di privilegio. Le imprese di Pompeo in Oriente vennero svolte in un lungo

itinerario tattico e strategico compiuto da Lucullo, luogotenente di Silla, proconsole dal 73 prima in

Asia e in Cilicia e poi in Bitinia e nel Ponto. Dopo la riduzione a provincia della Siria, Pompeo

potenziò il numero delle città libere, mentre diversi territori vennero affidati da amministrare a re-

clienti. Il timore che la potenza derivatagli dai legami con altre clientele e dalla ricchezza potessero

assicurare a Pompeo il controllo dell'Italia e il potere sui Romani, indusse la classe senatoria a

consolidare le proprie posizioni in un clima di sospetto generale. Il gesto di Pompeo, al ritorno dalle

guerre mitridatiche, di congedare l'esercito con la promessa di farlo partecipe del trionfo che il

Senato ritardava per evitare che la sua presenza a Roma influenzasse le elezioni a favore dei suoi

protetti, destò l'attenzione di Cesare per future alleanze.

6. L’accordo del 60 a.C. tra Cesare, Pompeo e Crasso e la costruzione di un fronte

antisenatorio

Si avvertiva l'esigenza di un nuovo asse dopo il senato consulto sulla corruzione delle

giurie equestri e il contenzioso sorto intorno alla proposta di ridurre il capitolato di appalto delle

imposte dei publicani d'Asia. Catone, attaccando tale proposta, suggellò la separazione dei due

ordini e continuando ad esercitare un'opposizione, finì per accelerare l'elezione di Cesare al

consolato per il 59. Cesare decise di rinunciare ai trionfi per i successi da pretore in Spagna dopo

l'accordo del 60 con Pompeo e Crasso e venne eletto insieme all'aristocratico Marco Bibulo. La

vera svolta segnata dall'accordo fu rappresentata dalla centralità di un'esperienza politica

sganciata dalle dipendenze dell'organo esecutivo dall'auctoritas senatoria. Il mostro a tre teste,

come venne definito l'accordo da Varrone può considerarsi l'esito della resistenza a oltranza degli

antagonisti dei poteri personali presenti in senato in numero cospicuo. Il progetto e le modalità per

realizzarlo furono opera esclusiva dell'intuizione di Cesare il quale, sfruttando la delusione di

Pompeo per il rifiuto del senato di notificare gli atti da lui assunti in Asia, lo attrasse nella propria

orbita, consolidando l'alleanza politica con un intreccio matrimoniale: gli diede in moglie la propria

figlia Giulia. Inoltre, coinvolse nelle trattative Crasso, dopo averlo fatto conciliare con Pompeo. Va

analizzato il rapporto tra Cesare e Clodio, un patrizio passato alla plebe e diventato sostenitore

del partito popolare, di cui il console non disdegnò l'appoggio per l'approvazione delle sue leggi

dopo avergli fatto passare la lex curiata de adrogatione per l'adozione da parte del plebeo

Fonteio, che gli consentiva di candidarsi al tribunato. Di grande spessore sociale e politico la lex

agraria, la lex Iulia de publicanis, la lex Iulia de actis Cn. Pompei confirmandis e la lex Iulia

de pecuniis repetundis. Con la prima si voleva rispondere alle richieste di Pompeo per i suoi

veterani senza perdere di vista le esigenze dei ceti disagiati. Tutto l'ager publicus doveva essere

diviso rispettando gli attuali possessori, mentre bisognava acquistare terra da privati con i proventi

del bottino di guerra e con i tributi delle province d'Asia per l'assegnazione delle singole quote ai

cittadini poveri con almeno 3 figli. L'opposizione senatoria fu dura mentre il console Bibulo, ricorse

all'obnuntiatio per bloccare l'attività dei comizi. Approvata la legge, Bibulo si chiuse in casa e

impedì per tuta la durata della carica il funzionamento dei comizi. Con le lex Iulia de publicanis si

cercò l'appoggio degli equites cui si concedeva la riduzione dei canoni d'appalto nella provincia

d'Asia, mentre con la lex de repetundis si fissavano nuove sanzioni nei confronti dei governatori

provinciali e del loro seguito, stabilendo i limiti per le indennità, per le imposizioni tributarie che

dovevano essere registrate sui libri contabili da depositare nell'Erario. Per garantire i poteri dei

triumviri fu ampliata la sfera di controllo di Cesare affidandogli con la lex del tribuno Vatinio la

provincia della Cisalpina e dell'Illirico per 5 anni. Dopo, su iniziativa di Pompeo, il Senato gli affidò

anche la Gallia Narbonense e una quarta legione con la stessa durata.

7. Clodio (57-52 a.C.)

La mancanza di una forza militare aveva indebolito la posizione di Pompeo anche per

l’offensiva demagogica di un nuovo protagonista sulla scena politica interna, Clodio. Sostenitore

degli strati sociali più bassi dei quali cercò il consenso, utilizzò persino gli schiavi, per i quali però

non previde però l'abolizione della schiavitù. Una nuova alleanza tra nobiltà, equestri e plebe si

coagulò attorno ad una opposizione dura che ebbe come risultato il richiamo dall'esilio di

Cicerone, il quale continuò a rivolgersi a Pompeo.

8. Accordi di Lucca e ricompattamento dei triumviri (56 a.C.)

La gravità del momento suggerì di consolidare i rapporti fra i triumviri e di precisarne i

compiti. Nell’incontro a Lucca (56 a.C.), si decise di dividere il potere in modo che Pompeo e

Crasso rivestissero il consolato nel 55 per permettere a Pompeo di governare subito dopo le

province spagnole e a Crasso la Siria per condurre la guerra contro i Parti, mentre Cesare avrebbe

mantenuto le 4 legioni ex lege Vatinia e altre 4 reclutate a sue spese. Eletti consoli, Pompeo e

Crasso, fecero approvare una legge Pompeia Licinia de provincia C. Iulii Caesaris, che

prorogava di cinque anni il comando di Cesare in Gallia e vietava al senato di procedere alla

successione prima dell'inizio dell'ultimo anno del governo di Cesare. Allo scadere del consolato,

Pompeo rimase a Roma, ma fuori dal pomerium, Crasso venne sconfitto dai Parti e perse la vita

mentre la provincia della Siria rimase nelle mani del questore di Crasso. La guerra contro i Parti

affidata a Crasso, va inserita nel clima politico del 56 che rese necessaria la riassegnazione dei

comandi provinciali a Pompeo e Crasso. L'incarico della campagna contro i Parti venne presentato

come l'occasione per assicurare all'impero i passaggi verso i ricchi mercati dell'Estremo Oriente e

trovò una legittimazione nella richiesta di aiuto di Mitridate, uno dei figli del re Fraate III, che dopo

la morte del padre, si contendeva il trono con il fratello Orode. Il rovesciamento del rapporto con

questi fu provocato dalla politica di Pompeo, che stipulando la pace con Tigrane, aveva promesso

al nemico di gestire l'Armenia. Nel 57, l'assegnazione della provincia di Siria a un proconsole,

Gabinio, spiega le iniziative assunte in Mesopotamia e in Iran. La disfatta di Carre ha oscurato

sino ad oggi l'itinerario politico di Crasso. I disordini provocati dagli estremismi di Clodio e dei suoi

seguaci, accelerarono la rinnovata fiducia in Pompeo che venne nominato consul sine collega, con

il divieto di procedere alla creatio dell'altro console non prima di due mesi dalla sua nomina.

Catone e Cesare impedirono che si conferisse a Pompeo la dittatura. Era inevitabile che la

situazione precipitasse a fronte dei successi di Cesare in Gallia.

9. Cesare in Gallia (58-51 a.C.)

La legittimazione della conquista, basata sul principio della difesa degli interessi degli

alleati, accompagnò la propaganda di Cesare. Gli Elvezi, costretti a migrare verso la Gallia non

provincializzata, rappresentavano una minaccia per i popoli alleati di Roma, come gli Edui. L'idea-

cardine del diritto di Roma all'impero venne sfruttata da Cesare che doveva giustificare lo sterminio

di un territorio appetibile per la ricchezza che aveva. Ribellione e instabilità alla frontiera germanica

nel 52 imposero combattimenti anche oltre il Reno, finché la vittoria di Cesare ad Alesia non

accelerò l'organizzazione del territorio in vista della scadenza del mandato. Le ricchezze che la

conquista fruttò costituirono per Cesare uno strumento di consenso presso l'opinione pubblica.

10. Ostilità di Pompeo contro Cesare e la lotta per il potere (50-49 a.C.)

Negli accordi di Lucca, consolidati dal patrimonio di Pompeo con la figlia di Cesare, Giulia,

erano presenti le condizioni del futuro scontro anticipato dall'uscita di scena di Crasso e dai

successi militari di Cesare destinati a logorare la posizione di Pompeo, il quale aveva affidati ai

legati Afranio e Petreio, la provincia di Spagn. L'emanazione di 2 leggi di contenuto politico

durante il suo consolato mirava a mettere fuori gioco il rivale con il quale, dopo la morte di parto

della moglie, si era spezzato qualsiasi legame di parentela. In particolare, la lex de provinciis

scardinava il sistema sillano che aveva separato l'imperium domi da quello militiae. Della lex de

iure magistratum, l'aspetto di rottura con Cesare riguardò il divieto di candidatura al consolato in

absentia per impedire il mantenimento dell'imperium proconsulare.

11. Il Rubicone e lo scoppio della guerra civile (49 a.C.)

La determinazione di Cesare di rompere gli indugi dopo il senatus consultum ultimum che

lo dichiarava hostis rei publicae, nonostante la reiterata proposta che lui e Pompeo deponessero

l'imperium, provocò il passaggio del Rubicone e lo scoppiò della guerra civile. L'adesione della

classe contadina italica, delle colonie e dei municipi, provocò lo spostamento della guerra fuori

della penisola. L'eliminazione dell'avversario veniva vista come la fine di tutti i mali e dopo la

sconfitta di Pompeo nella pianura di Farsalo, la sua fuga in Egitto presso Tolomeo XIII, fratello di

Cleopatra e la sua uccisione per ordine di questo, cui seguì la spedizione punitiva di Cesare, i

teatri di guerra si moltiplicarono (Spagna, Africa, Armenia) e i tempi della vittoria di Cesare si

ridussero, il cui ritmo venne sintetizzato nel cesariano veni vidi vici.

12. La dittatura di Cesare

La politica di Cesare, nominato in un primo momento dittatore per 10 anni, poi a vita,

esigeva il coagulo di un ampio consenso attraverso gli strumenti della concordia e della clementia.

Le prerogative del Senato furono ridimensionate dall’aumento del numero dei magistrati e

dall’ingresso di elementi nuovi; venne dato spazio alle clientele locali, che concorrevano a formare

nuove classi politiche. In ambito economico, Cesare volle colpire il capitale mobile degli equestri,

dei finanziari e dei ceti commerciali con una serie di misure che prevedevano la rivalutazione dei

possessi fondiari e l'obbligo di investire nelle terre italiche in modo che si risollevassero i ceti medi.

CAPITOLO 3 – LE IDI DI MARZO E LE GUERRE TRA POTENTATI (44-31 A.C.)

1. L’assassinio di Cesare e le reazioni politiche

Tale politica non rispose alle aspettative dei militari. L'allineamento degli equestri con il

Senato produsse l'evento tragico delle Idi di Marzo del 44 in cui si realizzò il paradosso della

storia: la soppressione cioè del simbolo della tirannide nel nome dell'oltranzismo restauratore che

traghettò la res publica verso l'istituzionalizzazione del Principato. Le strutture repubblicane erano

rimaste in piedi. La responsabilità del gesto va ricercata nella deficienza di intuizione politica in

grado di misurare il livello del consenso. Mentre i cesaricidi, delusi del mancato entusiasmo del

popolo impaurito, si rifugiarono nel Campidoglio, i cesariani dopo un'iniziale sbandamento,

accettarono di trattare con il Senato che in cambio di una amnistia decretò onoranze divine per

Cesare e l'approvazione di tutti i provvedimenti emanati (Acta Caesaris) sino alla vigilia della

morte. Scomparso il dittatore, le magistrature repubblicane ripresero il loro ruolo. Il console

Antonio fu il protagonista della politica di quei giorni, che esigevano compromessi continui con il

Senato, dominato da Cicerone, dal quale si fece assegnare la provincia di Macedonia per l'anno

successivo e per Dolabella, consul suffectus, quella di Siria. Le divergenze si manifestarono, non

appena Antonio durante i funerali, legge il testamento di Cesare che assegnava a ciascun cittadini

un legato, suscitando l'odio del popolo contro gli assassini per i quali il dittatore aveva previsto vari

incarichi. La paura indusse i congiurati a lasciare Roma per Anzio. Lo scontro si fece più duro nel

momento in cui Gaio Ottavio, nipote di Cesare, si affacciò sulla scena. Ottavio non si fece

scrupolo di appoggiare gli uccisori del padre adottivo, pur di ostacolare il primato di Antonio che si

fece approvare una legge per l'attribuzione a lui della Gallia Cisalpina. L'ostilità di Antonio nei

confronti di Ottavio si rivelò nel diniego di concedergli la tribunicia potestas, richiesta nonostante

l’assenza di qualsiasi requisito. Ciò favorì l'avvicinamento al giovane del Senato pilotato da

Cicerone e provocò gli arruolamenti illegali di Ottaviano, al quale passarono alcune legioni di

Antonio. Cicerone si adoperò perché si legalizzasse l'arruolamento degli eserciti di Ottaviano,

perché si annullassero le leggi di Antonio, che poteva essere quindi dichiarato hostis rei publicae e

perché si approvasse la proposta di conferire la propretura ad Ottaviano. L'esitazione del Senato,

provocò l'invio di una legazione ad Antonio per trattate. Dopo il fallimento di questa, si pervenne al

tumultus, una formula che impediva di condannare Antonio, mentre con un senatum consultum

ultimum, si incaricavano i consoli Irzio e Panza, di difendere la res publica con l'appoggio di

Ottaviano (il cambiamento del nome è legato all'avvenuta adozione testamentaria).

2. La guerra di Modena tra i paradossi della politica (43 a.C.)

Cesariani e cesaricidi mossero guerra ad Antonio, che rivendicava il possesso della

Cisalpina. Dopo le prime vittorie a Modena del fronte contrapposto ad Antonio (1-3 gennaio 43

a.C.), sembrò manifestarsi un consenso unanime degli anticesariani. La morte dei due consoli,

cesariani moderati, rovesciò la situazione, alterando i rapporti di forza e introducendo nuovi attori

nel panorama politico convulso. L'accresciuta forza militare di Antonio che poté recarsi nella

Narbonense, dove ricevette aiuti da Lepido, filocesariano, dovette determinare la decisione di

Ottaviano di marciare su Roma con le sue legioni per ottenere il consolato che gli era stato

rifiutato. Cicerone cercò di convincere Bruto a riportare le truppe in Italia, ottenendone un meditato

rifiuto. Subito dopo l'elezione, Ottaviano infatti emanò con il collega e cugino Quinto Pedio, la

legge per la condanna degli assassini di Cesare ed estese il procedimento a Sesto Pompeo.

3. Il triumvirato costituente (43 a.C.)

Ottaviano si recò in Cisalpina per incontrare Antonio e dopo intensi colloqui, i due decisero

di creare una nuova magistratura, il triumvirato rei publicae constituendae (43). Una legge, la

lex Titia, diede fondamento giuridico agli accordi di Bologna, finalizzati alla ripartizione delle sfere

di influenza e alla distribuzione di colonie ai veterani da dedurre in 18 città dalla penisola. La carica

prevedeva i poteri straordinari per 5 anni da esercitare secondo la formula rei publicae

constituendae e la divisione delle sfere territoriali su cui esercitare l'imperium proconsulare:

Antonio manteneva la Gallia Comata e la Cisalpina, Lepido la Gallia Narbonense e la Spagna,

Ottaviano sembrò penalizzato dall'assegnazione dell'Africa, della Sardegna e della Sicilia.

L'Oriente sarebbe stato suddiviso dopo la conquista. Il metodo utilizzato fu il dejà vu delle

proscrizioni che diedero vita a tragedie umane di violenza. La vittima più illustre fu Cicerone.

Intanto in Oriente, Bruto e Cassio, avevano occupato la Macedonia e l'Illiria lasciate dai loro

governatori e da lì si spostarono, Bruto in Tracia, Cassio in Siria.

4. Guerra di Perugia e accordi di Brindisi (41-40 a.C.)

Mentre in Oriente si affacciava la minaccia dei Parti, in Italia il problema delle risposte sui

donativi ai veterani provocò un terremoto sociale e politico che sfociò nella guerra di Perugia,

definita seconda guerra sociale per le dimensioni del coinvolgimento della classe media italica.

Dei contrasti approfittarono Lucio Antonio e Fulvia, fratello e moglie del triumviro che tentarono la

sollevazione di tutta la penisola. Lucio fu assediato a Perugia nel 41 e Antonio e Ottaviano fecero

un nuovo accordo a Brindisi per spartirsi le province e per rafforzare la posizione di Ottaviano.

Questi ebbe le province occidentali, Antonio quelle orientali e Lepido conservò l'Africa mentre,

dopo aver lasciato la Sicilia a Sesto, i triumviri si accordarono di muovergli guerra se non si fosse

trovata una convergenza. Questa si raggiunge nel 39 quando venne stipulato il trattato di Miseno

con il quale si riconosceva al figlio di Pompeo il governo della Sicilia, della Sardegna e dell'Acaia

per 5 anni e la legittimità della candidatura al consolato per il 35, mentre Sesto accettò di ritirare le

sue truppe dall'Italia, di garantire la sicurezza sul mare e i rifornimenti di grano a Roma. Si

riaprirono le ostilità con Sesto e a Taranto Antonio e Ottaviano concordarono le modalità di aiuto

militare e il rinnovo del triumvirato per altri 5 anni. Nel 38 con l'espulsione di Lepido dal triumvirato

e dopo la vittoria su Sesto ottenuta da Agrippa nel nome di Ottaviano, i due titani sulla scena

politica si preparavano ad affrontarsi nello scontro finale.

5. Sesto pompeo nel ridisegno di nuovi equilibri (38-35 a.C.)

Nel 42 si prepararono in Macedonia e in Illiria gli eserciti di Bruto e Cassio. Dopo la morte di

cesare, Sesto Pompeo era ritornato nella Spagna Ulteriore strappata a Pollione e aveva avviato

negoziati per rientrare in possesso del patrimonio lasciatogli dal padre. Intanto Bruto e Cassio

vennero sconfitti a Filippi nel 42 dove si tolsero la vita segnando con tale gesto eroico la

discontinuità politica nello stato romano. Con questa vittoria, il cui merito fu di Antonio, i potentati si

diressero verso la bipartizione dell'impero, emarginando Lepido nell'Africa cartaginese e

dividendosi i domini in modo che Antonio si occupasse della riorganizzazione dell'Oriente e del

controllo della Gallia Comata e Narbonense e Ottaviano del contenimento dell'azione di Sesto

Pompeo nel Mediterraneo.

6. La guerra civile e “l’ordine nuovo” (32-30 a.C.)

Ottaviano annunciò che al ritorno di Antonio dalla guerra contro i Parti, le libertà

repubblicane sarebbero state ripristinate e per questo gli venne conferito il ius tribunicium a vita.

Antonio fu accusato di voler costruire un regime romano-orientale con l'unione del regno d'Egitto,

da dichiarare autonomo. In questa atmosfera le politiche matrimoniale si rivelarono inefficaci. La

sorella di Ottaviano, Ottavia, sposata dopo la scomparsa di Fulvia, venne a sua volta abbandonata

da Antonio, il quale nel 34 dopo la riorganizzazione del dominio romano in Oriente, osò celebrare il

trionfo ad Alessandria infrangendo le norme costituzionali romani che ne avevano fissato lo spazio

soltanto entro il pomerio. C'erano tutte le condizioni per una guerra civile che Antonio mostrò di

voler evitare quando propose di deporre il potere triumvirale. I consoli antoniani del 32 proposero

di sottrarre l'imperium ad Ottaviano per ridurlo privato cittadino. La risposta violenta ne favorì la

richiesta di una coniuratio Italiae. Lo scontro finale ebbe luogo ad Actium (2 settembre 31 a.C) e la

vittoria fu riportata da Marco Vipsanio Agrippa, che aveva cacciato dalla Sicilia Sesto Pompeo

nel corso del bellum siculum. L'inseguimento nel 30 di Antonio e Cleopatra avvenne in un clima di

grande attesa.

CAPITOLO 4 – ASPETTI DELL’ECONOMIA TARDOREPUBBLICANA

1. L’economia finanziaria e i commerci

Il I secolo a.C. vide un'accelerazione dei processi di trasformazione sul piano economico e

sociale a seguito tanto dell'impegno bellico quanto delle vicende interne. La rapida mutevolezza

del quadro politico e i costi delle guerre determinarono in alcuni casi repentini fenomeni di ricambio

sociale o innescarono cicliche crisi in ambito monetario e creditizio. Vi fu un incremento degli

introiti regolari provenienti dalle province che sopperirono alle minori entrate straordinarie,

passando da 50 a 85 milioni di denari nel 61 secondo la testimonianza di Plutarco. Cresce

l'investimento di risorse a favore della politica promossa dai populares in materia di riforme agrarie

e distribuzioni frumentarie. Il ceto dei publicani diviene particolarmente potente sul piano

finanziario e gioca un ruolo influente sul piano politico. Fra gli uomini di affari dell’epoca può

ricordarsi Tito Pomponio Attico, amico di Cicerone. Il problema dei debiti torna a farsi urgente in

questo periodo. Gli interessi richiesti oscillavano a seconda dei periodi, delle aree geografiche, e

della persona del creditore e del debitore. La gravità della questione indebitò le classi sociali più

deboli, il cui malcontento era ulteriore fattore di destabilizzazione della situazione politica,

abilmente sfruttato dai demagoghi di turno, da Catilina, a Clodio a Milone. Il prestito di denaro era

un'attività assai lucrosa esercitata solo da privati. Il giro di denaro poteva raggiungere cifre

considerevoli, dal momento che ad usufruire di crediti erano spesso uomini politici che

necessitavano di liquidità. È famoso il caso di Giunio Bruto che richiedeva alla città di Salamina di

Cipro un tasso di interesse del 48%. Per l'età post-sillana fra gli interventi legislativi attestati può

citarsi il senatoconsulto del 50 che prevedeva un centesimae perpetuum foenus, una rata del 12%

annuo, a seguito del quale si era sparso il timore dell'abolizione dei debiti. Cesare nel 49 aveva

stabilito che venisse rispettato il valore che i beni dei debitori avevano precedentemente alla

guerra civile e che si detraesse dal debito quanto pagato a titolo di interessi. Già nel 54 i tassi

d’interesse erano raddoppiati passando dal 4% all’8% per via delle grandi somme spese per

comprare l’elettorato per il consolato dell’anno successivo. Connesso al problema creditizio è

quello della circolazione della moneta. Una crisi monetaria cominciata a partire dalla guerra sociale

è legata per un verso ad una diminuzione della produzione del metallo coniato attestata negli anni

fra 79 e 50 a.C., per un altro ad un fenomeno di tesaurizzazione tipico dei frangenti di insicurezza.

Questi fattori determinano una fase di calo della liquidità. La crisi che esplose nel 49, quando

Cesare marciò su Roma, venne affrontata con diverse modalità: in primo luogo con l'incremento

delle coniazioni tanto di moneta argentea quanto di moneta aurea; in secondo luogo con specifici

provvedimenti volti a contrastare il fenomeno della tesaurizzazione. D’altra parte nel 46 o 45

Cesare emanava una legge che doveva regolamentare la quantità massima di denaro che poteva

essere data in prestito e la quantità minima che doveva essere investita in proprietà terriera. Anche

il I secolo costituisce anche un periodo di eccezionale importanza per il commercio transmarino

gestito dai negotiatiores e mercantores che esercitano i traffici nell'Oriente ellenistico o nelle

regioni barbare dell'Occidente. Olre ai prodotti agricoli dell’Italia romana, l'esportazione è legata

anche all'artigianato. Fra i prodotti che occupano uno spazio di rilievo nei traffici mediterranei in

questa fase va menzionata la ceramica, la cui diffusione documenta un grande commercio del

vino. È importante l'esportazione delle stoviglie da mensa. Il vetro soffiato comincia ad essere

lavorato nel centro di Pozzuoli. Le produzioni artigianali più cospicue, destinate all'esportazione

anche al di fuori dell'Italia, sono localizzate nelle città: a parte la stessa Roma, le città campane di

Capua, Napoli, Pozzuoli, Canosa, Volterra, Pompei, Cales detengono il primato della produzione.

Fiorente il commercio degli schiavi. Gli schiavi, accanto ai metalli preziosi, costituivano merce di

scambio nel territorio gallico fra II e I secolo. Azioni di brigantaggio e pirateria continuano a

detenere un ruolo non trascurabile nel mercato orientale. Ai fini dell'approvvigionamento dei

mercati va tenuto presente il peso della cooperazione con i pirati sia da parte dei mercanti, sia da

parte dei sovrani ellenistici in quello che è stato identificato come fenomeno di svendita della

propria manodopera.

2. L’economia agricola

Nel settore dell'agricoltura si assiste nel I secolo ad un'evoluzione. Importanti fenomeni di

mobilità sociale riguardarono in questo periodo la proprietà agricola, come conseguenza delle

proscrizioni e delle leggi agrarie. Va ricordato come l'eliminazione dei nemici politici, sortì un effetto

rivoluzionario. Sallustio, Appiano e Cassio Dione testimoniano la spoliazione di beni quale

aspetto distinguente del massacro di senatori ed appartenenti ai ceti economicamente emergenti.

Tali ricchezze andavano ad alimentare la base popolare del consenso dei vincitori e la

distribuzione ai veterani delle terre confiscate ai proscritti contribuiva a ridisegnare la morfologia

sociale. Ad incidere sulla mappa della proprietà terriera furono inoltre le vicende dell'ager publicus

successive alle riforme graccane ed alle tre leggi che demolirono l’impianto dei riformatori. Una

fase di risistemazione dell'ager Romanus fu tra gli esiti della riorganizzazione amministrativa

dell'Italia all'indomani della guerra sociale. L'occupazione delle terre statali dovette essere ancora

formalmente possibile, ma nei fatti l'ager publicus venne scomparendo. Dopo il 111 probabilmente,

l'ager publicus residuo era destinato per lo più al pascolo, mentre l'ultima fetta ancora esistente sul

suolo italico di terra demaniale per la coltivazione doveva essere l'ager Campanus. Fu oggetto di

distribuzione in proprietà privata ai cittadini romani nel 59, con la legislazione agraria di Cesare,

che stabiliva la distribuzione di terre a 20.000 padri di famiglia con almeno 3 figli e doveva

attingere dalle terre personali di Cesare e dall'acquisto di terre da privati. Le assegnazioni terriere

fra l'epoca di Silla ed il 25 a.C. coinvolsero 250.000 persone, determinando uno spostamento

ingente della popolazione italica. Trasformazioni del paesaggio agrario dell'Italia furono poi

conseguenza delle devastazioni causate dalle guerre: secondo Floro la guerra sociale ebbe effetti

peggiori delle guerre contro Pirro ed Annibale; Cicerone ed Appiano ricordano le sofferenze

dell'Italia causate dalle truppe di Silla e dalla guerra contro Spartaco; le guerre civili del 43 e del

41-40 riprodussero le devastazioni degli anni 80, stando ad Appiano e Cassio Dione. Non va,

inoltre, negata l'importanza della piccola proprietà. Esemplare è al riguardo la testimonianza delle

Verrine ciceroniane che fotografano la presenza di un ceto produttivo di piccoli proprietari terrieri

accanto a quello dei latifondisti. Analogamente va considerata diversificata la stessa produzione:

allevamento, cerealicoltura, coltivazione di prodotti di punta destinati alla commercializzazione,

quali quelli delle vite e dell'ulivo, dovevano coesistere nelle diverse aree. I dati emersi dalle

ricerche sul territorio hanno evidenziato per l'ultima fase della repubblica un incremento in varie

aree della penisola dei siti e dello sfruttamento del suolo. Se il I secolo può essere considerato

ancora una fase di espansione dell'agricoltura, si registra parallelamente una crescita

dell'urbanizzazione: aumenta la popolazione di Roma, che alla fine della repubblica doveva

contare fra 800 mila e 1 milione di abitanti. Fenomeni analoghi di crescita si registrano in altre aree

sotto la spinta della municipalizzazione; acquista credibilità l’idea di un aumento globale della

popolazione, tanto nelle città quanto nelle campagne.

SEZIONE V – IL PRINCIPATO DI AUGUSTO. LA DINASTIA GIULIO-CLAUDIA

CAPITOLO 1 – DA AZIO ALL’ORDINE NUOVO

1. Saeculum Augustum

La battaglia di Azio, 2 settembre del 31 a.C., in cui Ottaviano console per la terza volta,

sconfisse l'Egitto e Antonio è stata considerata evento di cesura radicale sia nella storia di Roma

sia nella storia antica del Mediterraneo in generale: la vittoria di Ottaviano da un lato segnerebbe la

fine del periodo repubblicano e l'inizio dell'impero romano nella sua accezione istituzionale e

dall'altro rappresenterebbe lo spartiacque tra il periodo ellenistico e l'epoca dell'unico dominio di

Roma sui paesi gravitanti attorno al Mediterraneo. La battaglia e le sue conseguenze sono state

ricondotte alla misura di tappa importante, ma non decisiva, del processo di estensione

dell'egemonia romana nel Mediterraneo.

2. Le forme del potere

Le innovazioni di Augusto in campo istituzionale sono state difficili da definire per i moderni.

Queste furono diverse e si articolarono in un processo pluridecennale in cui si è soliti individuale

come momenti salienti il 27 e il 23 a.C. Dopo la battaglia di Azio, nel corso della quale Cleopatra

fuggì verso l'Egitto, seguita poi da Antonio, Ottaviano ritornò prima in Italia per provvedere al

congedo di alcuni veterani. A fine febbraio del 30, console per la quarta volta, giunse in Egitto,

dove tra scontri e trattative diplomatiche si giunse al drammatico suicidio di Antonio e Cleopatra.

Ottaviano nell'autunno del 30 prese la via del ritorno a Roma e nel 29 console per la quinta volta,

celebrò un triplice trionfo con donativi e un’abile propaganda, tra cui la chiusura del tempio di

Giano. Nel 29 Ottaviano assunse ufficialmente come prenome il titolo di imperator, nel 28 quello

di princeps senatus, cioè di senatore che aveva la facoltà di convocare e presiedere l'assemblea.

Il consolato gli fu reiterato nel 28 e nel 27 per la sesta e settima volta. Nel 27, il senato votò per

Ottaviano una serie di onori riecheggianti antichi riti e simbologie: l’attribuzione del titolo, su

proposta di Munazio Planco, di Augustus, da lui assunto come cognomen, è l’espressione della

dimensione sacrale del suo potere. Il titolo di Augustus costituiva il riconoscimento di una

caratteristica che anche precedentemente aveva segnato un potere non sempre del tutto legittimo

da un punto di vista istituzionale, ma basato su elementi di carattere extra costituzionale. Nel 27

venne assegnata ad Augusto l'amministrazione delle province in cui non era stata domata del tutto

l'opposizione armata al domino romano, mentre l'amministrazione delle altre veniva lasciata al

senato. Augusto sarebbe intervenuto in Gallia e poi in Spagna, sin dall'estate del 27 con azioni

militari che durarono fino al 24, per reprimere le rivolte di Asturi e Cantabri. Nel 23, oltre al rinnovo

dell'imperium, Augusto, dopo una grave malattia, console per l'undicesima volta, e dopo

manifestazioni di opposizione, depose il consolato, rifiutò la dittatura offertagli dal popolo e dal

senato e accettò l'attribuzione della tribunicia potestas in perpetuum. Dopo una carestia, per

provvedere alla quale assunse in prima persona la cura annonae, dal 22 al 20, Augusto intraprese

un viaggio in Sicilia, Grecia e nelle province di Asia, Bitinia, Ponto, Siria, nelle quali provvide a una

sistemazione dell'amministrazione. Nel 19 gli furono offerti alcuni onori consolari, quali la sella

curulis e 12 littori, per giustificare forse l'esercizio di poteri civili per i quali non era sufficiente la

tribunicia potestas. Al ritorno da Gallia e Spagna, nel 12 Augusto assunse il pontificato massimo, il

più alto sacerdozio romano, tradizionalmente tenuto dal princeps senatus, che sancì la sacralità

del potere del principe e che fino a Graziano (IV sec. d.C.) sarà sempre rivestito dagli imperatori.

Come pontefice massimo, Augusto aveva il potere di controllare il calendario e i sacrifici di stato.

Nel 2 a.C., console per la tredicesima volta, fu acclamato pater patriae e l'iscrizione nel vestibolo

della sua casa, nella curia Iulia e nel Foro di Augusto. Nel 5 d.C. fu introdotta una riforma dei

comizi che sin dal 28 a.C. avevano ripreso la loro attività e ai quali Augusto aveva voluto

assicurare una partecipazione più ampia attraverso l'allargamento del voto comiziale ai cittadini

delle colonie fondate in Italia. Nel 5 d.C. furono apportate modifiche alle procedure di voto in onore

dei nipoti e figli adottivi, Gaio e Lucio Cesari, destinati alla successione ma morti in giovane età

ed eroizzati, sulle quali siamo informati da documenti epigrafici rinvenuti in Toscana e in Spagna,

cioè la proceduta della destinatio, per cui nell'indicazione dei magistrati diventava determinante il

voto di 10 centurie formate per sorteggio da elenchi di senatori e di cavalieri.

3. Politica e propaganda

Mentre da un lato si parla tout court di potere monarchico e di ideologico mascheramento di

esso, dall'altro viene evidenziata la complessità della posizione augustea e l'opera di mediazione

tra opposte tendenze e diverse componenti sociali. Emergono infatti nella tradizione, una linea

tradizionalista, propria degli esponenti delle grandi gentes repubblicane e una linea innovatrice che

tendeva all'instaurazione di un potere monarchico autocratico di tipo ellenistico. Tali opposte linee

politiche, attraversavano la stessa famiglia del principe e la nobilitas, dividendo le famiglie. Alla

linea di compromesso Augusto sacrificò anche affetti familiari e con esso riuscì a tenere insieme

forze contrastanti in un equilibrio sempre rinnovato. La linea politica augustea, imperniata sugli

ideali di prudenza e moderazione, fu sostenuta da un complesso apparato ideologico per cui

Augusto si avvalse della collaborazione di intellettuali, artisti, utilizzò riti e immagini, in modo da

raggiungere vari livelli sociali e culturali. La parola chiava della politica e della propaganda

ideologica fu pax, che indicava la fine e il superamento delle guerre civili. Annunciata nel 29, con la

chiusura del tempio di Giano, l'esaltazione della pax fu ribadita nel corso dei lunghi anni di potere.

Augusto come garante della pace.

4. I cambiamenti nel governo dell’impero

L’insieme degli interventi di Augusto si presenta come una vasta e capillare opera di

riassetto e riorganizzazione dello Stato, dall’amministrazione dei territori all’esercito, dalla fiscalità

al sistema giudiziario, dall’urbanistica alla vita religiosa e morale. In questa lunga attività il principe

si avvalse di esperti consiglieri e dell'aiuto dei suoi collaboratori, soprattutto Agrippa e Mecenate.

a) Interventi a Roma : l'Urbs diventa con Augusto il centro non solo politico ma anche cultura

dell'impero. Alcuni interventi di Augusto a Roma si caratterizzano per la loro eccezionalità e

occasionalità, altri si segnalano come definitivi e strutturali, sia sul piano urbanistico-monumentale,

sia sul piano dell’amministrazione, della sicurezza e dell’ordine pubblico. Dopo gli anni delle guerre

civili, le condizioni edilizie della capitale erano precarie e insufficienti anche in relazione alla

notevole densità di popolazione, che superava il milione di residenti. Lo spazio pubblico venne

ridefinito nel quadro del generale rinnovamento religioso e culturale. La gestione dei bisogni

primari dei residenti nella città fu affrontata con atti di elargizioni di frumento, nel 23 e di denaro nel

29, nel 24, nel 23 e nel 12, nella costruzione o restaurazioni di acquedotti, terme, mercati e

dell'importante asse viario della Via Flaminia. Per la normale gestione delle strutture, la

manutenzione e il funzionamento di costruzioni e servizi venne utilizzato lo strumento tradizionale,

la magistratura e l'edilità. Nel 28 assunse l'edilità Agrippa e con iter inconsueto, dopo la morte di

Agrippa nel 12, fu attivato un procedimento: dall'edilità furono estrapolate e frammentate le

competenze, individuate come curae specifiche, assunte dallo stesso Augusto o dai suoi delegati.

La novità si palesa nella modalità di conferimento e nella condizione dei soggetti chiamati a

rivestirle, ex pretori o ex consoli. Le curae vennero distribuite dal principe con attenzione a

realizzare un equilibrio tra i vari livello dello stesso ordo: la cura aquarum (sovrintendenza al

funzionamento e sorveglianza degli acquedotti, tenuta dopo la morte di Agrippa da un collegio di 3

senatori che disponevano di una squadra tecnica e subordinata, gli aquarii, anche di condizione

schiavile), la c. aedium sacrarum et operum locorumque publicorus (manutenzione degli

edifici sacri e no), la c. ripararum et alvei Tiberis et cloacarum (controllo e manutenzione

dell'alveo del fiume e dell'uso delle sue acque istituita in verità da Tiberio) venivano assegnate a

senatori di rango consolare, mentre la cura frumenti dandi e la c. viarium (direzione della

costruzione e manutenzione delle strade) affidate a senatori di rango pretorio (2.a.C). Per altri

compiti si utilizzò uno strumento esistente, la praefectura. I praefecti erano coadiuvati dal

procurator annonane. In quanto assegnata e senza limiti di annualità, dotata di imperium, la

praefectura conferiva poteri di intervento nei diversi campi di applicazione, ma dopo il 13 d.C. la

carica andò stabilizzandosi col compito specifico di mantenimento dell'ordine pubblico tramite il

comando di corpi militari, le coorti urbane, e funzioni giurisdizionali in materia criminale. La

competenza del prefetto della città si estendeva fino a cento miglia dalla città di Roma. La città dal

7 a.C. fu ripartita topograficamente in 14 regiones, a loro volta suddivise in vici, quartieri. Più vici

riuniti insieme eleggevano annualmente dei magistri estratti dalla plebe in essi residente, i quali

dovevano provvedere al controllo dell'ordine pubblico, della sicurezza, della vita culturale in onore

dei Lares Augusti e del genio dell'imperatore.

b) Interventi in Italia : Di scarsa entità gli interventi augustei nell'organizzazione amministrativa

dell'Italia fuori Roma, che solo nel tardo impero riceverà una struttura amministrativa di tipo

provinciale. Con Augusto la penisola venne suddivisa in 11 regiones. A capo delle regiones, non

furono preposti funzionari responsabili dell'amministrazione. Solo nel II secolo d.C. saranno istituiti

magistrati per l'amministrazione della giustizia civile, consulares o iuridicii, mentre della giustizia

penale si occupava il praefectus praetorio. Gli abitanti dei circa 400 insediamenti urbani erano

cittadini romani che si cercò di incrementare con una campagna demografica e di promuovere

politicamente agevolandone l'esercizio di diritto di voto. I centri urbani amministravano lo spazio

rurale ricadente nel proprio territorium, ripartito in distretti, pagi, funzionali alla registrazione della

realtà agraria che si articolava in agri, fundi con villae e vici. Più consistenti gli interventi del potere

centrale sia nell'edilizia dei centri urbani, sia sul sistema strada.

c) Ordinamento delle province : Formalmente rimase in piedi il sistema repubblicano, per cui a

governare i territori provinciali continuarono ad essere inviati ex magistrati; tuttavia già nel 27 le

province vennero ripartite in due diverse sfere di competenza: da un lato quella tradizionale del

Senato e del popolo (provinciae populi), dall'altro quella nuova del principe.A governare le prime

venivano inviati proconsules, ex consoli o ex pretori in carica per un anno, i quali amministravano

la giustizia coadiuvati dai quaestores per l'amministrazione fiscale. Anche al governo delle

seconde erano preposti senatori ma scelti dal principe di cui i governatori erano legati e denominati

legati Augusti, a lui particolarmente vicini. Anche questi governatori erano ex consoli o ex pretori.

Anche della riscossione delle tasse in queste province si occupavano emissari del principe,

procuratores, estratti dall'ordo equestre. In realtà anche nelle provinciae populi si trovavano

unità militari; inoltre l'auctoritas del principe lo abilitava a intervenire anche nelle provinciae populi.

Alcune province, quasi sempre di limitata estensione e/o ridotta importanza, a partire da Claudio

furono rette da cavalieri. Una provincia in particolare fu sottratta al governo senatorio: l'Egitto, nel

quale anzi i senatori non potevano neanche entrare senza l'autorizzazione del principe. Al suo

governo fu preposto un cavaliere, il praefectus Alexandreae et Aegypti, che con imperium

proconsulare comandava anche le legioni ivi distaccate e dipendeva esclusivamente dal principe

che rappresentava. Questa prefettura metteva in rilievo la posizione della città di Alessandria; il

resto del paese rimase suddiviso in nomoi, distretti territoriali a capo dei quali erano posti strateghi

nominati dall’alto. La maggior parte delle comunità provinciali erano peregrinae, straniere, la cui

aspirazione ad acquisire la cittadinanza romano non trovò grande apertura in Augusto.

d) Ristrutturazione delle imposizioni fiscali : Per i cittadini romani residenti a Roma e nelle

città italiane fu mantenuta l'esenzione dall'imposta fondiaria ma fu introdotto il pagamento di alcune

tasse quali la vicesima hereditatum istituita nel 5 o 6 d.C. che colpiva le classe abbienti o, la

centesima rerum venalium che riguardava anche i ceti popolari. Il gettito di queste imposte fu fatto

confluire in una cassa pubblica di nuova istituzione, l'aerarium militare cui attingere per premi di

congedo dei veterani, nel 6 d.C. I cittadini romani residenti nelle colonie romane in territorio

provinciale che godevano dello ius Italicum si trovavano nelle stesse condizioni fiscali dei cittadini

residenti a Roma o in Italia; le comunità peregrinae, se liberae erano anche immunes. Il sistema di

riscossione delle tasse provinciali andò incontro a un profondo cambiamento, sottratto al regime

degli appalti pubblici adottato in epoca repubblicana. L'esazione dei tributi provinciali in moneta,

venne affidata alle amministrazioni cittadine nei cui territori ricadevano uomini e proprietà. I

proventi fiscali delle provinciae populi confluivano nella cassa dello stato, l'aerarium Saturni che

aveva sede nel tempio di Saturno ed era gestita dal senato tramite i suoi rappresentanti. I proventi

fiscali delle provinciae Caesaris erano raccolti in casse locali (fisci), i cui residui cominciarono ad

essere raccolti in un unico fiscus Caesaris, una cassa distinta dall'aerarium. Tasse indirette erano i

vectigalia e i portoria.

e) Riforme dell’esercito : Alla riorganizzazione dell’esercito, Augusto provvide con interventi di

varia natura, in primo luogo lo scioglimento della maggior parte dei corpi militari, il cui numero

appariva esorbitante rispetto alle esigenze delle fasi più acute del conflitto con Antonio. Le legioni,

allora arrivate al numero di 60, furono ridotte a 28 e trasformante in esercito permanente, diminuite

poi a 25. La drastica riduzione contribuì a ridimensionare il problema degli arruolamenti, allentato

anche dalla fissazione della ferma a 16 anni (poi elevata a 20 anni) e dalla incentivazione del

pagamento del soldo e del premio finale di congedo. Questo fu sempre più contabilizzato in

denaro. La somma, equivalente all'ammontare del soldo di più di 10 anni, era sufficiente a

consentire l'acquisto di un podere. Nelle legioni erano arruolati cittadini romani. L'esercito

legionario fu un esercito di volontari, professionisti. Oltre ai corpi legionari, l'esercito era formato

anche da truppe ausiliarie arruolate tra i provinciali, peregrini. Il comando delle legioni era

esercitato in nome del princeps, generale supremo dell'esercito, dai governatori delle province non

pacatae (legati Augusti) e dai generali delle legioni ad essi subordinati, i legati legionis, ai quali

obbedivano 6 tribuni legionis, cui erano a loro volta subordinati i centurioni. Anche i comandanti

degli auxilia ubbidivano al legatus legionis senatorio. Per i giovani di famiglia senatoria il servizio

militare costituiva un passaggio tra le magistrature minori e la successione di questura, tribunato o

edilità, pretura, dopo la quale si poteva accedere alla legazione di legione o al governatorato delle

province imperiali con una sola legione. Successivamente il senatore poteva aspirare al consolato

e quindi al governatorato di una provincia populi o di una provincia Caesaris con 2 legioni. Gli

equites dopo la prefettura di coorte, assumevano il tribunato augusticlavio e quindi la prefettura di

ala. Dell'esercito faceva parte anche il corpo speciale della guardia imperiale, i pretoriani ordinati in

9 coorti. Il comando, prima unico fu in seguito affidato sempre a esponenti di prestigio della classe

equestre. I pretoriani ricevevano un soldo più elevato dei legionari. Corpi militari erano anche le

cohortes urbanae (tre) al servizio del praefectus urbi, nonché le cohortes vigilum (7) nelle quali

erano arruolati liberti con funzioni di polizia urbana e di vigili del fuoco. La flotta fu organizzata in 2

flotte permanenti, stanziate una a Miseno, sul litorale laziale, l'altra a Ravenna, sull'Adriatico.

f) Imperium sine fine: L’esercito così (ri)organizzato fu impiegato oltre che al controllo

delle province, anche al prosieguo della conquista di aree al di fuori dei territori già

conquistati. Nel 25 a.C. fu sottomessa la Valle d'Aosta, dove fu fondata Augusta Praetoria

(Aosta); la conquista dell'arco alpino centrale fino al Danubio fu realizzata da Tiberio e Druso nel

16-15; tra il 14 e il 9 vennero sottomesse la Pannonia (Ungheria) e la Mesia ( Bulgaria); nel 9 d.C.

l'Illirico fu redatto a provincia. La zona tra il Reno e l'Elba (Germania) non fu mai sottomessa. In

Africa, ridefinita Africa proconsularis, tra il 21 e il 20 fu esteso e consolidato il controllo romano

dell'area a meridione dal proconsole L. Cornelio Balbo. La Mauretania fu annessa sotto Claudio.

In Egitto, Cornelio Gallo, estese i confini meridionali e concluse un accordo con gli Etiopi nel

29/27; il suo successore C. Petronio condusse una spedizione nell'odierno Yemen meridionale. Lo

scopo di queste spedizioni era il controllo delle vie commerciali verso l'Oriente. Nel 6 d.C. la

Giudea fu annessa alla Siria. I rapporti col regno partico furono affidati alla diplomazia e al

controllo indiretto delle regioni di confine, tramite trattati di amicizia, rinsaldati da matrimoni.

Rilevanza ebbero i rapporti con l'Armenia, dove si contrapponevano una fazione filoromana e una

filopartica.

g) Riforme giudiziarie : Anche sotto il profilo dell’elaborazione ed applicazione del diritto, l’età di

Augusto di caratterizza per peculiari trasformazioni che sono state definite “la rivoluzione

scientifica”, una rivoluzione segnata da novità. Augusto promosse l'attività di interpretazione e

creazione del diritto in virtù dei suoi poteri magistruali e in virtù dell'auctoritas che li ampliava e

potenziava, sia tramite plebisciti sia tramite l'attività normativa del Senato, sia attraverso editti

riguardanti le più svariate materie. In ambito penale, il crimen maiestatis fu quello soggetto a più

rapida trasformazione: originariamente inteso come delitto contro il popolo romano e la sua

sicurezza, divenne reato contro il principe come personificazione della res publica e nella

fattispecie furono compresi non solo gli attentati alla persona del principe ma anche le congiure,

parole o scritti offensivi, atti di disubbidienza, rifiuto di sacrificare, pratiche magiche e saperi

astrologici divinatori. Il crimen repetundarum consisteva nell'indebita estorsione ed abusi da parte

di funzionari, senatori e anche giudici per realizzare illeciti profitti. I provvedimenti sul crimen de vi

furono presi nel 18-17 a.C. Le riforme consistettero nella sistemazione dei tribunali. Da un lato

Augusto conservò il sistema di giustizia criminale tardo repubblicana, la quaestiones perpetuae

che rimasero valide per la giurisdizione criminale ordinaria, ma riorganizzate nel numero, nelle

regole di funzionamento, nelle competenze, nella composizione. Augusto favorì la costituzione

graduale di nuovi organi giudicanti in grado di prendere in considerazione più reati nello stesso

processo e di proporzionare le pene, ridefinite nella tipologia e nelle modalità, alla gravità del reato.

I nuovi ordini di giurisdizione criminale furono l’assemblea del Senato, guidata dai consoli e il

tribunale del principe. Nella tarda repubblica il senato aveva svolto funzione giudiziaria con

l'emanazione di senatusconsulta ultima. Augusto istituì una vera e propria cognitio senatus

emanante una sentenza, specie in materia di crimini di maiestas commessi da senatori. Il principe

riservò a se stesso la giurisdizione sui reati de maiestate non commessi da senatori, specie da

maghi, indovini, astrologi e sui reati di violazione della disciplina militare, sui reati contro la

pubblica amministrazione. Rispetto all'età repubblicana un cambiamento fu costituito

dall'impossibilità per il condannato di sfuggire alla pena con l'esilio. La giurisdizione criminale

ordinaria per i delitti commessi da gente comune fu via via affidata a funzionari preposti al controllo

dell'ordine pubblico, i praefecti urbi, vigilum, annonae e praetorio. Nelle province i governatori,

dotati di imperium e dunque di ius coercitionis, potevano procedere liberamente nei confronti dei

provinciali peregrini. L'imputato poteva appellare al principe. I cittadini romani potevano chiedere di

essere giudicati a Roma.

CAPITOLO 2 – LA SUCCESSIONE

1. I progetti di Augusto

La preparazione alla successione fu concepita e attuata da Augusto nel contesto della

politica familiare e della propaganda ideologica che assegnava una posizione eminente e ruolo

pubblico ai membri della gens Iulia. Nel contempo strategie matrimoniali sapientemente

organizzate con le famiglie della vecchia nobiltà repubblicana erano finalizzate a consolidare la

famiglia Giulia. Le contraddizioni interne al sistema di rapporti familiari e politici che si creò,

frustrarono i pur accurati progetti del principe e indirizzarono la vicenda della famiglia lungo un

percorso intessuto di spietate lotte e crudeltà verso l’esito finale del suo stesso esaurimento nella

seconda metà del secolo. Augusto seguì il procedimento di attribuire poteri costituzionali analoghi

ai propri ai diversi soggetti via via individuati per continuare quella che egli amò definire una statio.

Egli pensò al nipote Marco Claudio Marcello, nato dal primo matrimonio della sorella Ottavia,

fatto sposare con Giulia, l'unica figlia avuta da Augusto con Scribonia. A Marcello furono attribuiti

l'edilità, il seggio in senato, la possibilità di presentarsi candidato al consolato 10 anni prima

dell'età legale. Nel 23, a 20 anni, Marcello moriva. La giovane Giulia fu data in sposa ad Agrippa,

al quale nel 18 fu attribuita la tribunicia potestas. I due primi figli maschi della coppia, Gaio e

Lucio, furono adottati da Augusto e presto fatti emergere nella vita pubblica. Gaio nel 5 a.C.

ricevette il titolo di princeps iuventutis. Lucio morì a Marsiglia nel 2 d.C., Gaio nel 4 d.C. in Oriente.

Fino a poco tempo prima di morire Augusto cercò di mostrarsi aperto a un confronto su ipotesi

diverse. Circolavano idee sulla successione che sostavano personalità di prestigio estranee alla

domus. La successione per linea di sangue era una linea politica sostenuta da elementi molto

vicini al principe. In questa prospettiva potrebbe essere interpretato il riavvicinamento di Augusto al

nipote Agrippa Postumo, ultimo dei figli maschi di Giulia ed Agrippa, ripudiato nel 7 a.C. e

allontanato nell'isola di Planasia: nel 14 d.C. il principe andò a visitarlo accompagnato da Fabio

Massimo per una riappacificazione. L'improvvisa morte di Fabio Massimo seguita poco dopo da

quella di Augusto (19 agosto), l'eliminazione di Agrippa Postumo subito dopo la morte di Augusto

vengono presentate da Tacito in modo da suggerire sospetti su Livia e Tiberio, evidenziando

l’acquiescenza del senato.

2. L’impero hereditas di una sola famiglia

Tiberio (14-37 d.C.): La morte di Augusto non segnò quella del tipo di governo da lui

pazientemente costruito. Tiberio, sul piano privato designato nel testamento di Augusto erede

principale assieme a Livia, adottata anche lei nella famiglia Giulia e sul piano pubblico già dotato di

imperium proconsulare e tribunicia potestas, ricevette dal Senato l'offerta dell'impero. Tiberio rifiutò

sempre il titolo di imperator e di pater patriae e mostrò un atteggiamento di ossequio per le

prerogative del Senato a cui affidò sempre più un ruolo giudiziario. Gli ultimi anni di Tiberio sono

tratteggiati dalle fonti come quelli di un regime del terrore, in cui processi e suicidi, congiure e

timori di congiure si affollano a delineare il profilo di un despota crudele e isolato. Non mancarono

reazioni negative e tentativi di opposizione. Tale l'avventura dello schiavo di Agrippa Postumo,

Clemente che appoggiato anche da ambienti della corte cercò di fomentare una rivolta nel 16 d.C.

ma fu eliminato. Successivamente Germanico fu richiamato a Roma e inviato in Oriente nel 18

d.C. per risolvere la questione dell'Armenia; contestualmente veniva scelto come propretore di

Siria Gneo Pisone con il compito di supportare militarmente la missione di Germanico e con il fine

di controllarne l'operato. Il conflitto tra i due scoppiò per il mancato aiuto militare a Germanico.

Germanico, colpito da grave malattia, sospettò di essere stato avvelenato per ordine di Gneo

Pisone, la cui moglie Plancina aveva al suo seguito un'esperta di veleni. Mentre Agrippina

riportava in Italia le ceneri del marito tra folle osannanti, Pisone fu richiamato a Roma e processato

assieme alla moglie e al figlio che lo aveva accompagnato in Siria. La sentenza condannò il

proconsole, che si suicidò prima ma scagionò la moglie e il figlio e non dispose il sequestro dei

beni. Onori simili a quelli istituiti da Augusto per i principes iuventutis Gaio e Lucio furono attribuiti

nel 19 d.C. al morto Germanico e poi al figlio di Tiberio, Druso II, nel 23. Dietro le rivalità, si

colgono linee politiche diverse, diverse concezioni del potere e del principe, l'una quella di Tiberio

o di Gneo Pisone, costituzionalista, l'altra, quella di Germanico, tendente a un principato

monarchico e dinastico. Nel 27 d.C. Tiberio si ritirò a Capri, lasciando la gestione dell'impero al

prefetto del pretorio L. Elio Seiano, che nel 31 d.C. ricevette il consolato assieme all'imperatore.

L'eccessivo potere del prefetto al pretorio non mancò di suscitare l'opposizione decisa all'interno

della stessa domus Augusta e in particolare della vecchia Antonia, che lo denunciò presso

l'imperatore. Tiberio nominò un altro prefetto al pretorio Q. Nevio Cordio Sutorio Macrone, che

svolse il compito di ufficializzare la denuncia e di portare a compimento condanna ed esecuzione

di Seiano nel 31 d.C. Intanto, andava emergendo a corte, un senatore proveniente dal ceto

equestre, L. Vitellio che nel 35 gestì l'alleanza con i Parti di fronte all'invasione dell'Asia minore di

nemici comuni, gli Alani. Tiberio morì presso Miseno il 16 marzo del 37 d.C.

Caligola (37-41 d.C.): Nella successione a Tiberio del nipote Gaio mancarono sia l’adozione, sia

una precedente attribuzione di magistrature e poteri analoghi a quelli del principe, mentre

emergevano nuovi protagonisti del potere, la guardia pretoriana e la plebe romana, si modificava il

rapporto con il senato. successione a Tiberio del nipote Gaio. Gaio, il cui soprannome Caligola

(piccola scarpa militare) era stato coniato negli accampamenti dove aveva trascorso l'infanzia

assieme alla sua famiglia, risultò coerede con Tiberio Gemello, figlio di Druso II, nel testamento

privato di Tiberio. Gaio adottò Tiberio Gemello, ma i pretoriani e la plebe espressero il loro favore

per il solo Caligola. Il senato annullò il testamento di Tiberio. Poco tempo dopo Tiberio Gemello

venne eliminato. Nel corso del suo breve regno Caligola, cercò di instaurare un potere autocratico.

Comunicando la sua idea del potere con lusso sfarzoso e gesti clamorosi, che diedero

l’opportunità ai suoi avversari di presentarlo come un folle, riuscì ad alienarsi anche i pretoriani e

persino elementi della sua famiglia e della corte. Una prima congiura, nel 39 d.C., finì nel sangue,

una seconda nel 41, eliminò brutalmente il principe assieme alla moglie e alla piccolissima figlia.

Claudio (41-54 d.C.) : nelle ore che seguirono l'assassinio di Caligola il suo successore fu

individuato nella persona di un suo zio, Claudio, un fratello di Germanico, una figura di secondo

ppiano, mai preso in considerazione per la successione, oggetto a corte di derisione. Claudio, una

volta al potere, mostrò un'attitudine al governo e all'amministrazione dell'impero di cui anche riuscì

ad ampliare i confini con la conquista della Britannia nel 43 d.C. e la provincializzazione della

Mauretania. Sotto Claudio cominciò ad emergere qualche segno di novità: l'emergere nel senato e

a corte di famiglie nuove (ad es. i Vitelli o i Vinicii) e la loro aspirazione a concorrere insieme o al

posto delle famiglie di antica nobiltà all’imparentamento con la casa giulio-claudia e alla

successione al principato. Acquistavano grande potere politico anche alcuni liberti del principe,

posti a capo di settori diversi della sua domus privata, ma in realtà veri capi dell'amministrazione

imperiale (Polibio, Narciso, Pallante, Callisto).

Nerone (54-68) : Fu la discendenza da Augusto e non la discendenza diretta di Claudio,

l'elemento che prevalse nelle lotte per la successione a quest'ultimo, morto avvelenato per intrighi

della moglie, Agrippina Minore, che ebbe successo nel realizzare la successione del figlio grazie

all’appoggio di una fazione della corte costituita da elementi della novitas e dal liberto Pallante.

Agrippina, una delle figlie di Agrippina Maggiore e Germanico, sorella di Caligola, nipote per linea

paterna di Claudio ma pronipote per linea materna di Augusto, riuscì a sposare lo zio e a fare

prevalere sulla discendenza diretta del principe, che da Messalina aveva avuto 2 figli, Ottavia e

Britannico, il proprio figlio, Lucio Domizio Enobarbo noto come Nerone. Fu attuata non solo

l'adozione, ma anche l'alleanza matrimoniale (fidanzamento e poi matrimonio con Ottavia),

l’entrata nella vita pubblica scandalosamente precoce, l’appoggio della guardia pretoriana che

acclamò Nerone. Britannico fu ucciso nel 55 d.C., Ottavia dopo essere stata ripudiata nel 62 d.C.

La presenza a corte in un intellettuale della statura di Seneca, chiamato da Agrippina quale

mentore del giovane principe e il controllo del prefetto al pretorio Afranio Burro sulle tendenze

neroniane garantirono un argine alla fragilità psicologica di Nerone. Al termine di questo periodo, la

tradizione pone una cesura e l'inizio di un principato caratterizzato dall'unione di Nerone con

Poppea Sabina, amante di Nerone dal 68 d.C. e sposa dal 62 d.C., dalla rottura con la madre fino

al matricidio nel 59 d.C., con il senato e infine con lo stesso Seneca, allontanato e portato al

suicidio nel 62 in coincidenza con la morte di Burro, mentre si succedevano congiure e repressioni.

Il rapporto con il senato era stato sostituito da un rapporto privilegiato con la plebe al cui desiderio

di vendetta dopo un incendio di Roma (che Tacito attribuisce allo stesso Nerone), Nerone sacrificò

i cristiani che subirono la prima celebre persecuzione nel 64 d.C. L’estinzione di parenti di sangue

di Augusto e la mancanza di prole di Nerone furono tra i fattori che agevolarono alla sua morte il

ricambio al vertice, preparato dal crescente prestigio fra le legioni dei loro comandanti e da

un’opposizione ripetutamente organizzata in congiure, represse nel sangue. Nell'opposizione a

Nerone confluivano il malcontento del ceto senatorio. Si giunse infine all’aperta rivolta, al suicidio

di Nerone nel 68 d.C. e alle lotte intestine tra i vari pretendenti che si prolungarono per tutto il 69

d.C., per approdare infine all'affermazione di Flavio Vespasiano.

3. Il 69 d.C., longus et unus annus

All’opposizione degli ambienti romani si aggiunse ancora una volta quella dei provinciali

vessati dai tributi. Nel 68 d.C. scoppiò la rivolta del legato della Gallia Lugdunense, Gaio Giulio

Vindice, un senatore di origine aquitana. Vindice offrì il suo appoggio per la candidatura all'impero

al governatore della Tarraconese Servio Sulpicio Galba, ma fu sconfitto da L. Virginio Rufo,

legato della Germania superiore e si suicidò. Le legioni di Virginio Rufo offrirono il principato al loro

comandante, che rifiutò, mentre le legioni della Tarraconese, riuscirono a fare accettare l'impero a

Galba. Nerone, dichiarato hostis publicus, cercò di fuggire ma si arrese al suo destino e si

suicidò aiutato da un suo liberto nel 68 d.C. a 31 anni di età. Galba, giunto a Roma nell'ottobre del

68 d.C., volle predisporre la sua successione adottando un senatore più giovane, Lucio Calpurnio

Pisone Liciniano. Poco dopo l'adozione di Pisone nel 69 d.C., i pretoriani abbandonarono Galba

e si schierarono con M. Salvio Otone, un senatore già marito di Poppea e già amico di Nerone.

Galba e Pisone furono eliminati. Otone ebbe il sostegno anche delle legioni danubiane e della

flotta. Invece, le legioni della Germania proposero a loro volta come principe Aulo Vitellio, legato

della Germania Superiore. Lo scontro tra coorti pretorie e legioni renane avvenne a Bedriaco, nei

pressi dell'odierna Cremona, il 14 aprile e vide vincere Vitellio. Otone si suicidò. Ma le legioni

danubiane, sconfissero Vitellio ancora a Bedriaco. Antonio Primo era alleato con il legato di Siria,

Licinio Muciano, il quale d'accordo con il prefetto d'Egitto, Tiberio Alessandro, appoggiava

Flavio Vespasiano. Vitellio fu quindi ucciso.

CAPITOLO 3 – LE DINAMICHE DELL’ECONOMIA E DELLA SOCIETA’

1. Dinamiche economiche

All'instaurazione augustea della pax interna ed esterna sono state infatti ricondotte

tendenze economiche di segno opposto. Avrebbe avuto allora inizio uno spontaneo sviluppo

economico caratterizzato dal rifiorire della produzione agricola e artigianale e soprattutto dei

commerci. L'unificazione del mondo gravitante attorno al Mediterraneo avrebbe permesso la

realizzazione di un'economia mondiale portando a compimento tendenze già emerse in epoca

ellenistico-tardorepubblicana, soffocate allora dalle interminabili contese dei dinasti ellenistici, dalle

guerre di conquista di Roma e dalle guerre civili, che con l’instabilità e le perdite avrebbero

vanificato lo slancio di “borghesie” cittadine. Il principato giulio-claudio visto non come fase di

cambiamento economico ma di continuità con il periodo precedente, in relazione al perdurare

dell'economia schiavistica, al ruolo dominante della rendita fondiaria e alla limitata dimensione dei

commerci. In Italia, in età giulio-claudia viene riconosciuta un'intensificazione della produzione sia

agricola che manifatturiera. Tale accresciuta produzione si basava sull'utilizzo su grande scala del

lavoro schiavile, ma non solo. La velocità ed economicità dei trasporti rimase affidata soprattutto ai

percorsi marittimi e fluviali. Ritrovamenti papiracei ed epigrafici attestano proprio per l'epoca

neroniana la sperimentazione di peculiari forme di credito per transazioni a distanza. Sulla

produzione e i trasporti fondamentale fu l'azione stimolatrice esercitata dall'organizzazione politica

unitaria, non solo per la costruzione di infrastrutture (strade e ponti) ma anche per la loro maggiore

sicurezza, il controllo dei mari e la difesa dei confini. Le distribuzioni di denaro al popolo dovettero

agire a favore di un'economia monetaria stimolando i consumi di massa; anche la committenza di

opere pubbliche dovette contribuire alla circolazione di denaro. Augusto riorganizzò il sistema

monetario romano costituito nei suoi elementi essenziali al tempo della guerra annibalica

stabilizzando il rapporto tra moneta d'oro e moneta d'argento. Mentre la coniazione di monete di

rame in Italia era affidata ai senatori, la coniazione di monete d'oro e di argento era competenza

del principe. Tiberio fece migliorare e costruire strade e acquedotti e dedusse colonie. Tuttavia,

rispetto al periodo augusteo, gli investimenti imperiali in opere pubbliche furono ridotti, con

conseguenze negative. La crisi finanziaria fu risolta dall'intervento imperiale che mise a

disposizione delle banche pubbliche una quantità di denaro notevole per prestiti senza interesse e

sanò la situazione debitoria di molti.

2. Dinamiche sociali

Si descriveva la crescita di una classe borghese o media, uno strato sociale diverso

dall'antica nobilitas ma anche dal proletariato, una borghesia economicamente attiva e dinamica,

composta da commercianti ma anche da piccoli e medi proprietari, da soldati e loro discendenti, da

liberti ma anche da cavalieri, impegnata negli affari e nei commerci nell'industria e nella

conduzione di moderne aziende agrarie. Si avviò la costituzione graduale di un ordo senatorio ben

definito negli obblighi e nei privilegi. Il senato fu riordinato da Augusto nel numero e nelle qualità

dei componenti, scelti con un metro “morale”. Una riduzione complessiva del numero: da 1000

senatori si passò prima a 800, poi a 600. Via via nel senato rinnovato la maggioranza fu costituita

da “uomini nuovi” che aspirarono direttamente al principato. Sia Augusto che Tiberio introdussero

nel Senato i migliori dei cives originari da colonie e municipi italici. Anche i liberti aspiravano alla

scalata politica, ma Tiberio, come Augusto, cercò di frenare la loro tendenza all'ascesa sociale. I

liberti di Claudio svolsero compisti nell'amministrazione dell'impero. Schiavi e liberti erano gruppi

sociali inferiori solo giuridicamente ai nati liberi, ma al loro interno si distribuivano economicamente

e socialmente in molteplici strati che ai livelli più alti potevano superare di molto la condizione dei

liberi poveri. La plebe urbana si configura nella tradizione come massa parassitaria sul piano

economico, blandita, ma anche politicamente strumentalizzata dai principi “crudeli” nella loro lotta

contro la nobilitas. Caligola e Nerone sono caratterizzati dalla tradizione come principi amati dalla

plebe per le largitiones di cibo e spettacoli.

CAPITOLO IV – FERMENTI RELIGIOSI IN ETA’ GIULIO-CLAUDIA

In un ambito sociale definito come “ceto medio” tra quelli più alti e quelli inferiori, ebbe inizio

e maturò in età giulio-claudia una novità religiosa, il cristianesimo. La linea seguita da Augusto in

questo campo, già dal 43 a.C., si presenta caratteristicamente come restaurazione dell’antico.

Anche nei confronti dei culti stranieri come quelli di Cibele o di Iside, entrambi connessi a miti di

morte e di resurrezione, i principi giulio-claudi intervennero, promuovendoli o ostacolandoli in base

a scelte personali e gentilizie. Il dato nuovo era la centralità del ruolo del princeps, nuovo

protagonista nella promozione della religiosità pubblica. Vi fu, infatti, l’introduzione del culto del

sovrano, usuale nelle province orientali di tradizione ellenistica, ma di nuova introduzione in

Occidente. Il culto imperiale era funzionale a rispondere alle esigenze di rassicurazione e

protezione, alle aspettative di aiuto da parte dei “sudditi”. Alla fragilità e insufficienza della teologia

del culto imperiale, tuttavia, è stata contrapposta l’espansione del cristianesimo. È stata

evidenziata la vitalità dell'offerta religiosa politeistica, caratterizzata da dinamiche di continua

acquisizione di nuove divinità, da apertura a nuovi culti, il nuovo slancio connesso al processo di

urbanizzazione e romanizzazione. È stata altresì sottolineata la vitalità del culto imperiale e la sua

funzione di composizione dei rapporti tra classi sociali diverse, la sua funzione di composizione dei

rapporti tra classi sociali diverse, la sua importanza nel processo di integrazione dei provinciali.

D’altro canto vengono ribaditi gli elementi di contaminazione e di continuità nel crogiuolo

dell’ellenismo, tra il cristianesimo e forme di religiosità “pagana”. Proprio la funzione politica delle

forme nascenti di culto dei principi, dei culti orientali, delle credenze astrologiche e magiche da

essi in alcuni casi promossi, furono occasione di forme di opposizione politica, alimentarono o

giustificarono esperienze di attrito con il potere. Tragica la repressione esercitata dallo stato

romano nei confronti del cristianesimo. La predicazione di Gesù si era svolta negli anni tra il 27 e il

33 d.C. in un contesto attraverso da forti tensioni politiche in relazione alla incombente presenza di

Roma, che esercitava un dominio diretto nella parte già attribuita da Archelao alla morte del padre

Erode il Grande, la Giudea, provincializzata nel 6 d.C. La predicazione di Gesù, incentrata

sull'amore per l'unico Dio e per il prossimo, pur presentando alcuni tratti analoghi ai vari fermenti

religiosi del mondo giudaico, si caratterizzava in modo diverso anche sul piano politico. Nella

posizione dei suoi seguaci si distinguono due linee, quella di Paolo di Tarso, ebreo della tribù di

Beniamino ma anche civis romano, quella dell'Apocalisse giovannea che inclinava all'opposizione.

La posizione paolina verso il potere costituito, mentre agevolava le conversioni anche di pagani,

causava forti dissensi nelle comunità ebraiche di Damasco, delle varie città di Asia Minore, Grecia

e Roma. Nella cacciata del 49 d.C. i cristiani non erano ancora individuati dal potere come distinti

dagli Ebrei, assieme ai quali venivano colpiti dalle misure di ordine pubblico. La punizione di

Nerone riguardava invece esclusivamente i cristiani, non più confusi dallo stato con la comunità

ebraica, ritenuta innocente. Di fatto si era chiarita ora la fisionomia distinta dei cristiani. Non

mancano studi che ridimensionano il numero dei martiri neroniani e la portata del proselitismo

cristiano a Roma e in Italia in quell’epoca. Rimane il dato certo della repressione di un gruppo

identificato specificatamente, anche se è ancora oggetti di discussione la motivazione della

persecuzione romana. È stato ipotizzato da Tacito un occultamento del crimen specifico contestato

ai cristiani a motivo dell’avversione dello storico verso Nerone. Le comunità cristiane,

caratterizzate dall'interiorizzazione del culto, dal rinnovamento interiore, da nuovi rapporti

interpersonali e da comportamenti sociali caritatevoli nei confronti del “prossimo”, presentavano

una profonda diversità rispetto ai cultori di divinità straniere, ai riti pubblici e in generale alle forme

della religione politeistica come del giudaismo tradizionale. A motivo di questa sfuggente

“colpevolezza”, con l'ultimo dei Giulio-Claudi aveva inizio la serie delle persecuzioni del

cristianesimo, talora striscianti, talora prorompenti in esplosioni violente di repressione radicale.

SEZIONE VI – DAI FLAVI AGLI ANTONINI

CAPITOLO 1 – LA DINASTIA FLAVIA

Dalla fine di Nerone (68) all’anno dei quattro imperatori (69)

Dopo il suicidio di Nerone nel 68 il senato manifestò il proprio consenso per Galba,

approvandone l’acclamazione da parte degli eserciti. Il nuovo imperatore pareva offrire valide

credenziali, in quanto apparteneva all’antica nobilitas repubblicana e aveva avuto una lunga

carriera al servizio dell’impero. Tuttavia la solidità iniziale del nuovo regime iniziò a manifestare

varie debolezze. Galba sottovalutò il malumore delle legioni renane rimaste legate al loro

comandante vincitore di Vindice, Verginio Rufo. Il primo gennaio del 69 le legioni della Germania

superior rifiutarono il giuramento di fedeltà nei confronti di Galba e ne spezzarono le immagini

proclamando la propria fedeltà al solo senato. Il giorno seguente le armate della Germania inferior

individuarono un nuovo imperatore nella figura del loro comandante, Aulo Vitellio. Il 3 gennaio

anche gli eserciti della Germania superior giurarono per Vitellio. Galba allora, ritenne opportuno

associare all'impero un esponente del senato che potesse garantire un'idea di continuità con la

sua persona. La scelta cadde su un nobile L. Calpurnio Pisone Frugi Liciniano. Tuttavia, la

situazione del regime non si risollevò. Emerse infatti, il risentimento da parte di Salvio Otone che

era stato uno dei primi alleati di Galba. Otone aveva nutrito speranze di poter essere associato al

potere e intensificò una serie di contatti con varie persone insoddisfatte della situazione politica. Il

15 gennaio, Otone fu proclamato imperatore dai pretoriani e dalle altre truppe presenti in quel

momento a Roma. Subito dopo Galba fu soppresso nel foro e Pisone venne ucciso davanti al

tempio di Vesta. Otone quindi fu riconosciuto Augusto dal senato e gli furono conferite la potestà

tribunizia e altre prerogative imperiali. Il primo atto del nuovo principe fu un insuccesso: il tentativo

di contattare Vitellio per associarlo al trono con la promessa di sposarne la figlia sfociò in un rifiuto.

Il conflitto fu inevitabile e gli eserciti vitelliani si misero in marcia alla volta della penisola comandati

dai legati di legione Fabio Valente e Aulo Cecina. Nel frattempo gli Otoniani, comandati da

Svetonio Paolino, si erano attestati lungo il Po. Alcuni iniziali successi, in particolare una battaglia

combattuta vicino Piacenza, sembrarono volgere il conflitto a favore degli Otoniani. Nel frattempo,

l'imperatore stesso era accorso sul teatro delle operazioni ponendo il proprio accampamento a

Brixellum (Brescello), mentre nell'altro campo era riuscito tra i nemici il ricongiungimento

dell'esercito di Valente con quello di Cecina. Anche le forze degli Otoniani erano aumentate. Il

numero delle forze in campo fino a quel momento rimaneva a vantaggio dei Vitelliani, che

dovevano contare su circa 70 mila uomini contro i circa 50 mila degli Otoniani. Tuttavia, furono gli

Ottaviani a prendere l'iniziativa. Fautori dell'offensiva furono personaggi inesperti quale il fratello di

Otone, Tiziano, a cui era stato affidato il comando supremo e il prefetto del pretorio Licinio

Proculo. Il piano degli Otoniani dovette consistere nel cercare di isolare Cremona muovendo

l'esercito dalla base di Bedriacum a occidente della stessa Cremona. Il movimento però non passò

inosservato e l'esercito otoniano venne sconfitto. I Vitelliani raggiunsero Bedriacum, dove

ricevettero la resa. Otone preferì porre fine alla guerra togliendosi la vita. Intanto Vitellio, iniziò a

manifestare tutti i difetti del proprio carattere. Si dette infatti al lusso, ai banchetti e alle crudeltà.

Intanto, l'esercito vittorioso trucidava nelle città dell'Italia una serie di sostenitori del passato

regime. Vitellio con il suo esercito dunque prese possesso della capitale ma lasciò i soldati

spadroneggiare nell'Urbe, mentre Cecina e Valente gareggiavano per la supremazia. In breve

l'indolenza e la mancanza di intuito accelerarono la fine del nuovo principe. Fu in questo contesto

di contrapposizione al regime vitelliano che sorse l'astro di Flavio Vespasiano. Questi si trovava in

Oriente già dall'inizio del 67 in virtù dell'incarico straordinario datogli da Nerone di debellare la

ribellione scoppiata nel 66 per opera degli ebrei della Giudea. Vespasiano, giunto in Oriente poco

tempo dopo la sconfitta di Cestio Gallo si accordò con due personaggi che detenevano i posti

chiave e gli altri forti eserciti in quelle province, il prefetto di Alessandria, Tiberio Giulio

Alessandro e il nuovo legato di Siria, Licinio Muciano. Già nella primavera del 67 Vespasiano

aveva preso possesso della Galilea dopo aver espugnato una serie di cittadine fortificate e aver

catturato il nobile gerosolimitano Giuseppe. Poi nell'arco di altri due anni, eliminò con facilità tutti i

capisaldi della resistenza ebraica. Rimaneva però da espugnare la capitale ebraica,

Gerusalemme: una grande città difesa da una possente cinta muraria, in cui si accalcavano

centinaia di migliaia di persone. Forte dell'appoggio delle truppe e dei comandanti dell'Oriente e

dei contatti attivati con la maggior parte degli eserciti di Occidente, il 1 luglio del 69 Vespasiano fu

acclamato imperatore ad Alessandria d'Egitto e subito dopo in Giudea e in Siria. Egli preferì

rimanere qualche tempo a consolidare la propria posizione in Oriente, mentre gli eserciti a lui fedeli

iniziarono a muoversi alla volta dell'Italia. Un ruolo decisivo lo ebbero le legioni danubiane che si

schierarono per Vespasiano trovando l'uomo forte nel legato della pannonica legio VII Galbiana,

Antonio Primo. Questi convinse gli eserciti a mettersi in moto per combattere Vitellio senza

attendere l'arrivo delle truppe orientali. Guidati da Antonio Primo, gli eserciti danubiani si

riversarono nella pianura padana; intanto i Vitelliani si attestarono lungo il fiume avendo come

campi principali Ostiglia e Piacenza. Cecina, fu scoperto e messo in catene dai suoi soldati e nel

frattempo, tutto il resto dell'esercito vitelliano, guidato da Valente, si attardava nell'Italia centrale.

Le truppe stanziate a Ostiglia si mossero alla volta di Cremona per unirsi a quelle che si trovavano

in questa città con lo scopo di presentare un fronte compatto contro il potente esercito nemico.

Antonio Primo mosse il proprio esercito verso Bedriacum e in un susseguirsi di eventi, i due

eserciti vennero in conflitto. Gli uomini di Antonio Primo riportarono un primo netto successo lungo

la via Postumia e qualche ora dopo i due eserciti si affrontarono nuovamente. Ne risultò una rotta

completa dei Vitelliani; i superstiti cercarono riparo fra le mura di Cremona, ma in breve Antonio

Primo riuscì a ottenere la resa. L’atto conclusivo del conflitto fu rappresentato dal saccheggio e

dalla distruzione di questa colonia. Intanto i rimanenti eserciti inviati da Vitellio al comando del

fratello Lucio furono sbaragliati in Umbria. Intanto, nella capitale i tentativi di negoziare la resa di

Vitellio fallirono. Contro il volere dello stesso Vitellio, il Campidoglio dato alle fiamme. Domiziano e

quasi tutti gli altri riuscirono a fuggire. Il 20 dicembre avvenne la resa dei conti: Antonio Primo

sbaragliò le resistenze e i suoi eliminarono Vitellio, il cui corpo fu scagliato sulle scale Gemonie e

poi gettato nel Tevere. Pochi giorni dopo anche Licinio Muciano con il suo esercito raggiunse

Roma e gestì il potere in attesa dell'arrivo del nuovo principe, soppiantando Antonio Primo.

Il dominio dei Flavi (Vespasiano 69-79; Tito 79-81; Domiziano 81-96)

Vespasiano poteva contare su due eredi maschi: il primo Tito, si stava segnalando per il

suo valore di combattente e di comandante nella guerra giudaica, mentre il secondo, Domiziano,

diciannovenne era riuscito a sfuggire all’uccisione da parte dei Vitelliani. Vespasiano era un uomo

esperto nell'amministrazione, provato sui campi di battaglia e capace di coagulare consensi. Per la

prima volta venne riconosciuta la derivazione dell'imperium del principe da un semplice

pronunciamento delle truppe. Frattanto all'interno del senato riemersero rancori. Il rientro di

Vespasiano a Roma avvenne nell'estate del 70 quando a Tito era stato affidato il comando col

compito di conquistare Gerusalemme. La soppressione della rivolta giudaica dette l'opportunità a

Vespasiano e ai suoi di alimentare una propaganda per amplificare la risonanza del successo.

Ricchezze ingenti vennero depredate dallo stato ebraico, che ebbe 1 milione e 100 mila morti. 97

mila uomini furono fatti prigionieri e interi villaggi furono cancellati. La distruzione del Tempio

rappresentò una tragedia indicibile. In definitiva, i fatti della guerra giudaica crearono le premesse

per un risentimento ebraico nei confronti dei Romani. La Giudea fu organizzata come una

provincia senatoria, retta da un legatus Augusti pro praetore che comandava oltre che sulle truppe

ausiliarie anche su di una legione, la X Fretensis stanziata a Gerusalemme. Occorre ammettere

che il Colosseo fu costruito grazie ai proventi derivati dal saccheggio della Giudea. Il riverbero

della guerra vittoriosa si manifestò anche nella costruzione di due archi dedicati a Tito imperatore,

collocati lungo il percorso della via trionfale. Il primo di essi era situato presso il Circo Massimo,

mentre il secondo si trova oggi sulla Velia, fra il Colosseo e il Foro romano. Nel regno di

Vespasiano vi fu una sostanziale stabilità. All’inizio del nuovo regno gli ambienti dell’opposizione

senatoria influenzata da concezioni filosofiche riposero sperante nel sovrano. Tuttavia Vespasiano,

una volta divenuto imperatore, giunse a ordinare l'esecuzione del principale esponente della

corrente filosofico stoica, Elvidio Prisco. Vespasiano affidò al figlio Tito la carica di prefetto al

pretorio che questi detenne dal 71 fino alla morte del padre. La solidità del regime appariva forte,

ben cementata, anche se la morte di Muciano dovette privarlo di un importante elemento di

raccordo con vari gruppi di potere. Fu in questa nuova situazione che si verificò la congiura

ordinata nel 79 dai senatori Cecina Alieno e Eprio Marcello. Essa fu comunque un insuccesso e

segnò la fine dei due personaggi in questione. Nell'epoca dei Flavi il senato venne ampiamente

rinnovato. L'imperatore dispose l'immissione al senato di numerosi elementi provenienti dal ceto

equestre. Domiziano, come il padre, rinnovò il senato e incrementò il numero dei senatori di

provenienza orientale. Venne aumentato il numero di cariche della amministrazione. In definitiva,

nell'età dei Flavi si intensificò il fenomeno per cui i ceti dirigenti delle province venivano inseriti in

vari posti di potere. In Spagna divenne generalizzata l'attribuzione dello ius Latii alle comunità

peregrinae. In questo modo le città venivano dotate di una carta costituzionale, la stessa per tutte,

che implicava fosse concessa la piena cittadinanza romana. Lo Ius Latii implicava anche la

concessione ai semplici cittadini delle città di molte delle prerogative che erano proprie della piena

cittadinanza. La politica economica di Vespasiano fu improntata a un'attenzione per una sana

gestione delle finanze dello Stato: vennero evitati gli sprechi, aumentata la tassazione delle

province e razionalizzata la gestione del dipartimento delle entrate. Un'innovazione avvenne con la

separazione del patrimonium imperiale della res privata del principe. Fu deciso di affidare sempre

più ai cavalieri e non a liberti la gestione di posti chiave nel governo centrale. Per quanto riguarda

la politica militare di Vespasiano: è celebre la vicenda di Masada, catturata nella primavera del 73

o del 74 dal legato di Giudea, Flavio Silvia: davanti all’avanzata della macchina militare romana, il

comandante del gruppo dei ribelli, Eleazar ben Jair, ordinò il suicidio collettivo di quelle poche

centinaia di uomini, donne e bambini che si trovavano con lui. Un altro evento bellico divampò nel

69. Un nobile batavo, Giulio Civile, scatenò una rivolta del suo popolo contro l'oppressione del

potere romano. La sollevazione si propagò a molte altre popolazioni germaniche e in un secondo

tempo vari popoli galli che rivendicavano la libertà. I forti e le città romane lungo il Reno da

Magonza fino al mare vennero assaliti e dati alle fiamme, le unità militari decimate. In un contesto

di contrasti fra le truppe e i loro capi, vennero uccisi i legati imperiali della Germania. Anche vari

legati legionari caddero. Gli eserciti romani furono costretti a giurare fedeltà all'impero dei ribelli.

Tuttavia, nel corso del 70 un esercito inviato dall’Italia da Licinio Muciano riuscì a sedare la

rivolta, ripristinando ovunque l’autorità romana. È importante ricordare uno dei generali che

sconfisse i ribelli: Petilio Ceriale, un parente di Vespasiano. Lo slancio imperialistico ebbe vigore

in Britannia dove lo stesso Petilio Ceriale fu inviato come governatore già nel 71. egli rinnovò una

politica di espansione occupando il sud della Scozia. Dopo di lui, agirono Giulio Frontino che

debellò il popolo dei Siluri e Giulio Agricola che continuò l'opera di pacificazione dell'isola. Il

culmine della sua attività fu raggiunto con la battaglia del mons Graupius nell'83, in cui sconfisse i

Caledoni. Il successore di Agricola in Britannia, Sallustio Lucullo, sospettato di opporsi

all'imperatore e di aspirare al trono, fu eliminato mentre a Roma si disponeva l'evacuazione della

Scozia Settentrionale. In Oriente una mossa importante fu l'occupazione del regno satellite della

Commagene e la deposizione del re Antioco IV. Il regno fu incorporato nella provincia di Siria e i

Romani poterono sorvegliare direttamente il ponte dell'Eufrate situato nei pressi dell'ex capitale,

Samosata. Alla morte di Vespasiano, avvenuta nel 79, il passaggio di potere a Tito è stato

tranquillo. Tito non mise mai a morte nessuno, governò in buona intesa con il senato. Era stato

proprio Tito nel 67 a costruire in Oriente l'alleanza fra Vespasiano e Muciano. Il suo breve regno fu

marcato da due eventi celebri: l'inaugurazione del Colosseo e l'eruzione del Vesuvio del 79 che

provocò la distruzione di Pompei ed Ercolano e in cui morì anche Plinio. A Tito, scomparso nell'81,

succedette Domiziano, il suo regno è descritto dalle fonti come un regime tirannico, somigliante a

quello di Nerone. L'anno 93 segnò un momento drammatico perché emerse la frattura con tutto il

mondo dell'opposizione filosofica: alcuni dei personaggi più rappresentativi vennero messi a morte

e tutti i filosofi furono banditi dall'Italia. È celebre l'episodio relativo a un cugino dell'imperatore,

Flavio Clemente che aveva sposato Domitilla, figlia della sorella di Domiziano ed esiliato perché

accusato di ateismo (nel 95). Il fatto fu di straordinario rilievo perché avvenuto nel cuore della

famiglia imperiale. Domiziano aveva infatti precedentemente designato come suoi successori i figli

stessi della coppia. Questo evento interno alla corte affrettò la fine del principe, rimasto vittima di

una congiura di palazzo che vide coinvolti alcuni liberti e la guardia pretoriana. Domiziano continuò

la politica attuata dal padre volta alla creazione di un funzionariato imperiale, impiegando molti

uomini del ceto equestre e allargò gli orizzonti di reclutamento del senato. Tra mi meriti di

Domiziano vanno annoverati anche la cancellazione di alcuni debiti eccessivi nei confronti del fisco

e l’annullamento di sentenze troppo pesanti nei processi. Egli è descritto come attento a

combattere la corruzione. In campo militare, giunse a consolidare la presenza delle legioni e delle

unità ausiliarie nel settore renano e danubiano. La pressione dei Daci sulle province danubiane

venne repressa. Domiziano per ribadire l'autorevolezza del proprio potere si accreditò come il

principe vicereggente di Giove sulla terra, facendosi chiamare dominus et deus. Nell'ambito della

cultura, la dinastia flava si segnalò per la concessione di privilegi agli esponenti in vista di quelle

classi professionali utili come medici, grammatici e retori. Vespasiano istituì cattedre pubbliche di

retorica greca e latina. Questi insegnati, pagati dal tesoro imperiale, ebbero il compito di formare

gli studenti secondo principi etico-politici. Un ruolo di rilievo ebbe Quintiliano che fu uno dei primi

a gestire la carica di insegnante di retorica latina. Egli rappresentò l'esempio per eccellenza di

intellettuale organico al potere.

CAPITOLO 2 – I REGNI DI NERVA (96-98) E DI TRAIANO (97-117)

Nerva Alla notizia dell'uccisione di Domiziano, il senato si riunì e acclamò come imperatore

Cocceio Nerva. Questi era stato uno dei lealisti ricompensati da Nerone per la sua fedeltà, dopo

che era stata scoperta e punita la congiura dei Pisoni. Era stato console per due volte, nel 71 e nel

90. Egli era un politico esperto ed equilibrato, capace di coagulare vasti consensi. Nerva non

aveva figli, la qual cosa potrebbe anche far supporre che si fosse pensato a lui come a un

imperatore di transizione, tuttavia le fonti svelano che quasi subito dopo l'elezione di Nerva sorsero

pericoli per la stabilità del regime e che un gruppo di potere stava tramando un colpo di stato che

avrebbe dovuto portare al trono uno dei senatori distinto come capo militare, lo spagnolo Cornelio

Nigrino, in quel momento governatore della provincia siriana. Fu così che, per sventare la

manovra, nell'ottobre del 97, Nerva adottò associandoselo al potere, Ulpio Traiano. Traiano,

anche egli spagnolo sembrò l'uomo giusto sui cui riporre fiducia. Egli aveva a disposizione un

esercito importante. Traiano era figlio di un importante uomo politico dell'età flavia; di conseguenza

si deve supporre che egli avesse ereditato tutta una serie di rapporti con i personaggi ai vertici del

senato. Viceversa, va sfatata la convinzione diffusa fra gli studiosi secondo cui Traiano venne

scelto per la sua fama militare. Nerva morì nell'arco di pochi mesi, verso la fine di gennaio del 98,

e il suo breve regno si segnalò per dei provvedimenti importanti. Vennero fatte concessioni di terre

a cittadini indigenti, fu ridotta la tassazione e furono concesse garanzie legali ai cittadini nell'ambito

dei processi di lite con il fisco. Gli eserciti e i pretoriani ottennero dei donativi e il popolo di Roma

venne soddisfatto con un congiarium (distribuzione di monete). Nella capitale furono riorganizzati i

servizi di distribuzione del grano e del rifornimento di acqua. Vennero combattuti anche gli abusi

connessi con l'esazione del fisco giudaico.

Traiano

Dopo la morte di Nerva, Traiano rimase per più di un anno sul Reno a organizzare le

frontiere in quel settore. Giunto a Roma, non mancò di rendersi popolare organizzando un nuovo

congiarium. Il tipo di propaganda di cui si ammantò il nuovo principe è desumibile dal celebre

panegirico che gli indirizzò Plinio, un senatore originario di Como. Il nuovo sovrano non era stato

scelto all'interno della famiglia dell'imperatore regnante, ma era stato designato tenendo presenti le

sue caratteristiche morali e pratiche: egli era l'optimus princeps. Ci troviamo davanti a un

principato civile in cui emergono con chiarezza la figura del funzionario e un'ordinata integrazione

fra popolo, senato e principe. Il titolo stesso di optimus princeps, sottende chiaramente qualità

avvicinabili a quelle della divinità per eccellenza, Jupiter optimus et maximus. Nel 101 Traiano,

lanciando una campagna militare contro i Daci, faceva scorgere quelle caratteristiche del suo

regno che sarebbero passate alla storia: un impulso all'azione militare. Lo scopo di questa prime

spedizione dovette essere un'azione tendente a ridimensionare la potenza di Decebalo e a

ridefinire i termini del trattato che questi erano riuscito ad ottenere da Domiziano. Le truppe

imperiali presero le mosse da Lederata, sul Danubio per dirigersi poi nel Banato in direzione del

Passo delle porte di ferro. Dopo una serie di eventi bellici, Traiano ottenne una vittoria presso

Tapae, ottenuta a costo di perdite importanti. Nel 102 giunsero truffe di rinforzo. Si dovette

combattere per espugnare fortezze situate in cima a dei monti. Vennero catturate macchine da

guerra, armi e le insegne di cui i Daci si erano impadroniti all'epoca della sconfitta patita da

Cornelio Fusco. L'esercito romano intraprese una manovra a tenaglia: Troiano si pose alla guida

del contingente che sferrò l'attacco diretto al Passo delle porte di ferro, mentre il comandante

Lusio Quieto, sorprese Decebalo in un altro settore. Il governatore di Moesia inferior, Laberio

Massimo guidò un'altra parte dell'esercito lungo la vallata del fiume Olt e prese possesso del

Passo della torre rossa, catturando molti prigionieri fra cui la sorella di Decebalo. L'esercito

romano si ricongiunse e Decebalo chiese la pace. Traiano impose come condizione la restituzione

delle armi e dei disertori, lo smantellamento dei forti e la cessione di tutti i territori di cui i Romani si

erano impadroniti. Il Banato venne annessa all'impero. Il sistema venne infine rafforzato con la

costruzione di un ponte a Drobeta. La pace non durò a lungo, perché Decebalo iniziò a prepararsi

per una nuova guerra. Nei primi mesi del 105 lanciò un attacco contro le forze romane. Gli eserciti

e le autorità romane furono colte di sorprese e fu solo nell'autunno di quell'anno che un imponente

esercito alla guida di Traiano giunse a Drobeta. La diplomazia romana ebbe la meglio. L'offensiva

dei Romani si indirizzò in modo frontale verso il passo di Vulcan dove scontrò ogni resistenza

nemica. Decebalo cercò di porre resistenza organizzando la guerriglia, ma ciò non impedì a

Traiano di conquistare le fortezze dei Daci situate sulle alture e di catturare la stessa capitale del

regno, Sarmizegetusa Regia. Decebalo continuò a combattere e i suoi attaccarono alcuni forti

romani, ma fu infine individuato da un'unità militare romana. Il re per sfuggire alla prigionia, si tagliò

la gola. Circa mezzo milione di Daci vennero fatti prigionieri e molti furono i morti. Il regno venne

organizzato come una provincia romana e fu fondata una nuova capitale a cui fu dato il nome di

colonia Ulpia Traiana Augusta Dacia. Nel 106 gli eserciti imperiali guidati dal legatus di Siria,

Cornelio Palma, occuparono il regno dei Nabatei, alleato ed amico dei Romani. Il territorio fu

annesso e organizzato come una provincia romana con il nome di Arabia. Viceversa, non vi fu una

ripresa dello slancio imperialistico in Britannia dove venne data continuità alla politica domizianea.

La terza tappa dell'imperialismo traianeo consistette nella spedizione contro i Parti. Nel 113, il

sovrano dei Parti, Cosroe, aveva deposto il re di Armenia, Parthamasiris, senza interpellare i

Romani. In base ai trattati, la procedura di nomina del re di Armenia comportava che esso fosse

scelto dai Parti ma formalmente insignito dai Romani. Traiano organizzò una spedizione

concentrando 7 legioni orientali, due intere legioni danubiane e altre 8 vessillazioni legionarie tratte

da quello stesso scacchiere. Sia il re dei Parti che lo stesso Parthamasiris tentarono di negoziare

la pace. Quest'ultimo si presentò a Traiano e invano chiese di poter essere da lui insignito dei titoli

regali. Posto in prigionia morì in circostanze non chiare e l'Armenia venne affidata come provincia

a un governatore romano. Nell'anno seguente l’attacco si dispiegò con una manovra a tenaglia.

Nel 116 l'avanzata continuò e venne condotta a termine la conquista dell'Adiabene che fu resa

provincia con il nome di Assiria. Intanto, un'altra divisione romana occupò Babilonia. Traiano scese

l'Eufrate con la flotta e giunto all'altezza di Seleucia e di Ctesifonte, la capitale del regno dei Parti,

mosse per terra fino al Tigri e catturò queste due città. I Parti erano dilaniati da lotte interne e il re

Cosroe si era rifugiato nelle zone estreme del regno sui monti dello Zagros. Un nipote del re parto,

Sanatrukes, mise in moto una rivolta organizzata mentre le guarnigioni romane in Armenia e in

Mesopotamia vennero attaccate e distrutte. La controffensiva romana ebbe solo parzialmente

successo, anche se Sanatrukes fu catturato e ucciso, ma un suo figlio riuscì a prendere possesso

della maggior parte dell'Armenia. Traiano ammise l'impossibilità di mantenere come provincia un

territorio così esteso e preferì nominare al trono di Partia un figlio di Cosroe in qualità di re eletto

da Romani. L'imperatore verso la fine del 116 cercò di catturare l'importante città di Hatra, che

sorgeva nella steppa fra la Mesopotamia e il cuore del regno dei Parti. Si trattava di un centro

chiave affinché fosse garantito il controllo dei commerci e dei movimenti. L'assedio non ebbe

successo e Traiano riprese la strada verso la costa del Mediterraneo. L'imperatore si spegneva a

63 anni. Il problema dell'insurrezionalismo ebraico era tornato di attualità. Nel 116-117 gli ebrei di

Egitto e Cirenaica si erano sollevati portando in queste province una guerra che comportò un

numero elevato di morti e di devastazioni. La rivolta fu sedata dall'intervento militare romano che

venne guidato con truppe condotte dal di fuori della provincia dal prefetto della flotta di Miseno,

Marcio Turbone. Nella stessa Giudea sembrava rinascere forme di opposizione al potere romano

ed è significativo che a governare questa provincia, Traiano avesse inviato proprio Lusio Quieto

che si era distinto per aver sterminato gli ebrei. In questo periodo vennero costruite le Terme di

Traiano sul colle Esquilino, un nuovo acquedotto per la città, un'installazione portuale presso Ostia.

Porti minori vennero costruiti a Civitavecchia, Terracina e Ancona. Traiano si distinse per aver

messo in atto un programma volto all'incremento della produzione granaria in Italia. Lo schema

traianeo aveva una sua peculiarità poiché esso prevedeva la concessione di prestiti da parte dello

stato a nuovi proprietari, affinché questi potessero coltivare terre non precedentemente utilizzate. Il

succo della propaganda traianea emerge con l'arco di Benevento, la cui costruzione fu terminata

nel 114. Esso è un manifesto illustre del regime. Occorre infine ricordare che il senato all'epoca di

Traiano era un organo in cui i provinciali occupavano una percentuale sempre maggiore.

CAPITOLO 3 – ADRIANO (117-138)

Traiano morì in Cilicia nel 117. il passaggio del potere fu tranquillo dal momento che ad

Antiochia Publio Elio Adriano fu in grado di esibire un testamento in cui Traiano ne proclamava

l'adozione. Immediatamente le truppe acclamarono Adriano imperatore. Dopo prime solide

esperienze militari all’epoca del tribunato, aveva seguito l'imperatore in entrambe le campagne in

Dacia. Altri successivi incarichi e la sicura ascesa nel cursus honorum confermarono il legame

preferenziale che Adriano poteva vantare. Tuttavia la successione dovette essere contestata in

alcuni circoli. L'ostilità senatoria nei confronti di Adriano derivò dalla presa di posizione del nuovo

imperatore nel settore della politica estera. Adriano sosteneva che era necessario ritornare

all'antico consiglio di Augusto di abbandonare ogni avventura imperialistica. Fu così che decise di

non intraprendere altri sforzi volti a sottomettere i Parti: in breve tutto il territorio situato oltre

l’Eufrate fu abbandonato. Questo stato di cose creò le premesse per uno scontro per il potere tra

Adriano e i suoi oppositori. Marco Turbone fu inviato nel frattempo in Mauretania dove represse

una rivolta e successivamente lo stesso Marco Turbone ricevette un nuovo incarico, quello di

governatore della Dacia e della Pannonia inferior. Probabilmente fu proprio in occasione del suo

arrivo a Roma nel 118 che Adriano presiedette alle cerimonie e agli spettacoli dati in occasione del

trionfo partico a cui Traiano aveva diritto. L'imperatore usò tutti i mezzi di propaganda per

accattivarsi la simpatia del senato e del popolo. Per quanto riguarda nello specifico la popolazione

di Roma, Adriano si segnalò per le varie erogazioni di denaro e per un provvedimento di

remissione di debiti a tutto campo che comprendeva gli arretrati degli ultimi 15 anni. Adriano lasciò

una grande impronta anche sull’impianto monumentale di Roma; in particolare fece

completamente rimodellare la struttura del Pantheon. La decisione di non intraprendere ulteriori

conquiste territoriali fu rimarcata anche visivamente nello spazio della stessa capitale: nel 121

Adriano fece porre una serie di iscrizioni in pietre di confine in cui era proclamato che la linea del

pomerium veniva rinnovata. Dal 121-122 l'imperatore iniziò una serie di viaggi, che lo tennero a

lungo occupato a visionare i confini dell’impero. Egli volle dare l’esempio vivendo fianco a fianco

con i soldati negli accampamenti e mangiando il loro rancio; inoltre, esaminò in profondità la

tipologia degli armamenti e l’organizzazione degli eserciti introducendo innovazioni interessanti.

Adriano continuò per tutta la vita a tenere alti questi valori tradizionali, con l’austerità della vita

militare. All'inizio del regno di Adriano, la Britannia aveva patito gli attacchi di alcune popolazioni

locali, che avevano causato morti e devastazioni Il generale Pompeo Falcone, pose fine a questo

stato di insicurezza. Nel 122 lo stesso Adriano giunse in Britannia, fu allora che dette inizio alla

costruzione di una muraglia in Scozia. Il soggiorno in Britannia fu comunque breve: nel volgere di

meno tre anni egli continuò a viaggiare visitando la Gallia, la Spagna, la Mauretania, l'Africa, la

Cirenaica fino ad arrivare in Siria. In riva all'Eufrate incontrò il re dei Persiani e siglò con questi un

trattato di pace. Quindi riprese il cammino alla volta della Cappadocia, del Ponto e delle altre

province di Asia Minore fino alla Grecia, da cui ritornò in Italia nell’estate del 125. Durante i suoi

viaggi, Adriano conobbe un numero enorme di città dell'impero. Nominò dei funzionari provenienti

dal senato o dal ceto equestre, i curatores, per amministrare queste città. Bisogna sottolineare che

Adriano organizzò un numero enorme di costruzioni importanti che perfezionarono il quadro

urbanistico delle città. Di ritorno a Roma, Adriano intraprese la costruzione della villa a Tivoli. Da

un punto di vista amministrativo, Adriano attuò un provvedimento assai importante: l'Italia venne

suddivisa in 4 distretti governati da altrettanti consolari. Il soggiorno adrianeo nella capitale e

nell'Italia fu breve perché già nel 128 il sovrano aveva ripreso i suoi viaggi recandosi in Africa. Egli

si interessò all'integrazione delle comunità peregrinae ai diritti della cittadinanza, attribuendo il

diritto del Latium maius che comportava la concessione della cittadinanza a tutti gli appartenenti ai

senati cittadini. Anche in Africa Adriano non mancò di dedicare la propria attenzione

all’organizzazione dei confini. Nel 128-129 l'imperatore fu in Grecia dove portò a termine la

costruzione del tempio di Zeus Olimpio ad Atene. Egli abbellì la culla del mondo classico con altri

edifici e istituì il Panhellenion, una nuova lega fra città greche. L'apparente serenità del regno di

Adriano venne turbata da due avvenimenti: la perdita del suo amante Antinoo che annegò nelle

acque del Nilo all'epoca di una visita in Egitto dell'imperatore nel 130. In suo onore egli decise di

fondare una città, Antinoupolis. Il secondo evento fu una rivolta scatenata dagli ebrei della Giudea

nel 132. Questa sollevazione fu motivata da alcuni provvedimenti emanati da Adriano che essi

sentirono come offensivi e cioè, il divieto della circoncisione e progetto di trasformare

Gerusalemme in una colonia romana. I ribelli ora adottarono delle tecniche di guerriglia che si


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Storia romana I del professore John Thornton, basato su appunti personali e studio autonomo del libro consigliato dal docente "Storia di Roma dalle origini alla tarda antichità" (Ed. Del Prisma), Arcuri, Caliri, Giuffrida, Lewin, Marino, Mastrocinque, Mecella, Molè, Motta, Pinzone, Roberto, Sassu, Thornton. Gli argomenti trattati sono i seguenti: L’Italia preromana. Roma dalle origini al decemvirato; dal decemvirato alla seconda guerra punica; l’età della conquista; verso i poteri personali; il principato di augusto. La dinastia Giulio-Claudia; dai Flavi agli Antonini; il secolo “lungo”: dalla crisi del 193 alla dissoluzione dell’ordinamento tetrarchico; dalla “rivoluzione” costantiniana alla formazione dei regni romano-barbarici; l'occidente da valentiniano iii ai longobardi; l’impero romano d’oriente. Da Teodosio ii ad Eraclio (408-641).


DETTAGLI
Esame: Storia romana
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere moderne
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giovyviv94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia romana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Thornton John.

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